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52 voti contro 47, questa la maggioranza ottenuta in Senato da quanti richiedono l’approvazione sul disegno di legge che taglia i finanziamenti statali alla Planned Parenthood Federation. È recente la notizia che ‘la multinazionale dell’aborto’ si è macchiata del disgustoso scandalo della vendita di organi dei bambini abortiti volontariamente. Si è saputo che i feti di gravidanza avanzata venivano estratti vivi e poi soppressi per preservare meglio i loro piccoli organi.

Il disegno di legge potrebbe bloccare per un anno l’89 per cento dei finanziamenti federali alla Planned Parenthood.

L’istanza ora passa alla Camera dei Deputati, ma Obama ha già dichiarato che apporrebbe il veto presidenziale se il Parlamento approvasse questa legge. A fine mandato il Presidente non ha più remore e rivela la sua tenace opposizione ai temi di bioetica. Ormai tutti sanno che Planned Parenthood non è un consultorio familiare per la tutela della salute delle donne, ma che pratica soprattutto aborti, in maniera spregiudicata, spesso in violazione di norme igieniche e giuridiche allo scopo di massimizzare i profitti. Se passa in via definitiva il disegno di legge approvato dal Senato, i fondi che ora vanno alla Planned Parenthood sarebbero riassegnati ai centri di sostegno della maternità e della salute femminile che forniscono davvero una vasta gamma di servizi sanitari.

FONTE: www.puntofamiglia.net, 11/12/15


 
l tribunale di Belfast ha stabilito che le leggi che nell’Irlanda del Nord vietano l’aborto sarebbero incompatibili con la Convenzione europea sui diritti umani.
 
La sentenza di lunedì 30 novembre potrebbe portare a una modifica delle normative vigenti, secondo cui chi pratica un’interruzione di gravidanza sarebbe punibile col carcere a vita dato che è ancora in vigore l’Atto contro le offese alla persona del 1861. Questo stato è l’unico all’interno del Regno Unito in cui non viene applicata la legge sull’aborto del 1967.
 
Secondo la Commissione per i diritti umani dell’Irlanda del Nord, una conseguenza probabile potrebbe essere la legittimazione all’interruzione di gravidanza per le donne rimaste incinte dopo uno stupro, un atto incestuoso o in caso di malattie del feto.
 
[...]
 
FONTE: The Post Internazionale, 30/11/15
 
di Rodolfo Casadei
 
L’Economist amerebbe vedere la democrazia prendere piede in paesi come la Siria, l’Iran, l’Arabia Saudita o la Cina, ma vorrebbe ridurla un po’ negli Stati Uniti. Quando si tratta di questioni come l’aborto o i matrimoni fra persone dello stesso sesso, il settimanale britannico Bibbia del capitalismo finanziario vedrebbe di buon occhio che le competenze passassero dai rappresentanti dei cittadini, eletti nei legislativi dei singoli stati o al Congresso federale, ai giudici della Corte Suprema.
 
Lo ha scritto in un editoriale del numero in edicola dedicato al ricorso contro la legge texana che ha causato una riduzione nel numero delle cliniche per aborti esistenti sul territorio dello stato, contro la quale la Corte Suprema dovrebbe emettere una sentenza nei primi mesi dell’anno prossimo. Considerati gli orientamenti all’interno della Corte, che si sono già manifestati nella sentenza sul matrimonio fra persone dello stesso sesso nel luglio scorso, è prevedibile che la nuova sentenza non scontenterà gente come la Planned Parenthood Federation (che è in lite col Texas nei tribunali federali perché gli sono stati ritirati i fondi di Medicaid dopo lo scandalo dei tessuti fetali abortiti e rivenduti), Hillary Clinton o Barack Obama.
 
E l’Economist, che prevede che la sentenza verrà sfruttata dai candidati repubblicani per fare del vittimismo in occasione delle elezioni presidenziali dell’anno prossimo, mette le mani avanti spiegando che bocciare la legge texana sarebbe un atto di saggezza di cui i politici non si sono mostrati capaci: «Che nove giudici non eletti possano fare un lavoro migliore di migliaia di politici eletti a Washington o nei parlamenti dei singoli stati nel rappresentare quello che l’America, nel suo insieme, preferisce, – come è già accaduto in occasione della sentenza sul matrimonio gay – è un doloroso capo d’accusa contro la politica in America. Tuttavia esso è vero. Nonostante la reazione che ciò provocherà, la Corte dovrebbe bocciare l’HB2».
 
