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Abortion at Work: Ideology and Practice in a Feminist Clinic è un libro uscito da poco negli Stati Uniti, di cui è autrice una femminista pro choice, Wendy Simonds. Il libro parla delle battaglie a favore dell'aborto, degli scontri con gli attivisti pro life e contiene diverse interviste con persone che lavorano nelle cliniche aboristiche. Forse non rendendosi neanche conto di quello che ha scritto, spicca in particolare una intervista con una certa Cindy che racconta nel dettaglio il suo lavoro, in particolare il cosiddetto "late term abortion". Il termine ultimo in cui poter abortire varia di paese in paese, generalmente non oltre la ventesima settimana ma negli Stati Uniti capita anche di praticarlo alla 21esima, è un dato molto discusso perché a quel periodo di gestazione non si può più neanche parlare di feto ma di bambino ormai del tutto formato. Nonostante questo è possibile. L'infermiera racconta come in questi casi si procede all'omicidio del piccolo praticando una puntura con una siringa che inietta del veleno direttamente nel cuore della creatura. In altri casi la puntura viene fatta nel fluido amniotico causando una morte lenta, mentre nel primo caso la morte è quasi immediata per quanto sempre dolorosa. Cindy racconta di come veda il cuore battere normalmente nel macchinario, "un cuoricino" lo definisce e poi dopo la puntura ecco che il cuore smette di battere: "la medicina lo uccide" dice, aggiungendo poi che lei non vorrebbe farlo, ma è il dottore che lo sta uccidendo. Dalle sue parole si deduce come l'infermiera cerchi di scaricare ogni senso di colpa nel dottore che ha ordinato l'aborto, che la responsabilità della morte è solo sua. Non solo: l'infermiera "benedice" l'uso del veleno perché, una volta morto, il corpicino "è più facile da estrarre dal grembo materno". Gli studi medici hanno dimostrato che i bambini a questa settimana di gravidanza sono del tutto formati, ascoltano e reagiscono ai suoni esterni, sognano e percepiscono il dolore fisico.
 
FONTE: Il Sussidiario, 27/01/16
A dirlo sono i dati ufficiali: solo negli Stati Uniti, nell’anno fiscale 2014/2015, Planned Parenthood ha praticato 323.999 aborti e ricevuto 553,7 milioni di dollari in contributi pubblici, pari al 43% del miliardo e 296 milioni complessivamente a disposizione. Non solo. I numeri dell’orrore parlano anche di 931.589 kit per la contraccezione d’emergenza distribuiti, di 718 sterilizzazioni femminili effettuate e di 3.445 vasectomie maschili; le cliniche affiliate hanno prodotto profitti per 61,2 milioni di dollari, pur avendo eseguito complessivamente 123.226 screening in meno al seno, garantito 1.265 servizi prenatali in meno e pur avendo registrato un numero di utenti inferiore di circa 200 mila unità (-11%), come rivelato dall’agenzia LifeSiteNews. Nonostante ciò, la multinazionale dell’aborto si è vista contemporaneamente incrementare di quasi 25 milioni di dollari le sovvenzioni pubbliche. Consentendole di spendere 39,3 milioni in pubbliche relazioni, altri 16,7 milioni in iniziative sociali e 4,6 milioni nel restyling del marchio.
 
Non solo: i fondi giunti ancora una volta a pioggia dallo Stato han fornito a Planned Parenthood i mezzi per rialzare la cresta, nonostante lo scandalo recentemente provocato dai video diffusi, tali da inchiodare i vertici dell’organizzazione alle proprie responsabilità per il traffico degli organi ricavati dai feti abortiti illegalmente. Eppure, Planned Parenthood annuncia di voler puntare tutto sulla promozione, di voler stringere nuove alleanze, di mirare a leggi statali sempre più complici, come quella in discussione in California: se approvata, permetterebbe anche a chi non sia medico di compiere aborti. E poi minaccia: «Siamo pronti a lottare in tribunale, ogniqualvolta l’accesso all’aborto venga posto in discussione». Specificando come l’ultima frontiera di questa autentica macchina da guerra pro-choice sia quella Lgbt, tema che ritiene collegato a quello dei diritti riproduttivi (leggasi aborto): per questo, l’azienda ha salutato con entusiasmo la decisione della Corte Suprema di considerare le “nozze” gay un «diritto costituzionale» e si è detta «orgogliosa» di fornire assistenza sanitaria a molti omosessuali, ad esempio somministrando loro, in oltre 26 centri presenti in 10 Stati americani, gli ormoni necessari per i trattamenti transgender. Son questi ad esser da loro considerati dei trionfi. “Trionfi” davvero sterili, sotto tutti i punti di vista, tali da soddisfare, al più, capricciosi ed egoistici solipsismi, privi di un’autentica apertura all’altro ed alla vita, soprattutto incapaci di amore, quello vero, e di relazioni, che non siano autoreferenziali egocentrismi (M. F.).
 
