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di Federico Catani

Truffe a danno dei contribuenti in nome del “diritto” all’aborto.

È quanto accade nei Paesi Bassi, dove recentemente alcune testate, come il Nederlands Dagblad e il De Volkskrant,hanno smascherato le frodi di cui si sarebbe macchiata CASA, organizzazione responsabile di circa la metà degli aborti olandesi. Le cliniche di questa associazione avrebbero rubato allo Stato circa 15milioni di euro negli ultimi dieci anni.

In pratica, secondo i summenzionati giornali, CASA avrebbe dichiarato, tra l’altro, spese per clienti non esistenti e per servizi che non fornisce in modo da ottenere lauti rimborsi dall’erario statale. In ultima istanza, soldi sottratti ai cittadini con le tasse.

L’ex direttore di CASA, Bert van Herk, sembrerebbe uno dei massimi responsabili della truffa. Nonostante ciò, quando lasciò l’incarico, ottenne una lauta buonuscita di 500mila euro. Da notare, peraltro, che van Herk è membro del consiglio direttivo della International Planned Parenthood Federation, la più grande organizzazione abortista del mondo, che specialmente negli ultimi anni è salita agli onori della cronaca per il turpe mercimonio di organi e parti del corpo dei bambini uccisi con l’aborto.

Ma in Olanda non sono solo le cliniche CASA ad aver commesso frodi fiscali negli ultimi anni. Secondo Nederlands Dagblad, anche la clinica abortista Bloemenhovekliniek, nella città di Heemstede, avrebbe truffato lo Stato (e dunque tutti i contribuenti) per una cifra di circa 800mila euro. Ed è assai sorprendente sapere che l’attuale direttrice, Thea Schippers, nel 2016 è stata premiata dal Ministero della Sanità per l’aiuto che presta alle donne in difficoltà. Detto in altri termini, ha ricevuto questo riconoscimento statale per uccidere bambini innocenti prima della nascita.

Come ha dichiarato Kees van Helden, responsabile dell'organizzazione pro-life olandese Schreeuw om Leven, «le donne che affrontano una gravidanza indesiderata spesso sono davvero in difficoltà. Il motivo più frequente per abortire nei Paesi Bassi è la precarietà finanziaria. Ma se lo Stato non offre un’alternativa all’uccisione dei bambini non ancora nati, allora siamo tutti moralmente falliti».

Ed è vero. Un Paese che uccide i suoi figli è un Pese fallito, destinato a scomparire e ad essere invaso da chi invece i figli li fa e li usa magari come mezzo di conquista. L’islamizzazione dell’Olanda, sempre più massiccia, è un chiaro segnale di questo processo.

Nei Paesi Bassi si effettuano 31mila aborti all’anno. 31mila vite innocenti spezzate in quello che dovrebbe essere il luogo più sicuro, il grembo della mamma. 31mila bambini che ogni anno vengono letteralmente fatti a pezzi ed aspirati perché indesiderati. Bambini che, come ricorda il pro-life van Helden, sono uccisi alla 19ª o 20ª settimana di gravidanza, quando «già misurano 22 centimetri di altezza e pesano circa 250 grammi e possono sentire, calciare, succhiare il pollice». Eppure per gli abortisti sono equiparabili a tumori indesiderati e da rimuovere.

Se a tutto questo orrore aggiungiamo le truffe da parte delle cliniche responsabili di tali omicidi, allora davvero sorge una domanda, valida anche per noi italiani: perché l’aborto deve essere finanziato dallo Stato? Perché le tasse dei cittadini debbono finire nelle tasche di questi centri che somministrano la morte? Perché il denaro dei contribuenti non viene usato per sostenere le famiglie e la natalità? Pagare chi uccide i bambini e fa credere alle donne che è un loro sacrosanto diritto disfarsi di una vita umana, non solo è criminale, ma suicida. A maggior ragione se, come nei Paesi Bassi, addirittura gli abortisti truccano i conti e frodano la collettività. 

FONTEhttps://www.ftm.nl/artikelen/abortuszorg-in-gevaar-door-malaise-bij-casa-klinieken?share=1

a cura di Federico Catani

 

 

Nel mese di settembre il Senato ha iniziato ad esaminare il disegno di legge sulle DAT (Disposizioni Anticipate di Trattamento), ovvero sul testamento biologico già approvato dalla Camera lo scorso aprile. In pratica si tratta della legalizzazione dell’eutanasia in Italia. E poiché la propaganda della “cultura della morte” usa casi estremi di sofferenza per promuovere la soppressione dei malati - spacciandola oltretutto per libertà di scelta – è il caso di ascoltare la testimonianza di Sara Virgilio, che all’età di 20 anni è andata in coma a seguito di un incidente e poi si è risvegliata.

Sara, puoi raccontare brevemente la tua esperienza di coma?