Secondo l’Economist la maggioranza degli americani è favorevole all’aborto legale in senso lato, ma una risicata maggioranza è favorevole a limitarlo dopo 20 settimane di gestazione. La legge del Texas prevede proprio questo, ma anche che i medici che operano nelle cliniche per gli aborti possano far ammettere i loro pazienti in caso di complicanze in un ospedale distante non più di 30 miglia dalla clinica per aborti, e che in caso di utilizzo della pillola abortiva, la donna debba essere visitata tre volte dal medico, due nel corso dell’assunzione della pillola e la terza in forma di follow-up entro 14 giorni. L’Economist, come la Planned Parenthood Federation, sono molto preoccupati perché questa normativa (entrata in vigore nell’ottobre 2013) avrebbe fatto diminuire il numero di cliniche per aborti nello stato da 41 a 18 fra il 2012 ed oggi, compromettendo il “diritto all’aborto” delle donne texane.
 
FONTE: Tempi, 26/11/15
 
La Commissione Costituzionale del Congresso peruviano ha rigettato definitivamente il progetto di legge che chiedeva la legalizzazione dell'aborto in caso di stupro. A detta di diversi critici e parlamentari la proposta di legge era in realtà un testa di ponte per la legalizzazione dell'aborto libero nel paese.
 
Per 6 voti contro 4 la proposta legislativa è stata rigettata per la seconda volta, dopo non aver passato alcuni mesi fa il voto della Commissione di Giustizia e Diritti Umani del parlamento peruviano.

L'iniziativa, promossa da diverse ONG, era finanziata dall'ente abortista Planned Parenthood che in Sud America investe milioni di dollari per influenzare le politiche governative nella direzione dell'accesso libero all'aborto.

Ma questa volta gli è andata male. Viva il Perù!

 
Circa 1000 volontari hanno pregato per 960 ore (40 giorni) davanti alle cliniche abortiste in Messico salvando la vita a 20 bambini che altrimenti sarebbero stati abortiti.
 
Lourdes Varela, direttrice in Messico della Campagna “40 Giorni per la Vita”, ha detto che questi bambini di sommano ai 658 che hanno salvato in più di 500 città nei 30 Paesi del mondo dove si realizza questa iniziativa. Varela ha raccontato che mentre i volontari pregavano le donne che si apprestavano ad entrare dentro clinica "si avvicinavano, ringraziavano per la nostra presenza, ci raccontavano la loro storia e decidevano di tenere il proprio bambino".
 
Nonostante “in questa occasione avessero messo delle transenne per evitare che le pazienti avessero qualche contatto con i volontari, rendiamo grazie a Dio per le mamme e i papà che hanno detto si alla vita. Nessuno di loro è solo, ciascun volontario li accompagna con la preghiera".
 
I volontari hanno pregato dal 23 settembre fino al 1 novembre di fronte alle cliniche dell'ente abortista Marie Stopes, che ha sede negli Stati Uniti, una delle principali promotrici della pratica anti-vita. “Con la nostra presenza nelle immediate vicinanze delle cliniche offriamo - alle donne che pensano di abortire - diverse opzioni per la vita, appoggio spirituale, orientamento e tutta l'informazione necessaria affinchè non percorrano questa strada".
 
Uno dei casi in cui hanno salvato un bambino, ricorda Varela, è stata quella di un giovane che stava attendendo la sua sposa fuori dalla clinica. Dopo aver chiacchierato con un volontario è entrato dentro e ha salvato la vita di suo figlio dicendo alla moglie che voleva tenerlo. Oggi questo bambino è vivo.
 
