Resta collegato

Notizie

Notizie (1341)

Mercoledì, 19 Aprile 2017 09:14

La RU486 nei consultori? Mai!

Con la determinazione 16 marzo 2017, n. G03244 della Direzione Salute e Politiche Sociali, il Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha istituito un tavolo tecnico per permettere entro la settima settimana di gravidanza la somministrazione della pillola abortiva RU486 nei Consultori Familiari.

Come ha già ampiamente dimostrato l’AIGOC, Associazione Italiana Ginecologi e Ostetrici Cattolici, questa decisione “mostra un accanimento ideologico contro le figure più fragili nel mondo dell’aborto volontario: la madre e l’embrione.”

Questa proposta è pertanto da rigettare totalmente sia nel merito che nel metodo.

“Nel merito: contro la madre si disattende completamente ciò che la scienza da 30 anni ha prodotto con studi rigorosi sull’impatto dell’aborto volontario sulla salute psicologica e la successiva ripresa della capacità gestazionale. L’aborto con la RU486 esce dalla sfera del pubblico per entrare sempre più nei meandri del privato e della solitudine: la procedura infatti viene a gravare sul piano psicologico, pesantemente, sulla donna già “gravata” da una tragica decisione.

Nel metodo: la letteratura si è espressa sulla pericolosità 10 volte superiore della RU486 rispetto all’aborto chirurgico (Bartlett L.A. et Al Obstet. Gynaecol. 103 (4:729-37, 2004) e soprattutto in relazione alle gravi complicanze di ordine medico sanitario dovute alla RU486: 676 segnalazioni del FDA, di cui 17 gravidanze extrauterine, 72 casi di gravi emorragie, 637 casi di effetti collaterali su 607 pazienti (Gary et Al Ann. Pharmacoth, Feb 2006) e 29 morti accertate nel mondo occidentale (New England Journal Medicine 354:15 April 13, 2006). Anche nella recente relazione al Parlamento sull’attuazione della legge 194 sono stati riferiti due episodi di mortalità materna.”

Nell’aprile 2014 una donna morì al Martini di Torino dopo aver assunto la pillola. Nessuno ricordò che insieme a lei era morto il figlio. Se si dimentica questo, concentrandosi esclusivamente sul problema dei rischi per la donna, si cade senza accorgersi nel tranello per cui la pillola è nata: aumentare gli aborti cercando di dimenticarli.

Conclude perciò l’AIGOC “(…) Contro questa cultura che banalizza il patrimonio delle conoscenze e utilizza la scienza contro le figure più fragili, i ginecologi dell’AIGOC bollano questa sperimentazione, ideologicamente fondata, come una procedura senza i requisiti minimi di tutela della madre e del concepito e come tale non solo antiscientifica ma anche antiumana.”

Con questa decisione - dopo i concorsi riservati per medici non obiettori di coscienza - la giunta Zingaretti si conferma tra le più ostili alla vita nascente.

L’aborto, in qualunque modalità avvenga, è sempre un omicidio.

 
Ha fatto rumore la vicenda dell'Università Cattolica di Lovanio (UCL) che ha sospeso e infine licenziato il professore di filosofia Stéphane Mercier per aver scritto in una nota per i suoi studenti che "l’aborto è l’omicidio di una persona innocente".
Ma ciò che più ha colpito è stata la sostanziale approvazione che i vescovi del Belgio hanno dato alla cacciata del professore.
 
Mons. Guy Harpigny, Vescovo di Tournay, ha infatti risposto a nome dei vescovi francofoni del Belgio, a capo del Comitato Organizzatore dell’UCL, alla petizione lanciata a sostengo del prof. Mercier.
 
Il presule ha dichiarato che il testo ‘La filosofia per la vita. Contro un preteso diritto di scegliere l’aborto’ (scritto da Mercier per i suoi alunni), non esprime la posizione ufficiale della Chiesa cattolica perchè il corso «si situa dentro un punto di vista filosofico», mentre «il punto di vista della Chiesa implica un approccio teologico e pastorale».
 
Nello stabilire questa separazione radicale tra filosofia e teologia all’interno della dottrina cattolica, il vescovo di Tournai ha contraddetto due importanti encicliche di Papa Giovanni Paolo II: Fides et ratio e Evangelium vitae.
 
