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Minimalista e insufficiente la riformina della legge sull’aborto approvata in Spagna.

Il 9 settembre il Senato spagnolo ha approvato definitivamente (145 sì contro 89 no) la modifica alla normativa sull’aborto, che ora verrà pubblicata sul Bollettino Ufficiale dello Stato.

Il governo di centrodestra presieduto da Mariano Rajoy (del Partito Popolare) si è rimangiato le promesse fatte in campagna elettorale, quando aveva annunciato una drastica riforma in senso restrittivo della legge peggiorata da Zapatero nel 2010. Nel dicembre 2013 l’allora ministro della giustizia Gallardón (sempre del PP) presentò un ddl che però venne accantonato, anche a seguito di pressioni esercitate internamente ed esternamente da certe lobby. E così Gallardón si dimise (vedi qui).

Ora la modifica è stata realizzata, ma si tratta di un piccolissimo miglioramento che poco o nulla toglie alla tragedia dell’aborto in Spagna. In pratica, come già votato nei mesi scorsi al Congresso, si stabilisce che le ragazze tra i 16 e i 17 anni per abortire dovranno tornare ad avere il consenso dei genitori. In caso di contrasto, però, potranno ricorrere ad un giudice. Tutto qui. Considerata la triste realtà in cui viaviamo, probabilmente non cambierà nulla rispetto alla situazione già esistente. Bludental

Ecco perché le associazioni pro-life spagnole si sono dette molto deluse e già da tempo attaccano il PP. Derecho a Vivir ha parlato ancora una volta di “tradimento” e di “slealtà inaccettabile” e ha annunciato una grande Marcia per la Vita il prossimo 25 ottobre, con cui si chiederà l’abrogazione totale della legge, che in definitiva è l’unica soluzione pienamente accettabile. Anche il Foro della famiglia, pur riconoscendo che va comunque nella giusta direzione di limitare gli aborti, considera la mini-riforma del tutto insufficiente, perché lascia inalterato l’impianto della riforma socialista del 2010.

I socialisti infatti hanno votato contro le modifiche, mentre il PP si è espresso quasi all’unanimità a favore. Da segnalare la coerenza e il coraggio di alcuni deputati provita del PP. Ángel Pintado, Gari Durán e José Ignacio Palacios hanno votato no. Altri tre senatori popolari si sono astenuti e Ana Torme ha votato scheda bianca. Anche Amelia Salanueva, dell’Unione del popolo navarro, ha espresso voto contrario.

A dicembre in Spagna ci saranno le elezioni politiche. Di sicuro il PP non potrà più rappresentare il mondo pro-life.

FONTE: ABC - Traduzione a cura di Notizie ProVita

«Mi lasci fare un esempio recente dell’ostinata ristrettezza del pensiero liberal nei media. Quando è stato pubblicato il primo filmato segreto su Planned Parenthood a metà luglio, chiunque si informi solo attraverso i media liberal è stato tenuto totalmente all’oscuro, perfino dopo l’uscita del secondo filmato. Ma quei video giravano non-stop in tutti i talk show conservatori alla radio e in tv. Era una storia enorme e inquietante, ma i media liberal sono rimasti in silenzio totale. Una censura scandalosamente non professionale. I maggiori media liberal stavano cercando di seppellire una notizia ignorandola. Ora, io sono stata un membro di Planned Parenthood e sono una convinta sostenitrice dei diritti riproduttivi senza restrizioni. Ma sono rimasta disgustata da quei filmati e ho subito avuto la sensazione che ci fossero state gravi violazioni dell’etica medica nella condotta dei rappresentanti di Planned Parenthood». (, 29 luglio)

La Planned Parenthood Federation of America è la più grande fabbrica di aborti del mondo, anche se preferisce definirsi «provider di servizi per la cura della salute riproduttiva delle donne». Sotto la sua bandiera sono riunite 59 imprese affiliate, per un totale di quasi 700 cliniche sparse in tutti gli Stati Uniti, all’interno delle quali si consuma circa il 30 per cento di tutti gli aborti praticati nel paese. Sono più di 300 mila aborti ogni anno (nel report 2013-2014 erano esattamente 327.653), diversi milioni se si considerano i decenni di attività. Non solo. Planned Parenthood (Pp) è anche un gigante dal peso politico notevole: non è stato ininfluente per esempio il suo esplicito appoggio a Barack Obama, e soprattutto gode di finanziamenti pubblici per mezzo miliardo di dollari (528 milioni solo l’anno scorso, su un incasso totale di 1,3 miliardi).