Per quanto mi riguarda ho soltanto alcuni frammenti di ricordo. Chiaramente durante il coma non si ha sempre la percezione di ciò che avviene, però ricordo bene mia mamma che parlava e il fatto di non sentire alcun dolore. Posso però dire che chi vive tale condizione, negli sprazzi di lucidità, vuole essere considerato persona: volevo uscire da quello stato e far capire agli altri che c’ero. Io mi sentivo viva. 

E ad un certo punto ti sei svegliata. I medici lo avevano previsto?

Assolutamente no. Non solo ero in coma, ma avevo, tra le altre cose, un’emorragia polmonare, una cerebrale e tutte le costole rotte. I medici non avevano dato quasi nessuna speranza ai miei. Ma io mi sono trovata ad avere una forza che forse non avrei immaginato, una straordinaria voglia di vivere. E dopo il risveglio, il percorso di riabilitazione è stato lungo e tribolato.

Quello è stato il momento in cui ho iniziato ad avvertire il dolore. Inizialmente non mi alzavo dal letto e potevo muovere solo la testa, poi sono stata sulla sedia a rotelle e ho recuperato lentamente l’uso della parola. Ovviamente i dolori che sentivo in tutte le parti lese erano spesso lancinanti, insopportabili, e i momenti di sconforto non son mancati. Eppure non ho mai chiesto di morire. 

È per la tua esperienza quindi che ti opponi alle DAT?

Certo, perché se prima dell’incidente avessi sottoscritto un testamento biologico, a quest’ora sarei già morta e non potrei raccontare la mia storia. Da sani è normale pensare che non si potrebbe resistere ad una situazione di coma o infermità. Ma trovarcisi, sebbene sia un’esperienza percepita in maniera diversa da persona a persona, è un’altra cosa. Com’è possibile prevedere il modo in cui si reagirà in determinate situazioni mentre si è in piena salute? Il testamento biologico non lascerebbe spazio al ripensamento. 

E cosa risponderesti a chi ti dicesse che oggi parli così solo perché sei guarita?

Prima di tutto va detto che il malato si deprime e chiede di morire quando è lasciato solo. Se invece sente la vicinanza e le cure degli altri, ha la forza di non mollare. Poi voglio sottolineare che quando sono uscita dalla condizione di coma non sapevo affatto se sarei mai tornata a camminare, a parlare e comunque a condurre la mia vita di prima. Inoltre io non sono guarita. Certo, cammino, parlo, ma nel tempo ho avuto altre patologie importanti, senza alcun legame con l’incidente avuto, che mi hanno messo e tuttora mi stanno mettendo a dura prova. Alcuni mi chiedono se ho mai pensato, visto tutto quanto mi è capitato, che fosse stato meglio non nascere.

Io rispondo sempre che se non fossi nata, sarei stata il nulla. E invece sono in un progetto. Quindi oggi, nonostante non stia bene, continuo ad essere convintamente contraria all’eutanasia. E questo anche perché sono profondamente credente. Io so che la vita è un dono che mi è stato dato e né io né i medici ne siamo i padroni. Con questa consapevolezza, nonostante tutti i miei difetti e limiti, nei momenti più difficili ho offerto il mio dolore e tutte le mie sofferenze a Dio, affinché se ne servisse in base ai suoi disegni. Accettare la croce non allevia il dolore, ma aiuta a sopportarlo. Se alla sofferenza si dà un significato, è possibile resistere. 

 

FONTE: Rivista Voglio Vivere, N°50, Ottobre 2017

 
 
Samuele Maniscalco
 
Lo scorso 28 settembre, ‘Giornata Mondiale per l’accesso all’aborto sicuro e legale’,  le femministe sono scese in piazza un po’ in tutta la penisola per attaccare l’obiezione di coscienza dei medici italiani, che impedirebbe la corretta attuazione della Legge 194 sull’aborto, e per chiedere che la pillola abortiva Ru486 venga distribuita anche nei consultori familiari in regime ambulatoriale, dunque al di fuori degli ospedali.
 
Le manifestazioni, a dire il vero, non hanno visto una partecipazione massiccia del popolo italiano ma sono state mediaticamente rilanciate dai grandi giornali che, su questi tempi politicamente corretti, non perdono mai l’occasione di schierarsi dalla parte dei più forti.
 
Le richieste delle manifestanti si scontrano però contro i dati allarmanti relativi all’utilizzo della pillola abortiva così come ricordato dal quotidiano La Verità nel pezzo ‘La lobby delle industrie dei farmaci dietro i cortei per l’aborto libero’ (29 settembre 2017).
 
Finora, “la comunità scientifica ha confermato la morte di 29 donne a seguito di aborto con pillola Ru486” alle quali andrebbero aggiunte “altre 12 persone decedute a seguito dell’uso del farmaco per fini diversi”.
 
