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Notizie (92)

di Samuele Maniscalco

Oggi, dopo che soltanto 3 giorni fa il Senato ha approvato le DAT, si chiede apertamente che l'eutanasia venga legalizzata.

L'Associazione Luca Coscioni ha infatti lanciato un appello che si intitola "Il Biotestamento non basta. Ecco quali pene patisce chi non riesce ad andare in Svizzera".

Avete capito? Il Biotestamento per questi signori è solo il primo tempo di un film a due atti. Il loro obiettivo, del resto mai nascosto, è l'eutanasia attiva sempre e comunque.

Ribattezzata come la "via italiana all'eutanasia", le Dichiarazioni Anticipate di Trattamento saranno letali, ad esempio, per tutti gli ospedali cattolici e per i quei medici che in coscienza non vorranno attuare tale normativa, ma anche per tutte quelle persone colpite da una grave malattia che sentiranno sopra di sé una forte pressione sociale per "lasciare" questo mondo e non essere più di peso agli altri.

Siamo tutti in pericolo, nessun escluso!

Che cosa prevede questa legge?

• Legittima l'eutanasia sempre e comunque (art.1 comma 5): oltre alle terapie, sarà possibile rifiutare anche alimentazione e idratazione che terapie non sono, essendo invece sostegni vitali necessari a ogni essere umano, sano o malato che sia. Le persone moriranno per fame e per sete. Una morte atroce.

• Legittima un'eutanasia omissiva per i pazienti stabilizzati non in fase terminale.

• Non prevede l'obiezione di coscienza per i medici né per le strutture sanitarie. Dunque, anche gli ospedali cattolici dovranno adeguarsi a questa legge omicida.

• Non soltanto i pazienti adulti ma anche i minori potranno essere uccisi, così come accaduto al piccolo Charlie Gard. Con questa legge, infatti, saranno i genitori, i tutori o altri ad avere diritto di vita e di morte sui minori incapaci.

Se diamo uno sguardo al Belgio potremo farci un'idea dell'abisso verso cui rischiamo di cadere:

- dal 2003 sono ormai 15.000 le persone eutanasizzate in questo paese e il numero è in costante aumento;

- le persone affette da una malattia psichiatrica rappresentano ormai il 19% dei pazienti deceduti per eutanasia;

- dal 2014 è possibile far morire per eutanasia i minori anche se non sono in grado di fornire il loro consenso;

- da diverse settimane si discute di una nuova evoluzione della legge per permettere "alle persone anziane che sentono di aver compiuto la loro vita" e sono "stanche di vivere" di chiedere l'eutanasia anche in assenza di una malattia.

Potremo mai accettare una simile sorte così disumana? Meglio sarebbe morire combattendo.

di Ignazio Statuario

Adottare un bambino in Italia non è impresa facile. Non bastano il lungo iter burocratico e le complicazioni annesse, ora il problema è anche riuscire ad avere i rimborsi per le spese affrontate per l’ottenimento dell’orfano (viaggi e assistenza legale), malgrado dovrebbero spettare di diritto alle famiglie adottanti.

L’estate scorsa, la Commissione governativa Adozioni Internazionali (Cai) ha comunicato sul proprio sito che non ci sono le risorse necessarie per garantire i rimborsi a quanti hanno adottato bambini dal 2011 ad oggi.

Con un ritardo di sei anni, invece, verranno rimborsate le famiglie che hanno concluso le adozioni entro il 2011. Sarà possibile farlo nei loro confronti perché fino a quella data esistono le cosiddette “istanze di rimborso” dell’allora governo Berlusconi.

Si tratta dell’ultimo gesto a favore delle famiglie adottive compiuto da Palazzo Chigi. Dopo di che il vuoto, che lascia così circa quattordicimila coppie col portafoglio vuoto.

Attualmente mancano le risorse stanziate per le adozioni.

Una situazione che – ha detto ad Avvenire Marco Griffini, presidente Ai.Bi (Amici dei Bambini) - “alimenta malcontento e rabbia da parte di chi ha accolto, con l’adozione, un bambino abbandonato, ma che inevitabilmente allontana sempre di più da questa meravigliosa forma di accoglienza”.

