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di Generazione Voglio Vivere 
 
Il 2 di marzo è iniziata presso la Commissione Giustizia della Camera la discussione sul Fine Vita, mentre presso la Commissione Affari Sociali, dall'inizio di febbraio, si discute sulle DAT, dichiarazione anticipata di trattamenti sanitari, ovvero sul testamento biologico. 
 
I due temi, affrontati in Commissioni separate in quanto la prima tocca questioni di rilievo penale (come ad es. quella dell’omicidio del consenziente, tanto per intenderci), hanno comunque la medesima finalità: rendere legale nel nostro ordinamento giuridico l’eutanasia (attiva o passiva che sia) o tramite un percorso “graduale” che non crei fratture iniziali nell’opinione pubblica e in parlamento (le Dat) o tramite una legge che ne mostri subito e interamente il volto cinico e omicida.
 
Trattandosi di una questione etica di rilievo, nelle settimane scorse sono apparsi in tutti i maggiori quotidiani nazionali numerosi articoli e interviste a riguardo, con l’intento di coinvolgere gli italiani nel dibattito nazionale e magari di convincerli…
 
Niente di strano che l’intero dibattito sia parso finora “pilotato” prevalentemente a sinistra, su posizioni pessime.
 
A volte però, il troppo parlare di certuni esponenti politici rivela verità di norma inconfessabili, per lo meno quando si è appena all’inizio di discussioni così delicate.
 
Stiamo parlando di un’intervista del 25 febbraio scorso concessa dal deputato Giuseppe Civati (eletto nelle file del PD, adesso parte del Gruppo Misto - Alternativa Libera-Possibile) alla Rivista laicista MicroMega*.
 
Civati sbandiera i soliti “principi” che giustificherebbero la nobile scelta dell’eutanasia: libertà di scelta e autodeterminazione. E fin qui nulla di strano, nel senso che questi sono due cavalli di battaglia utilizzati da tutti i favorevoli a tale pratica.
 
Pur sostenendo anch’egli un processo graduale, con l’approvazione in primis del testamento biologico – Civati parla di step che portino nel tempo a forme di eutanasia “anche nella forma più radicale” per paura di “spaventare e condizionare il dibattito parlamentare – ad un certo punto afferma:
 
“(…) Oltre a un discorso etico sulla libertà di scelta sul proprio corpo e sulla propria vita, si evidenzia una questione economica e di censo. Dobbiamo rilanciare una stagione di diritti per contrastare la piaga dell’enorme diseguaglianza: in tal senso, diritti civili e sociali sono collegati tra loro”.
 
A queste parole il giornalista deve avere avuto un sussulto perché subito gli chiede “Si spieghi meglio…”.
 
Risposta:
 
“Pensiamo alla liberalizzazione della cannabis, oltre ad essere un provvedimento giusto da un punto di vista morale e di libertà individuale, contro lo Stato etico, aiuta le casse dello Stato: meglio mandare una persona a rivolgersi dallo spacciatore o legalizzare la marijuana? (…)
 
Tutto chiaro no? L’eutanasia oltre ad essere un provvedimento giusto da un punto di vista morale e di libertà individuale aiuterà le casse dello Stato….
 
Ma a cosa si riferisce precisamente il deputato Civati? 
 
A quanto più volte denunciato al riguardo dai movimenti pro vita e cioè che le pratiche eutanasiche diventano uno strumento per abbattere i costi della sanità pubblica, magari utilizzando pressioni psicologiche su persone in condizioni di salute non recuperabili e sulle loro famiglie, affinché si avvalgano del “diritto” a morire, così da non far ricadere sull’intera collettività i costi sanitari delle cure di cui necessitano. 
 
Civati non l’ha detto così, e non poteva essere altrimenti, ma le sue affermazioni l’hanno tradito: infatti, in quale altro modo uno Stato potrebbe “far cassa” introducendo l’eutanasia? 
 
Vogliamo davvero continuare a dirci che l’eutanasia riguarda “solo” l’autodeterminazione del soggetto – argomentazione già discutibile per sé – e non una concezione completamente nuova, utilitaristica e pericolosa dell’uomo e della società? 
 
