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Pessime notizie sul fronte della Vita: non solo il ministero della Salute argentino ha pubblicato sul proprio sito web il Protocollo per la cura globale delle persone aventi diritto all’interruzione legale della gravidanza», garantendo «risorse umane e materiali adeguate», nonché rendendone obbligatoria l’applicazione su tutto il territorio nazionale ed in tutte le strutture sanitarie, «tanto pubbliche quanto private» [quindi comprese quelle cattoliche, esercitando così un’evidente forma di violenza sui loro principi religiosi, sulle loro convinzioni morali e sulla coscienza dei loro operatori-NdR], poiché «non esiste un’obiezione di coscienza istituzionale». La propaganda dev’essere massiccia e diffusa, anche in forma preventiva, insegnando ad evitare «gravidanze indesiderate», utilizzando i «metodi contraccettivi».

A darne notizia, è stata l’agenzia InfoCatolica. E’ un documento drastico ed orribilmente impietoso, quello che porta la firma del presidente argentino, Cristina Fernández de Kirchner (nella foto), di Sinistra, e del ministro competente, Daniel Gollan. La normativa definisce la «decisione della donna» [come se la nascita di un bimbo fosse soltanto affar suo, il che già è discriminante-NdR], già a partire dai 14 anni, «indiscutibile», anche «senza il consenso dei suoi genitori o dei tutori legali», e viene fatto pertanto esplicito divieto al personale sanitario di sottoporla a «giudizi di valore derivanti da proprie convinzioni personali o religiose», rendendo così i medici meri esecutori di morte, senza neppur conceder loro facoltà di parola, men che meno di consiglio.

Anche qui si è attinto purtroppo a piene mani al vocabolario dell’antilingua. Il testo, infatti, si ispira con tutta evidenza alla «Guida tecnica per la cura globale degli aborti non punibili», pur trasformando tale dizione, «aborti non punibili», nella formula più soft e “politicamente corretta” di «interruzione legale della gravidanza», inquadrando questa addirittura, già nel prologo, tra i «diritti umani», da consentirsi in caso di «stupro» oppure di «minaccia», anche solo «potenziale», per la «salute fisica, psichica o sociale della donna», quand’anche si trattasse di una semplice, banalissima «perdita di autostima». In pratica, l’aborto viene totalmente, vergognosamente liberalizzato, senza tenere in alcun conto i diritti dell’essere umano custodito in grembo, tanto meno i diritti dell’altro genitore, il padre, privo di qualsiasi voce in capitolo.

Basta che le richiedenti si presentino presso la struttura sanitaria con una propria dichiarazione firmata in carta semplice e, senza alcuna «formalità legale» – com’è tristemente definita nel Protocollo –, s’innesta la macchina abortiva, senza che nemmeno venga loro chiesto di spiegare, dar conto o «approfondire le circostanze» determinanti la propria scelta. Se la donna fosse dichiarata «incapace di intendere e di volere», non vi sarebbe problema: a decidere per suo conto sarebbe il suo rappresentante legale o il suo tutore, chiamato ad una decisione tanto tragica a nome e per conto della propria assistita.

Ma la crudeltà continua. Sotto i 14 anni, i genitori “potranno” – quasi si trattasse di una “graziosa” concessione – partecipare alla decisione, tuttavia, qualora il loro rifiuto venisse ritenuto «ingiustificato», verrebbero immediatamente esclusi, esautorati dei loro diritti e rimpiazzati da «curatori speciali» incaricati di agire in loro vece. Follia pura.

Non solo. Nessun sanitario può opporre «ostacoli di natura medico-burocratica o giuridica», che impediscano il libero accesso all’aborto, da eseguirsi e senza fiatare. Non possono essere fornite informazioni di merito «a terzi, compresi marito, compagno/a [definizione già comprensiva di partner dello stesso sesso, in ossequio all’ideologia Lgbt-NdR], padre o madre». Basta che l’interessata acconsenta ed il figlio viene inevitabilmente condannato a morte, ammazzato senza un se, senza un ma e senza un perché.

L’obiezione di coscienza viene ammessa solo, quando preventivamente dichiarata per iscritto, comunicata alla donna e «sempre a patto che non si traduca in una dilazione, in un ritardo o in un ostacolo per l’accesso a tale prestazione medica (sic!)», poiché in caso contrario il medico sarebbe sanzionabile «per via amministrativa, civile e/o penale». Stessa sorte nel caso venissero fornite «informazioni false» o ci si rifiutasse «di eseguire il trattamento». La donna deve essere indirizzata, in tali casi, dal medico obiettore ad un collega disposto invece a praticarle l’aborto. Qualora non ve ne fossero, non v’è coscienza che tenga: per legge il sanitario è costretto a calpestare i propri principi, ciò in cui crede e ad eseguire comunque «l’interruzione di gravidanza», non potendo «eludere l’obbligo di eseguirla». Si tratta di una gravissima forma di violenza e di un attentato evidente ai diritti fondamentali dell’uomo.

