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Notizie

di Federico Cenci

Quarant’anni e sentirli tutti. È proprio il caso di dirlo a proposito della legge 194 del 1978 che ha introdotto l’aborto nell’ordinamento giuridico italiano. I bambini mai nati a causa di questa legge, infatti, sono quasi sei milioni. Un numero che si avvicina alla somma della popolazione residente nelle prime quattro città più popolose del Belpaese.

Un “diritto”, così lo chiamano i suoi sostenitori. Una tragedia, per le vite spezzate e per i rimorsi di coscienza provocati alle madri e anche ai padri: questa è la realtà dei fatti. Fondata, peraltro, sulle menzogne propagandate dagli esponenti del Partito Radicale durante l’acceso dibattito che fece da cornice all’approvazione della norma.

La legge 194 è strettamente legata a un altro evento catastrofico che colpì l’Italia negli anni Settanta: il disastro di Seveso. Il 10 luglio 1976 lo scoppio di un reattore in un’industria chimica della Bassa Brianza causò la dispersione nell’aria di diossina, sostanza tossica che contaminò tutto il territorio.

L’incidente fu la spinta emotiva all’approvazione di una legge per legalizzare l’aborto. Quattro neodeputati radicali, tra i quali Marco Pannella ed Emma

Bonino, si fecero interpreti in Parlamento di una legge speciale sull’aborto per le donne esposte a diossina, in quanto il feto avrebbe riportato gravi malformazioni.

Quaranta gestanti della zona, terrorizzate da questa ipotesi, decisero di abortire. Tuttavia, a seguito di esami clinici e da un’indagine di una Commissione d’inchiesta parlamentare, emerse che nessun feto presentava malformazioni riconducibili alla diossina.

La scienza e i fatti risultano però impotenti dinanzi alla violenza della propaganda mediatica. Lo testimonia anche l’altra grande menzogna su cui fecero leva socialisti e radicali per promuovere la legge sull’aborto: legalizzare le interruzioni di gravidanza volontarie sarebbe servito ad impedire gli aborti clandestini, stimati da costoro in circa un milione l’anno.

Ma il numero appare assai lontano dalla realtà. Antonio Socci nel 2008 impugnò una calcolatrice e dimostrò che, se si ipotizza un milione di aborti clandestini l’anno, tutte le donne italiane tra i 15 e i 49 anni avrebbero praticato nella loro vita almeno 2,8 aborti procurati clandestini.

E se davvero la richiesta di sottoporsi all’aborto era così alta, non si spiega come mai, dopo il 1978, i dati ufficiali sugli aborti legali e gratuiti, praticati da medici in strutture sanitarie, oscillano intorno ai 130mila l’anno: un numero nettamente inferiore a quel milione di aborti clandestini agitati dai radicali.

Eppure in quegli anni la verità era alla mercé della propaganda.

Altre cifre creative furono quelle diffuse sulle donne morte in Italia a causa dell’aborto clandestino: i sostenitori della legge dicevano che fossero venticinquemila. Dall’Annuario Statistico di quegli anni risulta, tuttavia, che le donne in età fertile decedute per complicazioni da parto o gravidanza oscillavano tra le trecento e cinquecentocinquanta. Tra queste, è facile supporre che le vittime di aborti clandestini fossero qualche decina l’anno.

Una tragedia certo, ma non un’emergenza nazionale. La vera emergenza dell’Italia odierna, piuttosto, è la terribile crisi delle nascite. Nel 2016 si è registrato il record negativo di 474mila nuovi nati. E le vite spezzate nel grembo materno contribuiscono a rendere più rigido l’inverno demografico.

Uno stillicidio di vite nascenti che è sì diminuito negli ultimi anni, ma va considerato che le statistiche non tengono conto degli effetti delle pillole abortive, la cui vendita è decollata da quando l’Agenzia italiana del farmaco, nel 2015, ha reso questo prodotto vendibile senza ricetta medica: si stima che in un anno le vendite siano aumentate del 686%.

Il lavoro da fare, per contrastare questa deriva, è culturale prima ancora che politico. Risalire la china è impervio, ma non impossibile. Una luce di speranza brilla negli occhi dei tanti giovani che da otto anni a questa parte animano la Marcia per la Vita.

La loro battaglia per la vita si svolge lontano dalla ribalta mediatica, ma vicino al cuore delle donne e alla verità sull’uomo. Altro che le menzogne della propaganda abortista.

