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Lunedì, 28 Settembre 2015 00:00

Il miracolo del piccolo Jaxon

di Fabrizio Gentile

C’era chi lo avrebbe voluto morto. Anzi, nemmeno nato. Alcuni medici del Winnie Palmer Hospital, in Florida, avevano consigliato ai genitori di non far vedere la luce al piccolo Jaxon Emmett Buell: troppo gravi le sue malformazioni al cranio e al cervello. La sentenza era netta: quel bambino non sarebbe sopravvissuto. Suo papà e sua mamma, però, da sempre fermamente contrari all’aborto, non ne hanno voluto sapere di interrompere la gravidanza. Intendiamoci: i problemi ci sono, eccome. Jaxon è statisticamente uno su 4859 bambini che nascono negli Stati Uniti con la stessa condizione, e la maggior parte muoiono in utero o subito dopo la nascita. Lui però è stato più forte della genetica, e grazie al coraggio dei suoi genitori è nato e ha festeggiato il suo primo anno di vita. Uno schiaffo a chi crede che “meriti” di vivere solo chi è sano.

Tecnicamente, a Jaxon è stata diagnosticata una anencefalia, una malformazione congenita grave che si può riscontrare durante il primo mese di gravidanza, dove il nascituro appare privo totalmente o parzialmente della volta cranica e dell’encefalo. “Dopo la nostra seconda ecografia a 17 settimane, quando abbiamo scoperto che era un maschietto – ha raccontato papà Brandon – sapevamo che c’era qualcosa che non andava; l’ecografista ha guardato con insistenza la sua testa. Brittany ha ricevuto la chiamata dai medici il giorno dopo, le hanno detto che c’era un problema con i risultati della risonanza magnetica. Lei stava piangendo e mi ha spiegato”.
 
“Siamo andati a casa quella notte pensando al fatto che ci avevano consigliato di abortire, ma non avremmo mai potuto sapere come avrebbe potuto stare Jaxon, se fosse sopravvissuto – ha proseguito Brandon – Chi siamo noi per decidere? Ci hanno dato un bambino, ci viene data la possibilità e dobbiamo essere la sua voce. Abbiamo fatto tutto il possibile per dargli una possibilità di combattere e tutto quello che ha fatto da quando è nato è stato lottare fin da subito”.
 
“Ero devastata – ha raccontato invece Brittany, la mamma -. Era una sofferenza per il cuore, perché qualcosa che avevo sempre voluto in tutta la mia vita stava accadendo, ma poi mi è stato detto che c’era la possibilità che sarebbe potuto nascere morto. Ho dovuto farmi tanta forza. Non ho avuto la felicità che hanno le donne quando sono in gravidanza, ero molto preoccupata per mio figlio‘.
 
Ogni giorno potrebbe essere l’ultimo, ma proprio per questo i genitori stanno vivendo con il proprio bambino un’esperienza d’amore incredibilmente intensa. Qualsiasi sguardo, qualunque interazione assume una valenza tutta particolare, e Jaxon di sorrisi ne ha regalati già tanti. La sua storia ha commosso l’America, e sono in tanti a dare una mano a questa coppia speciale. Jaxon Strong – il soprannome che si è guadagnato sui social media – ha adesso oltre 100.000 persone che seguono la sua pagina su Facebook.
 
Anomalie gravi dei feti e rischi per la salute fisica e psicologica della donna sono spesso citati come ragioni valide per giustificare l’aborto di bambini la cui vita potrebbe non essere degna di essere vissuta e che certo sperimenteranno sofferenze insopportabili. Ma ogni vita ha qualcosa di meraviglioso e il rapporto speciale di questa incredibile famiglia è li a testimoniarlo. Jaxon morirà, certo, come ognuno di noi d’altronde. Ma la sua storia servirà a dare coraggio a chi deve affrontare decisioni difficili, e forse farà capire quanto sia meraviglioso poter guardare il proprio figlio, quale che sia la sua aspettativa di vita. Perché di vita si tratta, quella che i genitori hanno voluto consegnare al piccolo nascituro; l’aborto, al contrario, comunque la si pensi, è sempre sinonimo di morte.
 
FONTE: In Terris - 28/09/15
 
Il quotidiano La Stampa, in data 26/10/15, ha dato notizia della vittoria di Jimmy Morales come nuovo Presidente del Guatemala. Una notizia in sè poco interessante se non fosse per la storia personale e le idee dell'ex comico che come slogan della sua campagna elettorale ha utilizzato la frase  «Vi ho fatto ridere come comico, non vi farò piangere da presidente».
 
