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di Francesco Mastromatteo


L’Africa è sovrappopolata e va aiutata dando accesso alla contraccezione ai 200 milioni di donne africane che nel 2017 non ce l’hanno ancora.

Questo in sintesi il messaggio emerso dalla conferenza internazionale tenutasi a Londra lo scorso 11 luglio, dove capi di stato e filantropi multimilionari come Bill Gates hanno fatto a gara per promuovere una raccolta di fondi destinata a finanziare la visione dominante tra le classi dirigenti dell’Occidente, per la quale gravidanze indesiderate e mancanza di pianificazione familiare sarebbero alla base della bomba demografica africana, a sua volta la causa dell’esodo migratorio.

Non a caso, nell’occasione sono stati deplorati i tagli decisi dall’amministrazione Trump alle organizzazioni non governative che includono l’aborto nei servizi offerti alle popolazioni locali.

Ma è proprio vero, come sostenuto per esempio dal presidente francese Macron e dal ministro danese per la cooperazione allo sviluppo Ulla Tornaes, che se la popolazione in Africa continuerà a crescere ai ritmi attuali, entro il 2050 gli abitanti del continente raddoppieranno, per cui sarebbe prioritario favorire la riduzione delle nascite?

In realtà, a guardare i dati reali dell’andamento demografico del Continente Nero, le cose stanno diversamente: le donne africane da tempo hanno smesso di generare 7-8 figli. Il tasso di fecondità è sceso sotto il 3% in Nord Africa e sotto il 5% in Africa subsahariana. Anche la densità di popolazione non è catastrofica come sembrerebbe: l’Africa ha 65 abitanti per miglio quadrato, la metà della media mondiale e molto meno rispetto, ad esempio, alle 203 persone per miglio quadrato dell’Asia. Gli africani non sono poveri perché fanno tanti figli: è vero semmai che a causa di tassi di mortalità infantile che si mantengono elevati, dovuti alla mancanza di sistemi di assistenza e previdenza sociale affidabili, per le famiglie africane la prole costituisce una garanzia di sopravvivenza.

A smentire la narrazione neomalthusiana degli occidentali sono gli africani stessi, che come ai tempi delle ingerenze di Obama sulla necessità di introdurre il matrimonio omosessuale negli ordinamenti giuridici dei loro stati, non esitano a denunciare apertamente quella che considerano una vera e propria forma di colonizzazione ideologica, come ha fatto la nigeriana Obianuju Ekeocha, ingegnere biomedico e fondatrice dell’associazione Culture of Life Africa, nata per difendere la sacralità della vita contro la cultura della morte. “La stragrande maggioranza degli africani – ha dichiarato – rifiuta l’aborto e con i pochi fondi a disposizione bisognerebbe migliorare la situazione alimentare, idrica, sanitaria e scolastica dei nostri paesi. Non è con i contraccettivi che usciremo dalla povertà”.

Concetti rilanciati dal professor Anthony Cole, presidente della Medical Ethics Alliance, per il quale sono condizioni mediche sviluppate ed ostetriche che sappiano fare il loro lavoro in condizioni igieniche sane e pulite i metodi per far uscire l’Africa dal sottosviluppo, mentre i milioni di dollari raccolti da governi e ong occidentali vengono spesso usati per sostenere governi corrotti e inefficienti.

“Sinceramente non capisco perché si senta la necessità di garantire alle donne africane il diritto all’aborto – ha ribadito laEkeocha durante un’intervistaalla Bbc - dato che nell’80% dei paesi africani l’aborto è illegale. Non perché non possono legalizzarlo - abbiamo parlamenti e governi in Africa - ma perché la stragrande maggioranza degli africani rifiuta l’aborto. Se la stragrande maggioranza degli africani non vuole l’aborto, non capisco perché l’Occidente dovrebbe spendere soldi per cercare di introdurlo. Quello che la gente vuole e chiede ogni giorno è cibo, acqua, servizi sanitari di base e scuole. Basta parlare con gli africani a casa loro per saperlo”.