 
* Micromega-online, ‘Unioni civili, Civati. “Legge pessima. La nuova Forza Italia è al governo” ’ - 26 Febbraio 2016
Martedì, 23 Febbraio 2016 23:00

Un Paese in agonia, certificato Istat

di Generazione Voglio Vivere 
 
Secondo l’ultimo rapporto Istat nel 2015 l’Italia ha registrato 15.000 nati in meno e 54.000 bare in più rispetto al 2014. I nati sono stati 488mila, nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia, mentre i morti 653mila: uno scarto negativo di 165 mila unità.
 
Il tasso di natalità continua inesorabilmente a scendere: nel 2015 siamo arrivati a 1,35 figli per donna, quando il tasso di sostituzione per un Paese che vuole sopravvivere è di norma stimato a 2,1. Non si riscontrano incrementi di natalità in alcuna regione e aumenta anche l’età media in cui una donna diventa per la prima volta mamma, quasi a 32 anni. 
 
 
 
Pochi ma vecchi. In diminuzione risultano sia la popolazione in età attiva di 15-64 anni (39 milioni, il 64,3% del totale) sia quella fino a 14 anni di età (8,3 milioni, il 13,7%). Gli ultrasessantacinquenni sono 13,4 milioni del totale.
 
Il ricambio generazionale, peraltro, non solo non viene più garantito da nove anni ma continua a peggiorare: -7 mila unità nel 2007 ; -25 mila unità nel 2010 e  -96 mila nel 2014. 
 
Se pensiamo all’impatto catastrofico che tutto questo avrà sul sistema sanitario nazionale, sulle pensioni etc… capiamo bene dentro quale burrone stiamo precipitando.
 
Perché in Italia si generano pochi figli? 
 
Innanzitutto, come ha ricordato il professore Tommaso Scandroglio, “è da ricordare che se fosse proibito l’aborto, avremmo un incremento delle nascite tra il 20 e il 25%, senza poi contare i moltissimi aborti prodotti da pilloline varie. Altro che incentivi economici per la natalità. Servirebbero disincentivi giuridici all’aborto se si avesse a cuore davvero il futuro dell’Italia.
 
Al dato di sopra dobbiamo aggiungere però anche la secolarizzazione che incide sui comportamenti morali:
 
sessualità sregolata che porta a gravidanze impreviste e quindi rifiutate, piana accettazione di contraccezione e aborto, mancanza di maturità personale che fa slittare il momento di decisioni importanti come sposarsi o diventare madri e padri, rifiuto dell’indissolubilità del matrimonio e precarietà dei rapporti personali che rendono difficile far nascere nel cuore delle persone il desiderio di mettere al mondo un bambino, che necessita come ovvio di rapporti stabili e duraturi”.
 
La domanda ai nostri governanti sorge quindi spontanea: perché mai dinanzi a un tale sfacelo sociale non investite seriamente tempo e denaro per cercare di riportare in “ordine i conti” invece di preoccuparvi di portare a casa una pessima legge sulle cosiddette unioni civili?
 
Quali sono le vostre reali priorità?
 
Martedì, 16 Febbraio 2016 00:00

Zika/2. Novità e precisazioni

di Generazione Voglio Vivere 
 

 
Recentemente intervistato da Tempi, il Dottor Carlo Federico Perno, docente di Virologia all’università di Roma Tor Vergata, rispondendo a una domanda sul virus Zika ha affermato:
 
 
"Il virus è molto noto, dato che è stato scoperto ormai quasi settant’anni fa, precisamente nel 1947. Da sempre, poi, è conosciuto come un virus sostanzialmente innocuo"
 
 
Dunque, non si può dire che le autorità internazionali stiano combattendo contro qualcosa di sconosciuto, anzi… 
 
Intanto in Colombia, su 3.177 donne in gravidanza che hanno contratto Zika, nessun bambino ha sviluppato la microcefalia.
 