Ma non è finita qui. Dev’essere lo stesso medico a promuovere la pratica abortiva, di fronte ad una qualsiasi gravidanza. La prima, disumana domanda, infatti, che la normativa prevede di rivolgere alla donna giunta nel suo ambulatorio è: «Sussistono motivi per l’interruzione legale della gravidanza?», il che dà subito il polso della situazione. Qualora disgraziatamente sussistesse anche un piccolo cavillo, si dispone che la si informi della procedura, suggerendole di compierla «al più presto possibile». Essere «imparziale, paziente e rispettoso», dunque, per il sanitario, significa solo astenersi assolutamente, durante il consulto, dall’esprimere le proprie «opinioni personali contro l’aborto» o dal suggerire condotte, che possano determinarne il rinvio, evitando anche, se possibile, di mostrare alla donna l’immagine del bimbo che porta in grembo o di farle sentire il suo battito cardiaco. In caso di violazione, deve guardarsi dal «determinare situazioni di violenza, che possano generar dubbi nella volontà della donna». Evidente il rischio giuridico d’esser accusato di pressioni indebite con conseguente processo.

La percezione evidente è che a questa legge del miracolo della maternità, delle condizioni della madre e della vita di suo figlio non importi alcunché: vengono tutti visti come carne, come materiale biologico di cui disporre a piacimento. Ma nemmeno le convinzioni, la coscienza ed il parere del medico contano: lui dev’essere un mero esecutore senza cervello, senza cuore, senz’anima.

Le violazioni sulle libertà personali – religiose, morali e civili -, sui diritti fondamentali dell’uomo e sulla professione medica sono tali e tante da far assumere all’intero Protocollo tinte non solo perverse, ma esplicitamente demoniache.

"È uno scandalo, sono triste, ma ci batteremo ancora".

Con queste parole la battagliera madre di Vincent Lambert ha commentato la sentenza emessa della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo che ha autorizzato l'interruzione di alimentazione e idratazione assistite al figlio tetraplegico in coma dal 2008 in seguito ad un incidente stradale. 

Il sig. Lambert non è stato colpito da alcuna patologia specifica e non si trova nemmeno in fin di vita. Acqua, cibo e ossigeno non sono terapie, bensì mezzi di sostentamento vitale che soddisfano esigenze fisiologiche e non servono a riparare eventi patologici. E dunque non ci troviamo innanzi nemmeno a un caso di accanimento terapeutico.

I genitori di Vincent si sono sempre opposti all'interruzione dei trattamenti contro il volere della moglie. Per questo motivo avevano presentato appello in Europa dopo la decisione favorevole del Consiglio di Stato francese. Il pronunciamento è tanto più grave trattandosi del primo caso in cui la Grande camera della Corte europea decide in merito ad un caso di eutanasia. La vicenda di Vincent Lambert crea quindi un precedente pericoloso che potrà essere sfruttato in futuro per altri casi analoghi, anche italiani.
 
 
Clicca sul bottone che trovi qui sotto e firma la petizione a sostegno del "Comité de soutien à Vincent Lambert" che si batte affinchè venga riconosciuto il diritto alla vita di Vincent Lambert.
 

Per Marco Cappato, del Partito Radicale e tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni, «La sentenza di Strasburgo rafforza l'urgenza di discutere in Parlamento la nostra legge di iniziativa popolare depositata nel 2013». 
 
A coloro che continuano da anni a parlare di «stato vegetativo», il vecchio compagno di scuola Benoît Petit ribatte: «Ma di cosa stiamo parlando? Vincent è certamente vittima di handicap, ma è davvero in vita. Respira da solo. E invece di addolcire la sua sorte con delle cure in una struttura specializzata, vogliono sottoporlo a eutanasia».

La battaglia per salvare Vincent Lambert segnerà il futuro di tutti noi. Non vogliamo ritornare alla "morte compassionevole" di hitleriana memoria.

Gli amici d'infanzia giudicano «incomprensibile» la sentenza.  «Viviane Lambert ama suo figlio e propone persino, con suo marito, di riprendere Vincent in casa. In nome di cosa possono rifiutarlo? In nome di quale principio Vincent dovrebbe morire, quando può vivere sotto lo sguardo amorevole della famiglia e con le cure di cui ha bisogno?». 
 