Nel ballottaggio ha battuto l’ex first lady Sandra Torres con oltre il 67% (1,4 milioni di voti di scarto). 
 
Ma chi è Jimmy Morale? Quarantaseienne, sposato, è padre di quattro figli. Attore comico, ha studiato economia e teologia, conseguendo nel frattempo un dottorato in sicurezza strategica. "Figlio di una venditrice ambulante, è il simbolo dell’uomo partito dal nulla. Ha guadagnato la ribalta con i ruoli comici interpretati in film e trasmissioni televisive". 
 
Conservatore, lontano dal panorama progressista, è un evangelista praticante: si è sempre detto contrario alle unioni omosessuali e all’aborto.
di Lucio di Marzo 

Che da Ben Carson non ci fosse da aspettarsi opinioni accomodanti oramai lo si era capito Il neurochirurgo in corsa per un posto da sfidante per i Repubblicani alle prossime elezioni si è già fatto notare nei mesi scorsi per dei punti di vista piuttosto decisi sull'islam (non vorrebbe un presidente musulmano) e sulla Shoa (che si sarebbe potuta evitare se gli ebrei fossero stati armati).

 
Con percentuali di tutto rispetto, che secondo un sondaggio pubblicato dal Washington Post lo pongono a una decina di punti dal capofila Donald Trump e ben piazzato rispetto agli altri "rossi" ancora in gara, Carson è tornato a fare capolino nei titoli della stampa americana per le sue dichiarazioni sull'aborto.
 
Secondo il candidato afroamericano le donne che decidono di interrompere una gravidanza vanno considerate come "i padroni degli schiavi". È in una intervista alla Nbc che spiega il suo punto di vista, sottolineando come "durante l'era dello schiavismo molti dei proprietari di schiavi pensavano di avere il diritto di fare quello che volevano con questi, che non avevano alcuna possibilità di scelta".
 
La posizione di Carson in merito è estrema. Vorrebbe l'abolizione della legislazione nata dopo la storica e contestata sentenza Roe contro Wade, con la quale la Corte suprema statunitense legalizzò l'aborto. E non è la prima volta che per sostenere una sua posizione tira in ballo la schiavitù. In passato aveva già detto che l'Obamacare, la riforma sanitaria approvata da questa amministrazione, è la cosa peggiore da quei tempi.
 
FONTE: Il Giornale, 26/10/15
 
Il medico francese Nicolas Bonnemaison è stato condannato in appello a due anni di carcere con la condizionale per uno dei casi a lui contestati. Soprannominato 'il dottor morte', è accusato di aver praticato l'eutanasia attiva avvelenando sette persone in fin di vita per abbreviare la loro agonia. Nel processo di primo grado era stato assolto.
 
Due anni di prigione con sospensione della pena. È la condanna comminata in Francia dalla corte d'appello di Maine-et-Loire all'ex medico Nicolas Bonnemaison, soprannominato 'dottor morte', che era sottoposto a giudizio per l'eutanasia di sette persone. Un'accusa da cui era stato, in prima istanza, assolto a Pau, nel 2014.
 
Bonnemaison è stato riconosciuto colpevole per aver deliberatamente ucciso una paziente, Françoise Iramuno, con l'aggravante di essere a conoscenza del suo stato di fragilità. Ma è stato assolto per gli altri sei pazienti. L'ex medico, riferiscono i media francesi, è rimasto impassibile all'annuncio del verdetto, inferiore rispetto ai cinque anni chiesti dall'accusa.
 
FONTE: Il Messagero, 24/10/15
di Francesca Maccioni 
 
 
Continua la serie di attacchi ai luoghi di culto cristiani da parte degli attivisti pro-aborto in Argentina. Lunedì sera è stato il turno della Cattedrale di Mar del Plata: una schiera di femministe mascherate, con parrucche e a seno nudo si è affollato fuori dalla chiesa urlando e cercando di entrare. Hanno però trovato un muro, e non solo di poliziotti: un gruppo di uomini, soprattutto ragazzi, posti in linea davanti all’ingresso, immobili e in preghiera.
 
Non è la prima volta che si conclude così l’annuale Marcia delle Donne, ma purtroppo il livello di violenza continua a peggiorare. Il video dell’accaduto, pubblicato da Life Site News , ritrae immagini surreali: donne mezze nude senza controllo che urlano in faccia a uomini immobili e impassibili, nonostante le bottiglie di vetro, la spazzatura e le feci che vengono lanciati loro addosso. Solo un ragazzo prova a reagire, ma viene subito bloccato dagli altri fedeli e dalle forze dell’ordine. Inizialmente anche i poliziotti non reagiscono; sono poi obbligati a farsi avanti nel momento in cui si accendono i primi fuochi e la zona viene pervasa dal fumo.
 