La conduttrice australiana Yalda Hakim, presa in contropiede, ha preferito interrompere l’intervista: gli africani veri, evidentemente, non corrispondono troppo a quelli della propaganda ideologica

FONTERivista Voglio Vivere, N°50, Ottobre 2017

Lunedì, 30 Ottobre 2017 21:18

Charlie Gard: vittima di eutanasia di stato

di Federico Cenci

Avrebbe compiuto un anno di vita il 4 agosto scorso, il piccolo Charlie Gard. Ma la sua prima candelina non si è mai accesa, offuscata dalle tenebre dell’abbandono terapeutico e delle sentenze dei giudici.

Il caso del bambino inglese è balzato agli onori delle cronache internazionali nel giugno scorso, suscitando un ampio e acceso dibattito intorno ai temi del diritto alla vita e dell’eutanasia.

Nell’ottobre 2016 al piccolo di appena due mesi, nato sano, viene diagnosticata una forma di sindrome da deplezione del dna mitocondriale, malattiararissima che provocaprogressivo indebolimentomuscolare e danni cerebrali.

Charlie viene ricoverato al Great Ormond Street Hospital di Londra, centro pediatrico. Qui i medici lo attaccano a dei macchinari che gli consentono di respirare ed assorbire sostanze nutritive, inoltre lo sottopongono alle terapie previste dal protocollo sanitario che non portano a risultati positivi.

I genitori, Connie e Chris, tentano allora il tutto per tutto e si danno a un’estenuante ricerca su internet per trovare una cura a loro figlio. Si imbattono in una terapia sperimentale disponibile negli Stati Uniti. Un barlume di speranza, subito però soffocato dai medici del Gosh.

Questi ultimi, infatti, negano l’autorizzazione necessaria ai genitori per trasferire il piccolo in un altro ospedale. Per i camici bianchi inglesi, essendo Charlie “inguaribile”, il suo “miglior interesse” è l’eutanasia.

La coppia decide allora di portare il caso in tribunale.

Anche i magistrati, tuttavia, siallineano ai medici. In tre mesi,da aprile a giugno, collezionanouna ridda di sentenze negative,nelle corti britanniche e anchenella Corte europea dei dirittiumani.

È a questo punto che il “caso Charlie” travalica i confini britannici e solleva una mobilitazione internazionale.

Veglie di preghiera, manifestazioni, raccolte di firme smuovono le coscienze di grandi personalità. Il presidente Donald Trump offre la cittadinanza statunitense al piccolo per consentirgli di essere curato con la terapia sperimentale oltreoceano, mentre Papa Francesco esprime vicinanza ai genitori del piccolo.

Fa seguito alle parole del Pontefice l’intervento dell’ospedale vaticano Bambino Gesù, che decide di aprire un canale di dialogo con il Gosh e con la mamma di Charlie per sondare un’alternativa all’eutanasia. Il nosocomio romano fa da collante a un gruppo internazionale di medici, che prepara un documento in grado di mettere in luce nuove evidenze scientifiche sulla possibilità di cura di forme patologiche analoghe.

Il testo viene fatto recapitare ai vertici del Gosh, che lo analizzano e decidono di riaprire la questione passando ancora la palla alla Corte Suprema. Il destino di Charlie torna dunque a dipendere da quanto deciso nelle aule di tribunale.

Nel corso del nuovo processo - nel quale interviene anche il medico statunitense che offre una possibile cura – avviene tuttavia l’inopinato: i genitori del bambino abbandonano la battaglia legale e rimettono tutto nelle mani dei medici del Gosh, già pronti a staccare le spine che tengono in vita Charlie. È così che il 28 luglio - in una clinica privata poiché viene impedito di far morire il piccolo a casa - a Charlie Gard vengono sfilati i tubi dal naso che gli permettevano di vivere.

È lecito sospettare che il piccolo sia stato vittima di abbandono terapeutico. Al Gosh non si è nemmeno provato a curare Charlie, forse perché la sua vita debilitata è ritenuta da quei medici indegna di essere vissuta. I trattamenti proposti negli Stati Uniti, provati su bambini con patologie diverse ma simili, potevano essere utili, come ha dimostrato anche il documento firmato dal Bambino Gesù.

Piuttosto, si è preferito sbarazzarsi della questione staccando le spine. Un atto, quello dei medici, che ha cagionato direttamente e intenzionalmente la morte del bambino. Ecco perché è eutanasia, decisa per giunta da un ospedale pubblico: eutanasia di Stato.