FONTE: Corrispondenza Romana, 05/01/16
Dottor Carlo Bellieni. 
 
La nascita di un bambino da ‘madre in affitto’ è seguita dal rapido allontanamento del bambino per consegnarlo alla coppia che lo ha commissionato. Ci si preoccupa di diritti del bambino di conoscere i genitori, di possibili ricadute psicologiche. Ma a questi non possiamo non aggiungere i rischi immediati per la salute, di cui purtroppo nessuno parla.
 
Il primo è l’assenza del latte della mamma. Certamente il bambino nato per procura potrà prendere latte artificiale, ma come qualunque mamma sa non è la stessa cosa. Il latte materno contiene infatti unaserie di sostanze protettive che non si ricreano in laboratorio e che, venendo a mancare, espongono il piccolo a una serie di patologie che Alison Stuebe nella rivista Reviews in Obstetrics and Gynecologycosìriassume: «Aumento di infezioni, di obesità infantile, di diabete di tipo 1 e 2, di leucemia e di morte improvvisa».
 
Il secondo rischio è riportato dalla studiosa indiana Amrita Pande nel libro Wombs in labor: transnational surrogacy commercial in India(Columbia University Press): l’aumento di frequenza di tagli cesarei per questi che sono considerati ‘bambini preziosi’, termine molto criticato ma ben documentato in letteratura; e anche se l’Oms chiede da anni di ridurre i cesarei, qui siamo in controtendenza, col bambino che si prende anche i rischi legati a questa metodica.
 
Terzo rischio per la salute del piccolo è l’assenza del corpo della mamma, che almeno per il tempo del viaggio verso la nuova casa non troverà un sostituto (e il sostituto non sarà mai come la mamma, perché il neonato apprezza molto più l’odore e la voce che ha sentito durante i nove mesi di gestazione). Il contatto pelle a pelle tra bambino e mamma è uno dei fondamenti della pediatria moderna. Quanto passerà dopo la nascita prima che il bambino ritrovi un vero calore umano? Queste ore o giorni di isolamento saranno un problema?
 
Studi come quello pubblicato sulla rivista Birth dalla professoressa Bystrova mostrano la possibilità che questa separazione possa avere in futuro ricadute sull’interazione col genitore.
 
C’è però anche sul versante materno un aspetto da non sottovalutare: dato che il contatto pelle-pelle alla nascita previene – almeno nelle nascite premature – la depressione post-partum, il distacco e l’assenza del figlio potrebbe aumentare i problemi anche per le donne. Ma significativamente della salute delle gestanti a pagamento si sa veramente poco, sebbene costituiscano anch’esse un gruppo da seguire e valutare nel tempo.
 
Latte materno, contatto con la pelle, voce della mamma, rischi da cesareo: sono punti fermi dell’assistenza ostetrica e neonatologica, che nel caso della gestazione per procura sono messi a rischio, creando potenziali problemi per la salute del bambino. Pensare che sono ‘piccoli rischi’, o che ‘tanto poi passa tutto’, è pericolosa faciloneria, in controtendenza con le attuali linee- guida per la cura del neonato. Certo: non tutte le mamme ‘comuni’ possono allattare, alcune si ammalano e non possono stare a contatto col figlio, altre devono sottoporsi comunque a un cesareo. M si tratta di eccezioni che si affrontano per il bene più grande della salute della donna e del bambino: non possono essere un optional che un genitore sceglie e programma.