Ovvio che sia diventata il nemico numero uno del movimento pro-life americano. Negli anni l’hanno accusata di tutto, dal razzismo alla manipolazione delle coscienze. Ma quella cominciata poche settimane fa è forse la più dura delle campagne mai orchestrate contro Pp. E potrebbe lasciare un segno indelebile su questo brand planetario dei “diritti riproduttivi”. Peccato che tanti giornali italiani non se ne siano proprio accorti.

La nuova bestia nera di Pp si chiama Center for Medical Progress (Cmp), ed è una organizzazione no profit californiana dedita al «controllo dell’avanzamento della medicina, con particolare attenzione alle questioni bioetiche che incidono sulla dignità umana». Erano emeriti signori nessuno fino all’inizio di questa estate. Adesso sono famosissimi. Per ben due anni e mezzo, fingendosi procacciatori di tessuti fetali da girare ai laboratori di ricerca, e aprendo perfino una start-up fittizia per essere più credibili, si sono infiltrati nelle strutture di Pp, hanno ottenuto colloqui d’affari con manager e dipendenti della società e di altre imprese attive nel mercato del “tissue procurement”, e hanno ripreso tutto, per lo più di nascosto. Il risultato sta uscendo a rate su internet, in duplice formato: un documentario a puntate intitolato significativamente Human Capital, capitale umano, e una serie di filmati con gli incontri tra gli emissari “undercover” del Cmp e i pezzi grossi di colosso abortivo. Tutto il materiale raccolto documenterebbe, secondo gli autori, un’accusa devastante: Planned Parenthood è al centro di un gigantesco traffico illegale di organi di feti abortiti.

L’orrore e la mobilitazione

Di sicuro, nella loro lunga incursione oltre la cortina della “libertà di scelta delle donne”, i militanti del Cmp si sono trovati davanti (e ora ripropongono al mondo) scene difficilmente riproducibili su carta. Colazioni di lavoro in cui si discute con disinvoltura di quantità e qualità di fegati, cuori, polmoni, reni, braccia e gambe “prodotti” in serie dalle cliniche affiliate a Pp. Battute su Lamborghini pretese in premio per gli ottimi accordi strappati, o su teste intere di bambini abortiti inviate ai laboratori di ricerca per garantire la conservazione del tessuto neurale richiesto («così aprono la scatola e fanno: “Oddio!”»). Manager che sorseggiano vino e gustano insalatine mentre spiegano di avere «fatto un 17 settimane proprio stamattina». O che discettano delle tecniche abortive più adatte alla conservazione degli organi. Testimoni che ricordano casi di bambini nati vivi e fatti a pezzi con le forbici. Intermediari di tessuti fetali che raccontano di ordini da «50 fegati a settimana» e di “prodotti del concepimento” letteralmente «caduti fuori» dalle pazienti.

È una lunga galleria degli orrori e di immagini vietate ai minori in cui spiccano per altro alcuni elementi documentali e dichiarazioni abbastanza compromettenti. C’è il volantino di StemExpress, una grossa società per la fornitura di tessuti fetali, distribuito alle cliniche affiliate a Planned Parenthood per proporre loro collaborazioni con grandi «benefici finanziari». C’è il listino dei compensi garantiti da un altro importante player di questo mercato per ogni campione di tessuto ricevuto. Ci sono soprattutto diversi accenni, sempre da parte dei rappresentanti di Pp, alla possibilità di «alterare il processo» per ottenere «intact fetal cadavers» e cioè «campioni migliori di tessuto» (confessione che secondo il Cmp configurerebbe una pratica illegale tanto quanto il commercio di membra umane: l’aborto a nascita parziale).

«La prima [sorpresa, ndr] è stata la facilità con cui abbiamo avuto accesso ai piani più alti di Planned Parenthood dicendo che volevamo comprare da loro parti di bambini (sebbene non l’abbiamo messa giù in maniera così crudele). Abbiamo detto le “parole magiche”. È stata la nostra corsia preferenziale per entrare nel cuore dell’industria dell’aborto». (David Daleiden, fondatore del Cmp, intervistato dal National Catholic Register, 11 agosto)

I vertici di Planned Parenthood, dall’inizio dello scandalo, ripetono che non si tratta affatto di vendita illegale di organi e tessuti fetali in cambio di denaro, bensì di regolarissime “donazioni alla ricerca” effettuate per volontà delle pazienti e dietro il versamento di semplici “rimborsi” per le spese sostenute per il servizio. Ma David Daleiden, il 26enne attivista cattolico fondatore del Cmp, giura che nei 30 mesi di inchiesta “undercover” lui e i suoi hanno scoperto che Planned Parenthood non si sobbarca alcuna spesa e che della raccolta dei tessuti si occupano direttamente i tecnici delle ditte intermediarie. «Più e più volte – dice – abbiamo sentito dalle loro bocche che fanno i soldi vendendo parti di bambini abortiti e che lo fanno per motivi di profitto».