No, Vincent deve vivere: aiutaci a renderlo possibile!
 
di Leone Grotti
 
 
«Mi sembra più grave che qualcuno uccida Vincent Lambert piuttosto che qualcuno mostri il suo volto. Ma oggi si preferisce farlo morire senza troppo rumore». Jean Paillot è l’avvocato che ha difeso i genitori dell’uomo francese in stato di minima coscienza davanti alla Corte europea per i diritti umani. I giudici di Strasburgo hanno dato ragione a parte della famiglia di Vincent, che vorrebbero la morte dell’uomo, decidendo che farlo morire di fame e di sete non viola il suo diritto alla vita. Ora sta ai medici dell’ospedale di Reims, dove Vincent è ricoverato, decidere della sua sorte. I genitori dopo la sentenza hanno deciso di diffondere un filmato, che ha scatenato un acceso dibattito in Francia, nel quale viene mostrata la faccia dell’uomo. «Molti pensavano che fosse un vegetale», dichiara l’avvocato a tempi.it. «Volevamo che tutto il mondo potesse vedere la verità».
 

Avvocato, qual è la verità?
Vincent Lambert è gravemente handicappato. È handicappato due volte: è tetraplegico e ha gravi problemi cerebrali. Però, non è in fin di vita: può vivere ancora degli anni, non è malato e i suoi handicap non sono malattie e non portano a malattie. Inoltre non soffre e il suo volto è quello di un uomo in pace. Sono presenti attività cerebrali, quindi non è in stato di morte cerebrale, e non è una semplice “vita biologica”, come si sente dire a volte. Anzi, noi non abbiamo certezze sulla sua capacità di capire ciò che gli accade intorno. I suoi genitori però, che lo vedono tutti i giorni, sono in grado di distinguere le emozioni che prova: se è di buon umore o di cattivo umore, triste o sereno…

E allora perché i giudici di Strasburgo hanno autorizzato i medici francesi a farlo morire di fame e di sete?
Dodici giudici su 17 della Grand Chambre non hanno autorizzato la sua morte. Hanno solo detto che la legge francese, che permette che gli vengano interrotte alimentazione e idratazione, e quindi che muoia di fame e di sete, non è incompatibile con i diritti fondamentali della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Hanno anche e soprattutto detto che i genitori di Vincent non possono rappresentare loro figlio davanti alla Corte: avrebbero potuto farlo se Vincent fosse morto, per lamentarsi della sua morte (il che è assurdo, se si vuole proteggere davvero la vita), o se fosse stato provato che Vincent la pensa come loro (il che è parimenti assurdo visto che Vincent non può esprimere la sua opinione). Sa qual è la verità?

No.
In realtà questa è una decisione di carattere politico, destinata a evitare che la Francia, che si fregia di essere il paese dei diritti dell’uomo, sia condannata per un motivo così forte. Questo spiega perché cinque giudici dissidenti hanno deciso di redigere una «opinione dissidente» di rara violenza contro i loro colleghi della Corte, affermando che a causa di questa sentenza la Corte cessa di essere la «coscienza dell’Europa».

Vi aspettavate questa sentenza?
No, per noi è stata una brutta sorpresa. È inverosimile infatti che i genitori di una persona handicappata non abbiano il diritto di fare ricorso davanti alla Corte per far rispettare i diritti fondamentali di loro figlio. Questa sentenza è una sconfitta per tutti coloro che credono che il diritto debba proteggere i più deboli.

Come hanno reagito i genitori alla sentenza?
I genitori di Vincent sanno che i loro avvocati non si arrenderanno, sono sostenuti e accompagnati. Certo, il colpo è duro da incassare.

Perché se i genitori di Vincent vogliono occuparsi di lui, c’è una parte della famiglia che vuole che muoia?
Perché un medico è riuscito a convincere la moglie di Vincent che lui non può più fare progressi e che sarebbe meglio «lasciarlo partire». In realtà, non se ne sa assolutamente niente. Il dottor Kariger è un geriatra, uno specialista di persone in fin di vita e non uno specialista di persone cerebrolese come Vincent.

Il destino di Vincent ora è segnato? A breve morirà di fame e di sete?
No, non tutto è finito. La partenza dall’ospedale di Reims del dottor Kariger incide sulla decisione di interrompere o meno l’alimentazione. Ora secondo noi bisogna prendere una nuova decisione medica. Inoltre, i progressi di Vincent nella deglutizione dovrebbero ormai essere presi in considerazione. Infine, noi abbiamo richiesto che Vincent sia trasferito in un altro ospedale. Questa sarebbe una buona cosa. Aspettiamo di sapere cosa intende fare l’ospedale di Reims.

L’opinione pubblica francese cosa ne pensa?
Se devo essere sincero, ci sono state meno reazioni davanti alla sentenza della Corte che davanti al filmato che abbiamo deciso di diffondere. E questo è indicativo: noi ci siamo resi conto che molte persone non sapevano davvero come stava Vincent. Alcuni pensavano che lui non avesse più attività cerebrali, altri che fosse in coma, altri ancora che avesse tubi che lo collegano a ogni sorta di macchina o che soffrisse. In realtà, niente di tutto ciò è vero. Ecco perché abbiamo diffuso il filmato: perché tutto il mondo potesse vedere.