La prima afferma categoricamente che «esiste una profonda e inscindibile unità tra la conoscenza della ragione e quella della fede» (§ 16) e che «la fede chiede che il suo oggetto venga compreso con l'aiuto della ragione», mentre «la ragione, al culmine della sua ricerca, ammette come necessario ciò che la fede presenta» (§ 42) e che «la natura, oggetto proprio della filosofia, può contribuire alla comprensione della rivelazione divina» (§ 43). Al contrario « La fede, privata della ragione … [corre] il rischio di non essere più una proposta universale» e «cade nel grave pericolo di essere ridotta a mito o superstizione» (§ 48).
 
Di Fides et ratio, Mons. Harpigny ha inoltre dimenticato che «La teologia morale ha forse un bisogno ancor maggiore dell'apporto filosofico», perchè «Il Vangelo e gli scritti apostolici, comunque, propongono sia principi generali di condotta cristiana sia insegnamenti e precetti puntuali». Dunque, «per applicarli alle circostanze particolari della vita individuale e sociale, il cristiano deve essere in grado di impegnare a fondo la sua coscienza e la forza del suo ragionamento. In altre parole, ciò significa che la teologia morale deve ricorrere ad una visione filosofica corretta sia della natura umana e della società che dei principi generali di una decisione etica» (§ 68).
 
Inoltre, il vescovo di Tournay non sembra aver letto con attenzione Evangelium vitae, la quale dichiara che i testi della Sacra Scrittura «non parlano mai di aborto volontario e quindi non presentano condanne dirette e specifiche in proposito», le quali invece derivano dalla grande considerazione che queste hanno per l'essere umano nel grembo materno, da cui si può dedurre  «come conseguenza logica» (ovvero filosofica!) «che anche ad esso si estenda il comandamento di Dio: «non uccidere» (§ 61).
 
Queste sono le argomentazioni che il Prof. Mercier ha sviluppato dal punto di vista filosofico nel suo corso, in piena armonia con gli insegnamenti della Chiesa. Un approccio che non può essere, come vorrebbe mons Harpigny,  solo "teologico e pastorale".
 
Il Vescovo di Tournay scava dunque un fossato artificiale e non ortodosso tra la teologia e la filosofia. Nella sua lettera dichiara che lui e i suoi confratelli francofoni dell’episcopato belga «appoggiano le autorità accademiche dell’UCL», le quali «non devono pronunciarsi su una questione teologica o religiosa, ma sulla realizzazione di un corso di filosofia»…
 
…come se la teologia e la filosofia fossero due rette parallele che mai si incontrano, e soprattutto come se l’UCL non fosse un’università cattolica!
 
Deplorevole dal punto di vista intellettuale, questo atteggiamento rappresenta una penosa presa in giro deontologica che consiste nel dire: noi vescovi purtroppo non possiamo sostenere il Sig. Mercier perché lui non insegna teologia … appoggiamo invece  le autorità dell’UCL perché loro lo condannano in nome della filosofia!
 
Il "Comitato Organizzatore" dell'Università Cattolica di Lovanio vuole forse lavarsi le mani, come Ponzio Pilato, nel nome di  un "fideismo" ripugnante?
 
di Generazione Voglio Vivere

La scorsa settimana abbiamo raccontato la spiacevole “disavventura” capitata al Prof. Stéphane Mercier all’ Università Cattolica di Lovanio (UCL), in Belgio.

Per aver insegnato ai suoi alunni che l’aborto è un crimine abominevole, è stato dapprima sospeso e adesso licenziato!!

Testimone di eccezione alla “Marcia per la vita” di Bruxelles svoltasi proprio in questi giorni, il prof. Mercier ha citato dal palco S. Tommaso Moro che preferì perdere i propri incarichi piuttosto che rinunciare alla propria fede: “Io difendo la libertà di coscienza, io difendo i diritti della verità e al termine della nostra vita sarà questa verità che ci giudicherà in base alle nostre azioni, all’amore che concretamente abbiamo dimostrato nei suoi confronti, la Verità eterna di Dio, e anche in base all’amore che abbiamo avuto per il nostro prossimo”.