FONTE: CATHOLIC BIOETHICAL COMMITTEE OF THE FIAMC, 21/01/16

di Giulio Meotti
 
Roma. E’ il mistero di un paese che fino agli anni Settanta aveva il tasso di fertilità più alto in Europa (3) e che oggi è ultimo al mondo (1,3). Un cataclisma a stretto giro in quarant’anni. I dati dell’Istituto di statistica suonano come una condanna a morte per la Spagna: nel 2015 si è registrato un maggior numero di decessi che di nascite. Secondo Alejandro Macarrón Larumbe, autore di “El suicidio demográfico de España” e direttore della Fundacion Renacimiento Demografico, questo non ha precedenti dalla guerra civile e dalla pandemia del 1918. Nei primi sei mesi di quest’anno, ci sono state 206.656 nascite, il 17,4 per cento da stranieri. Il numero di morti è stato di 225.924 nella prima metà del 2015, un record, il 10,5 per cento in più rispetto al 2014. La Spagna si sta spegnendo. Tra il 2013 e il 2024, la Spagna perderà 2,6 milioni di persone (6 per cento della popolazione). Le nascite si ridurranno del 25 per cento, passando da 456 mila nel 2013 a meno di 340 mila nel 2023. Nessuno conosce gli effetti di questa perdita sulla società e i demografi sono divisi anche sulle cause.
 
C’è chi, come il massimo demografo dell’Università Autonoma di Barcellona, Alberto Esteve, nega persino che vi sia un problema: “Non c’è crisi demografica, ma crisi sociale ed economica”, dice Esteve interpellato dal Foglio. 
 
Eduardo Hertfelder, presidente dell’Istituto di Politica Familiare, accusa le politiche antinataliste. L’aborto oggi è la prima causa di morte fra gli spagnoli. Nel 1998 gli aborti furono 54 mila, dieci anni dopo sono saliti a 118 mila. Un aumento del cento per cento. Una gravidanza su cinque oggi in Spagna termina con un aborto, c’è un aborto ogni 4,8 minuti, dodici all’ora, 298 ogni giorno. Secondo Hertfelder, la Spagna sta diventando una “società obsoleta”.
 
Macarrón Larumbe indica anche altre cause: “L’instabilità familiare, i valori sociali per cui avere figli non è una priorità, la disponibilità di sistemi contraccettivi e il declino della religiosità. E’ la morte demografica a cui ci siamo condannati da quando abbiamo insieme deciso di ignorare il più fondamentale degli istinti di sopravvivenza, avere figli”.
 
Il paese perderà cinque milioni di abitanti nei prossimi cinquant’anni, scrive il Times che alla “morte della Spagna” ha appena dedicato un lungo servizio. E’ il paese dei “villaggi fantasma”, 2.500 in tutto, borghi rurali senza più abitanti, morti o che hanno lasciato per le città. Scrive Macarrón Larumbe che “in 21 province spagnole su 50, ci sono più morti che nati”, e senza il contributo degli immigrati, il numero di province morenti sarebbe di almeno 40.
 
Il segreto della stabilità di una piramide demografica è un’ampia base e una punta stretta. Ma nel 2064 il 21 per cento della popolazione spagnola avrà più di ottant’anni. La Spagna sta diventando una “piramide invertita”. Macarrón Larumbe dice che è un tabù: “In nessun discorso inaugurale di qualsiasi presidente, neanche di Re Filippo VI, si parla di crisi delle nascite”.
 
L’ex ministro della Giustizia, Alberto Ruiz Gallardon, uno dei pochi a sollevare il problema, dice che il paese ha due strade davanti: “Un inverno demografico, come dicono gli ottimisti, o un suicidio demografico, come sostengono i realisti”. Sarà contrazione epocale o morte lenta? 
 
L’editorialista americano David Goldman, che si firma come “Spengler”, sostiene che la crisi demografica è più profonda e la lega all’uscita della Spagna dalla storia, al suo disimpegno in politica estera: “La campana suonava a morto per la Spagna molto tempo prima degli attentati ai treni di Madrid. Entro il 2050 la Spagna avrà perso un quarto della popolazione. Nessun paese al mondo è più determinato a scomparire”. E’ il grande tabù del socialismo ciudadano e zapaterista, allegro e nichilista.
 