Secondo l'autorevole New England journal of medicine la mortalità in seguito ad aborto chimico è 10 volte superiore a quella chirurgica.
 
Persino una biologa di fama internazionale come la Dott.ssa Renate Klein, femminista e laica, “sostiene da anni che chi a cuore la salute delle donne non può appoggiare in buona fede l’aborto chimico”.
 
Insomma, un brutto affare per la salute di milioni di persone che ha però un suo retroscena legato agli elevati introiti che le industrie farmaceutiche ne ricaverebbero una volta autorizzato l’uso della Ru486 in ambulatorio. 
 
Ogni singola pillola abortiva costa infatti, al Servizio sanitario nazionale, 850 euro, dovendo importarla dalla Francia dove viene prodotta dalla Exelgyn di Clermont Montferrand che la commercializza in 30 paesi.
 
Nel caso specifico, il quotidiano La Verità ha evidenziato come uno tra i maggiori sponsor della Fiapac, l’associazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione, sia proprio la Exelgyn
 
E “della Fiapac è vicepresidente la Dott.ssa Mirella Parachini, ginecologa del San Filippo Neri di Roma che risulta tra i fondatori dell’associazione Luca Coscioni” che proprio il 28 settembre scorso ha promosso una “petizione per rendere più semplice e «democratico» l’accesso alla Ru486”.
 
In sé, “nulla di illecito, significa però esiste una corrispondenza tra i vari attori di questa campagna”. 
 
Insomma, a parte possibili guadagni stratosferici delle multinazionali farmaceutiche, di “sicuro”, in questa ‘Giornata Mondiale per l’aborto’ appena celebrata, non c’è nulla. 
 
 
Soprattutto vorremmo consigliare loro di smetterla di chiamare il concepito un grumo di cellule. Egli è uno di noi e come tale va rispettato e tutelato.

 
di Samuele Maniscalco
 
Stelio Fergola, nato a Napoli nel 1981, è un giovane giornalista professionista e si occupa di Storia moderna e contemporanea, con particolare interesse per le vicende del socialismo reale. Laureatosi in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali con una tesi dal titolo Dall’illusione del benessere alla stagnazione: l’URSS negli anni di Breznev, è attualmente direttore responsabile del giornale storico, politico e culturale Oltre la Linea, online dal gennaio 2017.
 
Di recente ha pubblicato il libro “La cultura della morte. Aborto, eutanasia e nuovo vangelo progressista” (La Vela Edizioni, 2017) con l’intento dichiarato di voler “dare voce a quel grumo di cellule che è uno di noi” (pag. 9).
 
Il libro affronta da un punto di vista laico temi etici di drammatica attualità che tutti noi conosciamo: eutanasia e aborto, venduti come panacea “per prevenire i massacri dei feti o per “garantire” la libertà dalle sofferenze indicibili dei malati terminali” (retro di copertina).
 
Fenomeni diversi eppure accomunati da non poche analogie. Su tutte, il concetto di “emergenza” utilizzato in modo sfacciato e propagandistico per convincere l’opinione pubblica italiana della necessità di legalizzarli insieme al divorzio, alla fecondazione artificiale e alle unioni dello stesso sesso.
 
Fergola si sofferma con meticolosità giornalistica  sulla manipolazione mediatica scatenatasi attorno al caso ormai tristemente famoso di Dj Fabo, suicidatosi – o ucciso, quanto meno istigato, dipende da come si leggano i fatti – presso una clinica svizzera all’inizio di questo 2017. Giustamente l’autore commenta la vicenda come l’ultimo atto di un processo alla vita durato cinquant’anni. 
 
Perché di questo si tratta, di un processo senza appello a ogni fase dell’esistenza umana iniziato decenni orsono: dal come e da chi può nascere fino ad arrivare al come e a chi deve morire, anziano o giovane che sia. Ormai, in alcuni Stati cosidetti “avanzati”, si può accedere all’eutanasia per il semplice fatto di essere depressi!
 
In questa rincorsa alla selezione della specie non esiste alcun limite. Una volta intrapresa questa strada non può che esistere un’unica destinazione: l’annichilimento totale dell’uomo, degno di vivere soltanto se produttivo e autosufficiente e non sic et simpliciter in quanto essere umano. 
 
Come è stato possibile però arrivare a tali aberrazioni nell’Occidente cristiano che più di ogni altra Civiltà ha concretizzato il concetto di  carità nell’ideazione e nella costruzione degli Ospedali, tanto per citare un esempio concreto? Fergola ci dice che tutto inizia con il Sessantotto e certamente questo “momento de-ideologizzante per antonomasia” (pag. 43) ha rappresentato uno spartiacque per la nostra società. Ma come si è arrivati al fatidico ’68? 
 