Parallelamente, mentre prosegue il video-assedio del Cmp (a partire dal 14 luglio sono dieci i filmati già pubblicati su dodici, milioni le visualizzazioni su YouTube), è ripartita la battaglia politica per il “defunding”, il ritiro dei fondi federali destinati ogni anno a Planned Parenthood. Un primo tentativo organizzato dai repubblicani è già fallito al Senato il 4 agosto, ma ci saranno altre votazioni e inevitabilmente il caso è diventato uno dei temi più caldi della campagna elettorale per le presidenziali 2016. Prospettiva che preoccupa il colosso degli aborti anche di più di fattacci come l’incendio doloso appiccato nella notte del 4 settembre a una clinica Pp di Pullman, nello stato di Washington, subito definito «effetto degli attacchi falsi e incendiari che alimentano la violenza degli estremisti».

«Quattro commissioni del Senato e della Camera stanno indagando attualmente sulle accuse contro Planned Parenthood. Al Senato si è già tenuto un voto in merito al tentativo di togliere il finanziamento federale a Planned Parenthood, e alla Camera potrebbe svolgersi una votazione simile in settembre. Numerosi senatori e deputati, al pari di alcuni candidati repubblicani alle presidenziali, prospettano lo “shutdown” del governo federale se non saranno cancellati i fondi a Planned Parenthood. Ovviamente prendiamo questo tema molto sul serio». (Cecile Roberts, presidente di Planned Parenthood Federation of America, lettera al Congresso, 27 agosto)

La politica si è mobilitata a tutti i livelli. Anche a livello dei singoli stati sono partite indagini sui presunti reati denunciati dal Cmp (alcune delle quali per la verità si sono già concluse a favore di Planned Parenthood). Giornali e siti di area conservatrice sono scatenati. Fox News ha mandato in onda l’inchiesta di Daleiden. Anche la Cnn ne segue gli sviluppi. E se diversi aspiranti candidati conservatori alla Casa Bianca si sono schierati con i pro-life, Hillary Clinton promette che non smetterà di sostenere il gigante degli aborti «per il diritto di scelta delle donne».

I furfanti dell’informazione

La linea di difesa di Pp, messa per iscritto dalla presidente della federazione Cecile Richards in una lettera inviata al Congresso e accompagnata da una “forensic analysis” dei filmati prodotti dal Cmp, è la seguente: quei video sono pesantemente ritoccati, non contengono alcuna prova dei reati denunciati, e se c’è qualcuno che ha infranto la legge quello è Daleiden, autore di una truffa industriale, falsario di identità e ladro di dati.

Se sia vero o meno che Planned Parenthood non smercia organi di bambini abortiti ma si limita ad agevolare nobili “donazioni alla scienza” fra un aborto e l’altro, questo si vedrà. Ed è facile prevedere che la battaglia sul fronte legale sarà in larga misura tecnica e cavillosa. Qual è la linea di demarcazione che distingue una vendita da una donazione? E qual è il limite oltre il quale un rimborso diventa un prezzo? Forse davvero – benché resti da chiarire il coinvolgimento dei massimi vertici aziendali nel presunto mercato illegale di feti abortiti – questo scandalo alla fine risulterà poca cosa per Planned Parenthood a livello giudiziario (a livello di immagine il discorso è più complicato), specie se è vero che solo una minima parte delle cliniche afferenti al gruppo è coinvolta nella ricerca sui tessuti fetali, come sostiene la Richards.

Una cosa però è sicura. Daleiden è un mezzo furfante dell’informazione. Lui e i suoi segugi potrebbero aver violato diverse leggi federali spacciandosi per procacciatori di organi. Ne è convinta Planned Parenthood, che ha chiesto al Congresso (con l’appoggio di importanti esponenti democratici) di rendere la pariglia agli «estremisti» aprendo inchieste anche su di loro. Ne è convinta anche la californiana StemExpress, l’intermediario di tessuti fetali che esce malconcio almeno quanto Planned Parenthood da questa video inchiesta, e che si è rivolto ai giudici (finora invano) per mettere a tacere il Cmp. Anche la National Abortion Federation ha denunciato Daleiden alla giustizia, nel tentativo di impedirgli di diffondere le immagini “rubate” a un meeting annuale dell’organizzazione.

La rimozione collettiva

Prevedibilmente, i grandi giornali più o meno liberal, dal Washington Post al New York Times, si sono affrettatti a scendere in campo in difesa dei campioni della “salute riproduttiva” contro questo «tentativo disonesto di fare apparire come atroci e illegali quelle che invece sono donazioni di tessuti legali, volontarie e potenzialmente in grado di salvare vite» (Nyt, editoriale del 6 agosto), tentando di ricacciare dietro al paravento dei soliti termini eleganti l’ombra di una realtà ben più sconvolgente e sanguinolenta.