Tommy Scholtès, un sacerdote, portavoce della Conferenza episcopale, commentando in un’intervista il giudizio sull’aborto espresso dal professore belga ha detto: “Le parole di Stèphane Mercier mi sembrano caricaturali. La parola omicidio è troppo forte: presuppone una violenza, un atto commesso in piena coscienza, con un’intenzione, e questo non tiene conto della situazione delle persone spesso nella più grande angoscia”.

E naturalmente ha preso le distanze dalla Marcia per la Vita, ricordando che si tratta di un’iniziativa privata di cattolici.

La dichiarazioni del portavoce danno un’immagine della Chiesa belga molto deludente. Al momento non si ha nemmeno alcuna notizia di nessuna iniziativa messa in campo dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica o il nuovo dicastero per Famiglia e Laici. Per non parlare dell’Accademia per la Vita.

La questione Mercier non riguarda però solo il problema dell’aborto: è la libertà accademica a essere in gioco. Sui giornali belgi dei professori universitari dell’UCL, Jean Bricmont e Michel Ghins hanno scritto: “Siamo inquieti. Sì, siamo inquieti per le minacce che pesano sulla libertà accademica e a fortiori sulla libertà d’espressione all’Università Cattolica di Lovanio”.

I due accademici però hanno lanciato un allarme che vale non solo per il Belgio, ma per tutto l’occidente, e per l’Italia, Chiesa non esclusa:

E’ per lo meno sorprendente constatare l’emergere all’UCL di una sorta di neo-clericalismo del buon pensiero politicamente corretto, di una nuova forma di polizia del pensiero che colpirebbe le posizioni minoritarie quando sono attaccate dai media e sono suscettibili di infastidire l’opinione della maggioranza. L’università deve restare un luogo di libero pensiero e di dibattiti aperti. Se è permesso a giusto titolo di criticare le posizioni della Chiesa cattolica all’UCL, sarebbe perlomeno paradossale in un’università che porta il nome di cattolico proibire che certi accademici sviluppino argomentazioni cattoliche che sono conformi al cattolicesimo”.

Alquanto paradossale è stato però leggere il Comunicato Stampa della Conferenza Episcopale Belga nel quale si dice tra le altre cose che “Secondo il diritto belga, non esiste il diritto all'aborto. La legge prevede che l’aborto possa essere praticato rispettando talune condizioni stipulate dalla legge senza produrre conseguenze sul piano penale. Quindi la legge prevede in quali casi l’aborto è autorizzato o no. Ma, in quanto tale, l’aborto è un delitto previsto dal diritto penale”.

Verrebbe da dire “Che buona legge, la legge belga!”. Firmiamo adesso la petizione a sostegno del prof. Mercier

La storia intanto ha registrato il primo martire contemporaneo caduto sotto la persecuzione di un’università che si dice cattolica…

Il prof. Mercier è stato un esempio di dignità durante tutti questi difficili giorni. Si è astenuto per esempio dal criticare i suoi datori di lavoro durante il suo discorso alla “Marcia per la Vita”. Senza ritrattare minimamente il suo pensiero e i suoi propositi, si è scusato con quanti eventualmente siano potuti rimanere shoccati dalle sue parole. Ha risposto agli attacchi e alla violenza inusitata che l’hanno travolto con amore e compassione.

«Pregate per me. Cerco di riderci su, ma la situazione è abbastanza pesante come potete immaginare. E pregate anche per la mia fidanzata e la mia famiglia. Non è facile per i miei genitori».

di Generazione Voglio Vivere

Giovedì, 06 Aprile 2017 08:08

Crepaldi, Dat: "Una legge inaccettabile"

Dichiarazione dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi,Presidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân

Il nostro Osservatorio segue l’evoluzione del disegno di legge cosiddetto sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT) e, quindi, sul “fine vita”.