FONTE: Voglio Vivere Anno XVII, n°1 - Marzo 2018

Martedì, 15 Maggio 2018 08:55

La Marcia, Alfie e le nostre DAT

di Samuele Maniscalco

Sabato 19 maggio 2018 Roma ospiterà l’VIII edizione della Marcia nazionale per la vita. Il ritrovo è a piazza della Repubblica (ore 14.30) e sfilerà poi fino a piazza Venezia.

Quest’anno l’evento assume un’importanza capitale: si svolgerà infatti a 40 anni dalla promulgazione della legge 194 sull’aborto e a pochi giorni dalla morte del piccolo Alfie Evans, ucciso dall’applicazione di un disumano protocollo sanitario e dalle decisioni scellerate di alcuni giudici.

Ma quanto è lontana dall’Italia Liverpool?

Il Comitato Verità e Vita, nei giorni scorsi, ha pubblicato una nota in merito che mi auguro possa avere un’ampia diffusione (qui la versione integrale).

Riassumendo in breve la vicenda di Alfie Evans, “un bambino con bassa ‘qualità di vita’ [che] scandalizza, deve essere eliminato, anche se non soffre ed è amorevolmente accudito dai genitori”, il Comitato fa opportunamente notare come in Italia “La legge sul consenso informato e sulle DAT (…) permette che ai minori e agli incapaci vengano negate le terapie salvavita sulla base della semplice decisione dei genitori o dei rappresentanti legali (questi ultimi nominati dai giudici): tra queste ‘terapie’ la legge inserisce anche i sostegni vitali”.

“Se il medico è d'accordo sulla decisione di far morire l'incapace, non ha bisogno di nessuna autorizzazione per procedere ed è garantito dalla legge di essere ‘esente da responsabilità civile o penale’. Se il medico non è d'accordo? Il Giudice tutelare deciderà della vita o della morte dell'incapace ‘nel pieno rispetto della sua dignità’”.

La parola chiave è ‘dignità’, la stessa utilizzata per giustificare l’uccisione del piccolo Alfie. La stessa già utilizzata in Italia per Eluana Englaro.

“Ma la nostra società, il nostro legislatore e i nostri giudici sanno riconoscere la dignità di ogni uomo?”

Purtroppo crediamo di conoscere la risposta.

Sabato 19 maggio marceremo per ricordare agli italiani che per arrestare la china disumana imboccata dal nostro Paese ognuno deve fare la propria parte.

E quando scrivo ‘tutti’ intendo esattamente “la nostra società, il nostro legislatore e i nostri giudici”.

Altrimenti non andremo da nessuna parte.

Samuele Maniscalco

 

Alfie è stato ucciso, non possono esserci equivoci.

A pochi giorni di distanza dalla dipartita del piccolo bimbo inglese, nato il 9 maggio 2016 a Liverpool da Thomas e Kate James, non posso smettere di pensare a lui e a tutte le sofferenze che l’ospedale e i tribunali gli hanno inflitto.

Non riesco a smettere di pensare ai suoi genitori, ai quali hanno praticamente sequestrato il figlioletto affetto da una malattia di cui non si è riusciti a stabilire una diagnosi e che si è voluto far morire per asfissia perché la sua vita è stata ritenuta inutile.

Ma inutile per chi? E da chi?!

Non certo per i suoi genitori e per le migliaia di persone che per diversi mesi hanno manifestato in suo favore.

Kate, il giorno dopo la morte del figlio, ha postato su Facebook una straziante poesia dedicata al suo bambino e scritta da un suo sostenitore:

"Mamma non piangere, perché ora io devo andare a dormire. (…) Hai lottato per me ovunque. Nei tribunali, dalla regina, dal papa. (…) Un ultimo messaggio per il mio esercito. Tenetevi stretti i vostri cari, perché il tempo di nessuno è scontato. Ora devo dirvi addio".

Tenetevi stretti i vostri cari, perché il tempo di nessuno è scontato….

Quante verità in così poche parole! Parole di verità soprattutto per la società eugenetica di oggi, quella delle persone perfette, dove Alfie doveva morire per un imperativo categorico immorale frutto della dittatura del relativismo etico.

Vale la pena ricordare, en passant, che Anthony Hayden, il giudice dell’Alta Corte che ha decretato la morte di Alfie, è un membro eminente del Bar Lesbian and Gay Group (“BLAGG”) e co-autore di un manuale sui bambini e le famiglie omosessuali.

