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a cura di Federico Catani

 

 

Nel mese di settembre il Senato ha iniziato ad esaminare il disegno di legge sulle DAT (Disposizioni Anticipate di Trattamento), ovvero sul testamento biologico già approvato dalla Camera lo scorso aprile. In pratica si tratta della legalizzazione dell’eutanasia in Italia. E poiché la propaganda della “cultura della morte” usa casi estremi di sofferenza per promuovere la soppressione dei malati - spacciandola oltretutto per libertà di scelta – è il caso di ascoltare la testimonianza di Sara Virgilio, che all’età di 20 anni è andata in coma a seguito di un incidente e poi si è risvegliata.

Sara, puoi raccontare brevemente la tua esperienza di coma?

Per quanto mi riguarda ho soltanto alcuni frammenti di ricordo. Chiaramente durante il coma non si ha sempre la percezione di ciò che avviene, però ricordo bene mia mamma che parlava e il fatto di non sentire alcun dolore. Posso però dire che chi vive tale condizione, negli sprazzi di lucidità, vuole essere considerato persona: volevo uscire da quello stato e far capire agli altri che c’ero. Io mi sentivo viva. 

E ad un certo punto ti sei svegliata. I medici lo avevano previsto?

Assolutamente no. Non solo ero in coma, ma avevo, tra le altre cose, un’emorragia polmonare, una cerebrale e tutte le costole rotte. I medici non avevano dato quasi nessuna speranza ai miei. Ma io mi sono trovata ad avere una forza che forse non avrei immaginato, una straordinaria voglia di vivere. E dopo il risveglio, il percorso di riabilitazione è stato lungo e tribolato.

Quello è stato il momento in cui ho iniziato ad avvertire il dolore. Inizialmente non mi alzavo dal letto e potevo muovere solo la testa, poi sono stata sulla sedia a rotelle e ho recuperato lentamente l’uso della parola. Ovviamente i dolori che sentivo in tutte le parti lese erano spesso lancinanti, insopportabili, e i momenti di sconforto non son mancati. Eppure non ho mai chiesto di morire. 

È per la tua esperienza quindi che ti opponi alle DAT?

Certo, perché se prima dell’incidente avessi sottoscritto un testamento biologico, a quest’ora sarei già morta e non potrei raccontare la mia storia. Da sani è normale pensare che non si potrebbe resistere ad una situazione di coma o infermità. Ma trovarcisi, sebbene sia un’esperienza percepita in maniera diversa da persona a persona, è un’altra cosa. Com’è possibile prevedere il modo in cui si reagirà in determinate situazioni mentre si è in piena salute? Il testamento biologico non lascerebbe spazio al ripensamento. 

E cosa risponderesti a chi ti dicesse che oggi parli così solo perché sei guarita?

Prima di tutto va detto che il malato si deprime e chiede di morire quando è lasciato solo. Se invece sente la vicinanza e le cure degli altri, ha la forza di non mollare. Poi voglio sottolineare che quando sono uscita dalla condizione di coma non sapevo affatto se sarei mai tornata a camminare, a parlare e comunque a condurre la mia vita di prima. Inoltre io non sono guarita. Certo, cammino, parlo, ma nel tempo ho avuto altre patologie importanti, senza alcun legame con l’incidente avuto, che mi hanno messo e tuttora mi stanno mettendo a dura prova. Alcuni mi chiedono se ho mai pensato, visto tutto quanto mi è capitato, che fosse stato meglio non nascere.

Io rispondo sempre che se non fossi nata, sarei stata il nulla. E invece sono in un progetto. Quindi oggi, nonostante non stia bene, continuo ad essere convintamente contraria all’eutanasia. E questo anche perché sono profondamente credente. Io so che la vita è un dono che mi è stato dato e né io né i medici ne siamo i padroni. Con questa consapevolezza, nonostante tutti i miei difetti e limiti, nei momenti più difficili ho offerto il mio dolore e tutte le mie sofferenze a Dio, affinché se ne servisse in base ai suoi disegni. Accettare la croce non allevia il dolore, ma aiuta a sopportarlo. Se alla sofferenza si dà un significato, è possibile resistere. 

 

FONTE: Rivista Voglio Vivere, N°50, Ottobre 2017

 
 
Samuele Maniscalco
 
Lo scorso 28 settembre, ‘Giornata Mondiale per l’accesso all’aborto sicuro e legale’,  le femministe sono scese in piazza un po’ in tutta la penisola per attaccare l’obiezione di coscienza dei medici italiani, che impedirebbe la corretta attuazione della Legge 194 sull’aborto, e per chiedere che la pillola abortiva Ru486 venga distribuita anche nei consultori familiari in regime ambulatoriale, dunque al di fuori degli ospedali.
 