Il gruppo locale Argentinos Alerta, che ha collaborato all’organizzazione della veglia pacifica in vista dell’attacco, ha ringraziato in un comunicato la polizia per aver allontano le manifestanti e aver evitato che entrassero nella Cattedrale. È la prima volta che la polizia agisce concretamente contro queste aggressioni.
 
Ci sono stati momenti di forte preoccupazione e tensione all’esterno e all’interno della chiesa. “Quando sono arrivato, ho visto famiglie con bambini piccoli che piangevano e non potevano uscire. È stato terribile” ha affermato il capo della polizia Marcelo Di Pasqua in un’intervista ad una TV locale.
 
Come accade troppo spesso, molti media (tra cui anche il gruppo Catholics for a Free Choice) hanno riportato notizie distorte, soffermandosi sulla violenza della polizia nei confronti delle manifestanti, senza sottolineare ciò che è realmente accaduto fuori dalle mura della chiesa e cosa hanno dovuto sopportare i fedeli e i poliziotti.
 
Da questo triste e preoccupante evento si può trarre tuttavia un’immagine positiva: gli uomini in preghiera che non reagiscono alle provocazioni e alle percussioni. Ma la determinazione e la capacità di sopportazione dei fedeli non basta, servono misure concrete e immediate dall’alto per difendere a tutti gli effetti la libertà religiosa nel Paese.
 
FONTE: Matchman News, 19/10/15
di Mauro Faverzani
 
È passato circa un mese da quando il Partito Popolare spagnolo in Senato ha fatto passare una deludente mini-riforma della legge Aído sull’aborto: un’operazione dal sapore spiccatamente elettorale, per cercar di recuperare, senza riuscirvi, quel contatto con la gente perso, dopo aver tradito le promesse scritte nel programma prima delle urne.
 
All’epoca il leader Rajoy si impegnò a cancellare la normativa voluta dal suo predecessore Zapatero, che prevedeva un «diritto» all’aborto «su richiesta» sino alla quattordicesima settimana. Poi però non se ne fece niente, vinte le elezioni Rajoy ripose il progetto di legge pro-life nel cassetto, spingendo alle dimissioni il suo autore, l’allora ministro di Giustizia Alberto Ruiz Gallardón, sentitosi preso in giro. Questo tradimento della sua base elettorale, al premier, non fu mai perdonato.
 
Ora la mini-riforma non ha ancora neppure completato il proprio iter parlamentare, che già si profila un nuovo dietrofront: Rajoy, dalla sua poltrona strategica nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, si trova nell’imbarazzante situazione di dover fare il pro-life in casa propria ed, allo stesso tempo, di dover estendere ovunque nel mondo aborto ed anti-natalismo. Potrebbe opporsi, certo. Ma non lo farà. Ecco perché.
 
Lui, quel posto di membro non permanente per il biennio 2015-2016 se l’è conquistato sgomitando, un anno fa, per sedere a fianco di Angola, Malesia, Nuova Zelanda e Venezuela. A differenza di questi, però, non l’ha conquistato alla prima, bensì alla terza votazione, dopo un combattuto testa a testa con la Turchia di Erdogan. Ed, una volta spuntata la vittoria, non ha esitato a far conoscere la propria soddisfazione, definendo tale risultato il frutto della fiducia riposta dalla comunità internazionale nella Spagna. Fiducia, che ora, lui, non può o non vuole evidentemente tradire. Anzi, pare deciso a pagarne fino in fondo il prezzo.
 
Tant’è vero che Rajoy, oltre che primo ministro anche presidente del Partito Popolare iberico, ha annunciato di sostenere apertamente col suo governo l’agenda Onu 2030 con tutti i suoi Obiettivi per uno sviluppo sostenibile. Obiettivi, tra i quali figura specificamente il conseguimento entro i prossimi 15 anni dell’eguaglianza «di genere», nonché l’estensione della pratica abortiva e contraccettiva ovunque, in particolar modo nei Paesi cosiddetti “in via di sviluppo”, dove finora non ha attecchito. È ciò che maldestramente si cela nell’antilingua dietro termini melliflui come «salute sessuale» e «diritti riproduttivi», proponendosi d’introdurli già nelle scuole, per diffondere una mentalità contraria alla vita e contraria alla famiglia presso le giovani generazioni, cancellandone l’innocenza, la purezza e l’anima.
 
