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Venerdì, 02 Ottobre 2015 00:00

In marcia verso l’8 maggio

 
 
Cari lettori 
 
oggi vi raccontiamo una breve storia, iniziamo con il presentarvi una persona. Si chiama Miriam. È nata pochi giorni fa.
Per quanto possa sembrare incredibile, Miriam è qui grazie ad una canzone, Non ti avrei delusa di Cristiano e Andrea Paolini.
È la canzone che fu presentata sul palco della Marcia per la Vita 2015.
 
La mamma di Miriam, una studentessa universitaria, stava infatti ricevendo pressioni per abortire. La legge iniqua 194/78 – cioè l’abominio giuridico contro cui noi manifestiamo – glielo avrebbe di certo consentito, senza problemi.
 
Ma entra in scena Sara, un’amica della mamma di Miriam che il maggio scorso marciava insieme a noi. Sara le fa ascoltare quella canzone. E qualcosa in lei cambia per sempre. Decide di non interrompere la gravidanza, di diventare madre, nonostante tutto sembri esserle contro.
 
Ora la piccola Miriam è divenuta la luce dei suoi occhi:
 
«La mia famiglia adesso è innamorata di lei e anche se sono sola sento che ce la posso fare!» gioisce la neomamma in una email a Sara. «Grazie per le tue preghiere e per la canzone che mi hai fatto sentire… Se conosci l’autore della canzone ringrazialo perché ora so che non poterla vedere e abbracciare mai sarebbe stata un’enorme errore! Grazie ancora, sei una persona stupenda, e l’autore della canzone mi ha salvato la vita!».
 
La nascita di Miriam ha creato una nuova consapevolezza. «Quando la notte guardo Miriam mi rendo conto che non poteva essere un grumo di cellule, ma solo mia figlia, solo Miriam, e per questo non potrà mai deludermi!»
 
La Vita ha vinto, e fa dono della sua pace e della salvezza. È stato detto che «chi salva una vita salva il mondo intero».
Salvando Miriam, si è salvata tutta la sua discendenza: figli, nipoti, pronipoti e così via. Come in una stupenda matrioska biologica, gli ovuli della bambina si formano già durante la vita intrauterina nel grembo di sua madre.
 
Un miracolo delicatissimo, da cui dipende il nostro domani. Un miracolo che dobbiamo difendere ad ogni costo.
 
Caro amico, Miriam e i suoi futuri figli sono qui anche grazie alla Marcia per la Vita. Quello che ti chiediamo, è di aiutarci a far nascere altre migliaia, milioni di Miriam. Milioni di miracoli che cambiano il cuore della gente, e proteggono la continuazione dell’umanità, difendono il futuro, salvano il mondo.
 
La Marcia per la Vita 2016 si svolgerà a Roma l’8 maggio. Marciamo per Miriam. Marciamo per il miracolo della Vita.
Per la Vita, senza compromessi.
 
FONTE: Comitato Marcia per la Vita, 01/10/15
di Leone Grotti
 
1800 180 880: non è il numero di una pizzeria per ordinare la cena, ma quello di un centralino specializzato in “aborto da asporto”. Succede in Australia, dove la Fondazione Tabbot ha inventato e organizzato il servizio per «rendere l’aborto più accessibile e più affidabile». Se il primo obiettivo sarà sicuramente raggiunto, ci sono poche garanzie sul secondo.
 
Il servizio, attivo da oggi, organizzerà esami del sangue ed ecografie nella zona della richiedente e spedirà la RU486 direttamente a casa. La pillola abortiva è legale in Australia dal 2006 ma, si lamenta Jenny Ejlak, co-presidentessa del gruppo Reproductive Choice Australia e tra gli ideatori dell’aborto da asporto, non è molto diffusa: «Il servizio è simile a quello che un medico di base o una clinica può offrire [a una donna che vuole abortire]. Non hai bisogno di viaggiare fisicamente, così per le donne che vivono in zone del paese dove non ci sono cliniche abortive o dove non ci sono medici che forniscono la pillola, ci sarà comunque un accesso adeguato».
 
Il costo della pillola, comprensivo di esami e telefonata al centralino, sarà di 250 dollari, dunque più economico rispetto ai 300-600 dollari necessari per abortire in una clinica privata. Dal punto di vista del bambino, l’aborto in clinica o a casa non cambia granché, ma può essere considerato sicuro per la donna prescrivere un aborto al telefono? «In Australia è frequente prescrivere medicine al telefono – spiega ancora Ejlak – Penso che se i medici riescono effettivamente a comunicare con i pazienti, allora va bene».
 