Il Foglio ci informa inoltre che  un rapporto dell’organizzazione dei medici argentini ritiene che la causa dei casi di microcefalia sinora registrati possa essere ricollegabile a un larvicida chimico introdotto nell’acqua potabile nel 2014, a seguito di un programma statale per sradicare le malattie trasmesse dalle zanzare. 
 
Due cose però sono certe: 
 
1) L’origine della microcefalia è ignoto, oggetto tuttora di dibattito scientifico.
2) Quale che sia la causa scatenante la microcefalia, non la si può di certo combattere uccidendo il paziente tramite l’aborto.
 
Perché il nocciolo della questione è tutto qui. L’aborto non risolve nulla, l’aborto uccide un essere umano indifeso.
 
E questo è inaccettabile.
Mercoledì, 10 Febbraio 2016 09:00

Virus Zika: una bufala mortale

 
di Generazione Voglio Vivere 
 
 
Gli insonni abortisti non perdono occasione per propagare il loro male.
 
Questa volta si tratta della zanzara “egizia” che induce lo Zika, un virus che nelle donne incinte potrebbe causare (il condizionale è d’obbligo) la microcefalia nel nascituro, un difetto congenito dello sviluppo embrionale, che in alcuni casi può portare a morte il bambino, oppure a deficit neurologici e cognitivi. 
 
Gruppi organizzati stanno cercando di sfruttare questo virus per introdurre l’aborto nei Paesi del Sud America, dove, ad esempio, il presidente del Salvador ha consigliato alle donne di non restare incinta per i prossimi due anni, incentivando di fatto la contraccezione…
 
“Strano” ma vero, proprio in queste ore il Ministero della Salute ha dichiarato che 13 donne salvadoregne infettate dal virus hanno dato alla luce dei bambini perfettamente sani.
 
Per caso qualche telegiornale ne ha dato notizia?!
 
Ma cosa ci dicono alcuni enti internazionali a proposito del legame Zika-microcefalia? 
 
• Il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha detto che «non è ancora stato stabilito un rapporto causale tra infezione da virus Zika e malformazioni alla nascita».
 
• Il Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie degli Stati Uniti (CDC) ha segnalato che “sono necessari studi addizionali per capire meglio questa relazione”.
 
• Quelli del CDC hanno anche detto che “il virus non causa infezioni nel bimbo concepito dopo che esso viene eliminato dalla circolazione del sangue” e che “normalmente (il virus) permane nel sangue di una persona infetta una settimana circa”.
 
Non sappiamo se i governi sudamericani riusciranno a respingere questo nuovo assalto alla vita, ma è certo che quanto sta accadendo deve farci ricordare che la vera emergenza sanitaria mondiale è rappresentata dall’ aborto che causa 50 milioni di vittime ogni anno.
 
Un ecatombe che però viene fatto passare come una conquista civile.
 
Mercoledì, 03 Febbraio 2016 11:00

La "chirurgia-genetica" sbarca in Europa...

 
di Generazione Voglio Vivere
 
 
La “chirurgia-genetica” è sbarcata anche in Europa…e precisamente in Gran Bretagna.
 
È infatti notizia recente che la Human Fertilisation and Embryology Authority (Hfea) inglese, ha autorizzato alcuni scienziati del Francis Crick Institute a modificare geneticamente alcuni embrioni umani per comprendere – dicono loro -  il processo cruciale nelle prime fasi di sviluppo e chiarire quali siano i geni cruciali per sviluppare bambini sani….
 
Bambini modificati, bambini su misura, eugenetica allo stato puro, nel 2016!
 
Per rendere digeribile la notizia al grande pubblico tutti i giornali si sono affrettati a dire fondamentalmente due cose:
 
1) Gli esperimenti potrebbero aiutare a comprendere cosa va storto negli aborti spontanei.
2) Sarà vietato impiantare gli embrioni «gm» in una donna.  
 
Sul primo punto ci sembra quasi superfluo soffermarci in quanto non è eticamente giustificabile tentare di curare – o per lo meno di capire - un male provocandone uno maggiore, e cioè la soppressione e lo scarto di embrioni umani che hanno una loro dignità in quanto tali.
 