Volontari e coordinatori di “40 Giorni per la Vita” hanno già pianificato la prossima campagna per la Quaresima del 2016.
di Benedetta Frigerio
 
Ellinor Grimmark, l’ostetrica svedese che nel 2013 si era vista ritirare un’offerta di assunzione da una clinica di Eksjö a causa del suo rifiuto di compiere aborti, si era rivolta alla giustizia, confidando nel fatto che nel 2011 la Svezia aveva firmato una risoluzione del Consiglio d’Europa in cui si impegnava a tutelare l’obiezione di coscienza per i medici e il personale sanitario. Giovedì 12 novembre, però, la corte distrettuale di Jönköping, capoluogo dell’omonima contea, ha dato ragione all’ospedale.
 
La corte si è limitata a negare che vi sia stata nei confronti della donna alcuna forma di discriminazione religiosa (la Grimmark è cristiana), ma non è entrata nel merito del problema dell’obiezione di coscienza, ribadendo semplicemente che in Svezia vige «il dovere di garantire che le donne abbiano effettivamente accesso all’aborto».
 
Nel frattempo la Grimmark ha ricevuto lo stesso trattamento da altre due cliniche “per donne” ed è stata costretta ad andare a lavorare in Norvegia. Per questo Ruth Nordström, presidente dell’associazione Scandinavian Human Rights Lawyers, che difende l’ostetrica, trova la sentenza doppiamente sbagliata: in Svezia c’è estrema carenza di ostetriche, dunque «è sorprendente che la regione di Jönköping sia disposta a perdere lavoratori competenti nell’ambito sanitario a vantaggio della Norvegia che garantisce la libertà di coscienza».
 
Libertà che invece Ellinor Grimmark evidentemente non ha diritto di esercitare. Non in Svezia. La clinica Höglandssjukhuset di Eksjö, la prima che le ha sbattuto le porte in faccia, l’aveva dichiarata «non più adatta a lavorare con noi», arrivando perfino a mettere in dubbio che «una persona con questo punto di vista possa diventare un’ostetrica». Il copione si è poi ripetuto nei colloqui con la clinica Ryhovs, dove l’ostetrica si è sentita dire che «una persona che si rifiuta di fare aborti non può appartenere ad una clinica per le donne». Da ultimo è arrivato il “no grazie” dell’ospedale di Värnamo, che non ammette dipendenti che prendano posizioni pubbliche contro l’aborto. Così la donna ha dovuto espatriare per poter esercitare la sua professione. La battaglia legale, però, non finisce qui.
 
Dal momento che il tribunale «ha scelto di non esaminare nemmeno il diritto alla libertà di coscienza previsto dalla legge internazionale e dalla Convenzione europea dei diritti umani, (…) è molto probabile che faremo ricorso in appello», ha annunciato Ruth Nordström. Infatti, il giudice di Jönköping ha valutato solo l’ipotesi della discriminazione religiosa, ma per la Grimmark e la sua legale la battaglia non riguarda un problema “cristiano”: è in gioco la libertà di coscienza, riconosciuta come diritto umano dalla Convenzione europea che Stoccolma ha ratificato. Inoltre, ha aggiunto l’avvocato, «il diritto alla libertà di coscienza è riconosciuto negli standard etici della Federazione internazionale dei ginecologi e ostetrici, dall’Organizzazione mondiale della sanità e dal codice internazionale etico delle ostetriche». E non è finita: «Secondo la risoluzione 1763 del 2010 del Consiglio d’Europa – ricorda ancora Ruth Nordström – i lavoratori delle professioni sanitarie non possono essere obbligati o discriminati se si rifiutano di compiere o assistere a qualsiasi atto che ponga fine a una vita umana al suo inizio o al suo termine».
 
In qualunque modo finirà, la testimonianza di Ellinor Grimmark è servita a sfondare il muro di silenzio che da tempo avvolge questo tema in Svezia: «Come ostetrica – ha spiegato l’anno scorso la donna al quotidiano svedese Aftonbladet – voglio difendere e salvare a ogni costo la vita. Gli operatori sanitari in Svezia dovrebbero forse essere obbligati a prendere parte a procedure che eliminano la vita, al suo stadio iniziale o finale? Qualcuno deve mettersi dalla parte dei piccoli, qualcuno deve combattere per il loro diritto alla vita».
 