Può suonare curioso l’accento censorio assunto per l’occasione da un giornale, il New York Times, che poco tempo fa non si è fatto altrettanti scrupoli quando si è trattato di ospitare l’appello di Michael Moore e Oliver Stone «per il futuro della libertà di espressione» e cioè per Julian Assange, fondatore di Wikileaks, altro gran furfante dell’informazione. Tuttavia il quotidiano newyorkese ha quanto meno il merito di non essersi nascosto del tutto la notizia. E in Italia la grande stampa quando deciderà di occuparsi di questo “major theme” della campagna elettorale?

Non è facile decidere di affrontare la (non) notizia di questo mega scandalo, non è mica un’inchiesta scomoda sul business dell’olio di palma. I video del Cmp obbligano a riesumare domande e dubbi considerati morti e sepolti nella maggior parte delle redazioni italiane. È roba da pro-life, e che schifo i pro-life con le loro immagini shock. Ecco. La sensazione è che l’inchiesta di Daleiden costringa a guardare cose, fatti, notizie che sono da troppo tempo oggetto di una grande rimozione collettiva. La più colossale e ostinata rimozione contemporanea. Di cosa parliamo quando parliamo di “diritto di scegliere”, di “salute riproduttiva”, di “donazioni alla scienza”? Di cosa parliamo quando parliamo di aborto.

Lo scandalo Planned Parenthood è la storia di una clamorosa auto-censura.

Cate Dyer (fondatrice e amministratore delegato di StemExpress): «In effetti molti laboratori accademici non ce la fanno».

Finto intermediario del Cmp: «Perché? Non capisco».

CD: «È quasi come se non volessero sapere da dove arriva [il campione di tessuto, ndr]. Io lo vedo proprio. Dicono: “Abbiamo bisogno di arti, ma non c’è bisogno che ci siano attaccati mani e piedi”. (…) Oppure vogliono ossa lunghe, ma ti chiedono di togliere tutto, in modo che non si capisca cosa sia».

Cmp: «Disossami il pollo e io lo mangerò, ma…».

CD: «Proprio così. Ma noi sappiamo di cosa si tratta (…)».

Cmp: «Si torna al grande stigma».

CD: «Sì. E i loro tecnici di laboratorio vanno fuori di testa, hanno crisi di nervi… Penso francamente che è per questo che tanti ricercatori, alla fine, alcuni di loro vogliono passare ad altro. Vogliono occuparsi di midollo osseo, vogliono occuparsi di tessuto adiposo, qualcosa che sia prelevato da umani adulti. Preferiscono evitare di pubblicare un articolo che dica che è stato ricavato da tessuti fetali».

Intervistato l’11 agosto dal National Catholic Register, Daleiden ha raccontato come sia stata dura anche per lui resistere davanti agli addetti in camice di Planned Parenthood mentre pescavano con le pinze i campioni di tessuto fetale tra i resti insanguinati degli aborti e glieli esibivano per mostrargli la qualità del “prodotto”. «È stata la cosa più difficile da sopportare», ricorda. Una grande sorpresa, invece, è stata scoprire «quale conflitto vivono molti medici abortisti riguardo al lavoro che fanno. Cercano in ogni modo di razionalizzare o intellettualizzare quel che fanno, rigirano la discussione in modo da non dovere affrontare le conseguenze delle loro azioni. Non vogliono affrontare il dolore e il rimorso che provano. Una dei medici che abbiamo incontrato, Deborah Nucatola (apparsa nel primo video “undercover” pubblicato dal Cmp, ndr), aveva la voce strozzata quando parlava dei particolari delle procedure. Si strofinava gli occhi, ma poi continuava e tentava di comportarsi come se nulla fosse. E non è l’unico medico abortista che abbiamo visto comportarsi così».

C’è un altro segnale che conferma come il vero tema inquietante di questo caso censurato sia la rimozione di una evidenza. In una lettera inviata al Congresso di Washington il 31 agosto in risposta a quella di Cecile Richards, Daleiden sottolinea un dettaglio: è strano come Planned Parenthood nella sua “forensic analysis” (che per altro secondo il Cmp non è affatto un’opera di tecnici “indipendenti” come sostiene la Richards) si accanisca tanto su due frasette in particolare, contenute in una sequenza girata all’interno di una clinica affiliata, allo scopo di dimostrare che non è sicuro che a pronunciarle sia stato il personale della struttura. Le paroline fastidiose sono: «È un bambino!» («it’s a baby!») e «è un altro maschietto!» («another boy!»). È «significativo», nota Daleiden, che Planned Parenthood, con tutte le accuse che si ritrova addosso, si preoccupi di «isolare queste due frasi per sottoporle a un esame speciale: sono ammissioni da parte di abortisti di Planned Parenthood della violenza connaturata al loro lavoro. Ma il modo in cui il report si concentra su di esse (…) sembra suggerire che anche Planned Parenthood ha la coscienza sporca per l’uccisione di bambini».