Che cosa ha scandalizzato i francesi di quel video?
In tanti hanno scoperto che faccia ha Vincent. Ora, è più facile accettare di far morire qualcuno se non lo si è mai guardato in faccia. Ma quando si vede con i propri occhi, e quando si vede qualcuno stare come non ci si immaginava, allora c’è una presa di coscienza forte. Il dibattito si è subito focalizzato sul fatto se fosse o meno necessario sfocare gli occhi di Vincent. Ma è un dibattito fasullo. È come se un bambino vi mostrasse con il dito qualcuno che sta per affogare nel fiume vicino e voi lo rimproveraste perché ha il dito sporco. Voi guardate, ma non volete vedere. È più grave che qualcuno uccida Vincent piuttosto che qualcuno faccia vedere il suo volto. Ma oggi si preferisce farlo morire senza troppo rumore.

Voi che cosa chiedete?
Noi vogliamo che Vincent sia trasferito in un altro ospedale per essere meglio curato. I suoi progressi nella deglutizione dimostrano che può migliorare anche in modo autonomo. Bisogna quindi aiutarlo a migliorare ancora di più. Inoltre, dove si trova ora, non viene curato nel modo corretto. Lui dovrebbe beneficiare di una sedia a rotelle per poter uscire dalla sua camera. E non ce l’ha. Dovrebbe poter fare la fisioterapia. Ma gliela negano da due anni, da quando il suo medico ha deciso che doveva morire.

Ma un uomo come Vincent Lambert può vivere una «vita degna»?
Prima di tutto è importante riconoscere Vincent nella sua dignità di essere umano handicappato. Un medico, invitato dal dottor Kariger per riflettere sul caso di Vincent, ha dichiarato alla stampa: «Vincent non è più una persona, è cancellato». Una frase del genere, soprattutto se esce dalla bocca di un medico, è inaccettabile, è un vero scandalo! Vincent è ancora una persona, è un handicappato e deve essere trattato come una persona handicappata. La dignità, quindi, non riguarda prima di tutto un modo di vivere ma l’essere rispettati per come si è: cioè un essere umano. Insomma, la dignità non è prima di tutto un diritto per Vincent, ma un dovere per chi sta attorno a lui.

E dal punto di vista di Vincent, invece?
Considerando le cose dal suo punto di vista, direi: Vincent ha il diritto di continuare a essere circondato di affetto. Vincent ha il diritto di ascoltare la voce di sua figlia e dei suoi cari. Vincent ha il diritto di essere amato.

FONTE: Tempi, 17/05/15

Una donna scozzese ha finto una aborto per cedere il figlio a un amico, ma la perseveranza del padre e suo (ex) partner ha portato alla scoperta dell’inganno e alla condanna dei due.

IL TRUCCO DEL FINTO ABORTOTre anni a lei, e tre anni a lui, oltre a una reprimenda umiliante da parte di un giudice di Perth, William Wood. I due hanno perpetrato un inganno ai danni del padre biologico del bambino. La donna con la quale aveva avuto una relazione durata tre mesi gli aveva annunciato di essere incinta e in seguito di non voler aver figli e di aver deciso d’abortire. Invece ha portato a termine la gravidanza e consegnatoil figlio a un amico omosessuale, registrato all’anagrafe come figlio dei due all’insaputa del partner e padre.

IL SOSPETTO CHE DIVENTA REALTÀAll’uomo i sospetti sono sorti perché tutti dicevano che il bambino gli somiglia molto, per scansarli i due si erano addirittura inventati l’esistenza di una madre surrogata, sostenuta con la creazione di un profilo Facebook falso a nome Clare Green, ma è servito solo a rallentare per un po’ l’azione dell’uomo, che all’inizio aveva dato per morto il figlio.

LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZAUn «inganno cinico e calcolato» secondo il giudice, che ha stigmatizzato anche i tentativi dei due di negare l’evidenza una volta che l’inganno è stato scoperto. Dopo che l’esame del DNA ha confermato la vera paternità, il bimbo che ormai ha 3 anni è stato affidato all’uomo, che nel frattempo si è ri-sposato, e la coppia è finita agli arresti. «Avete insistito in questo piano malato per quasi tre anni, fino a che il padre non ha scoperto la verità. Non fosse stato per la sua determinazione ci sarebbero potuti essere ulteriori danni per il bambino», ha scritto Wood nella sentenza, «…il rapporto dei servizi sociali dice che la vostra condotta ha probabilmente procurato danni psicologici durevoli, o almeno un trauma, a questo bambino. Avete negato al padre la possibilità di crescerlo per un lungo periodo di tempo».