Eppure i soldi, quando il Governo vuole, si trovano. Griffini ricorda che nello stesso periodo in cui Palazzo Chigi non riusciva a trovare fondi per rimborsare le famiglie che decidono di accogliere bimbi orfani, decideva altresì di inserire la fecondazione eterologa tra i nuovi Lea (Livelli essenziali di assistenza) varati dal Ministero della Salute.

Ciò significa che lo Stato si impegna ad investire ingenti risorse per importare ovuli e spermatozoi dall’estero da mettere a disposizione delle coppie che intendono ricorrere a questa pratica per avere dei figli.

“Per lo Stato le coppie con problemi di fertilità – ha rimarcato il presidente di Ai.Bi– non sono tutte uguali. Quelli che si rivolgono alla procreazione medicalmente assistita, potranno contare su un rimborso da parte dello Stato. Quelli che decideranno di accogliere un bambino abbandonato dovranno continuare a sborsare soldi di tasca propria”.

A luglio sono state cinque le interrogazioni parlamentari presentate per spingere il Governo a sbloccare la situazione. Si muove anche la società civile. Il Coordinamento Care (una rete di associazioni familiari) ha lanciato una raccolta di firme da presentare alla Presidenza del Consiglio che recita:

“Parliamo di patti da osservare perché tanti politici in questi anni hanno dichiarato che il loro impegno nel reperire fondi per le adozioni internazionali andava anche nella direzione di sostenere le famiglie. Non credo sia possibile che tutti abbiamo frainteso e peraltro lo hanno ribadito loro stessi in questi giorni. I soldi sono stati stanziati, se manca un decreto si faccia il decreto, e si faccia subito”.

FONTERivista Voglio Vivere, N°50, Ottobre 2017

Mercoledì, 22 Novembre 2017 23:07

Il buon senso nell'affaire Cappato

di Samuele Maniscalco


Due settimane fa ha avuto inizio il processo a carico di Marco Cappato per aver aiutato Dj Fabo a raggiungere la Svizzera dove ottenne il suicidio assistito.

Per la procura l'imputato avrebbe semplicemente aiutato una persona ad esercitare il diritto (sic!) di morire con dignità, ma per Cappato è arrivata l'imputazione coatta imposta dal gip Luigi Gargiulo, il quale ha sostenuto che il reato non consente scappatoie.

Proprio Cappato, autodenunciandosi, parlò di aiuto al suicidio e anche se non indusse personalmente la morte, rafforzò «la volontà suicidaria» di Fabiano Antoniani, prospettando una «dolce morte» a un uomo cieco e paraplegico.

Cappato, inoltre, non si limitò ad accompagnarlo ma organizzò il viaggio e lo preparò anche mostrando i depliant della struttura svizzera specializzata in suicidi assistiti. Un’aggravante che ha portato il processo davanti alla Corte d’Assise che, in poco più di mezz’ora, ha fissato al 4 e al 13 dicembre le prossime udienze.

Se fossimo un Paese normale dovremmo attenderci una sentenza normale ovvero una condanna.

A giudici della Corte di Assisi, un criterio di giudizio l’ha già dato la Cassazione con la sentenza 3147 del 1998 in cui si legge: «È sufficiente che l’agente abbia posto in essere, volontariamente e consapevolmente, un qualsiasi comportamento che abbia reso più agevole la realizzazione del suicidio».

È quanto ha fatto Cappato? Sembra proprio di sì.

Affermare il contrario significherebbe aprire una voragine. Il risultato, allora, potrebbe essere una sentenza che metta il Parlamento con le spalle al muro, il quale si sentirebbe “costretto” a votare la legge sul testamento biologico (le DAT) che una volta di più si confermerebbe vero grimaldello legislativo per legalizzare in Italia l'omicidio del consenziente, un reato ad oggi punibile con la reclusione da sei ai quindici anni.

La sentenza definitiva potrebbe arrivare poco prima di Natale.

Chiediamo dunque al Bambin Gesù di illuminare le menti e i cuori dei giudici. Con la sua venuta, il Signore rafforzò nel cuore dell'uomo sentimenti di vera compassione verso il suo prossimo e ribadì con forza il Comandamento “Non uccidere”.

di Samuele Maniscalco

La percentuale dei suicidi tra le donne che hanno abortito è sei volte superiore alla norma.