Nella sua prolusione del 20 marzo scorso, il Cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei Vescovi italiani, ha avuto parole chiare sul problema etico dell’eutanasia in generale e sulla legge in discussione in particolare: «La legge sul fine vita, di cui è in atto l’iter parlamentare, è lontana da un’impostazione personalistica; è, piuttosto, radicalmente individualistica, adatta a un individuo che si interpreta a prescindere dalle relazioni, padrone assoluto di una vita che non si è dato. In realtà, la vita è un bene originario: se non fosse indisponibile tutti saremmo esposti all’arbitrio di chi volesse farsene padrone. Questa visione antropologica, oltre ad essere corrispondente all’esperienza, ha ispirato leggi, costituzioni e carte internazionali, ha reso le società più vivibili, giuste e solidali.
 
È acquisito che l’accanimento terapeutico – di cui non si parla nel testo – è una situazione precisa da escludere, ma è evidente che la categoria di “terapie proporzionate o sproporzionate” si presta alla più ampia discrezionalità soggettiva, distinguendo tra intervento terapeutico e sostegno alle funzioni vitali. Si rimane sconcertati anche vedendo il medico ridotto a un funzionario notarile, che prende atto ed esegue, prescindendo dal suo giudizio in scienza e coscienza; così pure, sul versante del paziente, suscita forti perplessità il valore praticamente definitivo delle dichiarazioni, senza tener conto delle età della vita, della situazione, del momento di chi le redige: l’esperienza insegna che questi sono elementi che incidono non poco sul giudizio. La morte non deve essere dilazionata tramite l’accanimento, ma neppure anticipata con l’eutanasia: il malato deve essere accompagnato con le cure, la costante vicinanza e l’amore. Ne è parte integrante la qualità delle relazioni tra paziente, medico e familiari».
 
Dal punto di vista strettamente giuridico, merita grande attenzione la Dichiarazione del Centro Studi Rosario Livatino, firmata da 250 giuristi, che ha denunciato, con precisione incontestabile, che il testo di legge è a contenuto eutanasico.
 
La legge in discussione in Parlamento trasforma le “Dichiarazioni” anticipate di trattamento in “Disposizioni” cui il medico non potrà sottrarsi; non tiene conto che nelle diverse situazioni di vita il giudizio che il paziente dà del suo stato di salute cambia, né considera che spesso i pazienti si dimenticano, nel tempo, di ritirare o variare le dichiarazioni da loro fatte molto tempo prima. Il testo di legge pone dei vincoli alla somministrazione attiva di farmaci, ma non ne pone alla sospensione dei trattamenti, prevede che il tutore possa decidere a suo talento nei confronti della persona interdetta e, nel caso in cui anche il medico sia d’accordo, niente può trattenere anche la sospensione di alimentazione e idratazione. Infine non prevede l’obiezione di coscienza per il medico.
 
Davanti a questa oggettiva visione delle cose è da considerarsi fuori luogo una diversità di vedute su questo grave argomento all’interno delle associazione cattoliche che più da vicino si occupano di queste problematiche etiche e giuridiche. La Chiesa si è sempre attenuta ai principi della legge morale naturale e degli insegnamenti del Signore e, su queste tematiche decisive per una società che voglia dirsi umana, ha espresso un insegnamento coerente e preciso. Ad esso bisogna attenersi anche nel momento attuale e in occasione delle nuove sfide legislative. Si tratta di evitare, in particolare, che entrino nel pensare cattolico i principi individualistici dell’autodeterminazione assoluta, in modo che la verità della persona umana e il suo autentico bene possano guidare anche in futuro l’agire nei confronti dei sofferenti, degli anziani, dei disabili e delle persone giunte al termine della loro vita terrena. 

In un’università cattolica europea un professore ha osato dire agli studenti quello che la Chiesa ha sempre insegnato: che l’aborto è la soppressione di una vita innocente, un crimine abominevole.

L’università prima ha detto di voler aprire un’inchiesta, poi l’ha sospeso e ha aperto un procedimento disciplinare nei suoi confronti.

È accaduto in Belgio, a Lovanio.

Invitato dall’Università cattolica di Lovanio (UCL) il prof. Stéphane Mercier ha offerto ai suoi studenti un testo di una quindicina di pagine, intitolato ‘La filosofia per la vita. Contro un preteso diritto di scegliere l’aborto’.

Giustamente il professore ha affermato che l‘«IVG è un eufemismo che nasconde una menzogna: la verità è che l’aborto è l’assassinio di una persona innocente» e che si tratta di «un omicidio particolarmente abietto, perché l’innocente in questione è senza difesa».