Le manifestazioni, a dire il vero, non hanno visto una partecipazione massiccia del popolo italiano ma sono state mediaticamente rilanciate dai grandi giornali che, su questi tempi politicamente corretti, non perdono mai l’occasione di schierarsi dalla parte dei più forti.
 
Le richieste delle manifestanti si scontrano però contro i dati allarmanti relativi all’utilizzo della pillola abortiva così come ricordato dal quotidiano La Verità nel pezzo ‘La lobby delle industrie dei farmaci dietro i cortei per l’aborto libero’ (29 settembre 2017).
 
Finora, “la comunità scientifica ha confermato la morte di 29 donne a seguito di aborto con pillola Ru486” alle quali andrebbero aggiunte “altre 12 persone decedute a seguito dell’uso del farmaco per fini diversi”.
 
Secondo l'autorevole New England journal of medicine la mortalità in seguito ad aborto chimico è 10 volte superiore a quella chirurgica.
 
Persino una biologa di fama internazionale come la Dott.ssa Renate Klein, femminista e laica, “sostiene da anni che chi a cuore la salute delle donne non può appoggiare in buona fede l’aborto chimico”.
 
Insomma, un brutto affare per la salute di milioni di persone che ha però un suo retroscena legato agli elevati introiti che le industrie farmaceutiche ne ricaverebbero una volta autorizzato l’uso della Ru486 in ambulatorio. 
 
Ogni singola pillola abortiva costa infatti, al Servizio sanitario nazionale, 850 euro, dovendo importarla dalla Francia dove viene prodotta dalla Exelgyn di Clermont Montferrand che la commercializza in 30 paesi.
 
Nel caso specifico, il quotidiano La Verità ha evidenziato come uno tra i maggiori sponsor della Fiapac, l’associazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione, sia proprio la Exelgyn
 
E “della Fiapac è vicepresidente la Dott.ssa Mirella Parachini, ginecologa del San Filippo Neri di Roma che risulta tra i fondatori dell’associazione Luca Coscioni” che proprio il 28 settembre scorso ha promosso una “petizione per rendere più semplice e «democratico» l’accesso alla Ru486”.
 
In sé, “nulla di illecito, significa però esiste una corrispondenza tra i vari attori di questa campagna”. 
 
Insomma, a parte possibili guadagni stratosferici delle multinazionali farmaceutiche, di “sicuro”, in questa ‘Giornata Mondiale per l’aborto’ appena celebrata, non c’è nulla. 
 
 
Soprattutto vorremmo consigliare loro di smetterla di chiamare il concepito un grumo di cellule. Egli è uno di noi e come tale va rispettato e tutelato.

 
di Samuele Maniscalco
 
Stelio Fergola, nato a Napoli nel 1981, è un giovane giornalista professionista e si occupa di Storia moderna e contemporanea, con particolare interesse per le vicende del socialismo reale. Laureatosi in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali con una tesi dal titolo Dall’illusione del benessere alla stagnazione: l’URSS negli anni di Breznev, è attualmente direttore responsabile del giornale storico, politico e culturale Oltre la Linea, online dal gennaio 2017.
 
Di recente ha pubblicato il libro “La cultura della morte. Aborto, eutanasia e nuovo vangelo progressista” (La Vela Edizioni, 2017) con l’intento dichiarato di voler “dare voce a quel grumo di cellule che è uno di noi” (pag. 9).
 
Il libro affronta da un punto di vista laico temi etici di drammatica attualità che tutti noi conosciamo: eutanasia e aborto, venduti come panacea “per prevenire i massacri dei feti o per “garantire” la libertà dalle sofferenze indicibili dei malati terminali” (retro di copertina).
 
Fenomeni diversi eppure accomunati da non poche analogie. Su tutte, il concetto di “emergenza” utilizzato in modo sfacciato e propagandistico per convincere l’opinione pubblica italiana della necessità di legalizzarli insieme al divorzio, alla fecondazione artificiale e alle unioni dello stesso sesso.
 
Fergola si sofferma con meticolosità giornalistica  sulla manipolazione mediatica scatenatasi attorno al caso ormai tristemente famoso di Dj Fabo, suicidatosi – o ucciso, quanto meno istigato, dipende da come si leggano i fatti – presso una clinica svizzera all’inizio di questo 2017. Giustamente l’autore commenta la vicenda come l’ultimo atto di un processo alla vita durato cinquant’anni. 
 
Perché di questo si tratta, di un processo senza appello a ogni fase dell’esistenza umana iniziato decenni orsono: dal come e da chi può nascere fino ad arrivare al come e a chi deve morire, anziano o giovane che sia. Ormai, in alcuni Stati cosidetti “avanzati”, si può accedere all’eutanasia per il semplice fatto di essere depressi!
 