FONTE: Il Foglio, 29/12/15
Il settimanale americano Newsweek ha pubblicato sulla copertina dell'ultimo numero la fotografia di un feto, sotto al titolo di "Le guerre americane sull'aborto", articolo che descrive gli scontri sempre in atto tra abortisti e anti abortisti. Per la giornalista Sandy Doyle della rivista Elle quella foto in copertina è risultata però scioccante, come ha scritto in un articolo, perché "troppo simile a un bambino".
 
La giornalista insinua che si tratti di una immagine creata al computer perché, dice, non le risulta che i feti dopoché settimane siano "così carini" e "così simili a un bambino vero". La sua reazione è quella tipica di tanti abortisti che sostengono che il feto espulso con l'interruzione di gravidanza non sia un bambino ma solo un insieme di cellule e che Newsweek andrebbe dunque censurata per "il tentativo di impressionare le donne che vogliono abortire".
 
Forma o no, si tratta di vite umane sin dal primo istante del concepimento, ma agli abortisti piace pensare il contrario per giustificare le stragi di esseri innocenti. Il feto rappresentato ha circa dodici settimane di vita, in tempo dunque per la legge americana ad essere abortito.
 
FONTE: Il Sussidiario, 29/12/15
 
“Profondo disappunto” da parte dei vescovi statunitensi. Nei giorni scorsi, infatti, il Congresso Usa ha deciso di non inserire nella proposta di legge “omnibus” 2016 la Legge contro la discriminazione sull’aborto (Abortion Non-Discrimination Act, Anda in sigla). Come ricorda la Radio Vaticana, il provvedimento presentato nel 2011, mira a tutelare meglio l’obiezione di coscienza in materia di aborto, garantendo quindi alle istituzioni religiose che offrono servizi sanitari e di assistenza la libertà di servire i più bisognosi seguendo le loro convinzioni morali sul rispetto della vita umana.
 
Mons. Joseph E. Kurtz, presidente della Conferenza episcopale statunitense, ha pubblicato una nota nella quale si dice “profondamente preoccupato” per il fatto che “un principio fondante che in passato ha sempre avuto un ampio consenso bipartisan sia diventato improvvisamente una questione di parte”. Secondo il presule, “nessuno dovrebbe essere costretto dal Governo a partecipare attivamente in quello che considera l’uccisione di una vita innocente. Qui non si tratta di ‘accesso’, all’aborto. In gioco è il principio  per cui i credenti e coloro che si oppongono all’interruzione volontaria della gravidanza e alla sua copertura finanziaria debbano essere obbligati a parteciparvi”.
 
Citando le parole rivolte il 24 settembre da Papa Francesco al Congresso, il presidente dei vescovi Usa esorta a rinnovare quello “spirito di collaborazione, che ha procurato tanto bene nella storia degli Stati Uniti con rispetto per le nostre differenze e per le nostre convinzioni di coscienza” e a superare le divisioni per difendere questo diritto fondamentale. “La missione della Chiesa nell’arena pubblica – conclude la dichiarazione – è di testimoniare la dignità di ogni essere umano e difendere la libertà di agire in conformità con le proprie convinzioni religiose” in difesa delle vite più vulnerabili.
 
FONTE: Zenit, 24/12/15
Lunedì, 21 Dicembre 2015 10:42

Stati Uniti, molte sorprese pro-life

di Luca Volontè
 
Il tasso di aborto Uniti è diminuito di oltre un terzo negli ultimi due decenni, ed è oggi ad un minimo storico, secondo quanto riferito dai funzionari federali lo scorso 11 dicembre.
 
Il numero di aborti è sceso del 35 per cento tra il 1990 e il 2010, raggiungendo il numero di 17,7  per 1.000 donne di età compresa 15-44, detto l’autore del Rapporto Dr. Sally Curtin, un esperto  statistico che lavora per il Centro per il Controllo delle Malattie e la Prevenzione del Centro Nazionale di Statistica per la salute (Centers for Disease Control).
 