La violenza in gioco

Avviso ai genitori: i termini in gioco in questa disputa sono violenti ed molto espliciti, così come sono violente ed esplicite le immagini rubate dal Center for Medical Progress. Si parla di bambini soppressi, aspirati, frullati e venduti a pezzi. Tutte cose che si vedono. È un tema da stomaci forti. Troppo “pro-life americano” per non apparire indigesto alle nostre moderne coscienze dopo tre o quattro decenni di “diritti civili”. Perciò, non sorprende il silenzio pressoché totale dei media italiani. Ma prima di decidere che non valga la pena di parlarne perché “i lettori non capirebbero”, bisognerebbe chiedere un parere a David Daleiden, di anni 26.

FONTE: Tempi.it, 14-09-15

Martedì, 15 Settembre 2015 00:00

Niente eutanasia, siamo inglesi


Con 330 voti contrari e 118 favorevoli, il Parlamento inglese ha respinto ieri il progetto di legge sulla legalizzazione del suicidio assistito dei malati in stato terminale, sotto la supervisione medica. Un progetto era stato molto dibattuto e molto contrastato all’interno di tutta la società inglese (Radio Vaticana, 12 settembre).

Una vittoria importante

Il commento più adeguato alla débacle del fronte pro-eutanasia ieri – riporta il quotidiano Avvenire – a Westminster è forse quello di Peter Saunders, leader della combattiva associazione Care not killing (Curare, non uccidere) che ha guidato il fronte civile contro la fallita legalizzazione del suicidio assistito per i malati con non più di sei mesi di vita: «Adesso speriamo che il Parlamento si dedichi ai problemi reali che sfidano il nostro Paese, assicurando che tutti possano accedere alle migliori cure disponibili, senza discriminazioni per i disabili o i malati terminali, e che le finanzi adeguatamente» (11 settembre).

Nonostante il premier David Cameron si sia opposto, alla vigilia era sembrato che i numeri – al quarto tentativo in dieci anni – fossero favorevoli per la svolta eutanasica di Londra. Evidentemente le numerose voci contrarie specialmente della categoria medica hanno fatto in modo tale che il fronte parlamentare fosse amplissimo nel suo rigetto della norma.

Ma i medici sono in maggioranza contrari

Il settimanale Tempi riporta l’opinione di Lord Bernard Francisco Ribeiro, già presidente del Royal College dei chirurghi, che ha affidato alle colonne del Telegraph un editoriale ricordando che i medici, cioè le persone che davvero avranno la responsabilità della morte delle persone, continuano a opporsi alla legge. «Una legge come questa segnerebbe un duro colpo per il principio [del giuramento di Ippocrate] “non nuocere” che sta alla base della professione medica», scrive. «Inoltre, un recente sondaggio condotto tra mille dottori ha fatto emergere che solo uno su sette sarebbe disposto a considerare una richiesta di suicidio assistito e solo uno su nove sarebbe pronto a consegnare i farmaci letali al paziente e ad assistere al suicidio. (…) Quattro su dieci sarebbero disposti a dare una consulenza medica (sull’entità della malattia e sulle possibili cure) ma niente di più» (11 settembre).

La propaganda pro-eutanasia…

In altrettanti sondaggi nella categoria dei medici, si sono espressi contro il suicidio assistito anche l’Associazione dei medici britannici, il Royal College dei medici, il Royal College dei medici di famiglia, l’Associazione per le cure palliative e la società geriatrica britannica. Inspiegabilmente però il sondaggio più citato in Parlamento, era quello realizzato dalle associazioni pro eutanasia per provare che la popolazione è favorevole alla legge, e secondo il quale l’82 % degli inglesi vuole il suicidio assistito. Sondaggio che è stato definito dall’autorevole Institute for Social and Economic Research della Essex University come fuorviante e inattendibile (Tempi, 11 settembre).