Uno studio esauriente realizzato dalla britannica Society for the Protection of Unborn Children (Società per la Protezione del Concepito), ha evidenziato i gravi rischi per la salute fisica e mentale che corrono le donne  che si sottopongono a un aborto: tra questi l'incremento della probabilità che si suicidino.

Lo studio conferma ampiamente quanto denunciato da Generazione Voglio Vivere tramite l'opuscolo “50 domande e risposte sul Post Aborto”, scritto insieme alla Dott.ssa Cinzia Baccaglini, tra le massime esperte in Italia in materia.

La ricerca, guidata dal Dr. Gregory Pike, medico australiano dell'Adelaide Centre for Bioethics and Culture, raccoglie lavori scientifici realizzati a livello mondiale e si intitola «L'aborto e la salute delle donne».

Tra i risultati dello studio del Dr. Pike possiamo leggere che «il suicidio è circa sei volte superiore per chi abortisce rispetto a chi porta avanti la gravidanza». Le donne che hanno abortito sono esposte a un "dolore significativo" fino a tre anni dopo l'aborto, così come a un aumento del 30% del rischio di depressione, un rischio del 25% di aumento dell'ansia e un'alta probabilità di soffrire di disturbo post-traumatico da stress nelle gravidanze successive.

 Nel presentare lo studio il 27 ottobre di quest'anno, l'esperta Antonia Tully ha criticato il fatto che «la lobby e l'industria dell'aborto, che ricavano milioni di sterline dal contribuente per la realizzazione di aborti finanziati dallo Stato, non sembrano interessati all'impatto sulle donne».

 «La realtà è che l'impatto è angosciante e orrendo per molte donne».

Aver legalizzato anche in Italia l'uccisione del concepito nel grembo materno, ha creato un danno enorme alle relazioni umani e ha prodotto la distruzione più profonda del tessuto sociale.

L'aborto debilita i vincoli del matrimonio, perché quanto più numerosi sono i figli, tanto più i vincoli affettivi e morali tra i genitori si irrobustiscono. E la famiglia è la cellula base della società: se si debilita questa l'altra si sfalderà lentamente, aprendo le porte a un mondo individualista e egoista.

 

di Federico Catani

Truffe a danno dei contribuenti in nome del “diritto” all’aborto.

È quanto accade nei Paesi Bassi, dove recentemente alcune testate, come il Nederlands Dagblad e il De Volkskrant,hanno smascherato le frodi di cui si sarebbe macchiata CASA, organizzazione responsabile di circa la metà degli aborti olandesi. Le cliniche di questa associazione avrebbero rubato allo Stato circa 15milioni di euro negli ultimi dieci anni.

In pratica, secondo i summenzionati giornali, CASA avrebbe dichiarato, tra l’altro, spese per clienti non esistenti e per servizi che non fornisce in modo da ottenere lauti rimborsi dall’erario statale. In ultima istanza, soldi sottratti ai cittadini con le tasse.

L’ex direttore di CASA, Bert van Herk, sembrerebbe uno dei massimi responsabili della truffa. Nonostante ciò, quando lasciò l’incarico, ottenne una lauta buonuscita di 500mila euro. Da notare, peraltro, che van Herk è membro del consiglio direttivo della International Planned Parenthood Federation, la più grande organizzazione abortista del mondo, che specialmente negli ultimi anni è salita agli onori della cronaca per il turpe mercimonio di organi e parti del corpo dei bambini uccisi con l’aborto.

Ma in Olanda non sono solo le cliniche CASA ad aver commesso frodi fiscali negli ultimi anni. Secondo Nederlands Dagblad, anche la clinica abortista Bloemenhovekliniek, nella città di Heemstede, avrebbe truffato lo Stato (e dunque tutti i contribuenti) per una cifra di circa 800mila euro. Ed è assai sorprendente sapere che l’attuale direttrice, Thea Schippers, nel 2016 è stata premiata dal Ministero della Sanità per l’aiuto che presta alle donne in difficoltà. Detto in altri termini, ha ricevuto questo riconoscimento statale per uccidere bambini innocenti prima della nascita.