Il tentativo, dunque, di rifarsi una credibilità politica si conferma per quel ch’è parso sin dall’inizio ovvero una squallida operazione di facciata, peraltro mal riuscita. E nient’altro. Val la pena ricordare cosa preveda a pag. 108 il programma elettorale con cui il Partito Popolare vinse le elezioni del 2011: «La maternità dev’essere protetta e sostenuta. Promuoveremo una legge che la tuteli con adeguati mezzi, specie a favore delle donne in condizioni di difficoltà. Daremo impulso ad una rete d’appoggio. Cambieremo l’attuale legge sull’aborto, per rafforzare la tutela del diritto alla vita». Rileggere oggi queste parole ha l’amaro sapore, a dir poco, della beffa. Di fronte alla quale val la pena ricordare come «non dire falsa testimonianza» sia uno dei dieci Comandamenti.
 
FONTE: Corrispondenza Romana, 14/10/15
Con una sentenza emessa mercoledì, la Corte costituzionale della Polonia ha esteso il diritto all’obiezione di coscienza per i medici, ponendo così fine a un contenzioso che andava avanti da qualche anno. In Polonia l’aborto è legale dal 1993 a tre condizioni: quando è a rischio la vita o la salute della madre, quando la gravidanza è frutto di uno stupro (o di un altro atto illegale come l’incesto) e quando il feto è gravemente malformato. Il diritto all’obiezione di coscienza è riconosciuto ai medici, che però non possono rifiutarsi di indicare alle donne che vogliono abortire un medico non obiettore.
 
Proprio quest’ultimo punto è da anni l’oggetto di un contenzioso tra lo Stato e il Consiglio nazionale dei medici, che ha fatto ricorso alla Corte costituzionale, chiedendone l’abolizione. L’altro giorno, riporta Gènéthique, la Corte ha stabilito che l’unico caso in cui è legittimo chiedere a un medico di violare la sua coscienza è quando la donna sia in pericolo di morte o comunque quando la sua salute sia minacciata gravemente. In tutti «gli altri casi», anche «urgenti», è incostituzionale obbligare il dottore a violare la sua coscienza.
 
I giudici hanno anche sentenziato che è incostituzionale obbligare un medico obiettore a indicare un altro medico disposto a praticare l’aborto. Questa sentenza è in controtendenza, sia alla luce degli ultimi casi clamorosi scoppiati in Polonia, sia se si considera che nel 2011 la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva condannato la Polonia a pagare 45 mila euro per delle «carenze» nell’applicazione della legge, riferendosi al diritto all’obiezione di coscienza per i medici, giudicato eccessivo.
 
FONTE: Tempi, 09/10/15

La Commissione Irlandese sui diritti Umani e l'Uguaglianza (IHERC) chiede un referendum sull'aborto per modificare le leggi "molto restrittive" in materia di salute sessuale e riproduttiva. L'IHERC ha dichiarato di condividere le raccomandazioni dei comitati ONU sul monitoraggio dei trattati secondo le quali lo Stato dovrebbe rivedere la sua cornice legale sull'aborto per assicurare che essa sia in linea con la normativa internazionale sui diritti umani. Secondo l'IHERC le norme vigenti hanno "un impatto decisamente più negativo sulle donne appartenenti alle classi sociali più basse."

FONTE: www.liberties.eu, 05/10/15

Venerdì, 02 Ottobre 2015 00:00

In marcia verso l’8 maggio

 
 
Cari lettori 
 
oggi vi raccontiamo una breve storia, iniziamo con il presentarvi una persona. Si chiama Miriam. È nata pochi giorni fa.
Per quanto possa sembrare incredibile, Miriam è qui grazie ad una canzone, Non ti avrei delusa di Cristiano e Andrea Paolini.
È la canzone che fu presentata sul palco della Marcia per la Vita 2015.
 
La mamma di Miriam, una studentessa universitaria, stava infatti ricevendo pressioni per abortire. La legge iniqua 194/78 – cioè l’abominio giuridico contro cui noi manifestiamo – glielo avrebbe di certo consentito, senza problemi.
 
Ma entra in scena Sara, un’amica della mamma di Miriam che il maggio scorso marciava insieme a noi. Sara le fa ascoltare quella canzone. E qualcosa in lei cambia per sempre. Decide di non interrompere la gravidanza, di diventare madre, nonostante tutto sembri esserle contro.
 