…arriva anche in Italia

Effettivamente sappiamo bene che se la legge fosse passata la maggior parte dei giornali laici avrebbe gridato vittoria, e al progresso della civiltà giuridica europea. Allo stesso modo una sconfitta andrebbe stigmatizzata come un errore, invece è quasi impossibile trovare un riferimento sui tre maggiori quotidiani italiani e sui settimanali. L’unico che se ne occupa con un articolo completo è Internazionale, che sceglie di tradurre un editoriale dell’Economist che da tempo si è schierato apertamente per il suicidio assistito. Si è capito che parlare delle sconfitte aiuta il fronte del no? Ci appare l’unica spiegazione…

FONTE: Aleteia, 12-09-15

Più di diecimila persone hanno manifestato a Santiago del Cile, sabato scorso, contro il progetto di legge in discussione in Parlamento, che legalizza l’aborto in tre casi (invalidità e malformazioni del feto, pericolo per la vita della madre, violenza sessuale subita dalla madre). I manifestanti, attraverso lo slogan “Cile in bianco per la vita” si sono ritrovati nella piazza del tempio votivo di Maipù per manifestare la loro contrarietà all’iniziativa legislativa. I presenti erano vestiti completamente di bianco e portavano delle croci nere. La manifestazione, oltre che a Santiago, si è tenuta anche in altre 32 città cilene.

FONTE: ancoraonline.it, 8-9-15

Mercoledì, 09 Settembre 2015 12:41

Cina, la multa per i figli non autorizzati

 
 
Le autorità della pianificazione familiare di Pechino hanno multato una giovane coppia non sposata per aver messo al mondo una bambina. La pena va sotto il nome di «tassa per il mantenimento sociale» e per i due ventenni della capitale è stata fissata in 43 mila yuan, 6 mila euro.
 
Una cifra non indifferente anche per criteri occidentali e che per la Cina è quasi insostenibile: il reddito medio disponibile per una famiglia di città nella Repubblica popolare è di circa 4.300 euro l’anno.
 
Il padre ha raccontato la storia sul web, innescando un dibattito sull'ingerenza dello Stato nella decisione dei cittadini di avere o non avere figli. Lui, 26 anni, ha scritto che «in questa società l’aborto sembra essere la via d’uscita migliore». Ha ricevuto anche critiche, ma in poche ore è cominciata una sottoscrizione per aiutarlo a pagare il debito imposto dallo Stato. E subito le autorità hanno censurato la notizia sui social network.
 
In Cina, nonostante la grande pubblicità data dopo oltre trent’anni all’allentamento della legge sul figlio unico, per mettere al mondo una creatura serve sempre un permesso di nascita; che si concede solo presentando un certificato di matrimonio. Si deve pagare, o abortire, anche se si è regolarmente sposati e si genera un figlio «di troppo», non previsto dalla pianificazione familiare. La «tassa di mantenimento» è odiosa e odiata ed è fonte di abusi da parte di funzionari locali che spesso fanno scomparire i soldi. Si tratta di un fiume di denaro: 2,8 miliardi di euro l’anno.
 
Comunque, la revisione della legge sul figlio unico, dovuta non a un ravvedimento umano ma alla crisi demografica che sta riducendo la forza lavoro nella Fabbrica del mondo, non ha dato gli effetti sperati dal governo: nel 2014 hanno avuto un secondo bambino solo 470 mila coppie sugli 11 milioni che ne avrebbero avuto diritto. Così i demografi del partito stanno pensando di imporre alle coppie sposate di produrre un secondo figlio.
 
FONTE: Corriere della Sera, 27-6-15
Domenica, 06 Settembre 2015 00:00

Due foto, un enigma

La foto del bambino siriano Aylan, morto su una spiaggia della Turchia, ha scosso l’Europa e il mondo, suscitando vivissime reazioni di compassione nei confronti del piccolo angioletto, e di non meno vivace sdegno verso gli eventuali responsabili per tale tragedia. Ed è naturale che così sia stato. Quando si spegne in modo talmente drammatico una vita innocente, soffocata proprio sul nascere, è naturale, diremmo quasi istintivo, provare sentimenti molto vivaci.

La foto dei bambini abortiti e gettati nella spazzatura di un ospedale americano, recentemente pubblicata da alcune riviste prolife, invece, è passata quasi inosservata. Eppure, anche in questo caso si tratta di bambini innocenti, di piccoli angioletti la cui vita è stata soffocata poco prima di nascere. La loro tragedia, però, non suscita nessuna reazione: né di compassione per i bimbi morti, né di sdegno per i responsabili.
 
Perché? 
 
Un primo tassello di risposta è ovvio: mentre la foto di Aylan è stata sbattuta sulla prima pagina da tutti i mezzi di comunicazione del mondo, e quindi tutti l’hanno vista, la foto dei bambini abortiti è stata invece oscurata, e quindi nessuno l’ha vista. Ci si domanda: come mai una tale unanimità, in uno e nell’altro caso? Chi decide quali foto vanno pubblicate e quali, invece, censurate?
 
Il giallo, però, non finisce qui.
 