Nemo summo fit repenter, sentenzia un detto latino, ovvero Niente di molto grande si fa repentinamente. Scriverne adesso sarebbe troppo lungo ma io ritengo che il disfacimento della Civiltà Cristiana sia iniziato spiritualmente con il protestantesimo e ancora prima con il Rinascimento che in maniera molto più efficace, perché più subdola, re-introdusse nell’Europa medioevale un concetto pagano di uomo. Dio venne pian piano estromesso dal panorama privato e sociale – ovviamente non subito ma lungo un arco temporale che durò secoli - per far posto all’uomo-dio, essere perfetto e privo di difetti. 
 
Non è forse questa concezione così egocentrica che oggi porta taluni scienziati a sentirsi i veri ‘creatori’ e padroni della vita?
 
Nell’analizzare tale processo, che non si è mai fermato e continua ancora oggi, mi è parso di estrema importanza il capitolo “La nuova religione dei teen drama e dei nuovi media” in cui si affronta il tema non nuovo ma certamente fondamentale del “lavaggio di cervello” che i nostri ragazzi e anche noi nella nostra adolescenza – non nascondiamocelo – abbiamo subito dalle serie televisive e dai prodotti audiovisivi in generale. In modo particolare i teen dram “che hanno come protagonisti proprio i giovani, quasi sempre di scuola superiore o al massimo universitari. Queste serie riprendono il tema centrale della libertà del ragazzo fino a esasperarlo in un dialogo non più conflittuale ma sottomesso dei genitori, dipinti spesso come giusti e puri solo se in grado di “ascoltare” e quasi mai di imporre una linea educativa” (pag. 91).
 
In questa battaglia culturale un ruolo importante ha avuto e continua ad avere certamente Hollywood, come sottolinea lo stesso autore, ma non possiamo dimenticare la propaganda dei totalitarismi del secolo scorso che in ciò non furono da meno. Era il 1941 quando a Berlino, in pieno regime nazionalsocialista, si proiettava nei cinema della capitale il film Ich klage an (Io accuso), il quale non era altro che una spudorata esaltazione dell'eutanasia.
 
Dinanzi a una tale devastazione delle anime, ci si domanda amaramente e a ragione, il perché dell’attuale impotenza della Chiesa cattolica dinanzi a questi processi che da un po’ di tempo a questa parte riesce solo a ritardare ma non a fermare. È infatti innegabile che gli ultimi decenni abbiano registrato questa tendenza, pensare però che la soluzione alternativa possa essere rappresentata, come fa Fergola, da uno Stato ‘forte’ ci sembra inverosimile. Se infatti la guida spirituale per eccellenza dell’Occidente sta attraversando un periodo di crisi – non lo diciamo noi ma papa Paolo VI allorquando nell’ormai lontano 1972 disse “Attraverso qualche fessura il fumo di Satana è entrato nella Chiesa” – come potrà mai una realtà umana, qual è lo Stato, risollevare da sola le sorti di questo mondo decadente? 
 
Beninteso, che ci voglia uno Stato più attento ai valori autenticamente cristiani è indubbio e doveroso. Ma come credenti dobbiamo innanzitutto adoperarci per una rigenerazione della Chiesa cattolica a tutti i livelli: rigenerazione che non significa innovazione ma un ritorno alle radici, senza fermarsi a un mero livello materiale e operativo. 
 
Questa rigenerazione sarà infatti tanto più efficace quanto più spirituale e attingerà la sua meta se ognuno di noi saprà accogliere quell’invito alla conversione e alla penitenza che cento anni orsono ci indirizzò la Madre di Dio a Fatima. 
 
Il libro apporta senza alcun dubbio il suo contributo al dibattito sulla sacralità della vita ed è per questo che ci auguriamo possa avere una larga distribuzione. Se vorrete conoscere l’autore potrete farlo alla presentazione del libro che si terrà a Roma questo venerdì 9 giugno alle ore 19:00 presso il Centro Aiuto alla Vita Tiburtino, in Largo San Giuseppe Artigiano 15.

 

di Samuele Maniscalco

Alla fine il piccolo Charlie Gard sarà ucciso da una sentenza di tribunale inappellabile. Siamo al capolinea di questa nostra Non-Civiltà, costruita sul nulla e destinata allo sfacelo…

Il piccolo era nato lo scorso 4 agosto ma dopo otto settimane aveva cominciato a perdere forze e peso. Portato in ospedale, gli era stata diagnosticata la sindrome di deperimento mitocondriale, che provoca il progressivo indebolimento dei muscoli.

Dopo averlo spostato in terapia intensiva e non essere riusciti a trovare un rimedio, da allora i medici hanno intavolato un braccio di ferro contro i genitori contrari alla decisione del Great Ormond Street Hospital and Children's Charity di sospendere le cure non ritenendo più degna la vita di Charlie.

Ieri sera l’epilogo doloroso con la sentenza definitiva della Corte dei diritti umani. ‘Il piccolo deve morire’, è stata questa – in sintesi – il verdetto maledetto giustificato dal fatto che il trattamento «continuerebbe a causare a Charlie un danno significativo».

