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di Alessandro Gisotti

senato-americanoNegli Stati Uniti, il Senato ha respinto, con 51 voti a 48, un disegno di legge per la protezione della libertà di coscienza, proposta dal senatore repubblicano del Missouri Roy Blunt. La misura, qualora approvata, avrebbe esentato i datori di lavoro dagli obblighi imposti dalla riforma sanitaria di Obama, che impone anche agli ospedali cattolici la copertura assicurativa per metodi contraccettivi e prodotti abortivi. In un comunicato, dopo la sconfitta al Senato, i vescovi Usa chiedono all’amministrazione di Washington di cambiare direzione e proteggere la libertà di coscienza. In particolare, il vescovo di Bridgeport, William Lori, presidente della Commissione sulla Libertà religiosa della Conferenza episcopale statunitense, afferma che i presuli “continueranno con forza a difendere i diritti della coscienza attraverso tutti i mezzi legali” possibili. E aggiunge: “Non ci fermermo fino a quando sarà ripristinato il diritto all’obiezione di coscienza e finché non sarà rispettato il Primo Emendamento del Bill of Rights”. Mons. Lori chiede dunque alla Camera dei rappresentanti di sostenere una legislazione a difesa della libertà di coscienza. Inoltre, il vescovo di Bridgeport sottolinea che i vescovi stanno valutando quali vie legali siano percorribili, affinché venga ripristinato il diritto fondamentale all’obiezione di coscienza in materia sanitaria. 

Fonte: Radio Vaticana - 02/03/12

di Susan Yoshihara

alkotmany_496In un clima generale che lo critica perché la Costitutizione, appena varata, metterebbe limiti all’aborto e all’omosessualità, il governo ungherese ha approvato una legge a difesa della famiglia tradizionale.

Questa nuova provvisione afferma che la famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna il cui fine è la procreazione, è una «comunità autonoma […] che precede qualsiasi legge e che esiste prima dello Stato», aggiungendo che lo Stato deve dunque rispettarla per ragioni di sopravvivenza nazionale. La nuova legge dice pure che «la vita embrionale e fetale ha diritto alla protezione e al rispetto sin dal momento del concepimento», e che quindi lo Stata dovrà incoraggiare la nascita di «ambienti accoglienti» per la cura della prole. La legge obbliga peraltro i media a rispettare il matrimonio e la genitorialità, affidando ai genitori, piuttosto che allo Stato, la responsabilità primaria della protezione dei diritti dei bambini. A questo scopo, indica così le responsabilità che attengono anche ai minori, fra le quali vi è il rispetto e la cura dovuti ai genitori anziani.

Il proposito delle legge è infatti quello di «creare un ambiente normativo certo e sicuro per la protezione della famiglia e per la promozione del suo benessere, dando corso a quanto stabilise la legge fondamentale del Paese», vale a dire la nuova Costituzione entrata in vigore il 1° gennaio 2012 dopo essere stata approvata dal parlamento [nella foto] nell’aprile del 2011 con una maggioranza di 262 voti contro 44.

La nuova legge fondamentale del Paese ha del resto annullato la Costituzione dell’era comunista, fondando la propria democraticità su due momenti chiave della vita del Paese: la rivolta contro i sovietici del 1956 e la fine dell’Unione Sovieitca nel 1990. Come tale, l’Ungheria è stato l’ultimo Paese dell’Europa Centrale ad avere varato una costituzione postcomunista.

Tale nuova Costituzione prevede la protezione della vita umana sin dal concepimento e bandisce la tortura, il traffico nonché la clonazione di essere umani, riconoscendo invece il matrimonio come l’«unione coniugale di un uomo e di una donna».

Di fronte a ciò, l’organizzazione Amnesty International ha affermato che l’articolo in difesa della vita umana sin dal concepimento potrebbe «minare i diritti delle donne e delle ragazze» che sono invece «garantiti in diversi trattati firmati e ratificati dalla repubblica di Ungheria, quali per esempio la Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW), il Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICESCER) e la Convenzione sui diritti del fanciullo (CRC)». Amnesty International ha inoltre sostenuto che l’articolo che del matrimonio dà quella definizione «può preparare la strada all’introduzione di un divieto esplicito dei matrimonio tra persone delle stesso sesso, contravvenendo quanto stabilito dagli standard antidiscriminatori internazionali ed europei […] sanciti dall’art. 23 dell’ICCPR», il Patto internazionale sui diritti civili e politici.