In questa rincorsa alla selezione della specie non esiste alcun limite. Una volta intrapresa questa strada non può che esistere un’unica destinazione: l’annichilimento totale dell’uomo, degno di vivere soltanto se produttivo e autosufficiente e non sic et simpliciter in quanto essere umano. 
 
Come è stato possibile però arrivare a tali aberrazioni nell’Occidente cristiano che più di ogni altra Civiltà ha concretizzato il concetto di  carità nell’ideazione e nella costruzione degli Ospedali, tanto per citare un esempio concreto? Fergola ci dice che tutto inizia con il Sessantotto e certamente questo “momento de-ideologizzante per antonomasia” (pag. 43) ha rappresentato uno spartiacque per la nostra società. Ma come si è arrivati al fatidico ’68? 
 
Nemo summo fit repenter, sentenzia un detto latino, ovvero Niente di molto grande si fa repentinamente. Scriverne adesso sarebbe troppo lungo ma io ritengo che il disfacimento della Civiltà Cristiana sia iniziato spiritualmente con il protestantesimo e ancora prima con il Rinascimento che in maniera molto più efficace, perché più subdola, re-introdusse nell’Europa medioevale un concetto pagano di uomo. Dio venne pian piano estromesso dal panorama privato e sociale – ovviamente non subito ma lungo un arco temporale che durò secoli - per far posto all’uomo-dio, essere perfetto e privo di difetti. 
 
Non è forse questa concezione così egocentrica che oggi porta taluni scienziati a sentirsi i veri ‘creatori’ e padroni della vita?
 
Nell’analizzare tale processo, che non si è mai fermato e continua ancora oggi, mi è parso di estrema importanza il capitolo “La nuova religione dei teen drama e dei nuovi media” in cui si affronta il tema non nuovo ma certamente fondamentale del “lavaggio di cervello” che i nostri ragazzi e anche noi nella nostra adolescenza – non nascondiamocelo – abbiamo subito dalle serie televisive e dai prodotti audiovisivi in generale. In modo particolare i teen dram “che hanno come protagonisti proprio i giovani, quasi sempre di scuola superiore o al massimo universitari. Queste serie riprendono il tema centrale della libertà del ragazzo fino a esasperarlo in un dialogo non più conflittuale ma sottomesso dei genitori, dipinti spesso come giusti e puri solo se in grado di “ascoltare” e quasi mai di imporre una linea educativa” (pag. 91).
 
In questa battaglia culturale un ruolo importante ha avuto e continua ad avere certamente Hollywood, come sottolinea lo stesso autore, ma non possiamo dimenticare la propaganda dei totalitarismi del secolo scorso che in ciò non furono da meno. Era il 1941 quando a Berlino, in pieno regime nazionalsocialista, si proiettava nei cinema della capitale il film Ich klage an (Io accuso), il quale non era altro che una spudorata esaltazione dell'eutanasia.
 
Dinanzi a una tale devastazione delle anime, ci si domanda amaramente e a ragione, il perché dell’attuale impotenza della Chiesa cattolica dinanzi a questi processi che da un po’ di tempo a questa parte riesce solo a ritardare ma non a fermare. È infatti innegabile che gli ultimi decenni abbiano registrato questa tendenza, pensare però che la soluzione alternativa possa essere rappresentata, come fa Fergola, da uno Stato ‘forte’ ci sembra inverosimile. Se infatti la guida spirituale per eccellenza dell’Occidente sta attraversando un periodo di crisi – non lo diciamo noi ma papa Paolo VI allorquando nell’ormai lontano 1972 disse “Attraverso qualche fessura il fumo di Satana è entrato nella Chiesa” – come potrà mai una realtà umana, qual è lo Stato, risollevare da sola le sorti di questo mondo decadente? 
 
Beninteso, che ci voglia uno Stato più attento ai valori autenticamente cristiani è indubbio e doveroso. Ma come credenti dobbiamo innanzitutto adoperarci per una rigenerazione della Chiesa cattolica a tutti i livelli: rigenerazione che non significa innovazione ma un ritorno alle radici, senza fermarsi a un mero livello materiale e operativo. 
 
Questa rigenerazione sarà infatti tanto più efficace quanto più spirituale e attingerà la sua meta se ognuno di noi saprà accogliere quell’invito alla conversione e alla penitenza che cento anni orsono ci indirizzò la Madre di Dio a Fatima. 
 