Questo è il tasso di abortività più basso da quando il CDC ha iniziato a monitorare la procedura nel 1976, ha ribadito nella sua comunicazione il Dr.Curtin.
 
“L’aborto è entrato in una fase di declino costante dal momento del suo picco assoluto che fu toccato nel 1908”.
 
Nell’ultimo rapporto dell’agenzia, di cui è stato co-autrice la ricercatrice del Guttmacher Insitute (istituto conosciuti per il suo appoggio alle pratiche abortive) Kathryn Kost, si attribuisce il declino a una varietà di fattori, tra cui un corrispondente minimo storico del tasso di gravidanza.
 
La Kost cita l’aumentato uso degli strumenti di controllo delle nascite come un fattore importante, ma la contraccezione è un fattore che influenza in minima misura i tassi aborto, mentre è la diminuita attività sessuale precoce degli adolescenti che influenza le gravidanze indesiderate che portano all’aborto.
 
Il ricercatore pro-life Dr.Michael Nuova rileva inoltre che le donne incinte scelgono sempre più di portare a termine la gravidanza, anche grazie alla migliore conoscenza sulla vita dell’embrione e alla massiccia campagna per la vita che diverse organizzazioni negli USA anno condotto in questi anni.
 
A complicare ulteriormente il quadro dei dati presentati si deve rilevare che cinque Stati, tra cui il più popoloso e uno dei più dell’aborto-friendly come la California, non hanno inviato nessun dato sull’ aborto al CDC.
 
Tuttavia, mentre vero tasso di aborto della nazione è senza dubbio superiore, questa limitazione del numero degli Stati coinvolti, si deve applicare anche a molti altri ‘rapporti’ del CDC pubblicati negli ultimi anni.
 
Un eminente ricercatore in materia di aborto, il Dr. Michael ha scritto una recensione sul Rapporto del Guttmacher Institute e lo ha trovato gravemente carente perchè ignora molti dati della realtà, come ad esempio :
 
che gli adolescenti stiano effettivamente avendo meno rapporti sessuali, che una “piccola percentuale” dei ragazzi utilizza contraccettivi semipermanenti e reversibili e che proprio  il ruolo delle leggi sul coinvolgimento dei genitori in caso di adolescente che richiede un aborto, hanno fatto diminuire la pratica abortiva considerevolmente.
 
Il più chiaro segno che la grande e variopinta famiglia dei pro-life americani stia lavorando unita e nella stessa direzione, è proprio dato da questo nuovo report del CDC che potrà essere ennesimo stimolo e incoraggiamento per la prossima Marcia per la Vita in programma a Washington il prossimo 22 gennaio 2016.
 
Quest’anno il titolo della popolare marcia che si snoda nelle strade di Washington sino a Capitol Hill, avrà per titolo : Pro-life+Woman, Go hand in hand (sostenitori della vita del concepito e donne, andiamo uniti mano nella mano).
 
Scrivono gli stessi organizzatori: “E’ stato detto – sia a livello politico che culturale – che per un essere pro-donna si deve essere pro-choice (abortisti). Ma nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Purtroppo, ci sono così tanti messaggi confusi per quanto riguarda le donne e la questione dell’aborto, tutto ciò aggravato dalla falsa retorica della ‘guerra sul corpo delle donne’.
 
La verità è che la vita è la scelta che da potere alle donne. E ‘meglio per le donne e per le famiglie che affrontano gravidanze non pianificate, ed è meglio per lo sviluppo di neonati di sesso femminile nel grembo materno. L’aborto danneggia le donne e colpisce la nostra società nel suo complesso, in tanti modi, partire dai bambini e dalle donne”.
 
FONTE: Matchman-news - 21/12/15
di Auxi Rodriguez
 
Il neo-eletto Primo Ministro della Tanzania, Kassim Majaliwa, ha espresso grande stupore e preoccupazione per l’elevato numero di aborti clandestini che vengono eseguiti ogni anno nel paese africano. Il politico ha messo in guardia i medici degli ospedali pubblici e privati che eseguono aborti e ha dichiarato che dovranno affrontare dure pene fino a 14 anni in prigione.
 