Il servizio non sarà disponibile in alcuni Stati e territori del paese, dove interrompere una gravidanza è illegale (South Australia, Northern Territory, Australian Capital Territory). E per «prevenire le proteste di chi si oppone all’aborto», la fondazione Tabbot ha anche messo in piedi un servizio in grado di gestirne i “postumi”. Una linea telefonica dedicata sarà disponibile 24 ore su 24: chiamandola, si verrà ricontattati da una infermiera, ma solo il giorno successivo. In nessun caso però un medico potrà essere inviato a casa della donna.
 
Susan Fahey, che ha contribuito a scrivere la legge che autorizza l’aborto in Tasmania, ha salutato favorevolmente l’iniziativa, anche se non ha nascosto alcune preoccupazioni: «Se cominci ad amministrare questo tipo di medicazioni al telefono, cosa che io sostengo completamente, può esserci il rischio che alcune donne ottengano risultati non positivi. Tutti dovrebbero avere accesso all’aborto e l’accesso è davvero un grande problema, ma senza un sistema di pesi e contrappesi anche l’accesso può diventare problematico».
 
FONTE: Tempi, 28/09/15

35 lunghi anni sono trascorsi dall’avvio ufficiale della politica del figlio unico, uno stralcio di storia e di attualità molto doloroso per l’umanità tutta e un monito importante per il futuro della Cina.

A pochi giorni di distanza dalla ricorrenza di quel famoso 25 settembre in cui si stabilì la legge che portò a uno dei più grandi disastri demografici di sempre, il paese è scosso dalla vicenda di Chen, una donna cinese all’ottavo mese di gravidanza, “illegalmente” incinta del suo secondogenito.

La quarantunenne, residente nella provincia dello Yunnan, dichiara di “sentirsi obbligata ad abortire”, poiché, alternativamente, il governo provvederebbe al licenziamento immediato del coniuge, attualmente impiegato presso la polizia locale. “Sono spaventata, se mio marito crede che sia giusto abortire, allora io non avrò altra scelta. Sono preoccupata che lui possa perdere il lavoro anche a seguito dell’aborto se la situazione dovesse complicarsi”, dichiara la donna.

La replica di Wen Xueping, funzionario nel Dipartimento per la Pianificazione Familiare, non si fa attendere: “Noi non li forzeremo in alcun modo a procedere con l’aborto”, tuttavia ha proseguito avvertendo che, data l’inosservanza della norma, ci saranno forti conseguenze. Queste ultime prevedono: la perdita del lavoro – come nel caso di Chen – e l’imposizione di multe esorbitanti che possono consistere in una cifra fino a 10 volte superiore il salario annuale guadagnato da un lavoratore medio.

Reggie Littlejohn, presidente di Women’s Rights Without Frontiers, ribatte con forza asserendo che le dichiarazioni fatte da Xuenping sono tipiche dell’ambiguo linguaggio comunista cinese. “Da un lato dichiarano che non forzeranno Chen ad abortire. Dall’altro, se una coppia non è in grado di affrontare il pagamento di questa multa del terrore, non hanno altra scelta che abortire. Questo costituisce un aborto forzato”.

Ma Reggie Littlejohn non si placa e prosegue nel suo ammonimento: “…I giornali hanno dichiarato che la politica ha subito un ‘rilassamento’, permettendo ad alcune coppie di avere un secondo figlio. Ma nelle aree urbane, se entrambi i membri di una coppia hanno fratelli e sorelle, queste coppie possono avere UN SOLO figlio e se si resta incinta senza un permesso di nascita, possono ancora subire aborti forzati”.

L’angoscia di Chen dimostra drammaticamente che la politica dell’aborto forzato deve essere abolita all’istante. Questi aborti forzati sono un ufficiale stupro del governo. La politica del figlio figlio ha “prevenuto” 400 milioni di nascite, troppo spesso tramite aborto forzato, ha causato la più grande violenza perpetrata contro le donne e le ragazze rispetto a qualsiasi altra politica ufficiale sulla terra e a qualsiasi altra politica ufficiale nella storia. Questo atroce crimine contro le donne deve finire”.

Non dobbiamo dimenticare che, nel giugno del 2012,Women’s Rights Without Frontiers denunciò pubblicamente l’operato del governo, postando la cruenta immagine di un aborto fisicamente imposto a Feng, donna al settimino mese di gravidanza, con accanto il corpo esanime della sua piccola. http://www.womensrightswithoutfrontiers.org/blog/?p=667

La brutalità di tale accaduto diede vita a fortissime critiche contro il potere rosso.

È dunque palese che il partito intende proseguire con la solita, vecchia, atroce linea di condotta nell’affrontare le crescenti problematicità demografiche, tuttavia dovrà presto pagare lo scotto di un inadeguato ricambio generazionale, di una popolazione anziana, improduttiva e totalmente priva di assistenza.