Come ha dichiarato Kees van Helden, responsabile dell'organizzazione pro-life olandese Schreeuw om Leven, «le donne che affrontano una gravidanza indesiderata spesso sono davvero in difficoltà. Il motivo più frequente per abortire nei Paesi Bassi è la precarietà finanziaria. Ma se lo Stato non offre un’alternativa all’uccisione dei bambini non ancora nati, allora siamo tutti moralmente falliti».

Ed è vero. Un Paese che uccide i suoi figli è un Pese fallito, destinato a scomparire e ad essere invaso da chi invece i figli li fa e li usa magari come mezzo di conquista. L’islamizzazione dell’Olanda, sempre più massiccia, è un chiaro segnale di questo processo.

Nei Paesi Bassi si effettuano 31mila aborti all’anno. 31mila vite innocenti spezzate in quello che dovrebbe essere il luogo più sicuro, il grembo della mamma. 31mila bambini che ogni anno vengono letteralmente fatti a pezzi ed aspirati perché indesiderati. Bambini che, come ricorda il pro-life van Helden, sono uccisi alla 19ª o 20ª settimana di gravidanza, quando «già misurano 22 centimetri di altezza e pesano circa 250 grammi e possono sentire, calciare, succhiare il pollice». Eppure per gli abortisti sono equiparabili a tumori indesiderati e da rimuovere.

Se a tutto questo orrore aggiungiamo le truffe da parte delle cliniche responsabili di tali omicidi, allora davvero sorge una domanda, valida anche per noi italiani: perché l’aborto deve essere finanziato dallo Stato? Perché le tasse dei cittadini debbono finire nelle tasche di questi centri che somministrano la morte? Perché il denaro dei contribuenti non viene usato per sostenere le famiglie e la natalità? Pagare chi uccide i bambini e fa credere alle donne che è un loro sacrosanto diritto disfarsi di una vita umana, non solo è criminale, ma suicida. A maggior ragione se, come nei Paesi Bassi, addirittura gli abortisti truccano i conti e frodano la collettività. 

FONTEhttps://www.ftm.nl/artikelen/abortuszorg-in-gevaar-door-malaise-bij-casa-klinieken?share=1

a cura di Federico Catani

 

 

Nel mese di settembre il Senato ha iniziato ad esaminare il disegno di legge sulle DAT (Disposizioni Anticipate di Trattamento), ovvero sul testamento biologico già approvato dalla Camera lo scorso aprile. In pratica si tratta della legalizzazione dell’eutanasia in Italia. E poiché la propaganda della “cultura della morte” usa casi estremi di sofferenza per promuovere la soppressione dei malati - spacciandola oltretutto per libertà di scelta – è il caso di ascoltare la testimonianza di Sara Virgilio, che all’età di 20 anni è andata in coma a seguito di un incidente e poi si è risvegliata.

Sara, puoi raccontare brevemente la tua esperienza di coma?

Per quanto mi riguarda ho soltanto alcuni frammenti di ricordo. Chiaramente durante il coma non si ha sempre la percezione di ciò che avviene, però ricordo bene mia mamma che parlava e il fatto di non sentire alcun dolore. Posso però dire che chi vive tale condizione, negli sprazzi di lucidità, vuole essere considerato persona: volevo uscire da quello stato e far capire agli altri che c’ero. Io mi sentivo viva. 

E ad un certo punto ti sei svegliata. I medici lo avevano previsto?

Assolutamente no. Non solo ero in coma, ma avevo, tra le altre cose, un’emorragia polmonare, una cerebrale e tutte le costole rotte. I medici non avevano dato quasi nessuna speranza ai miei. Ma io mi sono trovata ad avere una forza che forse non avrei immaginato, una straordinaria voglia di vivere. E dopo il risveglio, il percorso di riabilitazione è stato lungo e tribolato.

Quello è stato il momento in cui ho iniziato ad avvertire il dolore. Inizialmente non mi alzavo dal letto e potevo muovere solo la testa, poi sono stata sulla sedia a rotelle e ho recuperato lentamente l’uso della parola. Ovviamente i dolori che sentivo in tutte le parti lese erano spesso lancinanti, insopportabili, e i momenti di sconforto non son mancati. Eppure non ho mai chiesto di morire. 