Un uomo, dunque, che vive per far trionfare nel mondo quel relativismo etico che tutto permette – a prima vista – eccetto il dissenso di chi conserva ancora il buon senso, l’amore per ciò che è Giusto e Buono.

Tempo fa, avremmo dovuto capire che la legalizzazione dell’aborto avrebbe inevitabilmente portato a questo. Una volta appiccato l’incendio, nulla sarebbe rimasto in piedi.

Su The Catholic Thing, commentando la vicenda del piccolo bimbo inglese, il giornalista David Warren ha scritto: “Senza criteri netti e assoluti sulle questioni della vita e della morte, siamo tutti pronti per le camere a gas. (…) Quando si abroga il principio della dignità intrinseca della vita umana - di ogni vita umana, non solo di alcune - tutto diviene possibile. (…) Quando vengono adottate politiche contra naturam, è necessario ricorrere alla forza. Coloro che difendono il vecchio ordine devono essere silenziati, per paura che possano organizzarsi. Per quelli che io chiamo i “liberal del dopo aborto”, opporsi non è più una questione di libertà di espressione. È un atto di ribellione contro la loro Dittatura del Relativismo”.

La battaglia per la Vita continua ma, dopo Alfie, il giudizio e il castigo di Dio incombono su tutti noi.

 

di Diego Torre

 

Circa 3000 persone hanno attraversato sabato 14 aprile il centro di Palermo partecipando alla Marcia per la Vita e la Famiglia.

L’evento, giunto al suo 8° anno, intende ricordare il valore della persona umana e la centralità della sua prima naturale appendice: la famiglia. Hanno aderito ad esso 71 associazioni, e aggregazioni sociali di varia natura: religiosa, laica o culturale, raccolte nel Forum “Vita, Famiglia, Educazione”.

I partecipanti si sono concentrati a Piazza Crispi, dove il vicario episcopale don Calogero D’Ugo ha dato lettura del messaggio di incoraggiamento dell’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, a cui sono seguiti quelli di altri vescovi e pastori evangelici, nonchè quello di Massimo Gandolfini, organizzatore dei Family Day nazionali e di Virgina Coda Nunziante, presidente della marcia nazionale per la vita. Don Fortunato Di Noto dell’Associazione Meter, da anni impegnato contro la pedofilia, impossibilitato a presenziare quale testimonial perché bloccato sull’autostrada Palermo-Catania, ha trasmesso anche lui un messaggio. Di seguito il pastore Elia Cascio della chiesa “Parola della Grazia”, ha richiamato il valore fondante della famiglia alla luce della Sacra Scrittura e della legge naturale.

Gli organizzatori della marcia hanno infine evidenziato le emergenze disattese dell’istituto familiare, soprattutto ai politici presenti: l’ Assessore regionale alla Cultura Roberto Lagalla e Raoul Russo in rappresentanza dell’assessore al Turismo Sandro Pappalardo. E poi gli onorevoli Carolina Varchi, Alessandro Aricò, Vincenzo Figuccia, Alessandro Pagano e l’assessore comunale Giuseppe Mattina.

Il corteo, preceduto da un nugolo di passeggini con neonati, corredato di slogan, canti, e striscioni, accompagnato da una allegra banda musicale, è infine partito per concludersi dinnanzi al Teatro Massimo, suscitando la curiosità dei numerosi passanti e turisti. Alla fine, i sacerdoti partecipanti hanno concelebrato una Santa Messa nella chiesa di S. Ignazio martire all’Olivella.

 

 

Conferenza stampa a Palazzo Madama sulla salute delle donne

 

Roma, 11 aprile 2018

«I suicidi sono +155%, +37% le depressioni, +230% l’utilizzo di sostanze illegali e psicofarmaci, nelle donne che hanno abortito e che soffrono gravi conseguenze anche sul piano psicologico, secondo una metanalisi inglese», ha dichiarato la senatrice della Lega, Raffaella Marin, psicologa, riportando dati sconvolgenti sugli effetti dell’aborto volontario sulle donne. In tempi di autodeterminazione e di consenso informato, le donne non vengono messe a conoscenza delle «gravi conseguenze dell'aborto sul piano fisico e psichico», annunciava la conferenza stampa che si è appena conclusa a Palazzo Madama. Organizzata da ProVita, ha potuto contare sulla partecipazione di numerosi parlamentari, in risposta all’invito della onlus di far conoscere la petizione per la salute delle donne, lanciata sul sito notizieprovita.it .