Analaogamente, l’organizzazione Human Rights Watch (HRW) ha invocato i trattati sui diritti umani delle Nazioni Unite indirizzando al presidente ungherese una lettera di pressione affinché «la Costituzione venga emendata onde garantire il rispetto dei diritti riproduttivi delle donne». Questo Golia dei diritti umani ha espresso infatti preoccupazione per il fatto che - dice - la clausola che non discimina le persone in ragione di «razza, colore della pelle, sesso, disabilità, lingua, religione, opinioni politiche o di altra natura, origini nazionali o sociali, censo, nascita e qualsai altra condizione immaginabile» esclude riferimenti all’orientamento sessuale o all’identità di genere, i quali - ribadisce HRW - sono invece garantiti dall’ICCPR.

Diversi esperti, però, di diritto internazionale hanno rimandato al mittente le preteteseavanzate dalle organizzazioni per i diritti umani spiegando che l’Ungheria ha invece tutto il diritto di varare una nuova Costituzione senza che alcuno interferisca. Quegli esperti sottolineano infatti che nessun trattato delle Nazioni Unite neppure menziona l’aborto, l’orientamento sessuale o l’identità di genere, e aggiungono che mai l’Assemblea generale dell’ONU ha accettato tali ridefinizioni.

L’esperto di diritti europeo Roger Kiska inquadra per esempio le nuove leggi ungheresigiudicandole parte di un orientamento che tra gli Stati europei è oggi in costante crescita e che s'indirizza a respingere le suddette interpretazoni dei trattati dell’ONU, e quindi a proteggere la vita umana e la famiglia. Dal canto proprio, l’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Ungheria, Mark Palmer, ha avuto occasione di osservare che l’espulsione dell’Ungheria dall’Unione Europea è cosa «oggi non più impensabile», ma l’analista politico ungherese Julia Lakatos ha ridimensionato i termini dello scontro dicendo al quotidiano statunitense The Christian Science Monitor: «Gran parte delle critiche che ci vengono dall’estero sono semplicemente esagerate».

Fonte: La Bussola Quotidiana - 30/01/12

 

Traduzione di Marco Respinti dell’articolo Hungary Defies Critics With New Family Law, pubblicato in Friday Fax, la newsletter di C-Fam, il Catholic Family & Human Rights Institute fondato e diretto a Washington da Austin Ruse, di cui Susan Yoshihara è vicepresidente ricercatore.

Marisa Orecchia

consultoriIl ricorso al TAR  della Casa delle  donne  contro la delibera Cota  è stato respinto e i volontari  pro vita e famiglia avranno in Piemonte  libertà d’ingresso  nei Consultori pubblici,  fatti salvi, va da sé,  il rispetto della privacy  della donna  che  vi si reca a   richiedere la certificazione  per abortire  e la sua volontà  di accettarne la presenza, sin dall’inizio del  colloquio. La situazione è certamente innovativa  –  nessun’altra  Regione ha mai deliberato in tal senso  e la presenza di volontari pro life nelle strutture e nei presidi sanitari  pubblici  si è finora attuata  solo raramente sulla base  di iniziative personali a livello locale -  e impone alcune considerazioni.

Ci sono ancora spazi per la buona politica. La delibera  della giunta piemontese che  consente ai volontari  l’ingresso nei consultori  pubblici e la loro partecipazione  al colloquio  con la  donna che richiede di abortire, nasce infatti  da un accordo  stretto prima  delle elezioni regionali   tra Federvita Piemonte,  che mirava ad impedire  la rielezione della presidente uscente, Mercedes Bresso,  radicale pro aborto ed eutanasia, e il candidato Roberto Cota. Il quale, una volta eletto, con la delibera in questione  ha rispettato i patti. Non  si   era  trattato infatti,   in campagna elettorale,   della  solita generica richiesta  di tutela della vita e della famiglia,  tipo quella  che  da anni, in vista di ogni tornata elettorale, veniva rivolta  a tutti i candidati   che puntualmente rispondevano  positivamente, salvo poi  dimenticare tutto ad  elezione avvenuta, ma di un vero e proprio  accordo per la tutela   dei valori non negoziabili.