FONTE: Giornalettismo, 16/06/15

Questa è una storia che fa rabbrividire. E’ la storia di una bambina di 10 anni di nome Mainumby. Incinta. La piccola vive nel Paraguay. Suo malgrado, è divenuta l’icona di una lotta meschina e ideologica, che si sta combattendo sulla sua pelle e sulla vita del bimbo che tiene in grembo. Quella che si sta consumando sulla loro testa è una lotta cieca e crudele, per strappare con tutti i mezzi ed a tutti i costi ai legislatori ed ai consessi internazionali il consenso ad una libertà d’aborto assoluta, totale, incondizionata. A guidare questa ignobile campagna d’opinione, figurano diverse, potenti Ong internazionali, come denunciato dalla madre della ragazzina in una lettera, inviata alla direzione del carcere, dove si trova reclusa per presunto occultamento di abusi sessuali compiuti dal suo partner: «Tali organizzazioni fanno solo della propaganda – ha dichiarato – strumentalizzando ogni volta e sempre più la mia situazione giudiziaria».
 
Il Cladem-Comitato dell’America Latina e dei Caraibi per la Difesa delle Minori e l’ong Equal Now hanno presentato al Comitato Interamericano dei diritti umani una petizione, per ottenere la concessione di un aborto “cautelare”, da praticare su Mainumby. Adducendo a pretesto le sue precarie condizioni. Che, come ha spiegato il governo, tanto precarie invece non sono: «La minore è sotto stretto controllo medico e riceve adeguato sostegno psicologico presso l’ospedale “Regina Sofia” della Croce Rossa del Paraguay, specializzato proprio nei casi di maternità in età infantile. Lo Stato è ben consapevole della delicata situazione della piccola, tenendo conto della sua età, che implica maggiori rischi, per cui si è fatto ricorso ad un intervento speciale, costituendo appositamente una commissione medica multidisciplinare». Altro che precarie condizioni…
 
Nonostante ciò, lo scorso lunedì il Comitato Interamericano ha concesso la misura cautelare richiesta dalla petizione. Che è probabile venga provvidenzialmente bloccata dalla denuncia, presentata all’Oea-Organizzazione degli Stati Americani dalla madre di Mainumby, denunciando le sofferenze da lei patite a causa delle organizzazioni femministe. Scrive la donna nella lettera (nella foto) al direttore del carcere: «Diverse persone ed istituzioni, che non sono precisamente interessate alla mia sorte, quasi quotidianamente sollecitano la firma su documenti, che appoggiano soltanto i loro interessi settari, specie quando queste firme provengano da organismi prestigiosi quali l’Onu o Amnesty International». Per questo, la madre si rifiuta di «rilasciare interviste, per evitare che possano esserne diffuse versioni distorte, in grado di rendere la mia situazione ancor più difficile di quanto già non sia».
 
Secondo il direttore della campagna CitizenGO, Luis Losada, questa «lettera rivela un vero e proprio caso di “molestie” da parte delle organizzazioni femministe, che han dimostrato così di non esser realmente interessate alla persona ed ai suoi problemi, bensì solo al proprio obiettivo, la legalizzazione dell’aborto in tutta l’America Latina». Per questo il portale di sottoscrizioni on line ha lanciato una campagna d’appoggio al ministero della Salute paraguayano di fronte agli attacchi mossi dalle ong internazionali, raccogliendo in pochissimo tempo decine di migliaia di firme.
 
FONTE: NoCristianofobia, 11/06/15

di Leone Grotti

Abbiamo fatto trenta? Facciamo trentuno. Sembra questo il ragionamento di una Ong come Amnesty International, che martedì ha convocato una conferenza stampa in Irlanda per gridare: è tempo di legalizzare l’aborto.

«POCO ORIGINALE». Perché l’aborto e perché proprio adesso? Semplice, perché è appena stato legalizzato il matrimonio gay. Il legame logico può sfuggire ed è importante quindi ascoltare la spiegazione della mente dell’operazione, Colm O’Gorman, direttore di Amnesty in Irlanda: «È molto facile e forse anche poco originale collegare ciò di cui stiamo parlando», cioè la legalizzazione dell’aborto, «al recente referendum, ma penso che dobbiamo imparare una lezione da quel processo». E quale sarebbe questa lezione da imparare? Durante il referendum sul matrimonio gay «l’Irlanda ha dimostrato una capacità di parlare realmente di un tema che potrebbe essere visto come socialmente molto controverso. Questo è un tema ancora più complesso ma spero che entreremo nel merito della realtà delle nostre leggi».