FONTE: Tempi, 20/11/15
di Auxi Rodríguez
 
 
Nonostante l’ondata pro-life che ha inondato gli Stati Uniti e ha prodotto numerose restrizioni statali alla pratica dell’aborto, la California punta alla liberalizzazione totale della pratica dell`aborto. L`ultima legge approvata dallo Stato, consente a infermieri, ostetriche e assistenti medici di praticare aborti.
 
La legge si basa su uno studio pubblicato nel 2013 dalla University of California, intitolato “Sicurezza di aspirazione dell`aborto eseguito da infermiere, infermiere ostetriche certificate e assistenti medici sotto una rinuncia legale in California.” Lo studio afferma che gli infermieri e il personale di assistenza medica sono ben qualificati per eseguire un aborto dopo una formazione specifica.
 
Lo studio è stato condotto tra il 2007 e il 2011 su un campione di 11.487 donne di età superiore ai sedici e con una gravidanza inferiore a 14 settimane di gestazione. La metà degli aborti sono stati realizzati da personale medico, e l’altra metà è da infermieri, ostetriche e assistenti medici. I risultati mostrano che c’è stato il doppio di complicazioni negli interventi effettuati dagli infermieri (1/40) che negli interventi dai medici (1/77).
 
Nonostante i risultati, lo studio conclude che i dati devono essere interpretati in modo “precauzionale” e quindi, si deve consentire ai non esperti di eseguire i processi di aborto. “Questi risultati devono essere interpretati con cautela. Le complicazioni in materia di aborto sono clinicamente equivalenti tra gli infermieri e i medici, dunque, sosteniamo l’adozione di politiche per permettere a questi operatori di eseguire ed espandere l’accesso alle cure sull’aborto”, si legge nello studio.
 
Gli infermieri e operatori sanitari avranno solo bisogno di un piano di formazione di sei giorni e di effettuare 43 aborti per essere competenti nella materia.
 
“Mentre coloro che sono coinvolti in questo studio vogliono far credere che gli aborti non medici siano sicuri, i propri risultati mettono in luce quanto è pericoloso. Raddoppiare il rischio di complicanze non sta migliorando la salute delle donne, ma sta solo aumentando i profitti del benefattore principale di questo studio: la Planned Parenthood”, ha dichiarato Troy Newman, presidente dell`organizzazione pro-life “Operation Rescue”.
 
Lo studio è stato condotto per fornire una “base scientifica” in modo che lo Stato della California abbia possibilità di approvare una legge che permetta a qualsiasi membro del personale medico di eseguire un aborto, mostrando che non c`è alcuna differenza tra l’esperienza e le qualifiche di un medico e un infermiere.
 
“Questo studio, che ha incoraggiato l’abbassamento degli standard di aborto in California, si basa più sulla propaganda che sulla scienza -ha detto Troy Newman-. “Si tratta di creare le condizioni per eseguire più aborti a scapito della salute delle donne. È un modo per imporre un programma di sinistra radicale che supporta la riduzione della popolazione attraverso l’aborto per motivi ambientali”.
 
FONTE: Matchman-news, 19/11/15
Martedì, 17 Novembre 2015 00:00

Spagna, in migliaia per il diritto alla vita

di Auxi Rodriguez 

Migliaia di persone hanno percorso il 15 novembre le principali strade di 25 città spagnole per difendere il diritto alla vita, dal concepimento alla morte naturale, e per chiedere alla Corte Costituzionale spagnola di risolvere la questione di costituzionalità, sollevata nel 2010, contro la legge sull’aborto libero approvata dal governo socialista di José Luís Rodríguez Zapatero.

Il dibattito sull’aborto continua a essere un tema caldo per l`opinione pubblica spagnola. Questo è l’obiettivo delle associazioni pro-vita: che la questione dell’aborto non sia dimenticata né archiviata, ma sia continuamente aperta in modo che i cittadini siano consapevoli degli orrori e delle conseguenze della pratica, e lottino per il suo divieto totale.

“Marciamo ancora una volta per le strade perché vogliamo mantenere vivo il dibattito sull’aborto, perché questo è il modo migliore di abolirlo prima o poi. E lo faremo quando Dio vorrà”, ha dichiarato Ignacio Arzuaga, presidente dell`associazione pro-vita Hazte Oir.