Come era da aspettarsi le parole del professore hanno scatenato le solite polemiche del mondo femminista, riprese immediatamente dal quotidiano Le Soir.

Tutto prevedibile. Un po’ meno la posizione assunta in questa vicenda dall’università.

Ricordiamo che il Catechismo afferma: «Fin dal primo secolo la Chiesa ha dichiarato la malizia morale di ogni aborto provocato. Questo insegnamento non è mutato. Rimane invariabile. L'aborto diretto, cioè voluto come un fine o come un mezzo, è gravemente contrario alla legge morale: "Non uccidere il bimbo con l'aborto, e non sopprimerlo dopo la nascita". "Dio, padrone della vita, ha affidato agli uomini l'altissima missione di proteggere la vita, missione che deve essere adempiuta in modo degno dell'uomo. Perciò la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura; e l'aborto come pure l'infanticidio sono abominevoli delitti"» (no. 2271).

Firma adesso la petizione a sostegno del prof. Mercier

Invece gli organi accademici, isolando completamente il professore, hanno affermato che «a prescindere dall’istruttoria il diritto all’aborto è iscritto nel diritto belga e il testo di cui siamo venuti a conoscenza è in contraddizione con i valori sostenuti dall’università. Il fatto di veicolare posizioni contrarie a questi valori durante l’insegnamento è inaccettabile».

Infine l’università ha deciso di sospendere Stéphane Mercier dai suoi corsi, e di aprire nei suoi confronti un procedimento disciplinare che può avere come esito un richiamo, o il licenziamento. E chiarisce ulteriormente che in seguito alla legge del 1990 che legalizza l’aborto, «rispetta l’autonomia delle donne a compiere questa scelte, nelle circostanze precisate dal legislatore».

È raccapricciante sentir parlare di “diritto” all’aborto un’università che porta il titolo di cattolica!

Per difendere la giusta posizione, in accordo alla dottrina della Chiesa cattolica, il professor Stéphane Mercier è stato squallidamente diffamato e messo alla porta.

Tutto questo è inaccettabile, firmiamo subito la petizione a sostegno del prof. Mercier!

Sconfessando il Prof. Mercier, la UCL ha rinnegato se stessa e meriterebbe il duro monito che Nostro Signore rivolse agli Apostoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il suo sapore, con che cosa lo si potrà render salato? Non è più buono a nulla tranne che ad essere gettato via per essere calpestato dagli uomini» (Mt. 5,13).

di Generazione Voglio Vivere

COMUNICATO STAMPA 13/3/17

«Siamo fortemente preoccupati per la sorte di tante persone, tra cui numerosi bambini, con disabilità gravissima accolte nelle nostre case famiglia. Si tratta di persone che non possono esprimere in autonomia la loro volontà a causa del loro handicap. Con questa proposta di legge, il rappresentante legale del minore o della persona incapace potrebbe interrompere qualsiasi tipo di cura, anche l'idratazione e l'alimentazione, staccando la Peg o la Tracheo usati da molti di loro per vivere».

Con queste parole Giovanni Paolo Ramonda, Presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, interviene in merito alla discussione nell'Aula della Camera dei Deputati sul disegno di legge sul testamento biologico. Continua Ramonda: «Questa legge, se approvata, aprirebbe ad una forma di eutanasia omissiva. Inoltre l'assenza della possibilità di ricorrere all'obiezione di coscienza per un medico porta il paese ad una deriva di tipo totalitario».

«Le persone con disabilità gravissima che accogliamo hanno voglia di partecipare, di andare sulle alte vette, di vedere il mare, di incontrare un sorriso. Desiderano avere qualcuno che si giochi la vita con loro. La sofferenza - conclude Ramonda — non è data dall'handicap o dalla malattia, ma dalla solitudine che si crea a causa di queste condizioni».

La Comunità di don Benzi ha pubblicato sul proprio sito un documento relativo al disegno di legge in discussione.