ABORTO E NOZZE GAY. Non è facile seguire il discorso di Amnesty International. Che cos’hanno da spartire matrimonio gay e aborto? In apparenza, niente. Il primo dà il diritto a due individui dello stesso sesso di sposarsi nel nome del #loveislove, il secondo dà il diritto di sopprimere una vita quando questa non è ancora in grado di esprimersi e difendersi. Due temi molto diversi.
Ma per Amnesty International non sono altro che due tappe, due conquiste di civiltà, nella lunga strada che porta al progresso. Non è un caso che la Ong identifichi implicitamente la «capacità di parlare realmente» del matrimonio gay con l’approvazione del matrimonio gay. Se il referendum non fosse passato, i toni da parte della Ong sarebbero stati molto diversi.
Ma c’è un’altra domanda che sorge spontanea: chi è Amnesty International per dire agli irlandesi che cosa devono fare? L’organizzazione ha lo scopo di battersi perché «tutti possano godere dei diritti umani». Questo è legittimo, ma da quando l’aborto è un diritto umano?
 
FONTE: Tempi, 11/06/15

C’è una buona notizia: sconfiggere l’aborto si può. Ce n’è un’altra, non meno importante: si possono sconfiggere anche le politiche abortiste. Secondo una nuova inchiesta condotta da Ap, negli Stati Uniti l’indice delle interruzioni di gravidanza dal 2010 ad oggi è diminuito del 12%. La flessione più significativa ha riguardato la fascia adolescenziale, dove ha raggiunto il suo minimo storico negli ultimi decenni.

Molteplici le ragioni, secondo gli osservatori. Ma va notato prima di tutto come – al di là delle pretestuose, imbarazzate spiegazioni addotte dalle associazioni pro-choice, quale Planned Parenthood – tali risultati si siano registrati proprio negli Stati, ove sono state approvate le nuove, più restrittive leggi, grazie alle quali è stata regolamentata l’incessante attività delle cliniche “liberal”. Nell’Indiana, nel Missouri, nell’Ohio e nell’Oklahoma, dove più aggressive furono le normative abortiste, le interruzioni di gravidanza sono diminuite di oltre il 15%. Risultati analoghi si sono registrati anche a New York, Washington e nell’Oregon.

Secondo Charmaine Yoest, presidentessa dell’Americans United for Life, questi dati suggeriscono l’insorgere di un cambiamento di mentalità negli atteggiamenti delle donne in gravidanza: «Siamo di fronte ad un’intera generazione di madri, che hanno visto nell’ecografia, in realtà, la prima foto del proprio figlio – ha dichiarato – Oggi le donne sono più consapevoli dell’umanità del bambino, che tengono in grembo». Sanno che non è una cosa, un oggetto, semplice “materiale” biologico, ma una persona, anzi la creatura affidata loro come dono da Dio. Ed è questa evidenza a spingerle ora, sempre più, a sottrarre il proprio figlio alle mani di chi lo vorrebbe uccidere. Anche farmacologicamente. La Verità – lentamente, inesorabilmente, ma provvidenzialmente – si fa strada.

FONTE: No Cristianofobia, 08/06/15

I l New York Times ha pubblicato da poco un articolo intitolato «Gli orrori non realizzati dell’esplosione demografica ». L’argomento è quantomai interessante. Vi ricordate gli annunci di disastri da sovrappopolazione che tanti profeti di sventura avevano fatto diventare idea-culto per le masse? Il quotidiano liberal newyorkese li ricapitola e constata che il mondo non è esploso, nonostante quelle funeste previsioni dicessero il contrario. Riporta i racconti di Harry Harrison, che dipingeva un futuro senza spazio per le nuove generazioni, e di Paul Herlich, un biologo di Stanford, autore di The Population Bomb, bibbia dell’antinatalismo e manifesto del neo-malthusianesimo.

Nel libro Herlich spiegava che «la battaglia per nutrire tutta l’umanità è persa» e, prospettando scenari di carestia, prevedeva che «nel 2000 l’Inghilterra non esisterà più», così come l’India. E così oggi sul New York Times si può annotare con ironia: «Come forse avrete notato, l’Inghilterra è ancora dei nostri. E anche l’India». Già, si moltiplicano imea culpa di tanti profeti di sventura, impauriti forse dal fatto che ormai non nasce più nemmeno chi servirebbe a pagare le loro pensioni.

E anche l’Expo di Milano sta diventando l’occasione per riaffermare l’evidenza: basterebbe un terzo del cibo che nel mondo va sprecato (un totale di 1,3 miliardi di tonnellate) per sfamare chi soffre la fame. Il vero eccesso sono gli sprechi. Fred Pearce, intervistato dal giornale americano, spiega che alla luce dei fatti la sovrappopolazione non è mai stata un rischio reale: lo è il sovraconsumo delle risorse, e questo ricade sulla coscienza dei Paesi più ricchi, ribaltando il mantra che voleva che tutte le colpe (crescita e consumo) andassero attribuite al cosiddetto Terzo Mondo.