La marcia, realizzata contemporaneamente in 25 città spagnole e il cui focus principale è stato a Madrid, è stata organizzata dall’associazione spagnola in difesa della vita “Derecho a Vivir” appartenente a Hazte Oir. Sotto lo slogan “Ogni individuo ha il diritto alla vita”, migliaia di persone hanno marciato per le principali strade di Madrid fino a raggiungere la sede della Corte Costituzionale, in cui hanno chiesto ai giudici di fare il suo dovere e di risolvere la questione di costituzionalità, presentata nel 2010 dal Partito Popolare.

“Chiediamo al Tribunale Costituzionale di adempiere il proprio dovere di risolvere il ricorso del 2010 e di compiere la sua dottrina del 1985 sulla difesa del nascituro”, ha aggiunto Arzuaga. “L’aborto è contrario alla dottrina del Tribunale Costituzionale sull’articolo 15 della Carta Magna spagnola e abbandona totalmente il nascituro”, ha detto Gádor Joya, portavoce di Derecho a Vivir.

Alla marcia per la vita hanno inoltre partecipato diversi politici, tra cui quelli del Partito Popolare (PP) cui Mariano Rajoy ha lasciato fuori dalle liste del Congresso per le prossime elezioni, perché pro-life (i politici pro-vita che hanno votato contro la mini-riforma della legge sull’aborto attraverso la quale il governo ha rotto la sua promessa elettorale di porre fine la legge di Zapatero).

“I politici pro-vita del PP hanno solo la strada per la difesa della vita umana. Quelli che tirano le fila del mondo stanno agendo con grande irresponsabilità nell`accettare l’aborto. Io sono vivo perché non sono stato abortito, quindi voglio che tutti abbiano la stessa sorte di me”, ha dichiarato il deputato popolare Jose Eugenio Azpíroz.

La marcia si è conclusa davanti alla sede della Corte Costituzionale, in cui ci sono stati diversi interventi, tra cui quello del presidente di Hazte Oir, la portavoce di Derecho a Vivir e il deputato del Partito Popolare, Lourdes Mendez, che hanno chiesto ai cittadini di votare a favore dei bambini e delle madri nelle prossime elezioni del 20 dicembre. “Ora che le elezioni si avvicinano vi chiedo solo una cosa … Non tradite voi, non tradite migliaia di bambini che avranno solo voi e non tradite le loro madri. Non smettere di combattere per loro”, ha dichiarato Gádor Joya.

FONTE: Matchman-news, 17/11/2015

di Antonio Bonanata
 
Holley Tierney è quella che si suole definire una “mamma-coraggio”: alla 23ma settimana di gravidanza, mentre nel suo ventre crescevano due gemellini, i medici le hanno diagnosticato un cancro. 
 
La donna (25 anni, di Manchester) era stata colpita dal morbo di Hodgkin, un particolare tipo di tumore del sistema linfatico. Holley, affetta da forti dolori al petto, si era rivolta allarmata ai dottori, temendo che si trattasse di qualcosa correlato alla gravidanza che stava portando avanti. Dopo la diagnosi, i medici le hanno detto che avrebbe dovuto abortire per cominciare subito un ciclo di chemioterapia. Ma la donna, determinata a portare a termine la gestazione, si è rifiutata categoricamente.
 
Prima ha dato alla luce i due bambini, Harlow e Havana, nati sani e senza complicanze derivanti dalla malattia, e poi ha cominciato le cure per se stessa. Ora ha già completato un primo ciclo di chemio e, dopo 11 settimane in ospedale, ha finalmente potuto portare a casa i suoi due gemellini.
«Quando sono nati è stato il giorno più felice della mia vita, era un rischio che valeva la pena correre, tutto ciò che mi interessava era la loro salute» ha raccontato la neo-mamma. «Mai avrei potuto pensare di affrontare il cancro durante la gravidanza, era il mio peggior incubo. Sapevo di non avere alternative se non far nascere i miei due gemelli, l'istinto materno si era già sviluppato in me. Restare incinta è stato bellissimo e tutto è andato alla perfezione fino a quando ho cominciato ad avere dolori al petto e alle braccia. Sono un’insegnante di danza e quel giorno avevo trasportato delle casse, così ho ipotizzato che il dolore fosse dovuto a quello, ma essendo incinta ho pensato di andare a farmi un controllo in ospedale».
 