Sulla seconda rassicurazione, invece, ci basterà citare le parole di un genetista italiano a favore di queste tecniche, il Dottor Edoardo Boncinelli, che al Corriere della Sera ha commentato:
 
«Studiare per cercare di capire qualcosa non è mai sbagliato, che poi un giorno la scienza ci condurrà verso la creazione di bambini geneticamente modificati non lo possiamo escludere»
 
Non lo possono escludere! Dunque lo faranno, ne potete stare certi.
 
Non è la prima volta però che questa tecnica viene utilizzata provocando numerose prese di posizione contro anche e soprattutto all’interno del mondo accademico. Era già accaduto, non poco tempo fa, anche con alcuni ricercatori della Sun Yat-sen University, in Cina, che avevano modificato geneticamente 86 embrioni umani per correggere, dissero all’epoca, la mutazione che causa la beta-talassemia.
 
Lo studio venne rifiutato per ragioni di ordine etico da riviste scientifiche di primo piano quali Nature e Science, ma pubblicato da una d’ordine minore, la Protein&Cell. Addirittura, nei mesi precedenti a questo primo tentativo, scienziati di tutto il mondo, in tre appelli successivi, avevano chiesto una moratoria su questo tipo di esperimenti. 
 
La breve esistenza di questi embrioni umani fu sufficiente a sottoporli a una particolare manipolazione, il gene-editing, la "chirurgia genetica", che avrebbe dovuto sostituire il gene portatore della malattia con uno sano. 
 
Alla bassissima efficacia dell’esperimento si aggiunse un numero molto elevato di mutazioni genetiche che riguardarono altre parti del Dna degli embrioni: si tratta di mutazioni dagli effetti sconosciuti. 
 
I primi a esprimere perplessità su questa tecnica furono cinque scienziati della Sangamo BioSciences, guidati dal presidente Edward Lanphier:
 
«Secondo noi - dice lo scienziato - con l’attuale tecnica di editing sarebbe difficile controllare le cellule modificate. C’è la probabilità che, oltre il gene mutato, siano apportati tagli o modifiche in altre parti del genoma, causando effetti imprevedibili sull’essere umano e le generazioni future. È anche possibile che gli effetti di tale modifica non si manifestino sin dopo la nascita o per anni. Questo rende la tecnica pericolosa ed eticamente inaccettabile».
 
Insomma, tutto ci dice che la scienza non avrebbe mai dovuto imboccare questa strada. Certamente ne pagheremo le conseguenze e saranno devastanti.
Aborto: in Svezia, niente assunzione per gli obiettori di coscienza. E’ successo ancora. Con buona pace dei grandi discorsi sui diritti umani, di cui amano riempirsi la bocca i soliti laicisti. Diritti, che vengon fatti valere per ammazzare i bambini nel grembo materno, non invece per tutelarli. Se n’è resa conto a proprie spese Linda Steen, ostetrica, messa letteralmente alla porta a causa delle sue idee pro-life.La donna si è, infatti, recata per un normale colloquio di lavoro presso il direttore di una clinica di Nyköping. Cui ha presentato curriculum, formazione, esperienza, credenziali. Tutto a posto. Precisando anche, per correttezza, di non esser disponibile ad effettuare aborti e nemmeno a collaborarvi. Dopo poco, ha ricevuto una lettera dalla casa di cura, lettera in cui si leggeva tra l’altro: «Non fa parte della nostra politica aziendale lasciare aperte clausole di coscienza. Non abbiamo né la possibilità, né l’intenzione di fare in merito eccezioni». In parole povere: scartata. Per le sue opinioni. Per “quelli come lei”, non c’è posto in quell’ospedale. Naturalmente, la cosa non è finita qui: la donna, sentendosi discriminata e decisa a far valere le proprie ragioni, si è rivolta al tribunale distrettuale di Nyköping, reclamando giustizia e, per questo, presentando una dettagliata memoria con tanto di perizie, predisposte da esperti del diritto. Eppure, è probabile che per lei si profili una sonora sconfitta. Perché proprio in Svezia c’è un precedente negativo in tal senso.
 