– Prima o poi, tutti i nodi verranno al pettine anche per la pianificazione familiare –

Reggie Littlejohn, President Women’s Rights Without Frontiers, 14/09/2015

 

FONTE: Laogai Research Foundation Italia ONLUS, 21-09-15

 

BUENOS AIRES - La notte del 12 settembre alcuni attivisti pro aborto hanno attaccato la Cattedrale di Gesù Buon Pastore nella Diocesi di San Martino, - suffraganea dell'Arcidiocesi di Buenos Aires – imbrattando alcune statue e le pareti della facciata del tempio.

Secondo quando affermato dall'Arcidiocesi argentina nella propria pagina facebook, lo scorso sabato  “all'orario della Santa Messa delle 19:00 (7:00 p.m., ora locale) un gruppo organizzato ha cercato di entrare nel tempio realizzando un atto vandalico".

Il fatto si è dato nell'ambito delle manifestazioni organizzate dagli attivisti pro aborto che hanno avuto luogo nelle strade della città.

Tra i danni arrecati anche l'imbrattamento di una statua della Vergine Maria e delle pareti con le scritte “Dio non esiste” e “Aborto legale”.

FONTE: ACI/EWTN, 15/09/15 - Traduzione a cura di Generazione Voglio Vivere 

Pessime notizie: la Commissione Sanità della Camera dei Deputati cilena, con 8 voti favorevoli e 5 contrari, ha approvato la depenalizzazione dell’aborto in caso di stupro, purché l’intervento venga compiuto entro le prime 12 settimane oppure entro le 14 in caso di 14enni. Da notarsi come tale disegno di legge, viceversa, non preveda incredibilmente alcuna pena nei confronti dell’aggressore. Un altro varco contro la vita si è così aperto, oltre ai due già approvati in passato dal medesimo organismo ovvero la depenalizzazione nel caso la donna si trovi in pericolo di vita oppure nel caso il bimbo presenti malformazioni letali di carattere genetico o congenito.

I parlamentari han purtroppo ritenuto che il dolore provocato da una violenza possa rendere la gravidanza una «tortura», ritenendo la «dignità» delle donne prioritaria anche rispetto al diritto alla vita di un feto senza colpe. Il ministro del Servizio Nazionale per la Donna, Claudia Pascual, dal canto suo, ha sottolineato come tale provvedimento ponga la vittima dello stupro nelle condizioni di scegliere: ma pare che l’unica scelta affidatale sia quella di decidere se far vivere o morire l’essere umano innocente che porta in grembo.

Entusiasti i socialisti, che, per bocca dell’on. Juan Luis Castro, presidente della Commissione Sanità, han definito questo un giorno «molto importante» per il Cile: «Questa è la democrazia», ha dichiarato, squalificandola, non essendo nulla di cui andare orgogliosi, stanti i frutti.

Di parere esattamente opposto l’on. Nicolás Monckeberg, della formazione di centrodestra Rinnovamento Nazionale, che ha definito il voto «una pessima notizia» per le donne, ridottesi così a non esser tutelate per la violenza patita e ad esser anzi incoraggiate ad uccidere loro figlio, aggiungendo un «secondo delitto» allo stupro patito, come evidenziato dall’on. Gustavo Hasbún del partito di destra Unione Democratica Indipendente.

La Commissione Sanità proseguirà ora con la discussione del resto dell’articolato, comprese le norme relative all’informazione, al programma di accompagnamento ed alla verifica diagnostica per le donne, che decidano di abortire. Un altro tragico passo indietro è stato compiuto

FONTE: Corrispondenza Romana, 16-9-15

Sabato, 19 Settembre 2015 00:00

La UE approva la Relazione Rodrigues

Ieri il Parlamento europeo ha approvato la Relazione Rodrigues. Tale relazione mira a diffondere l’educazione sessuale sin dalle elementari. “L’educazione sessuale – si legge sulla Nuova Bussola Quotidiana – si riduce ad un corso di formazione per abortire e sull’uso dei contraccettivi. Al n. 31 troviamo poi la esplicita richiesta che in tutte le scuole del continente si insegni la teoria del gender e che si prevedano anche corsi di specializzazione su questo tema (40, 48)”. La relazione è stata approvata con 408 voti a favore, 236 contrari e 40 astensioni. Tra gli europarlamentari italiani 48 hanno votato a favore, 19 contro, 5 non hanno votato e c’è stato un astenuto. I contrari sono stati i membri del Partito Popolare europeo e i leghisti. Tutto questo nonostante gli Stati membri siano sovrani nel disciplinare queste materie.

FONTE: Osservatorio Gender de LaNuovaBQ, 16-09-15

Minimalista e insufficiente la riformina della legge sull’aborto approvata in Spagna.

Il 9 settembre il Senato spagnolo ha approvato definitivamente (145 sì contro 89 no) la modifica alla normativa sull’aborto, che ora verrà pubblicata sul Bollettino Ufficiale dello Stato.