I Centri di aiuto alla vita  e le altre associazioni pro vita e famiglia saranno così  interlocutori accreditati  delle ASL locali e  parteciperanno  a quella prevenzione dell’aborto volontario  che la  stessa L. 194 prevede. Diventerà  finalmente realtà  il colloquio che  dovrebbe  far emergere le difficoltà della donna  di fronte a quella  gravidanza  e   la possibilità di  trovare per lei  il sostegno adeguato  per l’accoglienza del suo bambino.  Colloquio  che  il Consultorio pubblico, nel culto  dell’autodeterminazione  della donna   ha  perlopiù abolito,  nella stravagante convinzione che  niente e nessuno ne debba condizionare la scelta.     Che  invece non ci sia scelta più condizionata   che  quella dell’aborto sanno bene i volontari per la vita, che tanti  bambini riescono a  salvare  accogliendo le loro mamme, ascoltando, parlando con loro, aiutandole nelle piccole e nelle grandi necessità.

Un ulteriore risultato di questa delibera sarà il ricentrare  il Consultorio stesso  sulla famiglia, facendogli  parzialmente recuperare  il ruolo previsto dalla  legge  405, istitutiva dei Consultori  familiari, appunto,    come luogo di  accoglienza e tutela per la famiglia. Non sfugge infatti    che tale obiettivo  è stato ben presto disatteso  dai  Consultori che si sono sanitarizzati divenendo luoghi di  cura per le patologie femminili, di educazione contraccettista per i giovani, di rilascio per la certificazione  all’aborto.

Il ricorso che per ben due volte  l’associazione femminista Casa delle donne ha presentato al TAR  e le roventi  polemiche  che accompagnano  dall’inizio  la delibera Cota ci mettono di fronte, se ancor   ce ne fosse bisogno,  ad una situazione culturale diffusa e pervasiva  per la quale l’aborto  è cosa che riguarda solo la donna , suo inalienabile diritto,   e per la quale il figlio, se non è voluto, non esiste.  Vede perciò  ogni tentativo di prevenzione post concepimento come  inaccettabile intromissione nella  sfera privata  della donna. E’ una cultura che ha  fatto più di cinque milioni di morti solo in Italia  e che ha spinto la donna sulla strada dell’alienazione e della spogliazione  di quanto più naturale c’è per lei, il farsi carico di suo figlio. Di quanto strazio, di quali tragedie sia cosparsa questa strada  sanno   bene  volontari, medici, psicologi, sacerdoti  che si siano imbattuti  nell’abisso   del post aborto. Ma  tant’è  il femminismo  è questo, la solita ideologia scritta a tavolino  per la felicità   della donna sulla terra, e  se non porta alla felicità, tanto peggio  per la donna.

Questo è il motivo per cui non possiamo fermarci. Grazie alla delibera Cota entreremo nei   Consultori  e, a Dio piacendo,  strapperemo qualche bimbo  in più  all’aborto.  Ma per noi questo è un traguardo intermedio.  Accoglieremo per il futuro  con soddisfazione  ogni eventuale riforma che interessi l’operare dei Consultori,  ogni   nuova  possibilità di collaborazione  tra enti locali e volontariato pro vita,  ogni  stanziamento di fondi a sostegno  delle maternità problematiche. Ma  non potremo  cessare di  impegnarci  affinchè  la legge 194,  punto di arrivo dell’ideologia radical femminista  e  a sua volta fautrice, stante  l’inevitabile funzione pedagogica delle  leggi,  di  diffusa  cultura radical femminista  non  venga cancellata. Fino a che una legge consentirà l’uccisione  anche di un solo bambino, non potremo tacere.