Ora la piccola Miriam è divenuta la luce dei suoi occhi:
 
«La mia famiglia adesso è innamorata di lei e anche se sono sola sento che ce la posso fare!» gioisce la neomamma in una email a Sara. «Grazie per le tue preghiere e per la canzone che mi hai fatto sentire… Se conosci l’autore della canzone ringrazialo perché ora so che non poterla vedere e abbracciare mai sarebbe stata un’enorme errore! Grazie ancora, sei una persona stupenda, e l’autore della canzone mi ha salvato la vita!».
 
La nascita di Miriam ha creato una nuova consapevolezza. «Quando la notte guardo Miriam mi rendo conto che non poteva essere un grumo di cellule, ma solo mia figlia, solo Miriam, e per questo non potrà mai deludermi!»
 
La Vita ha vinto, e fa dono della sua pace e della salvezza. È stato detto che «chi salva una vita salva il mondo intero».
Salvando Miriam, si è salvata tutta la sua discendenza: figli, nipoti, pronipoti e così via. Come in una stupenda matrioska biologica, gli ovuli della bambina si formano già durante la vita intrauterina nel grembo di sua madre.
 
Un miracolo delicatissimo, da cui dipende il nostro domani. Un miracolo che dobbiamo difendere ad ogni costo.
 
Caro amico, Miriam e i suoi futuri figli sono qui anche grazie alla Marcia per la Vita. Quello che ti chiediamo, è di aiutarci a far nascere altre migliaia, milioni di Miriam. Milioni di miracoli che cambiano il cuore della gente, e proteggono la continuazione dell’umanità, difendono il futuro, salvano il mondo.
 
La Marcia per la Vita 2016 si svolgerà a Roma l’8 maggio. Marciamo per Miriam. Marciamo per il miracolo della Vita.
Per la Vita, senza compromessi.
 
FONTE: Comitato Marcia per la Vita, 01/10/15
di Leone Grotti
 
1800 180 880: non è il numero di una pizzeria per ordinare la cena, ma quello di un centralino specializzato in “aborto da asporto”. Succede in Australia, dove la Fondazione Tabbot ha inventato e organizzato il servizio per «rendere l’aborto più accessibile e più affidabile». Se il primo obiettivo sarà sicuramente raggiunto, ci sono poche garanzie sul secondo.
 
Il servizio, attivo da oggi, organizzerà esami del sangue ed ecografie nella zona della richiedente e spedirà la RU486 direttamente a casa. La pillola abortiva è legale in Australia dal 2006 ma, si lamenta Jenny Ejlak, co-presidentessa del gruppo Reproductive Choice Australia e tra gli ideatori dell’aborto da asporto, non è molto diffusa: «Il servizio è simile a quello che un medico di base o una clinica può offrire [a una donna che vuole abortire]. Non hai bisogno di viaggiare fisicamente, così per le donne che vivono in zone del paese dove non ci sono cliniche abortive o dove non ci sono medici che forniscono la pillola, ci sarà comunque un accesso adeguato».
 
Il costo della pillola, comprensivo di esami e telefonata al centralino, sarà di 250 dollari, dunque più economico rispetto ai 300-600 dollari necessari per abortire in una clinica privata. Dal punto di vista del bambino, l’aborto in clinica o a casa non cambia granché, ma può essere considerato sicuro per la donna prescrivere un aborto al telefono? «In Australia è frequente prescrivere medicine al telefono – spiega ancora Ejlak – Penso che se i medici riescono effettivamente a comunicare con i pazienti, allora va bene».
 
Il servizio non sarà disponibile in alcuni Stati e territori del paese, dove interrompere una gravidanza è illegale (South Australia, Northern Territory, Australian Capital Territory). E per «prevenire le proteste di chi si oppone all’aborto», la fondazione Tabbot ha anche messo in piedi un servizio in grado di gestirne i “postumi”. Una linea telefonica dedicata sarà disponibile 24 ore su 24: chiamandola, si verrà ricontattati da una infermiera, ma solo il giorno successivo. In nessun caso però un medico potrà essere inviato a casa della donna.
 
Susan Fahey, che ha contribuito a scrivere la legge che autorizza l’aborto in Tasmania, ha salutato favorevolmente l’iniziativa, anche se non ha nascosto alcune preoccupazioni: «Se cominci ad amministrare questo tipo di medicazioni al telefono, cosa che io sostengo completamente, può esserci il rischio che alcune donne ottengano risultati non positivi. Tutti dovrebbero avere accesso all’aborto e l’accesso è davvero un grande problema, ma senza un sistema di pesi e contrappesi anche l’accesso può diventare problematico».
 
FONTE: Tempi, 28/09/15

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