Il libro apporta senza alcun dubbio il suo contributo al dibattito sulla sacralità della vita ed è per questo che ci auguriamo possa avere una larga distribuzione. Se vorrete conoscere l’autore potrete farlo alla presentazione del libro che si terrà a Roma questo venerdì 9 giugno alle ore 19:00 presso il Centro Aiuto alla Vita Tiburtino, in Largo San Giuseppe Artigiano 15.

 

di Samuele Maniscalco

Alla fine il piccolo Charlie Gard sarà ucciso da una sentenza di tribunale inappellabile. Siamo al capolinea di questa nostra Non-Civiltà, costruita sul nulla e destinata allo sfacelo…

Il piccolo era nato lo scorso 4 agosto ma dopo otto settimane aveva cominciato a perdere forze e peso. Portato in ospedale, gli era stata diagnosticata la sindrome di deperimento mitocondriale, che provoca il progressivo indebolimento dei muscoli.

Dopo averlo spostato in terapia intensiva e non essere riusciti a trovare un rimedio, da allora i medici hanno intavolato un braccio di ferro contro i genitori contrari alla decisione del Great Ormond Street Hospital and Children's Charity di sospendere le cure non ritenendo più degna la vita di Charlie.

Ieri sera l’epilogo doloroso con la sentenza definitiva della Corte dei diritti umani. ‘Il piccolo deve morire’, è stata questa – in sintesi – il verdetto maledetto giustificato dal fatto che il trattamento «continuerebbe a causare a Charlie un danno significativo».

Intanto oltre centomila persone hanno firmato una petizione per chiedere alla premier Theresa May di intervenire.

Temo però, che il progresso malato di questo nostro mondo che non concede spazio ai malati, non permetterà che Charlie diventi un simbolo di speranza. Il bambino deve morire perché tutti capiscano che solo lo Stato ha potere di vita e di morte sugli essere umani.

E non importa se i genitori di una creatura indifesa e innocente sono contrari a questa sentenza di morte o se hanno raccolto oltre un milione di sterline per portare loro figlio negli Stati Uniti dove c’è una cura sperimentale.

Il messaggio è chiaro, così come appare anche chiaro che se in Italia il senato approverà le DAT (il testamento biologico) avremo decine e decine di casi come quello di Charlie.

Vogliamo veramente fare questo a noi e ai nostri figli?

 di Generazione Voglio Vivere
 
Recentemente la fondatrice e Presidente dell’associazione Culture of Life Africa, Obianuju Ekeocha, ha reso noti attraverso Twitter alcuni antichi pamphlets della multinazionale abortista Planned Parenthood nei quali si dice chiaramente che l’aborto è a tutti gli effetti un omicidio.
 
In uno di questi pamphlets del 1952 intitolato “Pianifica i tuoi figli per la salute e la felicità”, Planned Parenthood afferma che l’aborto non è un contraccettivo: “Un aborto richiede un’operazione. Si uccide la vita di un bambino dopo che questa ha avuto già  inizio. È pericoloso sia per la tua vita che per la tua salute”.
 
Inoltre, viene spiegato che l'aborto "può causare infertilità. Poi, quando desideri un figlio non potrai averlo. Il controllo delle nascite semplicemente posticipa l'inizio della vita; l'aborto uccide la vita".
 
Rispondendo alla pubblicazione di questi pamphlets, la Presidente del National Right to Life, Carol Tobias, ha scritto su Twitter che Planned Parenthood sa perfettamente che “l’aborto mette fine alla vita di un essere umano innocente”.
 
Planned Parenthood ha iniziato la sua “attività” un secolo fa come clinica di controllo delle nascite a Brooklyn, sotto la supervisione di Margaret Sanger. Nel 1970, quattro anni dopo la morte della Sanger, l'organizzazione aveva già realizzato il suo primo aborto legale nella città di Syracuse, nello Stato di New York.
 
Nel 1976, a causa della sentenza Roe v. Wade (che legalizzò l’aborto in tutti gli Stati degli USA), l'organizzazione aveva effettuato già 70.000 aborti in un anno e attualmente supera i 300.000 (il 35% di tutti gli aborti degli Stati Uniti d’America).
 
Pochi anni fa la multinazionale dell’aborto è stata travolta dalle polemiche dopo essere stata accusata di traffico di organi e tessuti di bambini abortiti nelle loro cliniche. Fatti  comprovati da numerosi video girati sotto copertura.
 
Insomma, sin dall’inizio i paladini dell’aborto sapevano perfettamente che questa pratica uccideva una vita innocente eppure non si sono fatti scrupoli nel proseguire causando l’uccisione di milioni di bambini concepiti.
 
Si rimane senza parole dinnanzi a tanta crudeltà.
 
Adesso, però, possiamo dimostrare documenti alla mano che Planned Parenthood sapeva e zittire tutti i suoi complici, anche qui in Italia, sarà più facile.
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