Fonte: Federvita Piemonte - 24/02/12

senatore-stefano-de-lillo_2Roma, 21 febbraio 2012 – Voglio Vivere è stata ricevuta dal senatore Stefano De Lillo, coordinatore dell’"Associazione Intergruppo Parlamentare per il valore della Vita" che ad oggi raggruppa più di settanta tra senatori e deputati di differenti estrazioni politiche. Voglie Vivere si è complimentata per la nascita di tale gruppo interparlamentare e ha avuto modo di presentare la propria azione decennale all’interno del mondo pro life italiano nonché la recente petizione indirizzata alla persona del senatore De Lillo – clicca qui per aderire – per introdurre in Costituzione la difesa della vita dal concepimento fino alla morte naturale.

Il senatore ha accolto molto positivamente questa iniziativa confidandoci di esserne a conoscenza già da diversi giorni.

Insieme alla petizione è stato possibile offrire al senatore le diverse pubblicazioni pro vita sinora pubblicate da Voglio Vivere a partire dal 2001 e discutere sui più svariati fronti della battaglia pro life, ribadendo la nostra assoluta contrarietà all’aborto, alla fecondazione extracorporea e la pressante necessità di portare avanti una forte azione culturale per informare l’opinione pubblica sulla malvagità di tali atti.

Voglio Vivere non ha nascosto le proprie critiche al disegno di legge che vorrebbe introdurre le Dichiarazioni anticipate di trattamento facendo presente come esso, pur partendo da buone intenzioni, possa aprire più di una breccia all’eutanasia. E’ stato inoltre affermato come non sia opportuno fare battaglie di retroguardia pena la sconfitta della difesa della vita tout court.

Il senatore ha esposto le difficoltà politiche di formulare un testo condiviso ma ha promesso che terrà in considerazione i documenti da noi ricevuti e che ne farà oggetto di riflessione. Ha anche auspicato una maggior coesione tra le varie sigle pro vita e una collaborazione sempre più stretta tra queste e l’intergruppo.

Voglio Vivere si è detta disponibile a collaborare con chiunque abbia a cuore la difesa integrale della Vita ribadendo la sua indisponibilità a scendere a patti sui temi cruciali e non negoziabili come quello della Vita. Ha accolto molto volentieri l’invito a una collaborazione più stretta con l’intergruppo ed ha auspicato che questo possa essere l’inizio di una proficua collaborazione.

Voglio Vivere 25/03/12

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In Belgio, già sotto choc per la morte di 22 bambini nell’incidente stradale avvenuto lo scorso 13 marzo in Svizzera, domenica si svolgerà la terza Marcia per la Vita. Ad organizzarla – riferisce l'agenzia Zenit - l’associazione “Giovani per la vita” che ha dato appuntamento alle 14 a Bruxelles. Ogni anno, secondo i dati dell’associazione, circa 20mila bambini sono vittime dell’aborto nel Paese, vale a dire più di 50 al giorno. Un numero che con il passare degli anni è andato crescendo anche per la depenalizzazione dell’interruzione di gravidanza, 22 anni fa. Intento dell’iniziativa è di far luce sul trauma che la donna subisce. “Ciascuna donna – si legge nel comunicato dell’organizzazione – ha diritto ad un’informazione corretta sulle conseguenze fisiche e psico-affettive dell’aborto”. “Le autorità e le istituzioni dovrebbero invece investire di più nell’aiuto alle donne incinte e promuovere l’adozione – conclude il testo - come soluzione alternativa all’aborto perché uccidere non è mai una soluzione”. (B.C.)

Fonte: Radio Vaticana - 23/03/12

ObamacareTrojanHorseMigliaia di persone in oltre 140 città degli Stati Uniti hanno manifestato ieri contro le disposizioni della riforma sanitaria del presidente Obama che limitano la libertà religiosa e l’obiezione di coscienza in materia di aborto e contraccezione. All’evento, hanno preso parte tra gli altri 22 presuli americani. Christopher Altieri ha intervistato il giornalista cattolico, Al Kresta, uno dei promotori della manifestazione:

R. – To be faithful disciples of the Lord Jesus Christ means to be able...

Essere discepoli fedeli del Signore Gesù Cristo significa essere in grado di vivere la nostra fede in ogni particolare aspetto della nostra vita. Stiamo affrontando in questo momento situazioni senza precedenti negli Stati Uniti, dove le istituzioni cattoliche sono state costrette ad impegnarsi in attività e acquistare prodotti che hanno rifiutato per duemila anni. E’ importante unirsi per far suonare ancora l’allarme e risvegliare l’interesse della popolazione americana in generale sul fatto che quello che ci troviamo ad affrontare oggi non sono solo preoccupazioni tipicamente cattoliche riguardo alla contraccezione, ma è un attacco alla libertà religiosa sancita nel primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, così come è stato concepito lungo tutta la storia americana.