Quando il primo Ministro Majaliwa è entrato in carica nel novembre 2015, ha ordinato alle autorità locali di avviare un’indagine sullo stato del sistema sanitario del paese. Il Governo era a conoscenza della grande quantità di aborti clandestini che avevano luogo ogni giorno. Così, una parte importante della ricerca è stata destinata a identificare i medici che disobbediscono alla legge e provocano l’interruzione della gravidanza.
 
La relazione mette in luce come i medici degli ospedali pubblici e privati in tutto il paese, spesso accettano pagamenti per eseguire aborti clandestini. Questi aborti clandestini si svolgono in condizioni spaventose e generano conseguenze negative per le donne. Secondo il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA), la Tanzania possiede uno dei più alti tassi di mortalità materna nel mondo; 454 morti ogni 100.000 nascite.
 
In una visita a sorpresa all’Ospedale Regionale Ruvuma, il Primo Ministro ha messo in guardia i medici dalle conseguenze della prosecuzione di aborti illegali e ha lamentato che l’elevato tasso di mortalità materna sia la causa della pericolosità e delle terribili circostanze in cui le gravidanze sono terminate. “Questi atti illeciti sono totalmente inaccettabili, i medici che intrattengono questo comportamento non saranno perdonati”, ha detto Majaliwa ai medici e agli operatori sanitari. “Non voglio sentire che le camere degli ospedali vengono utilizzate per la terminazione delle gravidanze”, ha aggiunto.
 
“Il Governo deve intraprendere azioni concrete contro questa situazione e non solo avvertimenti. Quante vite devono essere perse prima che questi ciarlatani prendano un compito reale?”, ha dichiarato Gema Akilimali, attivista per i diritti delle donne del programma di genere Tantanic.
 
Numerosi attivisti per i diritti delle donne e gruppi di pressione pro-aborto hanno affermato che la soluzione non è quella di punire i medici, ma di legalizzare l’aborto. Così, hanno iniziato una campagna di pressione contro il Governo e le autorità sociali in cui esigono una modifica della legislazione nazionale per liberalizzare il diritto all’aborto legale e sicuro.
 
FONTE: Matchman-news, 21/01/16
Un’industria della città di Changchun (Jilin, nel nordest) ha imposto alle proprie dipendenti donne di comunicare con un anno di anticipo ai dirigenti il desiderio di divenire madri. La richiesta è motivata con “l’impossibilità” di rimpiazzare le future madri in congedo parentale, ma non specifica se la direzione possa o meno rifiutare la comunicazione. Si tratta dell’ennesima restrizione allo sviluppo delle famiglie nel Paese: nonostante il governo abbia “alleggerito” la politica del figlio unico, si moltiplicano le notizie che parlano di abusi (tollerati dalle autorità) subiti dalle coppie che vogliono divenire genitori. Nel mirino vi sono soprattutto le future madri, che rischiano licenziamenti e persino cause di lavoro.
 
La notizia dell’industria di Changchun è stata pubblicata dal New Culture, giornale statale, e ha avuto ampio risalto sui social network. Migliaia di persone hanno reagito su Sina Weibo, popolarissimo sito di microblogging cinese: “Non vedo il beneficio per l’azienda – scrive un’utente – mentre è evidente il tentativo di ostacolare l’occupazione femminile”. Anche alcuni uomini condividono questo punto di vista: “Non vogliamo che i datori di lavoro siano sempre più riluttanti ad assumere donne”.
 
Ma non tutti sono d’accordo. Un’altra utente donna scrive: “Devo dire che, da quando il governo ha introdotto la politica del secondo figlio, nella mia unità di lavoro ora ci sono più di 12 donne incinte. Le limitazioni alla maternità sarebbero una buona cosa”. Il direttore delle risorse umane dell’industria incriminata, la signora Zheng, non dice il nome del suo luogo di lavoro ma spiega: “Dobbiamo considerare prima di tutto gli interessi dell’azienda. Con il calo dell’economia è impossibile assumere persone che rimpiazzino le operaie in attesa, ed è impossibile sovraccaricare le unità di lavoro perché qualcuno se ne va per mesi”.
 