FONTERivista Voglio Vivere, N°50, Ottobre 2017

di Federico Catani


Cinquant’anni fa, il 25 luglio 1968, papa Paolo VI pubblicava l’enciclica Humanae vitae.

Con quel documento, il Sommo Pontefice ribadiva che ogni atto matrimoniale deve necessariamente rimanere aperto alla trasmissione della vita, evitando perciò ogni azione che ostacoli il raggiungimento del suo fine intrinseco e primario, ovvero il concepimento.

In pratica, oltre a ricordare il significato unitivo e procreativo del matrimonio, Paolo VI riaffermava ciò che la Chiesa, sin dalle origini, ha sempre insegnato e predicato, ovvero che «è esclusa ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione. (…) È quindi errore pensare che un atto coniugale, reso volutamente infecondo, e perciò intrinsecamente non onesto, possa essere coonestato dall’insieme di una vita coniugale feconda». 

Ciò peraltro non esclude il lecito ricorso ai periodi infecondi, come l’enciclica sottolinea chiaramente.

Il divieto tassativo della contraccezione artificiale fa parte del Magistero ordinario ed immutabile della Chiesa, confermato lungo i secoli, e per ciò stesso gode del carisma dell’infallibilità. Eppure, in quegli anni di contestazione a tutti i livelli, Humanae vitae attirò su Paolo VI un’ondata impressionante di critiche e proteste, anche e forse soprattutto da gran parte dello stesso mondo cattolico.

Addirittura vescovi e cardinali dichiararono di non accettare il documento pontificio e si opposero radicalmente. L’impatto emotivo sul Papa fu talmente grande che da quel momento e sino alla morte non pubblicò più alcuna enciclica.

Anche oggi peraltro c’è chi sta tentando di cambiare e reinterpretare, in maniera del tutto abusiva, la dottrina sulla contraccezione. I fatti però hanno dato ragione a Paolo VI. Benedetto XVI nel 2008, in occasione dei quarant’anni della pubblicazione del documento, affermò che il suo contenuto “non solo manifesta immutata la sua verità, ma rivela anche la lungimiranza con la quale il problema venne affrontato”.

Effettivamente Humanae vitae è un testo profetico, oggi piùattuale che mai. Affrontacertamente un tema su cuiil mondo, ormai quasi tuttosecolarizzato e addiritturaanticristiano, non vuoleriflettere né discutere. 

Ai nostri giorni assistiamo sempre più alla pubblicizzazione dei metodi contraccettivi, presentati come rimedio indispensabile e sacrosanto per il sesso sicuro,oltre che come strumento per evitare la sovrappopolazione del pianeta.

Nessuno, in politica,a scuola, in famiglia e neppure in parrocchia si sognerebbe di vietare o di sollevare la benché minima critica alla pillola anticoncezionale o al preservativo. La mentalità contraccettiva si è impadronita dell’opinione pubblica: frutto della rivoluzione culturale e sessuale del 1968, proprio l’anno in cui uscì l’enciclica.

Ma la stessa scienza dimostra che il preservativo non preserva totalmente dalle malattie,perché incentivando il sesso irresponsabile e la promiscuità, non fa che aumentare il rischio, come fece notare anche Benedetto XVI.

Inoltre, pure la pillola non è innocua: reca gravi danni alla salute delle donne e peraltro non serve a ridurre il numero di aborti. Anzi, tanto più si ricorre alla contraccezione, tanto più aumentano le gravidanze giovanili, spesso indesiderate. 

Contraccezione e aborto, del resto, sono due frutti della medesima pianta edonista e ipersessualista, nata dalla rivendicazione di una libertà sessuale senza regole.

Quanto al rischio di “bomba demografica”, la realtà di tutti i giorni ci sta dimostrando che sul nostro pianeta c’è spazio per tutti e che caso mai nel mondo occidentale esiste il problema opposto: nascono sempre meno bambini e aumentano i morti.