Fonte: Radio Vaticana - 24/03/12

di Gianfranco Amato

AngelodellamorteSi aggirano per la città di Amsterdam pronti a dispensare morte su richiesta. Si tratta di unità sanitarie mobili composte da medici e infermieri – tutti volontari – disposti a praticare l’eutanasia a domicilio. La controversa iniziativa denominata Levenseinde (Fine Vita) è stata introdotta in Olanda dalla NVVE,  Nederlandse Vereniging voor een Vrijwillig Levenseinde, che tradotto significa associazione per una volontaria fine della vita, sodalizio che con i suoi 130.000 membri vanta il macabro primato di organizzazione eutanasica più grande del mondo.

Questi angeli della dolce morte intervengono quando i medici di famiglia non sono in grado o si rifiutano di applicare l’eutanasia ai propri pazienti. Basta una telefonata o una email, ed entro quarantotto ore parte il servizio a domicilio. Con questo sistema, peraltro, si è provveduto ad aggirare “l’ostacolo” derivante dall’obiezione di coscienza. Pur essendo, infatti, la legislazione olandese in materia di eutanasia una delle più liberali al mondo (i Paesi Bassi sono stati la prima nazione a legalizzarla nel 2002), i medici possono comunque rifiutarsi di praticare la dolce morte, per motivi di carattere etico, filosofico o religioso.

Walburg de Jong, portavoce del NVVE, spiega come viene fornito il servizio: prima si pratica una iniezione sedativa che induce il paziente ad un sonno profondo, e successivamente, attraverso una seconda iniezione letale, si arresta il battito cardiaco e la respirazione. Da quando sono operativi – ovvero dai primi di marzo – i volontari della morte hanno ricevuto una settantina di chiamate. Non si sa molto di queste unità mobili del NVVE, tranne il fatto che uno dei coordinatori è un medico sessantasettenne attualmente in pensione, che ha all’attivo della sua carriera una ventina di morti per eutanasia da lui personalmente praticata. Ogni anno in Olanda vengono effettuati tra i duemila e i tremila suicidi assistiti, anche se pare che le cifre siano molto superiori se si considerano i casi non registrati.

L’Ordine nazionale dei medici olandesi (KNMG), pur riconoscendo la legittimità dell’eutanasia, non è parso molto convinto dall’iniziativa della NVVE. Da un punto di vista deontologico, infatti, l’Ordine ricorda che l’eutanasia costituisce pur sempre «un procedimento complicato», e che i medici “volanti” «non possono avere il tempo di instaurare una relazione sufficientemente profonda con i loro pazienti in modo da valutare con equilibrio la loro richiesta». Inoltre, lo stesso Ordine nutre serie perplessità anche sul nome dell’iniziativa (Fine Vita), in quanto può indurre l’idea che il servizio non sia destinato esclusivamente ai malati terminali, ma anche a chi sia semplicemente «stanco di vivere».

Questa vicenda olandese del Levenseinde dimostra ancora una volta come la legittimazione dell’eutanasia rappresenti una slippery slope, un pericoloso piano inclinato che porta dritto verso la banalizzazione del momento terminale dell’esistenza umana. Del resto, nel 2009, lo ha riconosciuto, in un certo senso, persino la stessa dottoressa Els Borst, ex Ministro della Sanità e Vice Premier del governo olandese, considerata l’artefice della legislazione sull’eutanasia nei Paesi Bassi, che ha avuto il coraggio di una pubblica autocritica.

Dell’iniziativa introdotta dalla NVVE mi ha colpito un particolare. Ogni singola unità di medici e infermieri viene fatta intervenire solo una volta a settimana e non di più. Il motivo di questa scelta organizzativa risiede nell’esigenza di ridurre al minimo gli effetti psicologici sugli operatori. In fondo, anche se ammantato da buoni propositi e da motivazioni pietistiche, si tratta pur sempre di un omicidio.