Dal 1979 in poi la Cina ha attuato – spesso con violenza – la politica di un solo figlio per famiglia, per concentrare la nazione sullo sviluppo economico. In seguito si è permesso a gruppi etnici di avere due figli e ai contadini di averne due se il primo figlio era una bambina. L'attuazione della legge è stata spesso violenta, con multe esose contro i violatori e perfino sterilizzazione forzati e aborto fino a nove mesi di gravidanza.
 
Fra il 2013 e il 2014 il governo ha “alleggerito” la legge e ha consentito ad alcune coppie (quelle in cui almeno uno dei coniugi è “figlio unico per legge”) di avere un secondo bambino. Tuttavia su 11 milioni di coppie che rientrano in questa casistica soltanto 1,45 milioni hanno chiesto di poter accedere al privilegio concesso. E dei 20 milioni di neonati attesi da Pechino per il 2014 ne sono nati soltanto 16,9 milioni.
 
Questo squilibrio, spiegano gli esperti, nasce da decenni di influenza politica contraria alla natalità, dall’aumento del costo della vita e dalla difficoltà di trovare lavori dignitosi con stipendi in grado di sostenere una famiglia numerosa. Al punto che il tasso di natalità della Cina è oramai fermo a 1,18 figli per coppia contro la media mondiale di 2,5. 
 
FONTE: Asia News, 07/01/16

 
Si terrà il 22 gennaio la Marcia per la Vita a Washington, il tradizionale appuntamento dei movimenti e delle organizzazioni pro-life promosso dal 1974, con il sostegno della Conferenza episcopale statunitense (Usccb),  per ricordare la storica sentenza con cui nel 1973 la Corte Suprema ha legalizzato l’aborto negli Stati Uniti. Il tema di questa 43.ma edizione sarà “Pro-vita è pro-donna”, a sottolineare - spiega all’agenzia Cns la presidente di "March for Life", Jeanne Monahan-Mancini - che l’aborto non è solo l’uccisione di una vita nascente, ma anche una ferita indelebile per la donna che lo pratica e che la lotta contro l’aborto non è rivolta alle donne. 
 
La Marcia preparata da una speciale Novena di preghiera per la vita
Come ogni anno,  la marcia sarà preceduta da una veglia notturna di preghiera nella Basilica del Santuario nazionale dell’Immacolata Concezione, che sarà aperta e conclusa da due Messe, e da una celebrazione ecumenica nella Constitution Hall. È inoltre prevista una manifestazione di giovani e una Messa per la vita promossa dall’arcidiocesi di Washington. A seguire, nella mattinata del 22 gennaio il corteo si snoderà con un percorso diverso rispetto agli anni precedenti per confluire nell’area attorno al monumento a Washington, presso il quale avverrà l’incontro dei partecipanti con diversi leader politici. Anche quest’anno la manifestazione sarà preparata da una “Novena di preghiera, pentimento e pellegrinaggio”  per la quale è stato scelto lo slogan: “Le tue preghiere sono importanti, i tuoi sacrifici fanno la differenza”. La Novena potrà essere seguita tramite app, sms quotidiani e mailing list che ogni giorno suggeriranno spunti di riflessione e preghiere adatte all’occasione.
 
Aumentate le adesioni alla Marcia, ma l’opinione pubblica resta pro-aborto
Nel corso degli anni il numero delle adesioni alla Marcia per la Vita è progressivamente cresciuto fino a toccare, per esempio nel 2010, circa 300.000 persone. Nonostante questa accresciuta partecipazione, a livello nazionale il sostegno per la legalizzazione dell’aborto negli USA resta alto. Un recente sondaggio realizzato dall’Associated Press poco dopo la sparatoria nella clinica per aborti a Colorado Springs a novembre, indica che il 58 per cento dei cittadini americani ritiene che l’interruzione volontaria della gravidanza debba essere ammessa in quasi tutti i casi, registrando un netto aumento rispetto all’inizio del 2015. Un aumento attribuibile alla reazione emotiva alla strage. (L.Z.)
 
FONTE: Radio Vaticana, 06/01/16

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