Il governo di centrodestra presieduto da Mariano Rajoy (del Partito Popolare) si è rimangiato le promesse fatte in campagna elettorale, quando aveva annunciato una drastica riforma in senso restrittivo della legge peggiorata da Zapatero nel 2010. Nel dicembre 2013 l’allora ministro della giustizia Gallardón (sempre del PP) presentò un ddl che però venne accantonato, anche a seguito di pressioni esercitate internamente ed esternamente da certe lobby. E così Gallardón si dimise (vedi qui).

Ora la modifica è stata realizzata, ma si tratta di un piccolissimo miglioramento che poco o nulla toglie alla tragedia dell’aborto in Spagna. In pratica, come già votato nei mesi scorsi al Congresso, si stabilisce che le ragazze tra i 16 e i 17 anni per abortire dovranno tornare ad avere il consenso dei genitori. In caso di contrasto, però, potranno ricorrere ad un giudice. Tutto qui. Considerata la triste realtà in cui viaviamo, probabilmente non cambierà nulla rispetto alla situazione già esistente. Bludental

Ecco perché le associazioni pro-life spagnole si sono dette molto deluse e già da tempo attaccano il PP. Derecho a Vivir ha parlato ancora una volta di “tradimento” e di “slealtà inaccettabile” e ha annunciato una grande Marcia per la Vita il prossimo 25 ottobre, con cui si chiederà l’abrogazione totale della legge, che in definitiva è l’unica soluzione pienamente accettabile. Anche il Foro della famiglia, pur riconoscendo che va comunque nella giusta direzione di limitare gli aborti, considera la mini-riforma del tutto insufficiente, perché lascia inalterato l’impianto della riforma socialista del 2010.

I socialisti infatti hanno votato contro le modifiche, mentre il PP si è espresso quasi all’unanimità a favore. Da segnalare la coerenza e il coraggio di alcuni deputati provita del PP. Ángel Pintado, Gari Durán e José Ignacio Palacios hanno votato no. Altri tre senatori popolari si sono astenuti e Ana Torme ha votato scheda bianca. Anche Amelia Salanueva, dell’Unione del popolo navarro, ha espresso voto contrario.

A dicembre in Spagna ci saranno le elezioni politiche. Di sicuro il PP non potrà più rappresentare il mondo pro-life.

FONTE: ABC - Traduzione a cura di Notizie ProVita

«Mi lasci fare un esempio recente dell’ostinata ristrettezza del pensiero liberal nei media. Quando è stato pubblicato il primo filmato segreto su Planned Parenthood a metà luglio, chiunque si informi solo attraverso i media liberal è stato tenuto totalmente all’oscuro, perfino dopo l’uscita del secondo filmato. Ma quei video giravano non-stop in tutti i talk show conservatori alla radio e in tv. Era una storia enorme e inquietante, ma i media liberal sono rimasti in silenzio totale. Una censura scandalosamente non professionale. I maggiori media liberal stavano cercando di seppellire una notizia ignorandola. Ora, io sono stata un membro di Planned Parenthood e sono una convinta sostenitrice dei diritti riproduttivi senza restrizioni. Ma sono rimasta disgustata da quei filmati e ho subito avuto la sensazione che ci fossero state gravi violazioni dell’etica medica nella condotta dei rappresentanti di Planned Parenthood». (, 29 luglio)

La Planned Parenthood Federation of America è la più grande fabbrica di aborti del mondo, anche se preferisce definirsi «provider di servizi per la cura della salute riproduttiva delle donne». Sotto la sua bandiera sono riunite 59 imprese affiliate, per un totale di quasi 700 cliniche sparse in tutti gli Stati Uniti, all’interno delle quali si consuma circa il 30 per cento di tutti gli aborti praticati nel paese. Sono più di 300 mila aborti ogni anno (nel report 2013-2014 erano esattamente 327.653), diversi milioni se si considerano i decenni di attività. Non solo. Planned Parenthood (Pp) è anche un gigante dal peso politico notevole: non è stato ininfluente per esempio il suo esplicito appoggio a Barack Obama, e soprattutto gode di finanziamenti pubblici per mezzo miliardo di dollari (528 milioni solo l’anno scorso, su un incasso totale di 1,3 miliardi).

Ovvio che sia diventata il nemico numero uno del movimento pro-life americano. Negli anni l’hanno accusata di tutto, dal razzismo alla manipolazione delle coscienze. Ma quella cominciata poche settimane fa è forse la più dura delle campagne mai orchestrate contro Pp. E potrebbe lasciare un segno indelebile su questo brand planetario dei “diritti riproduttivi”. Peccato che tanti giornali italiani non se ne siano proprio accorti.