Fonte: Corrispondenza Romana - 14/03/12

Vietnam: Quaresima nel segno della preghiera e protezione della vita

bambino-dormendoIl futuro della missione in Vietnam è la protezione della vita umana, sin dal suo concepimento, e la promozione di attività e iniziative che aiutino le fasce più deboli della popolazione, fra cui poveri e bambini. Con questo proposito i cattolici si apprestano a vivere il periodo di Quaresima, in preparazione alla Pasqua di risurrezione, alternando momenti di preghiera e di incontro a opere concrete nel settore del sociale. Nella sua lettera pastorale per questo periodo, il cardinale Jean-Baptiste Phạm Minh Mẫn sottolinea che "è un tempo propizio per rinnovare la fede, come singoli individui che a livello di comunità". E aggiunge: il vero cambiamento arriva con "l'ascolto della parola di Dio, la preghiera e la pratica dei suoi insegnamenti". Interpellato dall'agenzia AsiaNews padre Vincent Phạm Trung Thành, superiore provinciale dei Redentoristi di Saigon, parla del periodo di "digiuno e preghiera" cristiano, invitando i fedeli a promuovere "attività nel campo del sociale", mettendosi al servizio di "poveri e bambini sfortunati che vivono attorno a noi". In preparazione alla Quaresima, la settimana scorsa l'arcidiocesi di Ho Chi Minh City ha organizzato una serie di visite nei centri medici e sociali di assistenza al malato, cui ha partecipato anche il congolese mons. Jean Marie Mupendawatu, segretario del Pontificio consiglio per gli operatori sanitari. Nei vari incontri con medici, infermiere, lavoratori e volontari egli ha ricordato che "in passato i cattolici vietnamiti sono morti per la loro fede e sono diventati martiri"; oggi e in futuro, aggiunge mons. Mupendawatu, i cattolici del Vietnam "devono essere pronti a morire per proteggere la vita. Questo è il nuovo campo missionario, voce del Vangelo ed evangelizzazione della società moderna". (R.P.)

 Fonte: Radio Vaticana - 26/02/12

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Australia: Campagna quaresimale “40 giorni per la vita” contro l’aborto

Una grande Campagna di sensibilizzazione internazionale per invocare la fine delle pratiche abortive è stata lanciata in Australia dal movimento “40 giorni per la vita”. L’iniziativa – riferisce L’Osservatore Romano - è nata nel 2004 in Texas e ora è attiva in oltre trecento città del mondo. Da martedì 21, vigilia del mercoledì delle Ceneri, e per tutto il periodo quaresimale, molte centinaia di abitanti di Hobart, Sydney, Melbourne, Brisbane, Tweed Heads, Adelaide e Perth si sono dati appuntamento per pregare per la vita nascente e per suscitare la consapevolezza negli altri del numero sempre più elevato di aborti praticati ogni anno in Australia e in molti altri Paesi del mondo. Purtroppo, la tragica realtà dell’aborto - ha dichiarato mons. Julian Charles Porteous, vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Sydney e promotore della Campagna - continua ogni giorno, provocando la prematura fine di decine di migliaia di vite innocenti a cui viene negato il diritto di nascere e causando indicibili sofferenze e dolore. In preparazione della Veglia per la vita nascente, il vescovo Porteous ha presieduto, martedì sera, una celebrazione eucaristica nella chiesa di San Pietro a Surry Hills, prima di guidare una processione lungo le strade di Sydney alla quale hanno preso parte oltre 400 persone tra sacerdoti, religiosi e laici. Il corteo silenzioso è terminato davanti alla Preterm Abortion Clinic in Devonshire Street. Come già avvenuto negli anni passati, i partecipanti alla Veglia si riuniranno durante tutto il periodo quaresimale, 24 ore su 24, davanti alla Preterm Clinic per pregare per le future madri e per i loro bambini non ancora nati e per dissuadere tutte quelle donne che hanno deciso di interrompere la gravidanza. Inoltre, i consulenti del Family Life International, l’associazione che promuove l’evento in Australia, saranno a disposizione per rispondere alle domande dei passanti e offrire sostegno e conforto a coloro che chiedono aiuto. I promotori della Campagna sottolineano “che durante la gravidanza, una donna può non sapere cosa fare e considera l’aborto come l’unica soluzione possibile; quando, invece, riceve l’assistenza necessaria per continuare la gravidanza, il panico e le paure scompaiono”. “Nessuna delle donne che ha cambiato idea - spiega il direttore del Family Life International - ha mai rimpianto la decisione di avere il bambino. Queste nuove madri sono sempre sopraffatte dalla gioia quando il piccolo arriva e scoprono anche che i loro peggiori timori non si realizzeranno mai rendendosi conto di poter tranquillamente gestire la nuova situazione”. Lo scorso anno, durante la Veglia quaresimale, cinque donne in procinto di abortire, dopo aver parlato con i promotori della Campagna, hanno cambiato idea e adesso vivono serenamente la loro maternità. Negli ultimi cinque anni più di 400mila persone si sono incontrate per pregare e digiunare sul tema della vita e più di 13mila congregazioni e movimenti ecclesiali sono stati coinvolti nella campagna pro life. (L.Z.)