 

Via Argine 4 - 37045 LEGNAGO (VR)
tel. 0442 25174 - fax. 0442 25132
ufficiostampa@apg23.org 
Responsabile: Luca Luccitelli, 340.5475343

La Bolivia potrebbe modificare la legislazione vigente sull’aborto, già ampiamente libertaria, consentendo anche alle madri in difficoltà economiche o in situazione di estrema povertà di accedere all'aborto.

Oltre a queste due, la proposta - attualmente al vaglio del Parlamento – legalizzerebbe la possibilità di abortire entro le prime otto settimane di gravidanza anche per le gestanti minorenni e in qualsiasi fase della gestazione per i seguenti casi: rischio di vita, prevenzione integrale della propria salute, malformazione del feto, se la gravidanza è il risultato di stupro o di un incesto e quando si tratti di  una bambina o una adolescente.

Unico requisito quello di riempiere un formulario che registri il consenso e le ragione della decisione di abortire, senza la necessità di nessun altra procedure o tramite.

Sempre secondo questa iniziativa, il medico non potrà negarsi a praticare l’aborto e sarà obbligato a mantenere il segreto professionale.

Un delirio totale che metterebbe a rischio l’esistenza di migliaia di bambini e renderebbe la vita nel grembo materno ancora più pericolosa di quanto non lo sia oggi.

Tratto da http://www.latercera.com/noticia/bolivia-propone-legalizar-aborto-caso-pobreza/  

 
Lo scorso 16 febbraio il Parlamento francese ha approvato la legge che estende il reato di “ostacolo all’interruzione volontaria di gravidanza” a quei siti web che «deliberatamente ingannino, intimidiscano e/o esercitino pressioni psicologiche o morali per scoraggiare il ricorso all’aborto».
 
In pratica questo significa che d’ora in poi, in un Paese dove avvengono oltre 200 mila aborti l’anno, quanti saranno giudicati responsabili di diffondere «affermazioni o indicazioni tali da indurre intenzionalmente in errore, con scopo dissuasivo, sulle caratteristiche o le conseguenze mediche dell’interruzione volontaria di gravidanza», potrà incorrere in una pena massima di 2 anni di prigione e 30mila euro di multa. 
 
È del tutto evidente che questo sarà l’escamotage usato dalle autorità francesi per mettere il bavaglio a tutte le associazioni pro-life e per soffocare ogni forma di dissenso contro la cultura abortista. Basterà una semplice osservazione per finire nel mirino delle autorità.
 
Come hanno notato in molti, siamo di fronte ad un vero e proprio reato di opinione tanto più pericoloso quanto più la sua formulazione è vaga ed estensibile. Per questo motivo ci si deve ormai chiedere cosa sarà perseguibile e cosa no. La testimonianza su un sito internet di una donna che ha abortito sarà da considerare un fatto criminale? Annunciare e poi tenere un convegno pubblico in cui si spiega chiaramente che l’aborto è l’omicidio di un bambino indifeso e innocente è da ritenersi una forma di violenza contro le donne? Parlare della sindrome post-aborto o del diritto alla vita, il cui inizio e la cui intrinseca dignità cominciano dal concepimento, diverrà un discorso d’odio?
 
Ancora una volta la liberté di cui la Repubblica francese a parole si vanta viene calpestata. La viscontessa Marie-Jeanne Roland de la Platière, che aveva appoggiato la Rivoluzione del 1789 per poi finire ghigliottinata dai giacobini durante l’epoca del Terrore, lo disse chiaramente, prima di andare al patibolo: «Oh Libertà, quanti delitti si commettono in tuo nome!». 
 
Proprio così. In nome di una presunta libertà di scelta, alle donne viene tolta finanche la libertà di poter scegliere con cognizione di causa. Anche a costo della loro salute. Per non parlare della vita dei bambini.
 
Federico Catani

Esiste purtroppo un filo rosso, rosso come il sangue versato da milioni di persone innocenti, che lega il secolo scorso – il secolo dei totalitarismi atei e massificanti – al nostro.

Oggi come ieri, viene messo continuamente in discussione il valore ontologico della vita stessa, creando categorie sempre più specifiche dentro le quali inserire i deboli, gli indesiderati, i depressi, le persone malate etc.. per poterle fisicamente eliminare con o senza il loro consenso.