La nuova bestia nera di Pp si chiama Center for Medical Progress (Cmp), ed è una organizzazione no profit californiana dedita al «controllo dell’avanzamento della medicina, con particolare attenzione alle questioni bioetiche che incidono sulla dignità umana». Erano emeriti signori nessuno fino all’inizio di questa estate. Adesso sono famosissimi. Per ben due anni e mezzo, fingendosi procacciatori di tessuti fetali da girare ai laboratori di ricerca, e aprendo perfino una start-up fittizia per essere più credibili, si sono infiltrati nelle strutture di Pp, hanno ottenuto colloqui d’affari con manager e dipendenti della società e di altre imprese attive nel mercato del “tissue procurement”, e hanno ripreso tutto, per lo più di nascosto. Il risultato sta uscendo a rate su internet, in duplice formato: un documentario a puntate intitolato significativamente Human Capital, capitale umano, e una serie di filmati con gli incontri tra gli emissari “undercover” del Cmp e i pezzi grossi di colosso abortivo. Tutto il materiale raccolto documenterebbe, secondo gli autori, un’accusa devastante: Planned Parenthood è al centro di un gigantesco traffico illegale di organi di feti abortiti.

L’orrore e la mobilitazione

Di sicuro, nella loro lunga incursione oltre la cortina della “libertà di scelta delle donne”, i militanti del Cmp si sono trovati davanti (e ora ripropongono al mondo) scene difficilmente riproducibili su carta. Colazioni di lavoro in cui si discute con disinvoltura di quantità e qualità di fegati, cuori, polmoni, reni, braccia e gambe “prodotti” in serie dalle cliniche affiliate a Pp. Battute su Lamborghini pretese in premio per gli ottimi accordi strappati, o su teste intere di bambini abortiti inviate ai laboratori di ricerca per garantire la conservazione del tessuto neurale richiesto («così aprono la scatola e fanno: “Oddio!”»). Manager che sorseggiano vino e gustano insalatine mentre spiegano di avere «fatto un 17 settimane proprio stamattina». O che discettano delle tecniche abortive più adatte alla conservazione degli organi. Testimoni che ricordano casi di bambini nati vivi e fatti a pezzi con le forbici. Intermediari di tessuti fetali che raccontano di ordini da «50 fegati a settimana» e di “prodotti del concepimento” letteralmente «caduti fuori» dalle pazienti.

È una lunga galleria degli orrori e di immagini vietate ai minori in cui spiccano per altro alcuni elementi documentali e dichiarazioni abbastanza compromettenti. C’è il volantino di StemExpress, una grossa società per la fornitura di tessuti fetali, distribuito alle cliniche affiliate a Planned Parenthood per proporre loro collaborazioni con grandi «benefici finanziari». C’è il listino dei compensi garantiti da un altro importante player di questo mercato per ogni campione di tessuto ricevuto. Ci sono soprattutto diversi accenni, sempre da parte dei rappresentanti di Pp, alla possibilità di «alterare il processo» per ottenere «intact fetal cadavers» e cioè «campioni migliori di tessuto» (confessione che secondo il Cmp configurerebbe una pratica illegale tanto quanto il commercio di membra umane: l’aborto a nascita parziale).

«La prima [sorpresa, ndr] è stata la facilità con cui abbiamo avuto accesso ai piani più alti di Planned Parenthood dicendo che volevamo comprare da loro parti di bambini (sebbene non l’abbiamo messa giù in maniera così crudele). Abbiamo detto le “parole magiche”. È stata la nostra corsia preferenziale per entrare nel cuore dell’industria dell’aborto». (David Daleiden, fondatore del Cmp, intervistato dal National Catholic Register, 11 agosto)

I vertici di Planned Parenthood, dall’inizio dello scandalo, ripetono che non si tratta affatto di vendita illegale di organi e tessuti fetali in cambio di denaro, bensì di regolarissime “donazioni alla ricerca” effettuate per volontà delle pazienti e dietro il versamento di semplici “rimborsi” per le spese sostenute per il servizio. Ma David Daleiden, il 26enne attivista cattolico fondatore del Cmp, giura che nei 30 mesi di inchiesta “undercover” lui e i suoi hanno scoperto che Planned Parenthood non si sobbarca alcuna spesa e che della raccolta dei tessuti si occupano direttamente i tecnici delle ditte intermediarie. «Più e più volte – dice – abbiamo sentito dalle loro bocche che fanno i soldi vendendo parti di bambini abortiti e che lo fanno per motivi di profitto».

Parallelamente, mentre prosegue il video-assedio del Cmp (a partire dal 14 luglio sono dieci i filmati già pubblicati su dodici, milioni le visualizzazioni su YouTube), è ripartita la battaglia politica per il “defunding”, il ritiro dei fondi federali destinati ogni anno a Planned Parenthood. Un primo tentativo organizzato dai repubblicani è già fallito al Senato il 4 agosto, ma ci saranno altre votazioni e inevitabilmente il caso è diventato uno dei temi più caldi della campagna elettorale per le presidenziali 2016. Prospettiva che preoccupa il colosso degli aborti anche di più di fattacci come l’incendio doloso appiccato nella notte del 4 settembre a una clinica Pp di Pullman, nello stato di Washington, subito definito «effetto degli attacchi falsi e incendiari che alimentano la violenza degli estremisti».