Fonte: Radio Vaticana - 27/02/12

Martedì, 27 Marzo 2012 13:33

27/03/12 - Farfalle non si nasce

Di Silvia  Guidi

450px-Butterflycircus2011I biglietti per il Circo della farfalla non si comprano ma si possono ricevere in regalo; è l’impresario che va in cerca dei suoi artisti e li convince a far parte della sua compagnia e non viceversa. Non sono le uniche stranezze nel caravanserraglio itinerante colorato e allegro guidato dal signor Méndez in cui possono esibirsi acrobati ottuagenari (Poppy, un artista del cast, è il più anziano trapezista vivente) ma sono banditi i tradizionali fenomeni da baraccone, come la donna cannone, la ragazza barbuta, l’uomo più tatuato del mondo, le gemelle siamesi e tutti quegli «scherzi della natura a cui Dio stesso ha voltato le spalle», come grida l’imbonitore del circo concorrente. «Non c’è niente di divertente nel mettere in mostra i difetti degli uomini», spiega il signor Méndez impegnato ai fornelli (ennesima stranezza: il proprietario di un circo che cucina per i dipendenti); i suoi uomini Méndez li vuole forti e felici, capaci di liberarsi da ogni catena, come Otto (Doug Jones) che si esibisce in nume ri alla Houdinì, o capaci di volare a venti metri da terra senza sforzo apparente, come Anna (Lexi Pearl), la regina dell’aria. C’è posto anche per

Will, che non ha gambe né braccia ma può sempre affrontare e vincere la paura di tuffarsi nell’infinito mistero della vita, nelle acque di un fiume come in una cisterna posta cinquanta metri sotto di lui nel numero più emozionante dello show. Scoprendo che farfalle non si nasce, ma si diventa (e mai da soli).

A due anni dalla sua realizzazione, il cortometraggio  The Butterfly Circus, scritto e diretto da Joshua e Rebekah Weigel, ha ricevuto molti pre mi (tra cui il Best of Show, il Best Short Film and Audience Favorite, e The First - Ever Clint Eastwood Filmmaker Award) ed è stato visto da oltre quindici milioni di persone in tutto il mondo, diffuso da social network e blog, ma anche dal semplice passaparola via mail. Il titolo evoca la lenta, prodigiosa mutazione del bruco in crisalide, e della crisalide in una perfetta, simmetrica architettura iridescente capace di alzarsi da terra e spiccare il volo, ma anche quello che gli scienziati chiamano l’effetto farfalla (un lieve battito d’ali può provocare un ciclone a migliaia di chilometri di distanza) la legge tipica dei sistemi complessi secondo cui una variabile infinitesimale — come un semplice “sì” alla proposta di lavoro del proprietario di un circo — può portare nel tempo a esiti imprevisti, estremamente lontani dalle condizioni iniziali.

Un cambiamento analogo — imprevisto, radicale, assolutamente non giustificato dalle circostanze più o meno favorevoli che si sono trovati  ad attraversare — l’hanno sperimentato nella loro vita anche i due protagonisti, Eduardo Verástegui (Méndez in  The Butterfly Circus, attore, cantante, ballerino e stella delle fiction tv in America Latina) e Nick Vujicic, che nel cortometraggio interpreta il disabile Will, incontrando «l’incessante meraviglia» dell’amore di Dio. Colpiti entrambi, qualche anno fa, da uno stesso “effetto farfalla”, le risposte di Eduardo e di Nick, nelle interviste, si assomigliano molto.