È per la tua esperienza quindi che ti opponi alle DAT?

Certo, perché se prima dell’incidente avessi sottoscritto un testamento biologico, a quest’ora sarei già morta e non potrei raccontare la mia storia. Da sani è normale pensare che non si potrebbe resistere ad una situazione di coma o infermità. Ma trovarcisi, sebbene sia un’esperienza percepita in maniera diversa da persona a persona, è un’altra cosa. Com’è possibile prevedere il modo in cui si reagirà in determinate situazioni mentre si è in piena salute? Il testamento biologico non lascerebbe spazio al ripensamento. 

E cosa risponderesti a chi ti dicesse che oggi parli così solo perché sei guarita?

Prima di tutto va detto che il malato si deprime e chiede di morire quando è lasciato solo. Se invece sente la vicinanza e le cure degli altri, ha la forza di non mollare. Poi voglio sottolineare che quando sono uscita dalla condizione di coma non sapevo affatto se sarei mai tornata a camminare, a parlare e comunque a condurre la mia vita di prima. Inoltre io non sono guarita. Certo, cammino, parlo, ma nel tempo ho avuto altre patologie importanti, senza alcun legame con l’incidente avuto, che mi hanno messo e tuttora mi stanno mettendo a dura prova. Alcuni mi chiedono se ho mai pensato, visto tutto quanto mi è capitato, che fosse stato meglio non nascere.

Io rispondo sempre che se non fossi nata, sarei stata il nulla. E invece sono in un progetto. Quindi oggi, nonostante non stia bene, continuo ad essere convintamente contraria all’eutanasia. E questo anche perché sono profondamente credente. Io so che la vita è un dono che mi è stato dato e né io né i medici ne siamo i padroni. Con questa consapevolezza, nonostante tutti i miei difetti e limiti, nei momenti più difficili ho offerto il mio dolore e tutte le mie sofferenze a Dio, affinché se ne servisse in base ai suoi disegni. Accettare la croce non allevia il dolore, ma aiuta a sopportarlo. Se alla sofferenza si dà un significato, è possibile resistere. 

 

FONTE: Rivista Voglio Vivere, N°50, Ottobre 2017

 
 
Samuele Maniscalco
 
Lo scorso 28 settembre, ‘Giornata Mondiale per l’accesso all’aborto sicuro e legale’,  le femministe sono scese in piazza un po’ in tutta la penisola per attaccare l’obiezione di coscienza dei medici italiani, che impedirebbe la corretta attuazione della Legge 194 sull’aborto, e per chiedere che la pillola abortiva Ru486 venga distribuita anche nei consultori familiari in regime ambulatoriale, dunque al di fuori degli ospedali.
 
Le manifestazioni, a dire il vero, non hanno visto una partecipazione massiccia del popolo italiano ma sono state mediaticamente rilanciate dai grandi giornali che, su questi tempi politicamente corretti, non perdono mai l’occasione di schierarsi dalla parte dei più forti.
 
Le richieste delle manifestanti si scontrano però contro i dati allarmanti relativi all’utilizzo della pillola abortiva così come ricordato dal quotidiano La Verità nel pezzo ‘La lobby delle industrie dei farmaci dietro i cortei per l’aborto libero’ (29 settembre 2017).
 
Finora, “la comunità scientifica ha confermato la morte di 29 donne a seguito di aborto con pillola Ru486” alle quali andrebbero aggiunte “altre 12 persone decedute a seguito dell’uso del farmaco per fini diversi”.
 
Secondo l'autorevole New England journal of medicine la mortalità in seguito ad aborto chimico è 10 volte superiore a quella chirurgica.
 
Persino una biologa di fama internazionale come la Dott.ssa Renate Klein, femminista e laica, “sostiene da anni che chi a cuore la salute delle donne non può appoggiare in buona fede l’aborto chimico”.
 
Insomma, un brutto affare per la salute di milioni di persone che ha però un suo retroscena legato agli elevati introiti che le industrie farmaceutiche ne ricaverebbero una volta autorizzato l’uso della Ru486 in ambulatorio. 
 