Al di là del fatto che certe foto sono pubblicizzate e altre, invece, censurate dalla propaganda, non possiamo negare che, presentate una a fianco dell’altra, la prima susciti una reazione molto più vivace della seconda. Per esempio, mentre si chiedono misure urgenti in tema di immigrazione in Europa per evitare il ripetersi di una tale tragedia, non si chiede nessuna misura per fermare la pratica dell’aborto, che ogni giorno uccide migliaia di piccoli “Aylan”.
 
Per quale strano fenomeno psicologico si è giunto a questa dicotomia di reazioni? Si tratta di un fenomeno naturale? Oppure del risultato di un preciso stratagemma di guerra psicologica rivoluzionaria?
 
FONTE: Tradizione Famiglia Proprietà, 6-9-15

di Generazione Voglio Viivere 

GVV 1/9/15 - Dall'agenzia Ansa abbiamo appreso la notizia che il concorso per primario di Ostetricia e Ginecologia al San Camillo di Roma, ospedale tra i più grandi d'Europa e centro di riferimento per l'aborto in tutta Italia, è stato annullato per evidenti profili di illegittimità. Nei mesi scorsi Generazione Voglio Vivere aveva lanciato la campagna social "La vita deve essere difesa! Tutti obiettori ad iniziare dal Primario!" per evidenziare che la vita innocente ha bisogno che tutti siano obiettori, nessuno escluso.

Adesso attendiamo gli ulteriori sviluppi della vicenda, certi che le organizzazioni femministe e abortiste non mancheranno di dare battaglia.

 
"Voglio vendere mio figlio, come posso fare?". E’ la domanda choc che si sono sentite rivolgere le operatrici di un centro per neo mamme a Vicenza. All’inizio - riporta VicenzaToday - nessuno riusciva a capire cosa stesse cercando di dire quella giovane donna dell’est che tra poco sarebbe diventata mamma.
 
Alla fine, tra lo stupore delle operatrici, la donna ha tagliato corto: "Voglio vendere mio figlio, come posso fare?".
 
Il fatto è avvenuto alcune settimane fa al Centro di Aiuto alla Vita di Stradella dei Cappuccini. Passato lo stupore iniziale il personale del centro ha spiegato alla ragazza che vendere il proprio bambino è vietato dalla legge. La donna se n’era andata titubante, dopo aver ricevuto tutte le indicazioni possibili sugli aiuti forniti dalla struttura alle donne incinte. 
 
Il numero degli aborti in città continua, però, a crescere. Conti alla mano ne avvengono circa 400 all'anno, praticamente più di uno al giorno. Secondo i dati rilasciati dagli ospedali di Vicenza e Noventa, ad abortire anche molte minorenni (per legge l'intervento può essere effettuato dai 15 anni in su). Le donne che si presentano nei due centri sono per due terzi vicentine, un terzo straniere.
 
FONTE: Vicenza Today, 6/8/15

Tratto da NoCristianofobia.org 


Senza più pudore. Ora lo dicono apertamente, senza più maschere e senza provar vergogna. Amnesty International ed il Center for Reproductive Rights ritengono che non esista alcun diritto alla vita prima della nascita. Si verrebbe, quindi, considerati «persone» solo dal momento del parto in poi. Sconcertante. Eppure è quanto han dichiarato alla sessione del Comitato per i diritti umani dell’Onu, lo scorso 14 luglio a Ginevra in occasione dell’audizione aperta alla società civile per stilare il testo generale di commento all’art. 6 del Patto sui Diritti Civili e Politici.

Secondo quanto riferito dall’agenzia InfoCatólica, all’assise eran presenti tutti: sigle pro-life e sigle pro-choice. Le prime, peraltro, scopertesi più numerose delle seconde. Ma è servito a poco. Quanto meno a ribadire come nessun trattato internazionale riconosca un «diritto» all’aborto: la Convenzione sui diritti del bambino, il Patto sui diritti civili e politici e la Dichiarazione sui diritti dell’uomo proteggono anzi la vita del nascituro. E vietano la condanna a morte per le donne incinta. Perché? La domanda è stata posta ad Amnesty, che ha nicchiato, trincerandosi dietro un pilatesco “no comment”. Non ha voluto ammettere che la pena capitale viene proibita proprio per tutelare la vita innocente portata in grembo.