E’ la vicenda analoga di Ellinor Grimmark, un’altra ostetrica. Nel novembre scorso si è rivolta al tribunale distrettuale di Jönköping per lo stesso motivo: tra il 2013 ed il 2014 si è vista rifiutare l’assunzione da ben tre cliniche, in quanto obiettrice di coscienza. Non solo: è stata incredibilmente condannata dal giudice a pagare le spese legali del procedimento, oltre 100 mila euro, una cifra astronomica. E questo in quanto – secondo la sentenza – i suoi diritti erano stati certamente violati, ma la magistratura ha ritenuto più grave il fatto che lei non fosse disponibile a partecipare agli aborti.
 
Così anche Linda Steen rischia di ritrovarsi discriminata e punita per il fatto di voler svolgere il proprio lavoro, che è quello di far nascere vite umane, non di ucciderle nel grembo materno in nome di pretese, che lei ritiene moralmente sbagliate. La libertà di coscienza viene tutelata dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, cui la Svezia ha liberamente aderito. Che lo faccia sul serio, allora! Al momento, risulta invece essere l’unico dei 28 Paesi Ue totalmente priva di una legislazione specifica sull’obiezione di coscienza, nonché di normative precise a tutela del personale medico. Ciò, nonostante il 7 ottobre 2010 l’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa abbia chiaramente, inequivocabilmente, paradigmaticamente riaffermato proprio il diritto all’obiezione di coscienza ed alla tutela di chi per essa opti: «Nessuna persona, nessun ospedale od altro istituto sarà costretto, reso responsabile o sfavorito in qualsiasi modo a causa di un rifiuto ad eseguire, facilitare, assistere o essere sottoposto ad un aborto, all’esecuzione di un parto prematuro o all’eutanasia od a qualsiasi atto che possa provocare la morte di un feto o di un embrione umano, per qualsiasi motivo – si legge – In ragione degli obblighi degli Stati membri di garantire l’accesso alle cure mediche previste dalle leggi e di proteggere il rispetto della libertà di pensiero, di coscienza e di religione degli operatori sanitari, l’Assemblea invita gli Stati membri del Consiglio d’Europa a sviluppare regolamenti ampi e chiari, che definiscano e regolino l’obiezione di coscienza in rapporto alla salute ed ai servizi medici e che garantiscano il diritto all’obiezione di coscienza in relazione alla partecipazione nella procedura in questione». Ed allora perché questo, per la Svezia, non dovrebbe valere? Perché se ne chiama fuori? Perché spesso, troppo spesso l’Ue viene invocata o meno da politici e giudici, a seconda delle convenienze delle varie lobby, quelle abortiste comprese?
 
Quanto qui accaduto rappresenta un pesante, crudele, pericolosissimo monito per tutti: o il lavoro o la coscienza. E quante altre Linda Steen, quante altre Ellinor Grimmark, potranno esserci ancora a queste condizioni ovvero poste di fronte a questo disumano ricatto? Quanti altri ancora avranno il coraggio di scegliere la seconda ipotesi? Essere pro-aborto non figura tra i requisiti richiesti per l’assunzione. Così come essere pro-life non figura tra i requisiti richiesti per essere messi alla porta.
 