Ogni singola pillola abortiva costa infatti, al Servizio sanitario nazionale, 850 euro, dovendo importarla dalla Francia dove viene prodotta dalla Exelgyn di Clermont Montferrand che la commercializza in 30 paesi.
 
Nel caso specifico, il quotidiano La Verità ha evidenziato come uno tra i maggiori sponsor della Fiapac, l’associazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione, sia proprio la Exelgyn
 
E “della Fiapac è vicepresidente la Dott.ssa Mirella Parachini, ginecologa del San Filippo Neri di Roma che risulta tra i fondatori dell’associazione Luca Coscioni” che proprio il 28 settembre scorso ha promosso una “petizione per rendere più semplice e «democratico» l’accesso alla Ru486”.
 
In sé, “nulla di illecito, significa però esiste una corrispondenza tra i vari attori di questa campagna”. 
 
Insomma, a parte possibili guadagni stratosferici delle multinazionali farmaceutiche, di “sicuro”, in questa ‘Giornata Mondiale per l’aborto’ appena celebrata, non c’è nulla. 
 
 
Soprattutto vorremmo consigliare loro di smetterla di chiamare il concepito un grumo di cellule. Egli è uno di noi e come tale va rispettato e tutelato.

 
di Samuele Maniscalco
 
Stelio Fergola, nato a Napoli nel 1981, è un giovane giornalista professionista e si occupa di Storia moderna e contemporanea, con particolare interesse per le vicende del socialismo reale. Laureatosi in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali con una tesi dal titolo Dall’illusione del benessere alla stagnazione: l’URSS negli anni di Breznev, è attualmente direttore responsabile del giornale storico, politico e culturale Oltre la Linea, online dal gennaio 2017.
 
Di recente ha pubblicato il libro “La cultura della morte. Aborto, eutanasia e nuovo vangelo progressista” (La Vela Edizioni, 2017) con l’intento dichiarato di voler “dare voce a quel grumo di cellule che è uno di noi” (pag. 9).
 
Il libro affronta da un punto di vista laico temi etici di drammatica attualità che tutti noi conosciamo: eutanasia e aborto, venduti come panacea “per prevenire i massacri dei feti o per “garantire” la libertà dalle sofferenze indicibili dei malati terminali” (retro di copertina).
 
Fenomeni diversi eppure accomunati da non poche analogie. Su tutte, il concetto di “emergenza” utilizzato in modo sfacciato e propagandistico per convincere l’opinione pubblica italiana della necessità di legalizzarli insieme al divorzio, alla fecondazione artificiale e alle unioni dello stesso sesso.
 
Fergola si sofferma con meticolosità giornalistica  sulla manipolazione mediatica scatenatasi attorno al caso ormai tristemente famoso di Dj Fabo, suicidatosi – o ucciso, quanto meno istigato, dipende da come si leggano i fatti – presso una clinica svizzera all’inizio di questo 2017. Giustamente l’autore commenta la vicenda come l’ultimo atto di un processo alla vita durato cinquant’anni. 
 
Perché di questo si tratta, di un processo senza appello a ogni fase dell’esistenza umana iniziato decenni orsono: dal come e da chi può nascere fino ad arrivare al come e a chi deve morire, anziano o giovane che sia. Ormai, in alcuni Stati cosidetti “avanzati”, si può accedere all’eutanasia per il semplice fatto di essere depressi!
 
In questa rincorsa alla selezione della specie non esiste alcun limite. Una volta intrapresa questa strada non può che esistere un’unica destinazione: l’annichilimento totale dell’uomo, degno di vivere soltanto se produttivo e autosufficiente e non sic et simpliciter in quanto essere umano. 
 
Come è stato possibile però arrivare a tali aberrazioni nell’Occidente cristiano che più di ogni altra Civiltà ha concretizzato il concetto di  carità nell’ideazione e nella costruzione degli Ospedali, tanto per citare un esempio concreto? Fergola ci dice che tutto inizia con il Sessantotto e certamente questo “momento de-ideologizzante per antonomasia” (pag. 43) ha rappresentato uno spartiacque per la nostra società. Ma come si è arrivati al fatidico ’68? 
 