«Quattro commissioni del Senato e della Camera stanno indagando attualmente sulle accuse contro Planned Parenthood. Al Senato si è già tenuto un voto in merito al tentativo di togliere il finanziamento federale a Planned Parenthood, e alla Camera potrebbe svolgersi una votazione simile in settembre. Numerosi senatori e deputati, al pari di alcuni candidati repubblicani alle presidenziali, prospettano lo “shutdown” del governo federale se non saranno cancellati i fondi a Planned Parenthood. Ovviamente prendiamo questo tema molto sul serio». (Cecile Roberts, presidente di Planned Parenthood Federation of America, lettera al Congresso, 27 agosto)

La politica si è mobilitata a tutti i livelli. Anche a livello dei singoli stati sono partite indagini sui presunti reati denunciati dal Cmp (alcune delle quali per la verità si sono già concluse a favore di Planned Parenthood). Giornali e siti di area conservatrice sono scatenati. Fox News ha mandato in onda l’inchiesta di Daleiden. Anche la Cnn ne segue gli sviluppi. E se diversi aspiranti candidati conservatori alla Casa Bianca si sono schierati con i pro-life, Hillary Clinton promette che non smetterà di sostenere il gigante degli aborti «per il diritto di scelta delle donne».

I furfanti dell’informazione

La linea di difesa di Pp, messa per iscritto dalla presidente della federazione Cecile Richards in una lettera inviata al Congresso e accompagnata da una “forensic analysis” dei filmati prodotti dal Cmp, è la seguente: quei video sono pesantemente ritoccati, non contengono alcuna prova dei reati denunciati, e se c’è qualcuno che ha infranto la legge quello è Daleiden, autore di una truffa industriale, falsario di identità e ladro di dati.

Se sia vero o meno che Planned Parenthood non smercia organi di bambini abortiti ma si limita ad agevolare nobili “donazioni alla scienza” fra un aborto e l’altro, questo si vedrà. Ed è facile prevedere che la battaglia sul fronte legale sarà in larga misura tecnica e cavillosa. Qual è la linea di demarcazione che distingue una vendita da una donazione? E qual è il limite oltre il quale un rimborso diventa un prezzo? Forse davvero – benché resti da chiarire il coinvolgimento dei massimi vertici aziendali nel presunto mercato illegale di feti abortiti – questo scandalo alla fine risulterà poca cosa per Planned Parenthood a livello giudiziario (a livello di immagine il discorso è più complicato), specie se è vero che solo una minima parte delle cliniche afferenti al gruppo è coinvolta nella ricerca sui tessuti fetali, come sostiene la Richards.

Una cosa però è sicura. Daleiden è un mezzo furfante dell’informazione. Lui e i suoi segugi potrebbero aver violato diverse leggi federali spacciandosi per procacciatori di organi. Ne è convinta Planned Parenthood, che ha chiesto al Congresso (con l’appoggio di importanti esponenti democratici) di rendere la pariglia agli «estremisti» aprendo inchieste anche su di loro. Ne è convinta anche la californiana StemExpress, l’intermediario di tessuti fetali che esce malconcio almeno quanto Planned Parenthood da questa video inchiesta, e che si è rivolto ai giudici (finora invano) per mettere a tacere il Cmp. Anche la National Abortion Federation ha denunciato Daleiden alla giustizia, nel tentativo di impedirgli di diffondere le immagini “rubate” a un meeting annuale dell’organizzazione.

La rimozione collettiva

Prevedibilmente, i grandi giornali più o meno liberal, dal Washington Post al New York Times, si sono affrettatti a scendere in campo in difesa dei campioni della “salute riproduttiva” contro questo «tentativo disonesto di fare apparire come atroci e illegali quelle che invece sono donazioni di tessuti legali, volontarie e potenzialmente in grado di salvare vite» (Nyt, editoriale del 6 agosto), tentando di ricacciare dietro al paravento dei soliti termini eleganti l’ombra di una realtà ben più sconvolgente e sanguinolenta.

Può suonare curioso l’accento censorio assunto per l’occasione da un giornale, il New York Times, che poco tempo fa non si è fatto altrettanti scrupoli quando si è trattato di ospitare l’appello di Michael Moore e Oliver Stone «per il futuro della libertà di espressione» e cioè per Julian Assange, fondatore di Wikileaks, altro gran furfante dell’informazione. Tuttavia il quotidiano newyorkese ha quanto meno il merito di non essersi nascosto del tutto la notizia. E in Italia la grande stampa quando deciderà di occuparsi di questo “major theme” della campagna elettorale?