FONTE: Corrispondenza Romana, 27/01/16
Abortion at Work: Ideology and Practice in a Feminist Clinic è un libro uscito da poco negli Stati Uniti, di cui è autrice una femminista pro choice, Wendy Simonds. Il libro parla delle battaglie a favore dell'aborto, degli scontri con gli attivisti pro life e contiene diverse interviste con persone che lavorano nelle cliniche aboristiche. Forse non rendendosi neanche conto di quello che ha scritto, spicca in particolare una intervista con una certa Cindy che racconta nel dettaglio il suo lavoro, in particolare il cosiddetto "late term abortion". Il termine ultimo in cui poter abortire varia di paese in paese, generalmente non oltre la ventesima settimana ma negli Stati Uniti capita anche di praticarlo alla 21esima, è un dato molto discusso perché a quel periodo di gestazione non si può più neanche parlare di feto ma di bambino ormai del tutto formato. Nonostante questo è possibile. L'infermiera racconta come in questi casi si procede all'omicidio del piccolo praticando una puntura con una siringa che inietta del veleno direttamente nel cuore della creatura. In altri casi la puntura viene fatta nel fluido amniotico causando una morte lenta, mentre nel primo caso la morte è quasi immediata per quanto sempre dolorosa. Cindy racconta di come veda il cuore battere normalmente nel macchinario, "un cuoricino" lo definisce e poi dopo la puntura ecco che il cuore smette di battere: "la medicina lo uccide" dice, aggiungendo poi che lei non vorrebbe farlo, ma è il dottore che lo sta uccidendo. Dalle sue parole si deduce come l'infermiera cerchi di scaricare ogni senso di colpa nel dottore che ha ordinato l'aborto, che la responsabilità della morte è solo sua. Non solo: l'infermiera "benedice" l'uso del veleno perché, una volta morto, il corpicino "è più facile da estrarre dal grembo materno". Gli studi medici hanno dimostrato che i bambini a questa settimana di gravidanza sono del tutto formati, ascoltano e reagiscono ai suoni esterni, sognano e percepiscono il dolore fisico.
 
FONTE: Il Sussidiario, 27/01/16
A dirlo sono i dati ufficiali: solo negli Stati Uniti, nell’anno fiscale 2014/2015, Planned Parenthood ha praticato 323.999 aborti e ricevuto 553,7 milioni di dollari in contributi pubblici, pari al 43% del miliardo e 296 milioni complessivamente a disposizione. Non solo. I numeri dell’orrore parlano anche di 931.589 kit per la contraccezione d’emergenza distribuiti, di 718 sterilizzazioni femminili effettuate e di 3.445 vasectomie maschili; le cliniche affiliate hanno prodotto profitti per 61,2 milioni di dollari, pur avendo eseguito complessivamente 123.226 screening in meno al seno, garantito 1.265 servizi prenatali in meno e pur avendo registrato un numero di utenti inferiore di circa 200 mila unità (-11%), come rivelato dall’agenzia LifeSiteNews. Nonostante ciò, la multinazionale dell’aborto si è vista contemporaneamente incrementare di quasi 25 milioni di dollari le sovvenzioni pubbliche. Consentendole di spendere 39,3 milioni in pubbliche relazioni, altri 16,7 milioni in iniziative sociali e 4,6 milioni nel restyling del marchio.
 
Non solo: i fondi giunti ancora una volta a pioggia dallo Stato han fornito a Planned Parenthood i mezzi per rialzare la cresta, nonostante lo scandalo recentemente provocato dai video diffusi, tali da inchiodare i vertici dell’organizzazione alle proprie responsabilità per il traffico degli organi ricavati dai feti abortiti illegalmente. Eppure, Planned Parenthood annuncia di voler puntare tutto sulla promozione, di voler stringere nuove alleanze, di mirare a leggi statali sempre più complici, come quella in discussione in California: se approvata, permetterebbe anche a chi non sia medico di compiere aborti. E poi minaccia: «Siamo pronti a lottare in tribunale, ogniqualvolta l’accesso all’aborto venga posto in discussione». Specificando come l’ultima frontiera di questa autentica macchina da guerra pro-choice sia quella Lgbt, tema che ritiene collegato a quello dei diritti riproduttivi (leggasi aborto): per questo, l’azienda ha salutato con entusiasmo la decisione della Corte Suprema di considerare le “nozze” gay un «diritto costituzionale» e si è detta «orgogliosa» di fornire assistenza sanitaria a molti omosessuali, ad esempio somministrando loro, in oltre 26 centri presenti in 10 Stati americani, gli ormoni necessari per i trattamenti transgender. Son questi ad esser da loro considerati dei trionfi. “Trionfi” davvero sterili, sotto tutti i punti di vista, tali da soddisfare, al più, capricciosi ed egoistici solipsismi, privi di un’autentica apertura all’altro ed alla vita, soprattutto incapaci di amore, quello vero, e di relazioni, che non siano autoreferenziali egocentrismi (M. F.).
 