Era il 1941 quando a Berlino, in pieno regime nazionalsocialista, si proiettava nei cinema della capitale il film dal titolo Ich klage an (Io accuso), il quale non era “che una spudorata esaltazione dell'eutanasia: l'accusato in questione è un medico prima restio alla eutanasia ma più tardi convinto da un collega e da un bene elaborato episodio dell’ opportunità sociale di simili omicidi1. Prodotto in collaborazione con il ministero della propaganda, fu presentato in concorso alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia e aveva in realtà l'obiettivo di supportare il programma Aktion T4 (noto anche come programma eutanasia), che sarebbe stato propedeutico al piano di sterminio degli ebrei dell’Europa orientale.

A oltre settanta anni di distanza, la nostra Camera dei Deputati inizierà invece a discutere una legge sul biotestamento che inevitabilmente aprirà la porta alla cosiddetta “dolce” morte che di dolce non ha proprio nulla.

Complice anche l’azione di Marco Cappato che ha usato la situazione di dolore di Fabiano Antoniani, l’ex “dj Fabo”, per impressionare l’opinione pubblica ed esercitare così forti pressioni sulle istituzioni al fine di ottenere subito una legge in tal senso.

Anche in questo caso i mass-media hanno messo in campo una forte propaganda per raccontare ed esaltare il suicidio in Svizzera di Fabo, descritto come un atto giusto che gli avrebbe conferito nuovamente quella dignità persa, a loro dire, tanti anni fa.

La verità è che Fabiano è morto e non ha riacquisito alcuna dignità non esistendo più la sua persona.

Dicevamo però di una sapiente propaganda messa in moto al fine di convincere gli italiani della necessità di legiferare subito in materia.

Ora, come sappiamo ‘dj Fabo’ è morto lunedì 27 febbraio. Una data non casuale: è lo stesso giorno in cui era stato calendarizzato dalla conferenza dei capigruppo della Camera dei Deputati, l’inizio della discussione del disegno di legge sulle direttive anticipate e sul consenso informato (il Ddl sul biotestamento). Possibile che una morte che richiede – secondo quanto riporta la stessa Dignitas sul suo sito2 – un iter di diverse settimane, sia avvenuta proprio in questa data? O forse c’è qualcosa in più? Tutto ciò potrebbe rispondere ad un disegno politico?

Ci sono diverse persone, malate da anni o che da tempo si fanno carico di parenti in situazioni difficilissime, che nei giorni scorsi avrebbero voluto gridare a Fabiano che la vita vale la pena. Ma la stampa non gli ha dato la risonanza riservata all’ex dj.

Ovviamente i maggiori quotidiani hanno dipinto l’Italia come il fanalino di coda rispetto a tutti quei paesi che hanno già adottato leggi “civili” al passo con i tempi. Tra questi possiamo prendere  amò di esempio l’Ontario.

È piuttosto istruttivo leggere infatti quanto riportato da Le Journal de Montréal e dal The National Post sulla situazione attuale.

Lì, il suicidio assistito è legale da otto mesi ma suscita malessere tra i medici. Ventiquattro di loro hanno chiesto di ritirare il proprio nome in modo permanente dalla lista dei professionisti disposti a praticarla3. «Un’altra trentina si è dichiarata indisponibile», esprimendo la necessità di un «periodo di riflessione».

Un numero abbastanza importante da essere notato dall’Associazione Canadese dei Medici.

Questi medici avendo «aiutato i pazienti a mettere fine» alle loro vite avrebbero subito «uno stress emotivo» o il «timore di sentirsi perseguitati». In definitiva «hanno trovato l’esperienza troppo difficile per poter dare nuovamente questa assistenza», descrivendo l’atto in sé come «troppo doloroso»4.

Come si vede stiamo parlando del “civilissimo” Canada che evidentemente può essere al passo con i tempi quanto vuole ma non riuscirà mai a cancellare dalla natura dell’uomo l’assoluta certezza che qualsiasi forma di eutanasia non è altro che un omicidio.

Con tutto ciò, i difensori di questa pratica continuano purtroppo ad avanzare in Europa. Nelle loro dichiarazioni più spinte arrivano a teorizzare che la società debba liberarsi dal peso rappresentato dai disabili e dagli anziani dipendenti.