Altro che sovrappopolazione: siamo all’inverno demografico! Se a tutto ciò aggiungiamo la distruzione delle famiglie e delle relazioni umane, incentrate su un’idea del sesso inteso come merce di scambio per fini egoistici, possiamo renderci conto meglio di quanto Paolo VI con l’Humanae vitae sia stato profetico.

Samuele Maniscalco
 
 
Se il buon giorno si vede dal mattino allora possiamo dire che il 2018 è iniziato male.
 
Come poter dire altrimenti quando soltanto poche settimane fa il Parlamento ha approvato il Biotestamento, ovvero la via italiana all'eutanasia?
 
Mentre scrivo, non so ancora se il Presidente Mattarella abbia firmato o meno la Legge sulle DAT. La mia speranza è che il nostro appello e quello di altre associazioni siano riusciti nel loro intento.
 
Ma se così non fosse, cosa fare? Dovremo certamente raddoppiare i nostri sforzi!
 
Nell'imminenza della ricorrenza dell'Epifania e con lo sguardo rivolto al panorama italiano, dobbiamo chiedere lo stesso coraggio che animò i Re Magi a mettersi in cammino da soli.
 
Dobbiamo avere il coraggio di proseguire la nostra battaglia anche dopo aver subito le sconfitte più pesanti.
 
Soli nel mondo pagano, ma in attesa della stella, in attesa dell’ora di Dio, quell’ora, per i Re Magi, fu consolatrice: fu il momento in cui nacque il Bambino Gesù.
 
Quell’ora, per noi, deve essere l’ora in cui riusciremo a convincere la maggioranza degli italiani che la vita è sacra, dal concepimento fino alla morta naturale.
 
Comunque vadano le cose, arriverà per tutti noi un momento molto preciso in cui una stella ci dirà che quell’ora tanto attesa è giunta.
Dobbiamo essere pronti per quell’ora, così come lo furono i Re Magi, modelli di fedeltà nei momenti di isolamento.
 
Che il 2018 sia l'anno che da tanto tempo attendiamo.
 
Tanti Auguri di una Santa Epifana.

di Samuele Maniscalco

Oggi, dopo che soltanto 3 giorni fa il Senato ha approvato le DAT, si chiede apertamente che l'eutanasia venga legalizzata.

L'Associazione Luca Coscioni ha infatti lanciato un appello che si intitola "Il Biotestamento non basta. Ecco quali pene patisce chi non riesce ad andare in Svizzera".

Avete capito? Il Biotestamento per questi signori è solo il primo tempo di un film a due atti. Il loro obiettivo, del resto mai nascosto, è l'eutanasia attiva sempre e comunque.

Ribattezzata come la "via italiana all'eutanasia", le Dichiarazioni Anticipate di Trattamento saranno letali, ad esempio, per tutti gli ospedali cattolici e per i quei medici che in coscienza non vorranno attuare tale normativa, ma anche per tutte quelle persone colpite da una grave malattia che sentiranno sopra di sé una forte pressione sociale per "lasciare" questo mondo e non essere più di peso agli altri.

Siamo tutti in pericolo, nessun escluso!

Che cosa prevede questa legge?

• Legittima l'eutanasia sempre e comunque (art.1 comma 5): oltre alle terapie, sarà possibile rifiutare anche alimentazione e idratazione che terapie non sono, essendo invece sostegni vitali necessari a ogni essere umano, sano o malato che sia. Le persone moriranno per fame e per sete. Una morte atroce.

• Legittima un'eutanasia omissiva per i pazienti stabilizzati non in fase terminale.

• Non prevede l'obiezione di coscienza per i medici né per le strutture sanitarie. Dunque, anche gli ospedali cattolici dovranno adeguarsi a questa legge omicida.

• Non soltanto i pazienti adulti ma anche i minori potranno essere uccisi, così come accaduto al piccolo Charlie Gard. Con questa legge, infatti, saranno i genitori, i tutori o altri ad avere diritto di vita e di morte sui minori incapaci.