Lorenza Perfori, autrice del libretto Per la salute delle donne (edito da ProVita), ha ricordato come non ci sia «informazione per le donne: nei consultori e nemmeno a livello politico. Informazione non c’è nelle relazioni del ministero della Salute sull’applicazione della 194, se non in forma vaga incompleta e imprecisa». Perfori ha fatto un riassunto del contenuto dell’opuscolo, elencando alcune conseguenze fisiche dell’aborto sia chirurgico che medico.

La senatrice Isabella Rauti di Fratelli d’Italia ha sottolineato quanto sia importante sottoscrivere la petizione di ProVita «perché tocca un vulnus che non ha trovato soluzione dal 1978 ad oggi. Il grande assente del dibattito sull’aborto resta questo aspetto: i rischi dell’aborto per le donne. Una questione di enorme importanza». La senatrice Rauti ha ricordato: «Anni fa intervistai le prime donne che avevano fatto ricorso all’aborto: erano tutte molto provate. Vorrei che si parlasse di più di una legge che esiste, che permette il parto in anonimato e la adozione neonatale».

Nel suo intervento, la senatrice della Lega, Maria Saponara, ha dichiarato: «Leggendo l’opuscolo della Perfori, dico con sincerità che non ero a conoscenza di alcune conseguenze. A 40 anni dalla legge queste informazioni non sono state date. Mi assumo la responsabilità di agire in Senato, sostenendo l’iniziativa di ProVita affinché le donne siano informate».

La conferenza stampa era stata organizzata su iniziativa del senatore Simone Pillon, che ha introdotto e moderato l’incontro, subito commentando l’incresciosa censura della gigantografia di ProVita da parte del Comune di Roma: «Siamo stati favoriti dalla pubblicità fatta da quel gesto di violazione della libertà di espressione. Altri manifesti di ben altro contenuto vengono tollerati mentre quelli per la vita vengono censurati».

Sono intervenuti anche il senatore Massimiliano Romeo che ha ribadito: «Il mio impegno politico andrà nella direzione del sostegno della vita. Purtroppo, oggi i figli sono visti non come un dono ma come un limite per la propria personalità. Bisogna passare dalla cultura dell’io alla cultura del noi». Per il senatore Emanuele Pellegrini, «non si può restare in silenzio dopo la censura del manifesto di ProVita, che è espressione legittima e doverosa di un pensiero in difesa della vita». Toni Brandi, presidente di ProVita, è intervenuto commentando: «Trovo allucinante che in un Paese dove si parla costantemente di consenso informato e di autodeterminazione non si informino le donne. Se si prende il più innocuo farmaco, c’è il bugiardino che informa su tutto, ma se una donna vuole abortire non c’è alcuna informazione sulle conseguenze fisiche e psichiche».

Ultimata la raccolta delle firme, ProVita le presenterà al nuovo ministro della Salute «affinché garantisca che le donne vengano informate delle conseguenze dell’aborto volontario sulla loro salute fisica e psichica». È solo una delle tante iniziative che la onlus intende promuovere in difesa delle donne, della vita e dei bambini. Dopo la vergognosa rimozione del maxi manifesto a Roma, che scuoteva le coscienze ricordando che l’interruzione volontaria della gravidanza sopprime un essere vivente (non un grumo di cellule), l’immagine di quel bambino a 11 settimane (diventata virale sui social), sta facendo il giro di tutta Italia. Lo vogliono Comuni, scuole, associazioni, singoli cittadini. Una protesta che si moltiplica da più parti contro l’abuso di potere esercitato dall’amministrazione Raggi.

Sabato 14 aprile, a Roma ci sarà un sit in simbolico di attivisti romani di ProVita «per chiedere la libertà di espressione». Avrà luogo dalle 12 alle 13 in piazza Madonna di Loreto perché il Campidoglio non ha concesso l’autorizzazione alla protesta silenziosa, nemmeno nella piazzetta dell’Ara Coeli antistante la scalinata.

 

Lo rende noto l’ufficio stampa di ProVita Onlus

http://www.notizieprovita.it 

 

Ufficio Stampa ProVita Onlus

Tel.: 3395419121; 3467786500; 3467786500

Mail: ufficiostampa@provitaonlus.org

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