Altre Ong abortiste hanno, invece, preferito negare l’evidenza: secondo loro, le restrizioni all’aborto incrementerebbero i casi di mortalità materna, mentre la legalizzazione non comporterebbe alcun aumento degli aborti effettuati. Il che è totalmente, palesemente, dichiaratamente falso. Cifre alla mano. Il Cile è uno dei Paesi, che tutelano maggiormente la vita, eppure registra il minor tasso di mortalità tanto per le madri quanto per i figli dell’intera regione. La liberalizzazione dell’interruzione di gravidanza, al contrario, incoraggia a considerare questa come una sorta di anticoncezionale d’emergenza, incrementandone il ricorso. E’ quanto han reclamato a gran voce la Society for the Protection of Unborn Children, l’Associazione dei Medici Cattolici di Bucarest, C-FamADF InternationalPriests for LifeCanada Silent No More,Family & LifeWoomb InternationalEuropean Center for Law and JusticeAutistic Minority InternationalNational Right to Life tedesco, Life Campaign CitizenGO. Tutte sigle, che hanno evidenziato come la vita umana cominci col concepimento e sia unica ed irripetibile: di ciò si ha un’evidenza scientifica riconosciuta da tutti i testi di Medicina. Così come evidenti sono anche i danni provocati dall’aborto nella donna. Eppure, queste parole sono rimaste inascoltate.

Insieme, tali organizzazioni rappresentavano la maggioranza dell’assemblea. Eppure, questa volta il Comitato dell’Onu ha deciso di non tenerne conto e di prender tempo, nel tentativo di rafforzare così il fronte abortista. Una sospensione del principio di “democrazia” a bacchetta, secondo le opportunità. Atteggiamento definito da Luis Losada, direttore di CitizenGO, profondamente «discriminatorio», ciò che ha indotto molte realtà pro life a presentare protesta formale.

Controprova? Il termine ultimo concesso ai vari organismi, per presentare i propri contributi, era stato fissato inderogabilmente per il 12 giugno. Molte sigle pro choice sono state però ammesse fuori tempo massimo. Contro ogni regola.

Evidente lo svolgersi di una strategia precisa, prestabilita e con una regia occulta, guidata ormai dalle solite lobby. Fino a quando? Resta il monito lanciato da Padre Cristoforo a don Rodrigo nel cap. VI dei Promessi Sposi: «Verrà un giorno in cui…».

di Benedetta Frigerio

Si riaccende il dibattito sul fine vita negli Stati Uniti. Mercoledì scorso i vertici del Medicare, il programma sanitario federale che offre assicurazioni ad anziani e disabili, hanno deciso di offrire un pagamento extra a quei medici e infermieri che parleranno con i propri pazienti del fine vita e faranno loro sottoscrivere delle dichiarazioni anticipate di trattamento.

Il piano di rimborsi, scrive il New York Times, era già stato proposto nel 2009, quando ancora l’Obamacare, la riforma sanitaria di Obama, non era stato approvato. Allora il governo, di fronte al muro sollevato dal mondo pro life, si era fermato per non aggiungere ostacoli a un disegno di legge già controverso. Sarah Palin, senza mezze misure, aveva definito il piano come «un tentativo di creare dei colloqui di morte».

Ora invece il regolamento, che non deve passare dal Congresso, sarà applicato in prova per 60 giorni, durante i quali verranno raccolti le valutazioni della gente. L’1 novembre verrà presa una decisione definitiva, anche sull’entità delle parcelle da corrispondere ai medici per i colloqui, e a gennaio dovrebbe già entrare in vigore.

«Siamo convinti che la proposta di oggi sia di sostegno agli individui, alle famiglie e agli operatori sanitari che vogliono avere l’opportunità di discutere delle proprie cure in anticipo», ha spiegato Patrick Conway, il medico responsabile dei programmi Medicare e Medicaid. Il problema è come verrà presentato il tema del fine vita e quello delle eventuali cure. Se, come nel 2009, la National Right to Life Committee’s Powell Center for Medical Ethics si oppone al progetto è perché, come spiegato dal direttore Burke Balch, «il programma si sforza deliberatamente di non fornire un consulto neutrale».

In tanti si chiedono anche perché, in un momento in cui la sanità riceve continui e ingenti tagli, il governo abbia deciso di pagare degli extra per colloqui che dovrebbero far parte della normale attività dei medici. La paura di Balch è che sia un tentativo per spingere gli anziani a rifiutare cure costose di mantenimento in vita. Marie T. Hilliard, esperta del National Catholic Bioethics Center, ricorda inoltre che il programma «contiene un sistema forzato di scelte prestabilite, di cui è impossibile conoscere l’appropriatezza in anticipo». Nessuno, infatti, «può decidere [sul fine vita] senza avere davanti agli occhi un paziente in uno stato di salute specifico (…), anni o anche settimane prima che il dilemma si verifichi».

Per Hilliard, infine, in questo momento di crisi economica, «c’è la tendenza a considerare» i milioni di anziani che hanno bisogno di cure «con una mentalità di razionalizzazione. E ciò nega la dignità di ogni essere umano, specialmente se anziano, disabile, infermo o incapace di esprimersi».

FONTE: Tempi, 11-7-15

 

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