Se diamo uno sguardo al Belgio potremo farci un'idea dell'abisso verso cui rischiamo di cadere:

- dal 2003 sono ormai 15.000 le persone eutanasizzate in questo paese e il numero è in costante aumento;

- le persone affette da una malattia psichiatrica rappresentano ormai il 19% dei pazienti deceduti per eutanasia;

- dal 2014 è possibile far morire per eutanasia i minori anche se non sono in grado di fornire il loro consenso;

- da diverse settimane si discute di una nuova evoluzione della legge per permettere "alle persone anziane che sentono di aver compiuto la loro vita" e sono "stanche di vivere" di chiedere l'eutanasia anche in assenza di una malattia.

Potremo mai accettare una simile sorte così disumana? Meglio sarebbe morire combattendo.

di Ignazio Statuario

Adottare un bambino in Italia non è impresa facile. Non bastano il lungo iter burocratico e le complicazioni annesse, ora il problema è anche riuscire ad avere i rimborsi per le spese affrontate per l’ottenimento dell’orfano (viaggi e assistenza legale), malgrado dovrebbero spettare di diritto alle famiglie adottanti.

L’estate scorsa, la Commissione governativa Adozioni Internazionali (Cai) ha comunicato sul proprio sito che non ci sono le risorse necessarie per garantire i rimborsi a quanti hanno adottato bambini dal 2011 ad oggi.

Con un ritardo di sei anni, invece, verranno rimborsate le famiglie che hanno concluso le adozioni entro il 2011. Sarà possibile farlo nei loro confronti perché fino a quella data esistono le cosiddette “istanze di rimborso” dell’allora governo Berlusconi.

Si tratta dell’ultimo gesto a favore delle famiglie adottive compiuto da Palazzo Chigi. Dopo di che il vuoto, che lascia così circa quattordicimila coppie col portafoglio vuoto.

Attualmente mancano le risorse stanziate per le adozioni.

Una situazione che – ha detto ad Avvenire Marco Griffini, presidente Ai.Bi (Amici dei Bambini) - “alimenta malcontento e rabbia da parte di chi ha accolto, con l’adozione, un bambino abbandonato, ma che inevitabilmente allontana sempre di più da questa meravigliosa forma di accoglienza”.

Eppure i soldi, quando il Governo vuole, si trovano. Griffini ricorda che nello stesso periodo in cui Palazzo Chigi non riusciva a trovare fondi per rimborsare le famiglie che decidono di accogliere bimbi orfani, decideva altresì di inserire la fecondazione eterologa tra i nuovi Lea (Livelli essenziali di assistenza) varati dal Ministero della Salute.

Ciò significa che lo Stato si impegna ad investire ingenti risorse per importare ovuli e spermatozoi dall’estero da mettere a disposizione delle coppie che intendono ricorrere a questa pratica per avere dei figli.

“Per lo Stato le coppie con problemi di fertilità – ha rimarcato il presidente di Ai.Bi– non sono tutte uguali. Quelli che si rivolgono alla procreazione medicalmente assistita, potranno contare su un rimborso da parte dello Stato. Quelli che decideranno di accogliere un bambino abbandonato dovranno continuare a sborsare soldi di tasca propria”.

A luglio sono state cinque le interrogazioni parlamentari presentate per spingere il Governo a sbloccare la situazione. Si muove anche la società civile. Il Coordinamento Care (una rete di associazioni familiari) ha lanciato una raccolta di firme da presentare alla Presidenza del Consiglio che recita:

“Parliamo di patti da osservare perché tanti politici in questi anni hanno dichiarato che il loro impegno nel reperire fondi per le adozioni internazionali andava anche nella direzione di sostenere le famiglie. Non credo sia possibile che tutti abbiamo frainteso e peraltro lo hanno ribadito loro stessi in questi giorni. I soldi sono stati stanziati, se manca un decreto si faccia il decreto, e si faccia subito”.

FONTERivista Voglio Vivere, N°50, Ottobre 2017

Mercoledì, 22 Novembre 2017 22:07

Il buon senso nell'affaire Cappato

di Samuele Maniscalco


Due settimane fa ha avuto inizio il processo a carico di Marco Cappato per aver aiutato Dj Fabo a raggiungere la Svizzera dove ottenne il suicidio assistito.

Per la procura l'imputato avrebbe semplicemente aiutato una persona ad esercitare il diritto (sic!) di morire con dignità, ma per Cappato è arrivata l'imputazione coatta imposta dal gip Luigi Gargiulo, il quale ha sostenuto che il reato non consente scappatoie.