Non è facile decidere di affrontare la (non) notizia di questo mega scandalo, non è mica un’inchiesta scomoda sul business dell’olio di palma. I video del Cmp obbligano a riesumare domande e dubbi considerati morti e sepolti nella maggior parte delle redazioni italiane. È roba da pro-life, e che schifo i pro-life con le loro immagini shock. Ecco. La sensazione è che l’inchiesta di Daleiden costringa a guardare cose, fatti, notizie che sono da troppo tempo oggetto di una grande rimozione collettiva. La più colossale e ostinata rimozione contemporanea. Di cosa parliamo quando parliamo di “diritto di scegliere”, di “salute riproduttiva”, di “donazioni alla scienza”? Di cosa parliamo quando parliamo di aborto.

Lo scandalo Planned Parenthood è la storia di una clamorosa auto-censura.

Cate Dyer (fondatrice e amministratore delegato di StemExpress): «In effetti molti laboratori accademici non ce la fanno».

Finto intermediario del Cmp: «Perché? Non capisco».

CD: «È quasi come se non volessero sapere da dove arriva [il campione di tessuto, ndr]. Io lo vedo proprio. Dicono: “Abbiamo bisogno di arti, ma non c’è bisogno che ci siano attaccati mani e piedi”. (…) Oppure vogliono ossa lunghe, ma ti chiedono di togliere tutto, in modo che non si capisca cosa sia».

Cmp: «Disossami il pollo e io lo mangerò, ma…».

CD: «Proprio così. Ma noi sappiamo di cosa si tratta (…)».

Cmp: «Si torna al grande stigma».

CD: «Sì. E i loro tecnici di laboratorio vanno fuori di testa, hanno crisi di nervi… Penso francamente che è per questo che tanti ricercatori, alla fine, alcuni di loro vogliono passare ad altro. Vogliono occuparsi di midollo osseo, vogliono occuparsi di tessuto adiposo, qualcosa che sia prelevato da umani adulti. Preferiscono evitare di pubblicare un articolo che dica che è stato ricavato da tessuti fetali».

Intervistato l’11 agosto dal National Catholic Register, Daleiden ha raccontato come sia stata dura anche per lui resistere davanti agli addetti in camice di Planned Parenthood mentre pescavano con le pinze i campioni di tessuto fetale tra i resti insanguinati degli aborti e glieli esibivano per mostrargli la qualità del “prodotto”. «È stata la cosa più difficile da sopportare», ricorda. Una grande sorpresa, invece, è stata scoprire «quale conflitto vivono molti medici abortisti riguardo al lavoro che fanno. Cercano in ogni modo di razionalizzare o intellettualizzare quel che fanno, rigirano la discussione in modo da non dovere affrontare le conseguenze delle loro azioni. Non vogliono affrontare il dolore e il rimorso che provano. Una dei medici che abbiamo incontrato, Deborah Nucatola (apparsa nel primo video “undercover” pubblicato dal Cmp, ndr), aveva la voce strozzata quando parlava dei particolari delle procedure. Si strofinava gli occhi, ma poi continuava e tentava di comportarsi come se nulla fosse. E non è l’unico medico abortista che abbiamo visto comportarsi così».

C’è un altro segnale che conferma come il vero tema inquietante di questo caso censurato sia la rimozione di una evidenza. In una lettera inviata al Congresso di Washington il 31 agosto in risposta a quella di Cecile Richards, Daleiden sottolinea un dettaglio: è strano come Planned Parenthood nella sua “forensic analysis” (che per altro secondo il Cmp non è affatto un’opera di tecnici “indipendenti” come sostiene la Richards) si accanisca tanto su due frasette in particolare, contenute in una sequenza girata all’interno di una clinica affiliata, allo scopo di dimostrare che non è sicuro che a pronunciarle sia stato il personale della struttura. Le paroline fastidiose sono: «È un bambino!» («it’s a baby!») e «è un altro maschietto!» («another boy!»). È «significativo», nota Daleiden, che Planned Parenthood, con tutte le accuse che si ritrova addosso, si preoccupi di «isolare queste due frasi per sottoporle a un esame speciale: sono ammissioni da parte di abortisti di Planned Parenthood della violenza connaturata al loro lavoro. Ma il modo in cui il report si concentra su di esse (…) sembra suggerire che anche Planned Parenthood ha la coscienza sporca per l’uccisione di bambini».

La violenza in gioco

Avviso ai genitori: i termini in gioco in questa disputa sono violenti ed molto espliciti, così come sono violente ed esplicite le immagini rubate dal Center for Medical Progress. Si parla di bambini soppressi, aspirati, frullati e venduti a pezzi. Tutte cose che si vedono. È un tema da stomaci forti. Troppo “pro-life americano” per non apparire indigesto alle nostre moderne coscienze dopo tre o quattro decenni di “diritti civili”. Perciò, non sorprende il silenzio pressoché totale dei media italiani. Ma prima di decidere che non valga la pena di parlarne perché “i lettori non capirebbero”, bisognerebbe chiedere un parere a David Daleiden, di anni 26.