Eppure, in questi anni abbiamo assistito a sterilizzazioni forzate in India, politiche del figlio unico in Cina, agli effetti dei terrorizzanti scenari di sovrappopolazione prospettati nei Paesi europei, che nel frattempo sono diventati vecchi e senza bambini… Ora, se ilNew York Times prende una posizione così netta forse vuol davvero dire che la teoria di Ehrilich comincia a franare. Certamente perché i numeri non gli hanno dato ragione. Ma anche perché era così evidente che un mondo in cui una metà soffre di denutrizione e l’altra di obesità non si aggiusta facendo pressione sui poveri che non hanno pane e spingendo perché non abbiano nemmeno i figli che glielo procurano.

La strada è quella della sobrietà, che anche papa Francesco continua a indicare: far diventare meno avida quella porzione opulenta del mondo il cui cruccio massimo è come stare a dieta questa sera.

FONTE: Avvenire, 17/06/15

(Il Comitato Verità e Vita invita alla lettura del Comunicato Stampa dell’AIGOC – Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici)

La decisione della Corte Costituzionale di dichiarare leciti l’accesso alla fecondazione artificiale alle coppie non sterili e la diagnosi pre-impianto non ci sorprende in quanto – come già espresso in nostri precedenti comunicati – era nell’aria, ma ci rattrista moltissimo perché con questa decisione la Suprema Corte non ha solo dichiarato lecito ciò che solo undici anni fa il Parlamento aveva espressamente vietato perché ritenendo l’accesso alla fecondazione in vitro un mezzo per ovviare alla sterilità ed infertilità di coppia lo consentiva a determinate condizioni che dovevano assicurare  i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito, ma ha ridotto il concepito, il più debole ed indifeso degli esseri umani ad un oggetto, che può essere preteso come diritto, commissionato, prodotto, scartato se è portatore di malattia congenita e/o non perfetto!

La lettura attenta della sentenza n.96/2015 ci fa toccare con mano come l’istituzione voluta dai Padri Costituenti per salvaguardare lo spirito ispiratore della nostra Carta Costituzionale abbia completamento trascurato il fondamento di ogni suo singolo articolo, cioè la dignità inerente ad ogni essere umano, da cui derivano tutti i diritti umani e primo fra tutti il diritto alla vita di ogni essere umano dal concepimento alla morte naturale.

Nessun Padre Costituente – anche il più ateo ed agnostico – avrebbe potuto mai pensare che la Corte Costituzionale avrebbe potuto usare la Carta Costituzionale per far diventare un “diritto” ciò che loro stessi hanno condannato come orribile delitto in Hitler ed i suoi collaboratori, cioè l’eugenismo di stato.

Quando leggiamo nella citata sentenza al punto 9.− “Nel merito, la questione è fondata, in relazione al profilo – assorbente di ogni altra censura – che attiene al vulnus effettivamente arrecato, dalla normativa denunciata, agli artt. 3 e 32 Cost.

Sussiste, in primo luogo, un insuperabile aspetto di irragionevolezza dell’indiscriminato divieto, che le denunciate disposizioni oppongono, all’accesso alla PMA, con diagnosi preimpianto, da parte di coppie fertili affette (anche come portatrici sane) da gravi patologie genetiche ereditarie, suscettibili (secondo le evidenze scientifiche) di trasmettere al nascituro rilevanti anomalie o malformazioni. E ciò in quanto, con palese antinomia normativa … , il nostro ordinamento consente, comunque, a tali coppie di perseguire l’obiettivo di procreare un figlio non affetto dalla specifica patologia ereditaria di cui sono portatrici, attraverso la, innegabilmente più traumatica, modalità della interruzione volontaria (anche reiterata) di gravidanze naturali – quale consentita dall’art. 6, comma 1, lettera b), della legge 22 maggio 1978, n. 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza) − quando, dalle ormai normali indagini prenatali, siano, appunto «accertati processi patologici […] relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna».
 
Vale a dire che il sistema normativo, cui danno luogo le disposizioni censurate, non consente (pur essendo scientificamente possibile) di far acquisire “prima” alla donna una informazione che le permetterebbe di evitare di assumere “dopo” una decisione ben più pregiudizievole per la sua salute.
Dal che, quindi, la violazione anche dell’art. 32 Cost., in cui incorre la normativa in esame, per il mancato rispetto del diritto alla salute della donna. Senza peraltro che il vulnus, così arrecato a tale diritto, possa trovare un positivo contrappeso, in termini di bilanciamento, in una esigenza di tutela del nascituro, il quale sarebbe comunque esposto all’aborto.