Nemo summo fit repenter, sentenzia un detto latino, ovvero Niente di molto grande si fa repentinamente. Scriverne adesso sarebbe troppo lungo ma io ritengo che il disfacimento della Civiltà Cristiana sia iniziato spiritualmente con il protestantesimo e ancora prima con il Rinascimento che in maniera molto più efficace, perché più subdola, re-introdusse nell’Europa medioevale un concetto pagano di uomo. Dio venne pian piano estromesso dal panorama privato e sociale – ovviamente non subito ma lungo un arco temporale che durò secoli - per far posto all’uomo-dio, essere perfetto e privo di difetti. 
 
Non è forse questa concezione così egocentrica che oggi porta taluni scienziati a sentirsi i veri ‘creatori’ e padroni della vita?
 
Nell’analizzare tale processo, che non si è mai fermato e continua ancora oggi, mi è parso di estrema importanza il capitolo “La nuova religione dei teen drama e dei nuovi media” in cui si affronta il tema non nuovo ma certamente fondamentale del “lavaggio di cervello” che i nostri ragazzi e anche noi nella nostra adolescenza – non nascondiamocelo – abbiamo subito dalle serie televisive e dai prodotti audiovisivi in generale. In modo particolare i teen dram “che hanno come protagonisti proprio i giovani, quasi sempre di scuola superiore o al massimo universitari. Queste serie riprendono il tema centrale della libertà del ragazzo fino a esasperarlo in un dialogo non più conflittuale ma sottomesso dei genitori, dipinti spesso come giusti e puri solo se in grado di “ascoltare” e quasi mai di imporre una linea educativa” (pag. 91).
 
In questa battaglia culturale un ruolo importante ha avuto e continua ad avere certamente Hollywood, come sottolinea lo stesso autore, ma non possiamo dimenticare la propaganda dei totalitarismi del secolo scorso che in ciò non furono da meno. Era il 1941 quando a Berlino, in pieno regime nazionalsocialista, si proiettava nei cinema della capitale il film Ich klage an (Io accuso), il quale non era altro che una spudorata esaltazione dell'eutanasia.
 
Dinanzi a una tale devastazione delle anime, ci si domanda amaramente e a ragione, il perché dell’attuale impotenza della Chiesa cattolica dinanzi a questi processi che da un po’ di tempo a questa parte riesce solo a ritardare ma non a fermare. È infatti innegabile che gli ultimi decenni abbiano registrato questa tendenza, pensare però che la soluzione alternativa possa essere rappresentata, come fa Fergola, da uno Stato ‘forte’ ci sembra inverosimile. Se infatti la guida spirituale per eccellenza dell’Occidente sta attraversando un periodo di crisi – non lo diciamo noi ma papa Paolo VI allorquando nell’ormai lontano 1972 disse “Attraverso qualche fessura il fumo di Satana è entrato nella Chiesa” – come potrà mai una realtà umana, qual è lo Stato, risollevare da sola le sorti di questo mondo decadente? 
 
Beninteso, che ci voglia uno Stato più attento ai valori autenticamente cristiani è indubbio e doveroso. Ma come credenti dobbiamo innanzitutto adoperarci per una rigenerazione della Chiesa cattolica a tutti i livelli: rigenerazione che non significa innovazione ma un ritorno alle radici, senza fermarsi a un mero livello materiale e operativo. 
 
Questa rigenerazione sarà infatti tanto più efficace quanto più spirituale e attingerà la sua meta se ognuno di noi saprà accogliere quell’invito alla conversione e alla penitenza che cento anni orsono ci indirizzò la Madre di Dio a Fatima. 
 
Il libro apporta senza alcun dubbio il suo contributo al dibattito sulla sacralità della vita ed è per questo che ci auguriamo possa avere una larga distribuzione. Se vorrete conoscere l’autore potrete farlo alla presentazione del libro che si terrà a Roma questo venerdì 9 giugno alle ore 19:00 presso il Centro Aiuto alla Vita Tiburtino, in Largo San Giuseppe Artigiano 15.

 

di Samuele Maniscalco

Alla fine il piccolo Charlie Gard sarà ucciso da una sentenza di tribunale inappellabile. Siamo al capolinea di questa nostra Non-Civiltà, costruita sul nulla e destinata allo sfacelo…

Il piccolo era nato lo scorso 4 agosto ma dopo otto settimane aveva cominciato a perdere forze e peso. Portato in ospedale, gli era stata diagnosticata la sindrome di deperimento mitocondriale, che provoca il progressivo indebolimento dei muscoli.