FONTE: Corrispondenza Romana, 05/01/16
Dottor Carlo Bellieni. 
 
La nascita di un bambino da ‘madre in affitto’ è seguita dal rapido allontanamento del bambino per consegnarlo alla coppia che lo ha commissionato. Ci si preoccupa di diritti del bambino di conoscere i genitori, di possibili ricadute psicologiche. Ma a questi non possiamo non aggiungere i rischi immediati per la salute, di cui purtroppo nessuno parla.
 
Il primo è l’assenza del latte della mamma. Certamente il bambino nato per procura potrà prendere latte artificiale, ma come qualunque mamma sa non è la stessa cosa. Il latte materno contiene infatti unaserie di sostanze protettive che non si ricreano in laboratorio e che, venendo a mancare, espongono il piccolo a una serie di patologie che Alison Stuebe nella rivista Reviews in Obstetrics and Gynecologycosìriassume: «Aumento di infezioni, di obesità infantile, di diabete di tipo 1 e 2, di leucemia e di morte improvvisa».
 
Il secondo rischio è riportato dalla studiosa indiana Amrita Pande nel libro Wombs in labor: transnational surrogacy commercial in India(Columbia University Press): l’aumento di frequenza di tagli cesarei per questi che sono considerati ‘bambini preziosi’, termine molto criticato ma ben documentato in letteratura; e anche se l’Oms chiede da anni di ridurre i cesarei, qui siamo in controtendenza, col bambino che si prende anche i rischi legati a questa metodica.
 
Terzo rischio per la salute del piccolo è l’assenza del corpo della mamma, che almeno per il tempo del viaggio verso la nuova casa non troverà un sostituto (e il sostituto non sarà mai come la mamma, perché il neonato apprezza molto più l’odore e la voce che ha sentito durante i nove mesi di gestazione). Il contatto pelle a pelle tra bambino e mamma è uno dei fondamenti della pediatria moderna. Quanto passerà dopo la nascita prima che il bambino ritrovi un vero calore umano? Queste ore o giorni di isolamento saranno un problema?
 
Studi come quello pubblicato sulla rivista Birth dalla professoressa Bystrova mostrano la possibilità che questa separazione possa avere in futuro ricadute sull’interazione col genitore.
 
C’è però anche sul versante materno un aspetto da non sottovalutare: dato che il contatto pelle-pelle alla nascita previene – almeno nelle nascite premature – la depressione post-partum, il distacco e l’assenza del figlio potrebbe aumentare i problemi anche per le donne. Ma significativamente della salute delle gestanti a pagamento si sa veramente poco, sebbene costituiscano anch’esse un gruppo da seguire e valutare nel tempo.
 
Latte materno, contatto con la pelle, voce della mamma, rischi da cesareo: sono punti fermi dell’assistenza ostetrica e neonatologica, che nel caso della gestazione per procura sono messi a rischio, creando potenziali problemi per la salute del bambino. Pensare che sono ‘piccoli rischi’, o che ‘tanto poi passa tutto’, è pericolosa faciloneria, in controtendenza con le attuali linee- guida per la cura del neonato. Certo: non tutte le mamme ‘comuni’ possono allattare, alcune si ammalano e non possono stare a contatto col figlio, altre devono sottoporsi comunque a un cesareo. M si tratta di eccezioni che si affrontano per il bene più grande della salute della donna e del bambino: non possono essere un optional che un genitore sceglie e programma.