Intanto oltre centomila persone hanno firmato una petizione per chiedere alla premier Theresa May di intervenire.

Temo però, che il progresso malato di questo nostro mondo che non concede spazio ai malati, non permetterà che Charlie diventi un simbolo di speranza. Il bambino deve morire perché tutti capiscano che solo lo Stato ha potere di vita e di morte sugli essere umani.

E non importa se i genitori di una creatura indifesa e innocente sono contrari a questa sentenza di morte o se hanno raccolto oltre un milione di sterline per portare loro figlio negli Stati Uniti dove c’è una cura sperimentale.

Il messaggio è chiaro, così come appare anche chiaro che se in Italia il senato approverà le DAT (il testamento biologico) avremo decine e decine di casi come quello di Charlie.

Vogliamo veramente fare questo a noi e ai nostri figli?

 di Generazione Voglio Vivere
 
Recentemente la fondatrice e Presidente dell’associazione Culture of Life Africa, Obianuju Ekeocha, ha reso noti attraverso Twitter alcuni antichi pamphlets della multinazionale abortista Planned Parenthood nei quali si dice chiaramente che l’aborto è a tutti gli effetti un omicidio.
 
In uno di questi pamphlets del 1952 intitolato “Pianifica i tuoi figli per la salute e la felicità”, Planned Parenthood afferma che l’aborto non è un contraccettivo: “Un aborto richiede un’operazione. Si uccide la vita di un bambino dopo che questa ha avuto già  inizio. È pericoloso sia per la tua vita che per la tua salute”.
 
Inoltre, viene spiegato che l'aborto "può causare infertilità. Poi, quando desideri un figlio non potrai averlo. Il controllo delle nascite semplicemente posticipa l'inizio della vita; l'aborto uccide la vita".
 
Rispondendo alla pubblicazione di questi pamphlets, la Presidente del National Right to Life, Carol Tobias, ha scritto su Twitter che Planned Parenthood sa perfettamente che “l’aborto mette fine alla vita di un essere umano innocente”.
 
Planned Parenthood ha iniziato la sua “attività” un secolo fa come clinica di controllo delle nascite a Brooklyn, sotto la supervisione di Margaret Sanger. Nel 1970, quattro anni dopo la morte della Sanger, l'organizzazione aveva già realizzato il suo primo aborto legale nella città di Syracuse, nello Stato di New York.
 
Nel 1976, a causa della sentenza Roe v. Wade (che legalizzò l’aborto in tutti gli Stati degli USA), l'organizzazione aveva effettuato già 70.000 aborti in un anno e attualmente supera i 300.000 (il 35% di tutti gli aborti degli Stati Uniti d’America).
 
Pochi anni fa la multinazionale dell’aborto è stata travolta dalle polemiche dopo essere stata accusata di traffico di organi e tessuti di bambini abortiti nelle loro cliniche. Fatti  comprovati da numerosi video girati sotto copertura.
 
Insomma, sin dall’inizio i paladini dell’aborto sapevano perfettamente che questa pratica uccideva una vita innocente eppure non si sono fatti scrupoli nel proseguire causando l’uccisione di milioni di bambini concepiti.
 
Si rimane senza parole dinnanzi a tanta crudeltà.
 
Adesso, però, possiamo dimostrare documenti alla mano che Planned Parenthood sapeva e zittire tutti i suoi complici, anche qui in Italia, sarà più facile.

di Samuele Maniscalco

L'orrenda pratica dell’aborto è stata legalizzata anche in Cile: l’ha sancito una nuova legge pubblicata il 28 agosto e voluta fortemente dalla presidente socialista Michelle Bachelet.

Tutto ciò però non sarebbe stato possibile senza la complicità criminale della Democrazia Cristiana cilena che non ha fatto mancare i suoi voti a sostegno di questa  norma omicida. 
 
Così accadde anche con la DC italiana che si rivelò fondamentale per far passare leggi incivili quali furono quelle dell’aborto e del divorzio. Del resto, i suoi eredi hanno dato il via libera al “matrimonio” omosessuale: sarà lo stesso anche per il testamento biologico? 
 
In Cile non sono mancati presuli coraggiosi che hanno alzato forte la loro voce contro questo attacco frontale alla vita nascente. Uno di essi è stato certamente Mons. Stegmeier, Vescovo di Villarrica, che sul sito della sua diocesi ha pubblicato un articolo di condanna senza mezzi termini:
 
È stata approvata la legge sull’aborto con il voto maggioritario dei partiti di sinistra, inclusi quelli della democrazia cristiana. Su di loro cadrà il sangue dei bambini assassinati nel ventre materno e dovranno risponderne davanti a Dio. Che cosa accadrà adesso? Non c’è bisogno d’essere profeta per dire che verranno cose peggiori. (…) La legge sull’aborto è un inganno del demonio, “omicida fin da principio e padre della menzogna” (Gv 8,44) e di quelli che lo hanno come padre. È una menzogna che l’aborto sarà soltanto per casi molto specifici, perché in verità quello che si vuole è l’aborto libero”.
 