La normativa denunciata costituisce, pertanto, il risultato di un irragionevole bilanciamento degli interessi in gioco, in violazione anche del canone di razionalità dell’ordinamento – ed è lesiva del diritto alla salute della donna fertile portatrice (ella o l’altro soggetto della coppia) di grave malattia genetica ereditaria – nella parte in cui non consente, e dunque esclude, che, nel quadro di disciplina della legge in esame, possano ricorrere alla PMA le coppie affette da patologie siffatte, adeguatamente accertate, per esigenza di cautela, da apposita struttura pubblica specializzata. Ciò al fine esclusivo della previa individuazione di embrioni cui non risulti trasmessa la malattia del genitore comportante il pericolo di rilevanti anomalie o malformazioni (se non la morte precoce) del nascituro, alla stregua del medesimo “criterio normativo di gravità” già stabilito dall’art. 6, comma 1, lettera b), della legge n. 194 del 1978.” oltre ad avere una conferma che la fecondazione extracorporea è indissolubilmente connessa con l’aborto volontario – mentre paradossalmente sembra cercare l’opposto, cioè un figlio sano a qualunque costo – perché considera l’embrione, il più piccolo, debole ed indifeso degli uomini, come una cosa senza valore, o come appare da alcuni passi della sentenza non lo considera affatto, salvo voi ad affermare che comunque sarebbe destinato a morire. Nell’affermare “Senza peraltro che il vulnus, così arrecato a tale diritto, possa trovare un positivo contrappeso, in termini di bilanciamento, in una esigenza di tutela del nascituro, il quale sarebbe comunque esposto all’aborto” i giudici, forse, non sanno o sottovalutano ciò che avviene normalmente quando si ricorre alla fecondazione extracorporea ed alla diagnosi reimpianto, cioè come solo circa il3% di tutti gli embrioni prodotti e sottoposti a PGD (diagnosi preimpianto) e solo il6,7% di tutti gli embrioni trasferiti in utero riesce a sopravvivere fino al parto, per cui una coppia portatrice di grave patologia genetica ereditaria può dover ripetere più  volte la fecondazione extracorporea per soddisfare il desiderio di avere un figlio sano.

Come è facilmente comprensibile non c’è alcuna tutela del concepito dal momento che 97 concepiti vengono esposti a morte certa per poter far nascere  3 bambini esenti da quella patologia genetica e non si può neanche invocare la violazione anche dell’art. 32 Cost. per il mancato rispetto del diritto alla salute della donna, perché la donna stessa sottoponendosi più volte a fecondazione extracorporea corre più rischi per la salute rispetto ad una gravidanza insorta spontaneamente in particolare se si tiene conto che in queste situazioni si ricorre ad una stimolazione ovarica in grado di offrire molti più ovociti di quelli necessari in caso di sterilità ed infertilità di coppia.  Dal punto di vista etico quando – superato il momento della ricerca spasmodica del figlio sano – la coppia si renderà conto del cammino fatto il danno psicologico sarà anche maggiore di quello dell’aborto impropriamente detto terapeutico perché maggiore è il numero dei bimbi sacrificati, che anche se molto piccoli sono sempre loro figli.

Ci chiediamo se una Società che non è in grado di accogliere e prendersi cura dei suoi figli più deboli ed indifesi possa ancora considerarsi una società civile e democratica.

Dal punto di vista scientifico ci chiediamo se invece di seguire ciecamente certe ideologie suicide non sarebbe più utile tenere in considerazione  il monito di Christian Godin nel libro scritto assieme a Jacques Testart La vita in vendita  « Poiché non sappiamo – dice Godin -quali saranno le malattie di domani, ignoriamo quali siano i geni “buoni” nei confronti di queste malattie.

Al contrario, nel nostro zelo eugenista potremmo voler eliminare un gene che dichiariamo “cattivo” o “inutile” ma che potrebbe essere molto prezioso nel futuro nel caso in cui la specie umana venisse investita da una nuova malattia ancora sconosciuta » (p. 93).

Per la razza umana, insomma, vale lo stesso principio tante volte invocato per l’ambiente naturale: la forza di un ecosistema dipende dalla sua biodiversità, impoverirla rischia di  essere  biologicamente  suicida.»

Mercoledì, 10 Giugno 2015 00:00

Texas mantiene la legge anti-aborto

Il Texas manterrà in vigore le norme più dure della legge anti-aborto, di stampo repubblicano. Con la decisione della Corte d'Appello sono a rischio le 41 cliniche dello Stato che consentono l'interruzione di gravidanza. Le associazioni per i diritti delle donne si oppongono alla decisione e annunciano che ricorreranno alla Corte Suprema. La sentenza entrerà in vigore fra 22 giorni.

FONTE: TGCOM 24, 10/06/15

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