«Mio padre — racconta Vujicic in un video diffuso in internet — uscì urlando dalla stanza dove mia mamma aveva appena partorito: a mio figlio manca un braccio! Quando il medico lo raggiunse la notizia era ancora peggiore: a suo figlio mancano anche le gambe. Alle persone che incontro dico sempre: non avrai sollievo alla tua sofferenza sapendo che qualcuno soffre più di te; è un trucco che non funziona. Io, provvisoriamente, in questa vita non ho gambe e braccia, ma sono figlio di Dio, mi sento amato. E posso dire a tutti qual è l’unica cosa che riempie veramente il cuore».

Allo stesso modo, alla classica domanda «progetti per il futuro?», Eduardo Verástegui risponde: «vorrei amare di più e giudicare gli altri di meno, perdonare di più e lamentarmi di meno», spiazzando i giornalisti. E rincara la dose aggiungendo che è bello recitare in un film o registrare un album, ma il desiderio di condividere il regalo ricevuto, dopo l’incontro con l’amore di Dio, ha la precedenza su tutto, perché «la Tua grazia vale più della vita», come recita il salmo 62 e grida lo sguardo lieto e luminoso di Nick Vujicic.

Guarda il cortomegraggio sottotitolato in italiano "Il Circo della Farfalla"

Fonte: L’Osservatore Romano - 11/03/12

INDIA_F_0326_-_giornata_provita2AsiaNews 26/03/12 - Oltre 400 persone hanno partecipato a una manifestazione a Mumbai per celebrare la Giornata pro-vita, ieri. Organizzato dalla Commissione diocesana per la Vita umana (Diocesan Commission for Human Life, Dhlc), l'evento è iniziato con una messa, presieduta dal presidente della Dhlc mons. Agnelo Gracias. Intanto però, in un villaggio del West Bengal, una donna è stata bruciata viva dal marito. Per l'uomo e i suoi familiari, Rupali Bibi, 25 anni, era "colpevole" di aver dato alla luce due bambine e nessun maschio. Il padre della vittima ha denunciato l'omicidio alla stazione di polizia di Khargram, raccontando che da tempo i familiari dello sposo progettavano di eliminarla. Al momento, gli assassini sono in fuga, ma il sovrintendente della polizia Humayun Kabir ha assicurato che "nessuno di loro verrà risparmiato".

Un'India dai due volti, nota il dr. Pascoal Carvalho, membro della Pontificia accademia per la vita, che "insieme ai progressi economici, vede crescere anche una cultura della morte. Per poterla contrastare, governi, leader religiosi, ong, gruppi giovanili, sindacati, istituzioni educative e media devono lavorare insieme, per promuovere una cultura della vita. È una vergogna che in città in evoluzione come quelle indiane, esistano ancora casi di feticidi e infanticidi femminili. O, come nel caso di Rupali Bibi, di una donna messa al rogo perché ha voluto dare alla luce una bambina".

Il censimento 2011, aggiunge il medico, "ha rivelato uno squilibrio scioccante tra numero di maschi e femmine, il peggiore dall'indipendenza. Questo è davvero preoccupante, e in alcuni Stati del Paese sono già visibili le conseguenze". I dati rivelano che il rapporto tra numero di nascite femminili e maschili (sex ratio) è di 940 donne ogni 1.000 uomini. Studi recenti prevedono che di questo passo, nei prossimi 20 anni l'India avrà il 20% in più di uomini rispetto alle donne.

"La Giornata pro-vita - sottolinea ad AsiaNews mons. Agnelo Gracias, presidente della Dhlc - ci spiega che è nel dare che si riceve. Pro-vita non significa espressione di sé, ma sacrificio di sé. La nostra vita è come una candela. Se accesa, brucia e scompare in fretta. Ma in questo processo, dà luce. Gesù è morto sulla croce per darci la vita. Questo è il paradosso: la vita attraverso la morte".

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