Dopo averlo spostato in terapia intensiva e non essere riusciti a trovare un rimedio, da allora i medici hanno intavolato un braccio di ferro contro i genitori contrari alla decisione del Great Ormond Street Hospital and Children's Charity di sospendere le cure non ritenendo più degna la vita di Charlie.

Ieri sera l’epilogo doloroso con la sentenza definitiva della Corte dei diritti umani. ‘Il piccolo deve morire’, è stata questa – in sintesi – il verdetto maledetto giustificato dal fatto che il trattamento «continuerebbe a causare a Charlie un danno significativo».

Intanto oltre centomila persone hanno firmato una petizione per chiedere alla premier Theresa May di intervenire.

Temo però, che il progresso malato di questo nostro mondo che non concede spazio ai malati, non permetterà che Charlie diventi un simbolo di speranza. Il bambino deve morire perché tutti capiscano che solo lo Stato ha potere di vita e di morte sugli essere umani.

E non importa se i genitori di una creatura indifesa e innocente sono contrari a questa sentenza di morte o se hanno raccolto oltre un milione di sterline per portare loro figlio negli Stati Uniti dove c’è una cura sperimentale.

Il messaggio è chiaro, così come appare anche chiaro che se in Italia il senato approverà le DAT (il testamento biologico) avremo decine e decine di casi come quello di Charlie.

Vogliamo veramente fare questo a noi e ai nostri figli?

 di Generazione Voglio Vivere
 
Recentemente la fondatrice e Presidente dell’associazione Culture of Life Africa, Obianuju Ekeocha, ha reso noti attraverso Twitter alcuni antichi pamphlets della multinazionale abortista Planned Parenthood nei quali si dice chiaramente che l’aborto è a tutti gli effetti un omicidio.
 
In uno di questi pamphlets del 1952 intitolato “Pianifica i tuoi figli per la salute e la felicità”, Planned Parenthood afferma che l’aborto non è un contraccettivo: “Un aborto richiede un’operazione. Si uccide la vita di un bambino dopo che questa ha avuto già  inizio. È pericoloso sia per la tua vita che per la tua salute”.
 
Inoltre, viene spiegato che l'aborto "può causare infertilità. Poi, quando desideri un figlio non potrai averlo. Il controllo delle nascite semplicemente posticipa l'inizio della vita; l'aborto uccide la vita".
 
Rispondendo alla pubblicazione di questi pamphlets, la Presidente del National Right to Life, Carol Tobias, ha scritto su Twitter che Planned Parenthood sa perfettamente che “l’aborto mette fine alla vita di un essere umano innocente”.
 
Planned Parenthood ha iniziato la sua “attività” un secolo fa come clinica di controllo delle nascite a Brooklyn, sotto la supervisione di Margaret Sanger. Nel 1970, quattro anni dopo la morte della Sanger, l'organizzazione aveva già realizzato il suo primo aborto legale nella città di Syracuse, nello Stato di New York.
 
Nel 1976, a causa della sentenza Roe v. Wade (che legalizzò l’aborto in tutti gli Stati degli USA), l'organizzazione aveva effettuato già 70.000 aborti in un anno e attualmente supera i 300.000 (il 35% di tutti gli aborti degli Stati Uniti d’America).
 
Pochi anni fa la multinazionale dell’aborto è stata travolta dalle polemiche dopo essere stata accusata di traffico di organi e tessuti di bambini abortiti nelle loro cliniche. Fatti  comprovati da numerosi video girati sotto copertura.
 
Insomma, sin dall’inizio i paladini dell’aborto sapevano perfettamente che questa pratica uccideva una vita innocente eppure non si sono fatti scrupoli nel proseguire causando l’uccisione di milioni di bambini concepiti.
 
Si rimane senza parole dinnanzi a tanta crudeltà.
 
Adesso, però, possiamo dimostrare documenti alla mano che Planned Parenthood sapeva e zittire tutti i suoi complici, anche qui in Italia, sarà più facile.
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