A rincarare la dose ci ha pensato il Cardinale Medina che dalle pagine del quotidiano El Mercurio – il più importante giornale del paese – ha ricordato verità oggi fin troppo taciute anche dai pulpiti: 
 
Queste persone, che si dicono cattoliche, dal momento che hanno commesso pubblicamente un peccato grave, non sono nelle condizioni di poter ricevere i sacramenti, a meno che non si siano pentite e abbiano manifestato anche pubblicamente il loro pentimento come risulta dal Canone 915 del Codice di Diritto Canonico. E se, dicendosi cristiane o cattoliche, muoiono senza prima aver dato chiari segni di pentimento, condizione necessaria e indispensabile per la salvezza eterna, non è coerente che richiedano per i propri resti mortali, né che venga loro concesso, un funerale pubblico secondo i riti liturgici della Chiesa Cattolica”.
 
Ci piacerebbe sentire voci di questo genere anche in Italia prima che l’eutanasia venga legalizzata nelle settimane a venire quando il Parlamento italiano riprenderà a discutere la legge sul testamento biologico.
 
Non sono forse i pastori a dover difendere il gregge dai lupi?

Il Center for Medical Progress ha pubblicato un nuovo reportage sullo scandalo che da quasi due anni vede coinvolto il colosso americano degli aborti, la Planned Parenthood, al centro di un disgusto commercio di organi di feti abortiti.

Nel nuovo video girato segretamente, diversi manager della Planned Parenthood scherzano su come fanno a pezzi i neonati e ammettono che la vendita di organi di feti abortiti è redditizia.

Proprio su questo immondo commercio Generazione Voglio Vivere aveva pubblicato nel 2015 un ampio Dossier sul numero di Ottobre della sua Rivista. Per caso questa notizia è apparsa sui più importanti quotidiani italiani o al telegiornale?

Ovviamente No!

Il video riporta gli interventi e le presentazioni fatte durante uno degli incontri annuali che organizza, in segreto, la Federazione Nazionale dell’Aborto degli Stati Uniti (NAF). Circa il 50% dei membri e dirigenti della NAF è anche membro di Planned Parenthood.

La Dottoressa Lisa Harris, Direttrice Medica di Planned Parenthood nel Michigan, è la prima ad apparire nel video e ad ammettere che «Le nostre storie in realtà non hanno molto a che fare con gran parte del discorso e della retorica pro-choice (pro-aborto), non è vero?».

La Dottoressa si riferisce a quello che accade nelle loro cliniche, veri e propri mattatoi dove i bambini vengono smembrati pezzo dopo pezzo…

«Le teste (dei feti) si bloccano e non riusciamo a farle uscire», racconta alla platea la Harris provocando una risata generale tra i partecipanti all’incontro. Storie del genere «fanno parte della nostra esperienza. Però non esiste un luogo adatto dove poterle condividere».

Si rimane inorriditi dinanzi all’insensibilità e alla freddezza di certi racconti. Come quello ad esempio della Dott.ssa Uta Landy, la quale ha fatto ridere il pubblico presente in sala per aver ricordato un episodio in cui "un occhio (del feto che stava smembrando, ndr) cadde sopra il mio grembo. Che schifo!".

Fare a pezzi un bambino…è questo il loro lavoro! È questa la realtà dell’aborto!

La Dott.ssa Susan Robinson, che effettua aborti presso la clinica della Planned Parenthood nel Mar Monte, in California, ci ha tenuto a precisare che «il feto è un piccolo oggetto robusto, e farlo a pezzi, voglio dire, farlo a pezzi il primo giorno è molto difficile».

Un verità talmente brutale che la stessa Dott.ssa Lisa Harris è costretta ad ammettere «che qui c’è violenza» e che il concepito «è una persona» che viene uccisa.

Nel video si vede anche la Dott.ssa Ann Schutt-Aine, Direttrice dei Servizi per l’Aborto della Planned Parenthood nella Costa del Golfo, la quale ha confidato che se durante un aborto chirurgico si accorge che sta per comparire l'ombelico del bambino «potrei chiedere una seconda serie di pinze per tenere il corpo dentro il collo dell’utero e staccare una gamba o due, affinché in questo modo non si tratti di un aborto a nascita parziale», proibito dalla legge degli Stati Uniti. 

Cos’altro aggiungere?!

A proposito della compravendita di organi di feti abortiti, Deb VanDerhey, Direttrice Nazionale del CAPS della Planned Parenthood Federation of America, ha affermato che alcune cliniche della sua organizzazione «potrebbe voler» vendere organi e tessuti di bambini abortiti «per aumentare il loro reddito. E non li possiamo fermare».