Il resto è storia nota: la diagnosi, la paura, la volontà, la speranza. Holley ha vinto la sua scommessa, Harlow e Havana sono nati e sono sani, la malattia della madre non ha lasciato loro alcuna conseguenza negativa. Racconta ancora la donna: «Quando i medici hanno capito che non ero intenzionata ad abortire, hanno provato a convincermi ad avere almeno un parto prematuro. Ma io volevo arrivare a tutti i costi a 30 settimane prima di sottopormi al cesareo. Ma alla 29ma i medici hanno detto che non avrei potuto aspettare oltre, altrimenti il cancro si sarebbe diffuso. Così ho cominciato la chemio».
 
Holley ha aggiunto che vederli per la prima volta è stata la sensazione più bella del mondo, quasi non credeva che fossero suoi.
 
FONTE: Il Messaggero, 12-11-15
Mercoledì, 11 Novembre 2015 00:00

Dopo cinque anni di coma, Giorgio si risveglia

Un grave incidente stradale lo aveva ridotto in coma vegetativo. Dopo cinque anni Giorgio Grena, 27enne di Foresto Sparso (Bergamo), si è svegliato. 

Una storia incredibile che, ancora una volta, risponde in maniera concreta al dibattito sull’eutanasia. 

Giorgio, dal 2010 era relegato allo stato vegetativo a causa di un grave incidente sull’A4 e nei cinque anni successivi non ha mai manifestato nessun cambiamento nell’interazione con l’ambiente circostante. 

Poi, improvvisamente, si è risvegliato dal coma.

Una “vittoria” per i genitori che decisero di portarlo in casa, rendendolo parte della loro quotidianità nonostante il suo stato e l’impossibilità di interagire con loro. Ad aiutarlo, in questi anni, nessun farmaco: solo l’amore. “È stato un miracolo e ne sono consapevole, ma i miracoli avvengono perché ci sono la fede e l'amore – ha raccontato Rosa Vigani, madre del ragazzo, a l’Eco di Bergamo – C'è stato un momento in cui ci è stato proposto di portare Giorgio in istituto ma l’abbiamo portato a casa e coinvolto comunque nella nostra vita, nei nostri discorsi. Ci ha unito un invisibile, indistruttibile legame che ha dato un senso alla perseveranza dei medici e di quanti con noi non hanno mai smesso di sperare, mettendoci amore e non semplice compassione”.

La storia di Giorgio è stata presentata per la prima volta all’incontro annuale sulle cure per la riabilitazione organizzato a San Pellegrino dall’associazione Genesis, nata nel 1989 in seno alla clinica Quarenghi e impegnata per il recupero dell’handicap da trauma cranico. Durante la fase più acuta, il 27enne è stato seguito dei medici della Fondazione Maugeri di Pavia e poi dallo staff della clinica Quarenghi di San Pellegrino Terme.

Loro, così come i genitori, non hanno mai perso la speranza. “Giorgio mostra un progressivo coinvolgimento con l’ambiente circostante – ha spiegato Marcello Simonini, medico fisiatra dell’Istituto Clinico Quarenghi a ‘Bergamonews’– riprende la comunicazione verbale e, seppur con marcata ipofonia (l’indebolimento patologico della voce, ndr.) è in grado di rispondere a semplici domande”. 

Ora Giorgio fa un percorso di riabilitazione, inizia la sua nuova vita. Ma ora i genitori sono decisi a battersi ancora. “Le persone in stato vegetativo non andrebbero lasciate sole - prosegue Rosa - occorre stimolarle, parlare con loro e renderle partecipi delle situazioni. Ora che Giorgio si è svegliato ci batteremo affinché la sua storia serva a denunciare ed abbattere le difficoltà e gli ostacoli che abbiamo affrontato in questi anni, in modo che le altre famiglie non debbano più viverle in futuro”. 

Una lotta per la vita che va affrontata, sempre.

FONTE: Il Giornale D'Italia, 10-11-15

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