FONTE: CATHOLIC BIOETHICAL COMMITTEE OF THE FIAMC, 21/01/16

di Giulio Meotti
 
Roma. E’ il mistero di un paese che fino agli anni Settanta aveva il tasso di fertilità più alto in Europa (3) e che oggi è ultimo al mondo (1,3). Un cataclisma a stretto giro in quarant’anni. I dati dell’Istituto di statistica suonano come una condanna a morte per la Spagna: nel 2015 si è registrato un maggior numero di decessi che di nascite. Secondo Alejandro Macarrón Larumbe, autore di “El suicidio demográfico de España” e direttore della Fundacion Renacimiento Demografico, questo non ha precedenti dalla guerra civile e dalla pandemia del 1918. Nei primi sei mesi di quest’anno, ci sono state 206.656 nascite, il 17,4 per cento da stranieri. Il numero di morti è stato di 225.924 nella prima metà del 2015, un record, il 10,5 per cento in più rispetto al 2014. La Spagna si sta spegnendo. Tra il 2013 e il 2024, la Spagna perderà 2,6 milioni di persone (6 per cento della popolazione). Le nascite si ridurranno del 25 per cento, passando da 456 mila nel 2013 a meno di 340 mila nel 2023. Nessuno conosce gli effetti di questa perdita sulla società e i demografi sono divisi anche sulle cause.
 
C’è chi, come il massimo demografo dell’Università Autonoma di Barcellona, Alberto Esteve, nega persino che vi sia un problema: “Non c’è crisi demografica, ma crisi sociale ed economica”, dice Esteve interpellato dal Foglio. 
 
Eduardo Hertfelder, presidente dell’Istituto di Politica Familiare, accusa le politiche antinataliste. L’aborto oggi è la prima causa di morte fra gli spagnoli. Nel 1998 gli aborti furono 54 mila, dieci anni dopo sono saliti a 118 mila. Un aumento del cento per cento. Una gravidanza su cinque oggi in Spagna termina con un aborto, c’è un aborto ogni 4,8 minuti, dodici all’ora, 298 ogni giorno. Secondo Hertfelder, la Spagna sta diventando una “società obsoleta”.
 
Macarrón Larumbe indica anche altre cause: “L’instabilità familiare, i valori sociali per cui avere figli non è una priorità, la disponibilità di sistemi contraccettivi e il declino della religiosità. E’ la morte demografica a cui ci siamo condannati da quando abbiamo insieme deciso di ignorare il più fondamentale degli istinti di sopravvivenza, avere figli”.
 
Il paese perderà cinque milioni di abitanti nei prossimi cinquant’anni, scrive il Times che alla “morte della Spagna” ha appena dedicato un lungo servizio. E’ il paese dei “villaggi fantasma”, 2.500 in tutto, borghi rurali senza più abitanti, morti o che hanno lasciato per le città. Scrive Macarrón Larumbe che “in 21 province spagnole su 50, ci sono più morti che nati”, e senza il contributo degli immigrati, il numero di province morenti sarebbe di almeno 40.
 
Il segreto della stabilità di una piramide demografica è un’ampia base e una punta stretta. Ma nel 2064 il 21 per cento della popolazione spagnola avrà più di ottant’anni. La Spagna sta diventando una “piramide invertita”. Macarrón Larumbe dice che è un tabù: “In nessun discorso inaugurale di qualsiasi presidente, neanche di Re Filippo VI, si parla di crisi delle nascite”.
 
L’ex ministro della Giustizia, Alberto Ruiz Gallardon, uno dei pochi a sollevare il problema, dice che il paese ha due strade davanti: “Un inverno demografico, come dicono gli ottimisti, o un suicidio demografico, come sostengono i realisti”. Sarà contrazione epocale o morte lenta? 
 
L’editorialista americano David Goldman, che si firma come “Spengler”, sostiene che la crisi demografica è più profonda e la lega all’uscita della Spagna dalla storia, al suo disimpegno in politica estera: “La campana suonava a morto per la Spagna molto tempo prima degli attentati ai treni di Madrid. Entro il 2050 la Spagna avrà perso un quarto della popolazione. Nessun paese al mondo è più determinato a scomparire”. E’ il grande tabù del socialismo ciudadano e zapaterista, allegro e nichilista.
 
FONTE: Il Foglio, 29/12/15

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