Un ammissione di colpa che fuga ogni dubbio a riguardo: queste persone vanno fermate e messe in galera.

 

Samuele Maniscalco

FONTE: infocatolica.com 

 

Lunedì, 22 Maggio 2017 08:08

La Vita non si tocca!

Pubblichiamo in anteprima un nostro articolo sulla Marcia per la Vita di Roma che comparirà nel prossimo numero della Rivista (Voglio Vivere N° 49 - Giugno 2017)
 
 
di Maria Virginia di Mauro
 
In occasione della marcia per la vita promossa nella città di Roma da codesto comitato, il Santo Padre Francesco è lieto di far pervenire ai partecipanti il suo saluto e auspica che l’evento possa favorire l’adesione ai valori della vita umana e l’accoglienza di tale incommensurabile dono divino in tutta la sua affascinante ricchezza, nell’assicurare un ricordo nella preghiera, sua Santità invia l’implorata benedizione apostolica”. (Cardinale Pietro Parolin Segretario di Stato di Sua Santità)
 
Con queste parole Papa Francesco ha salutato e benedetto il Comitato Organizzatore della Marcia per la Vita e tutti i suoi partecipanti. La Marcia, che si è svolta sabato pomeriggio 20 maggio, è giunta ormai alla sua VII edizione, divenendo un appuntamento consolidato per la Città eterna.
 
SIAMO TANTISSIMI!
Il corteo, partito da piazza della Repubblica, si è concluso a piazza Madonna di Loreto. «La piazza è piena, siamo veramente tantissimi - afferma Virginia Coda Nunziante, presidente del comitato organizzatore -. Il popolo della vita vuole essere una presenza positiva che si fa carico di difendere non solo il valore della vita in quanto dono gratuito ed esclusivo di Dio, ma anche tutti coloro che, deboli o indifesi, non possono reagire e vengono scartati dalla nostra società edonista».
 
Come sempre, ad aprire la Marcia coppie giovani coi passeggini, bambini su un trenino gommato, ragazzi, universitari, suore, sacerdoti e associazioni provenienti da ogni parte d’Italia insieme a delegazioni straniere di diversi paesi del mondo. Migliaia di persone vi hanno preso parte e come ogni anno Generazione Voglio Vivere è stata presente con una sua delegazione.
 
"La Vita non si tocca". È questo Il messaggio partito da Roma e rivolto alle istituzioni. C’è anche un cartellone che si appella al Presidente Mattarella: «Fermi la legge sul biotestamento prima che diventi eutanasia legalizzata». Un cartello che ricorda il dramma di Eluana Englaro «vittima innocente». Tra i partecipanti anche il cardinale Raymond Leo Burke, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò e il vescovo Athanasius Schneider.
 
TESTIMONIANZE PER LA VITA
Dal palco si sono alternate diverse testimonianze per la vita. C’è Katia, della Comunità Giovanni XXIII, che racconta di sua mamma, all’epoca dodicenne, violentata dal compagno. Una mamma bambina che resiste ai brutali tentativi di aborto domestico.
 
Oggi Katia aiuta le ragazze immigrate ad abbandonare il marciapiede e a salvare i loro bambini. C’è Roberto, in coma dopo un incidente, dato per morto dai medici, oggi convinto militante antieutanasia. L’imprenditore Roberto Brazzale, vicentino, che premia con un bonus bebè ogni lavoratrice che aspetta un bambino. Il professor Stephane Mercier, dell’Università Cattolica di Lovanio in Belgio, licenziato per aver trattato in classe il tema dell’aborto definendolo “l’omicidio di una persona innocente. E un omicidio particolarmente abietto, perché  l’innocente è senza difese”. Applauditissima infine Gianna Jessen, nata a Los Angeles nel 1977 nonostante l’aborto salino al settimo mese che doveva eliminarla. «Alle femministe chiedo: se difendete i diritti delle donne, dove erano i miei diritti quella mattina?».
 
Insomma, un evento straordinario che ha voluto mandare un messaggio netto all’opinione pubblica alla quale si chiede di non dimenticare i 50milioni di aborti che ogni anno avvengono nel pianeta e di scendere in piazza per dire basta a questo massacro. Centomila invece gli aborti chirurgici che ogni anno vengono praticati in Italia. Un numero di per sé spaventoso al quale però va sommato quello di altre centinaia di migliaia di interruzioni di gravidanza praticate attraverso le diverse pillole abortive.
 