Proprio Cappato, autodenunciandosi, parlò di aiuto al suicidio e anche se non indusse personalmente la morte, rafforzò «la volontà suicidaria» di Fabiano Antoniani, prospettando una «dolce morte» a un uomo cieco e paraplegico.

Cappato, inoltre, non si limitò ad accompagnarlo ma organizzò il viaggio e lo preparò anche mostrando i depliant della struttura svizzera specializzata in suicidi assistiti. Un’aggravante che ha portato il processo davanti alla Corte d’Assise che, in poco più di mezz’ora, ha fissato al 4 e al 13 dicembre le prossime udienze.

Se fossimo un Paese normale dovremmo attenderci una sentenza normale ovvero una condanna.

A giudici della Corte di Assisi, un criterio di giudizio l’ha già dato la Cassazione con la sentenza 3147 del 1998 in cui si legge: «È sufficiente che l’agente abbia posto in essere, volontariamente e consapevolmente, un qualsiasi comportamento che abbia reso più agevole la realizzazione del suicidio».

È quanto ha fatto Cappato? Sembra proprio di sì.

Affermare il contrario significherebbe aprire una voragine. Il risultato, allora, potrebbe essere una sentenza che metta il Parlamento con le spalle al muro, il quale si sentirebbe “costretto” a votare la legge sul testamento biologico (le DAT) che una volta di più si confermerebbe vero grimaldello legislativo per legalizzare in Italia l'omicidio del consenziente, un reato ad oggi punibile con la reclusione da sei ai quindici anni.

La sentenza definitiva potrebbe arrivare poco prima di Natale.

Chiediamo dunque al Bambin Gesù di illuminare le menti e i cuori dei giudici. Con la sua venuta, il Signore rafforzò nel cuore dell'uomo sentimenti di vera compassione verso il suo prossimo e ribadì con forza il Comandamento “Non uccidere”.

di Samuele Maniscalco

La percentuale dei suicidi tra le donne che hanno abortito è sei volte superiore alla norma.

Uno studio esauriente realizzato dalla britannica Society for the Protection of Unborn Children (Società per la Protezione del Concepito), ha evidenziato i gravi rischi per la salute fisica e mentale che corrono le donne  che si sottopongono a un aborto: tra questi l'incremento della probabilità che si suicidino.

Lo studio conferma ampiamente quanto denunciato da Generazione Voglio Vivere tramite l'opuscolo “50 domande e risposte sul Post Aborto”, scritto insieme alla Dott.ssa Cinzia Baccaglini, tra le massime esperte in Italia in materia.

La ricerca, guidata dal Dr. Gregory Pike, medico australiano dell'Adelaide Centre for Bioethics and Culture, raccoglie lavori scientifici realizzati a livello mondiale e si intitola «L'aborto e la salute delle donne».

Tra i risultati dello studio del Dr. Pike possiamo leggere che «il suicidio è circa sei volte superiore per chi abortisce rispetto a chi porta avanti la gravidanza». Le donne che hanno abortito sono esposte a un "dolore significativo" fino a tre anni dopo l'aborto, così come a un aumento del 30% del rischio di depressione, un rischio del 25% di aumento dell'ansia e un'alta probabilità di soffrire di disturbo post-traumatico da stress nelle gravidanze successive.

 Nel presentare lo studio il 27 ottobre di quest'anno, l'esperta Antonia Tully ha criticato il fatto che «la lobby e l'industria dell'aborto, che ricavano milioni di sterline dal contribuente per la realizzazione di aborti finanziati dallo Stato, non sembrano interessati all'impatto sulle donne».

 «La realtà è che l'impatto è angosciante e orrendo per molte donne».

Aver legalizzato anche in Italia l'uccisione del concepito nel grembo materno, ha creato un danno enorme alle relazioni umani e ha prodotto la distruzione più profonda del tessuto sociale.

L'aborto debilita i vincoli del matrimonio, perché quanto più numerosi sono i figli, tanto più i vincoli affettivi e morali tra i genitori si irrobustiscono. E la famiglia è la cellula base della società: se si debilita questa l'altra si sfalderà lentamente, aprendo le porte a un mondo individualista e egoista.