Quando però il diritto alla vita di un solo essere umano innocente non è più garantito, la vita di tutti viene messa a rischio. Basta essere incluso nella categoria sbagliata.

È ciò che inevitabilmente è accaduto in Belgio dove nel 2012 diversi medici e scienziati hanno firmato un articolo nel quale si affermava: «Depenalizzando l’eutanasia, il Belgio ha aperto un vaso di Pandora. Come previsto, una volta tolto il divieto, si cammina rapidamente verso una banalizzazione dell’eutanasia. Dieci anni dopo (…), l’esperienza dimostra che una società che sostiene l’eutanasia rompe i legami di solidarietà, fiducia e sincera compassione che sono alla base del “vivere insieme”, arrivando ad auto-distruggersi»5.

Lex creat mores (la legge crea costume): ogni legge crea una mentalità e ha un profondo impatto sul tessuto sociale e sulla vita di chi è a favore e di chi è contrario. Il permesso statale di togliere la vita equivale a consacrare una visione ben precisa, e di parte, della persona umana, veicolando valori sociali, morali e culturali che di necessità influenzano tutti. Se venisse approvato in Italia il biotestamento, verrebbe iscritta nella legge una visione antropologica ben precisa, imponendola a tutti i cittadini.

L’ha sintetizzato molto bene, alcuni anni fa, il bioeticista americano Daniel Sulmasy: «Una volta che l’eutanasia sarà legalizzata, la norma si ribalterà e la domanda da porre alla persona vulnerabile diventerà: perché non ti sei ancora suicidata?»6.

Il progetto di legge sulle disposizioni anticipate di trattamento che verrà discusso alla Camera dei Deputati ha un obbiettivo preciso: favorire ed anticipare quanto prima la morte delle persone "inutili" alla società, soprattutto quelle prive di coscienza e gli anziani in stato di demenza.

L’articolo 2 permetterà ad esempio ai tutori degli interdetti o agli amministratori di sostegno di negare il consenso a nuove terapie per gli assistiti: ma il progetto di legge considera terapia anche la nutrizione e l'idratazione artificiale, cosicché, come avvenne per Eluana, i tutori potranno determinare la morte per fame e per sete dei loro assistiti7.                     

Ci auguriamo che il Palmento non approvi mai una simile legge omicida e al contempo abbia il coraggio di affermare che la vita di ogni uomo è sempre e comunque intangibile. Lo Stato deve invece assicurare sempre le cure mediche a tutti i suoi cittadini per tutelare il loro diritto alla salute e l’assistenza necessaria nei casi di grande invalidità.

Generazione Voglio Vivere

 

NOTE

  1. Actes et documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale, Vol. V. p 195. Rapporto diplomatico indirizzato alla Segreteria di Stato di Sua Santità, redatto il 10 Settembre 1941 dal Nunzio Apostolico monsignor Cesare Orsenigo.
  2. «Per ogni singolo caso, un viaggio di questo genere, il colloquio con un medico, la redazione di una ricetta e il suicidio assistito è preceduto da un iter Dignitas che normalmente richiede fino a tre mesi, ma che può durare anche più a lungo. Solo dopo questa procedura preparatoria, entro tre o quattro settimane, potrà aver luogo il suicidio assistito».
  3. I medici iscritti a questa lista in data 17 febbraio 2017 erano 137.
  4. Fin de vie, Synthèse de presse bioéthique, 28 febbraio 2017.
  5. Dix ans d’euthanasie : un heureux anniversaire?, 13 giugno 2012 http://bit.ly/2mqe4Wq
  6. «Controllare la vita? È un illusione...». Intervista a Daniel Sulmasy, Tracce N.7, Luglio/Agosto 2013 http://bit.ly/2mHSZrD
  7. Contro la legalizzazione dell'eutanasia: nessun compromesso!. Comitato Verità e Vita, Comunicato Stampa 2 marzo 2017

Cerca

Ritrovaci su Facebook

Unisciti a noi!

Aiutaci a portare avanti la Campagna Voglio Vivere sostenendo le nostre iniziative a favore della vita!

Console Debug Joomla!