LA NOSTRA META
A concludere dal palco è stata Virginia Coda Nunziante, che ha indicato la meta finale di questa battaglia: l’abrogazione della legge 194 e la destinazione dei 250 milioni attualmente spesi per finanziare pubblicamente l’aborto, a sostegno della maternità. “Non ci può essere alcun compromesso con il male”, ha ribadito, “se la vita è un valore non negoziabile non possiamo negoziare sull’aborto”.
Mercoledì, 17 Maggio 2017 09:52

Dobbiamo essere coerenti!

Pubblichiamo una nostra traduzione dell'articolo "¡Seamos coherentes!" apparso sul sito cileno Acción Familia pochi giorni prima che il Senato cileno approvasse il 9 maggio i tre casi previsti dal disegno di legge che legittima il ricorso all’aborto ovvero nel caso in cui «l’embrione o il feto presenta un’alterazione strutturale congenita o genetica letale», se «la gravidanza è frutto di una violenza sessuale e il periodo di gestazione non è superiore alle 12 settimane» o «se la gravidanza costituisce un pericolo per la salute della donna».  

*** 

Migliaia di cileni sono uniti nella difesa degli indifesi, nella protezione dei bambini e del nascituro.Ci schieriamo dalla parte di coloro che sono vittime della tirannia abortista, del cinismo e dell'ipocrisia del medico statale.

Tuttavia, non dobbiamo ingannare noi stessi, i rischi sono troppo alti. Non riusciremo mai a vincere questa battaglia se non attacchiamo la cultura della morte alla radice.

Per essere veramente e coerentemente a favore della vita, non basta opporsi all'aborto. Dobbiamo anche combattere:

1) Il permissivismo morale

La fornicazione e l'adulterio rompono i legami sacri che legano la sessualità umana alla procreazione e alla famiglia. L'aborto è la garanzia ultima della libertà sessuale sterile e senza vita: il piacere carnale assoluto e inconsistente dell’ "amore libero", privo della responsabilità e dell’impegno del matrimonio. Come dichiarò Papa Pio XII, "Solo il matrimonio salvaguarda la dignità del marito e della moglie e il loro buono stato, ed è per sua natura l'unica garanzia del benessere dei bambini". Una volta che l'immoralità sessuale stacca l'atto coniugale dal suo scopo divinamente ordinato, quello cioè di difendere la santità della vita, dobbiamo difendere il sacro patto del matrimonio.

2) La contraccezione

La contraccezione facile porta logicamente all’ aborto su richiesta. Le coppie che fanno uso di contraccettivi sono molto più propense a ricorrere all'aborto in caso di una gravidanza non pianificata, come mezzo di controllo delle nascite dopo il concepimento. In effetti, la maggior parte dei contraccettivi moderni sono abortivi, ovvero abortano il feto.

Come proclamò Papa Paolo VI nella sua enciclica Humanae vitae contro l'aborto, "Ogni atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita". Dal momento che la mentalità contraccettiva alimenta l’aborto, per opporsi al massacro dell'aborto in modo efficace, dobbiamo opporci la mentalità pro-aborto della contraccezione.

3) L'eutanasia

Se l'uomo non difende ogni vita umana innocente come sacra e inviolabile, la vita di nessuno sarò al sicuro. Così come il bambino indifeso nel grembo di sua madre viene immolato all’auto-condiscendenza della nostra cultura della morte, la vita deteriorata o avanti negli anni dei nostri pazienti cadrà vittima degli stessi falsi dei. Come avvertì Papa Giovanni Paolo II, " Ulteriori ritardi e negligenze si potrebbero tradurre nella soppressione di un incalcolabile numero di vite umane, e in un ulteriore e grave degradarsi a livelli sempre più disumani di tutta la società ".(1)

Dal momento che l'olocausto dell'aborto porta inevitabilmente all’olocausto all'eutanasia, per difendere ogni vita umana innocente, dobbiamo opporci l'aborto, all'infanticidio e all'eutanasia, senza compromessi o eccezioni.

Conclusione

Per essere a favore della vita, dobbiamo combattere il permissivismo morale, la contraccezione, la pornografia e l'eutanasia con la stessa  coerenza e la stessa vigilanza costante con la quale ci opponiamo all'aborto.

Come ci ricorda Il Santo Padre, "La fedeltà è la coerenza. Vivere in accordo con quanto si crede. Ordinare la propria vita con l’oggetto della propria adesione. Accettare piuttosto incomprensioni e persecuzioni, ma non permettere mai dissociazioni tra ciò che si vive e ciò che si crede: questo è la coerenza”.(2)

Che Maria, nostra Madre, esempio vivo di fedeltà a Cristo, ci aiuti a essere testimoni coerenti con la legge di Dio in tutto ciò che facciamo.

 

1. Discorso di Giovanni Paolo II ai partecipanti al 54° Corso di aggiornamento Culturale organizzato dall'Università Cattolica del Sacro Cuore, 6 Settembre 1984.

2. Omelia di Giovanni Paolo II, Città del Messico, Cattedrale Metropolitana, 26 gennaio 1979.

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