FONTE: Tempi.it, 14-09-15

Martedì, 15 Settembre 2015 00:00

Niente eutanasia, siamo inglesi


Con 330 voti contrari e 118 favorevoli, il Parlamento inglese ha respinto ieri il progetto di legge sulla legalizzazione del suicidio assistito dei malati in stato terminale, sotto la supervisione medica. Un progetto era stato molto dibattuto e molto contrastato all’interno di tutta la società inglese (Radio Vaticana, 12 settembre).

Una vittoria importante

Il commento più adeguato alla débacle del fronte pro-eutanasia ieri – riporta il quotidiano Avvenire – a Westminster è forse quello di Peter Saunders, leader della combattiva associazione Care not killing (Curare, non uccidere) che ha guidato il fronte civile contro la fallita legalizzazione del suicidio assistito per i malati con non più di sei mesi di vita: «Adesso speriamo che il Parlamento si dedichi ai problemi reali che sfidano il nostro Paese, assicurando che tutti possano accedere alle migliori cure disponibili, senza discriminazioni per i disabili o i malati terminali, e che le finanzi adeguatamente» (11 settembre).

Nonostante il premier David Cameron si sia opposto, alla vigilia era sembrato che i numeri – al quarto tentativo in dieci anni – fossero favorevoli per la svolta eutanasica di Londra. Evidentemente le numerose voci contrarie specialmente della categoria medica hanno fatto in modo tale che il fronte parlamentare fosse amplissimo nel suo rigetto della norma.

Ma i medici sono in maggioranza contrari

Il settimanale Tempi riporta l’opinione di Lord Bernard Francisco Ribeiro, già presidente del Royal College dei chirurghi, che ha affidato alle colonne del Telegraph un editoriale ricordando che i medici, cioè le persone che davvero avranno la responsabilità della morte delle persone, continuano a opporsi alla legge. «Una legge come questa segnerebbe un duro colpo per il principio [del giuramento di Ippocrate] “non nuocere” che sta alla base della professione medica», scrive. «Inoltre, un recente sondaggio condotto tra mille dottori ha fatto emergere che solo uno su sette sarebbe disposto a considerare una richiesta di suicidio assistito e solo uno su nove sarebbe pronto a consegnare i farmaci letali al paziente e ad assistere al suicidio. (…) Quattro su dieci sarebbero disposti a dare una consulenza medica (sull’entità della malattia e sulle possibili cure) ma niente di più» (11 settembre).

La propaganda pro-eutanasia…

In altrettanti sondaggi nella categoria dei medici, si sono espressi contro il suicidio assistito anche l’Associazione dei medici britannici, il Royal College dei medici, il Royal College dei medici di famiglia, l’Associazione per le cure palliative e la società geriatrica britannica. Inspiegabilmente però il sondaggio più citato in Parlamento, era quello realizzato dalle associazioni pro eutanasia per provare che la popolazione è favorevole alla legge, e secondo il quale l’82 % degli inglesi vuole il suicidio assistito. Sondaggio che è stato definito dall’autorevole Institute for Social and Economic Research della Essex University come fuorviante e inattendibile (Tempi, 11 settembre).

…arriva anche in Italia

Effettivamente sappiamo bene che se la legge fosse passata la maggior parte dei giornali laici avrebbe gridato vittoria, e al progresso della civiltà giuridica europea. Allo stesso modo una sconfitta andrebbe stigmatizzata come un errore, invece è quasi impossibile trovare un riferimento sui tre maggiori quotidiani italiani e sui settimanali. L’unico che se ne occupa con un articolo completo è Internazionale, che sceglie di tradurre un editoriale dell’Economist che da tempo si è schierato apertamente per il suicidio assistito. Si è capito che parlare delle sconfitte aiuta il fronte del no? Ci appare l’unica spiegazione…

FONTE: Aleteia, 12-09-15

Più di diecimila persone hanno manifestato a Santiago del Cile, sabato scorso, contro il progetto di legge in discussione in Parlamento, che legalizza l’aborto in tre casi (invalidità e malformazioni del feto, pericolo per la vita della madre, violenza sessuale subita dalla madre). I manifestanti, attraverso lo slogan “Cile in bianco per la vita” si sono ritrovati nella piazza del tempio votivo di Maipù per manifestare la loro contrarietà all’iniziativa legislativa. I presenti erano vestiti completamente di bianco e portavano delle croci nere. La manifestazione, oltre che a Santiago, si è tenuta anche in altre 32 città cilene.

FONTE: ancoraonline.it, 8-9-15

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