 

di Federico Catani

Truffe a danno dei contribuenti in nome del “diritto” all’aborto.

È quanto accade nei Paesi Bassi, dove recentemente alcune testate, come il Nederlands Dagblad e il De Volkskrant,hanno smascherato le frodi di cui si sarebbe macchiata CASA, organizzazione responsabile di circa la metà degli aborti olandesi. Le cliniche di questa associazione avrebbero rubato allo Stato circa 15milioni di euro negli ultimi dieci anni.

In pratica, secondo i summenzionati giornali, CASA avrebbe dichiarato, tra l’altro, spese per clienti non esistenti e per servizi che non fornisce in modo da ottenere lauti rimborsi dall’erario statale. In ultima istanza, soldi sottratti ai cittadini con le tasse.

L’ex direttore di CASA, Bert van Herk, sembrerebbe uno dei massimi responsabili della truffa. Nonostante ciò, quando lasciò l’incarico, ottenne una lauta buonuscita di 500mila euro. Da notare, peraltro, che van Herk è membro del consiglio direttivo della International Planned Parenthood Federation, la più grande organizzazione abortista del mondo, che specialmente negli ultimi anni è salita agli onori della cronaca per il turpe mercimonio di organi e parti del corpo dei bambini uccisi con l’aborto.

Ma in Olanda non sono solo le cliniche CASA ad aver commesso frodi fiscali negli ultimi anni. Secondo Nederlands Dagblad, anche la clinica abortista Bloemenhovekliniek, nella città di Heemstede, avrebbe truffato lo Stato (e dunque tutti i contribuenti) per una cifra di circa 800mila euro. Ed è assai sorprendente sapere che l’attuale direttrice, Thea Schippers, nel 2016 è stata premiata dal Ministero della Sanità per l’aiuto che presta alle donne in difficoltà. Detto in altri termini, ha ricevuto questo riconoscimento statale per uccidere bambini innocenti prima della nascita.

Come ha dichiarato Kees van Helden, responsabile dell'organizzazione pro-life olandese Schreeuw om Leven, «le donne che affrontano una gravidanza indesiderata spesso sono davvero in difficoltà. Il motivo più frequente per abortire nei Paesi Bassi è la precarietà finanziaria. Ma se lo Stato non offre un’alternativa all’uccisione dei bambini non ancora nati, allora siamo tutti moralmente falliti».

Ed è vero. Un Paese che uccide i suoi figli è un Pese fallito, destinato a scomparire e ad essere invaso da chi invece i figli li fa e li usa magari come mezzo di conquista. L’islamizzazione dell’Olanda, sempre più massiccia, è un chiaro segnale di questo processo.

Nei Paesi Bassi si effettuano 31mila aborti all’anno. 31mila vite innocenti spezzate in quello che dovrebbe essere il luogo più sicuro, il grembo della mamma. 31mila bambini che ogni anno vengono letteralmente fatti a pezzi ed aspirati perché indesiderati. Bambini che, come ricorda il pro-life van Helden, sono uccisi alla 19ª o 20ª settimana di gravidanza, quando «già misurano 22 centimetri di altezza e pesano circa 250 grammi e possono sentire, calciare, succhiare il pollice». Eppure per gli abortisti sono equiparabili a tumori indesiderati e da rimuovere.

Se a tutto questo orrore aggiungiamo le truffe da parte delle cliniche responsabili di tali omicidi, allora davvero sorge una domanda, valida anche per noi italiani: perché l’aborto deve essere finanziato dallo Stato? Perché le tasse dei cittadini debbono finire nelle tasche di questi centri che somministrano la morte? Perché il denaro dei contribuenti non viene usato per sostenere le famiglie e la natalità? Pagare chi uccide i bambini e fa credere alle donne che è un loro sacrosanto diritto disfarsi di una vita umana, non solo è criminale, ma suicida. A maggior ragione se, come nei Paesi Bassi, addirittura gli abortisti truccano i conti e frodano la collettività. 

FONTEhttps://www.ftm.nl/artikelen/abortuszorg-in-gevaar-door-malaise-bij-casa-klinieken?share=1

a cura di Federico Catani

 

 

Nel mese di settembre il Senato ha iniziato ad esaminare il disegno di legge sulle DAT (Disposizioni Anticipate di Trattamento), ovvero sul testamento biologico già approvato dalla Camera lo scorso aprile. In pratica si tratta della legalizzazione dell’eutanasia in Italia. E poiché la propaganda della “cultura della morte” usa casi estremi di sofferenza per promuovere la soppressione dei malati - spacciandola oltretutto per libertà di scelta – è il caso di ascoltare la testimonianza di Sara Virgilio, che all’età di 20 anni è andata in coma a seguito di un incidente e poi si è risvegliata.

Sara, puoi raccontare brevemente la tua esperienza di coma?

Per quanto mi riguarda ho soltanto alcuni frammenti di ricordo. Chiaramente durante il coma non si ha sempre la percezione di ciò che avviene, però ricordo bene mia mamma che parlava e il fatto di non sentire alcun dolore. Posso però dire che chi vive tale condizione, negli sprazzi di lucidità, vuole essere considerato persona: volevo uscire da quello stato e far capire agli altri che c’ero. Io mi sentivo viva. 

E ad un certo punto ti sei svegliata. I medici lo avevano previsto?

Assolutamente no. Non solo ero in coma, ma avevo, tra le altre cose, un’emorragia polmonare, una cerebrale e tutte le costole rotte. I medici non avevano dato quasi nessuna speranza ai miei. Ma io mi sono trovata ad avere una forza che forse non avrei immaginato, una straordinaria voglia di vivere. E dopo il risveglio, il percorso di riabilitazione è stato lungo e tribolato.

Quello è stato il momento in cui ho iniziato ad avvertire il dolore. Inizialmente non mi alzavo dal letto e potevo muovere solo la testa, poi sono stata sulla sedia a rotelle e ho recuperato lentamente l’uso della parola. Ovviamente i dolori che sentivo in tutte le parti lese erano spesso lancinanti, insopportabili, e i momenti di sconforto non son mancati. Eppure non ho mai chiesto di morire. 

È per la tua esperienza quindi che ti opponi alle DAT?

Certo, perché se prima dell’incidente avessi sottoscritto un testamento biologico, a quest’ora sarei già morta e non potrei raccontare la mia storia. Da sani è normale pensare che non si potrebbe resistere ad una situazione di coma o infermità. Ma trovarcisi, sebbene sia un’esperienza percepita in maniera diversa da persona a persona, è un’altra cosa. Com’è possibile prevedere il modo in cui si reagirà in determinate situazioni mentre si è in piena salute? Il testamento biologico non lascerebbe spazio al ripensamento. 

E cosa risponderesti a chi ti dicesse che oggi parli così solo perché sei guarita?

Prima di tutto va detto che il malato si deprime e chiede di morire quando è lasciato solo. Se invece sente la vicinanza e le cure degli altri, ha la forza di non mollare. Poi voglio sottolineare che quando sono uscita dalla condizione di coma non sapevo affatto se sarei mai tornata a camminare, a parlare e comunque a condurre la mia vita di prima. Inoltre io non sono guarita. Certo, cammino, parlo, ma nel tempo ho avuto altre patologie importanti, senza alcun legame con l’incidente avuto, che mi hanno messo e tuttora mi stanno mettendo a dura prova. Alcuni mi chiedono se ho mai pensato, visto tutto quanto mi è capitato, che fosse stato meglio non nascere.

Io rispondo sempre che se non fossi nata, sarei stata il nulla. E invece sono in un progetto. Quindi oggi, nonostante non stia bene, continuo ad essere convintamente contraria all’eutanasia. E questo anche perché sono profondamente credente. Io so che la vita è un dono che mi è stato dato e né io né i medici ne siamo i padroni. Con questa consapevolezza, nonostante tutti i miei difetti e limiti, nei momenti più difficili ho offerto il mio dolore e tutte le mie sofferenze a Dio, affinché se ne servisse in base ai suoi disegni. Accettare la croce non allevia il dolore, ma aiuta a sopportarlo. Se alla sofferenza si dà un significato, è possibile resistere. 

 

FONTE: Rivista Voglio Vivere, N°50, Ottobre 2017

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