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Giovedì, 07 Dicembre 2017 22:34

L'Immacolata ci guiderà alla vittoria

di Samuele Maniscalco

Domani si festeggia l'Immacolata Concezione di Maria. Questo dogma, proclamato nel 1854 dal Beato Pio IX, insegna che la Vergine, dal primo istante del suo essere, non ebbe mai alcuna macchia di peccato originale.
 
Etimologicamente, la parola “Immacolata” significa l’assenza di macchie e quindi di ogni e qualsiasi errore, per minimo che sia, e di ogni e qualsiasi peccato, per lieve e insignificante che possa sembrare.
 
La Madonna non rimase perciò soggetta alle miserie e alle cattive inclinazioni che gravano su tutti gli uomini a causa del peccato dei nostri progenitori.
 
Di conseguenza, tutto nella Santissima Vergine tende alla verità e al bene. Ella è la piena di grazia!
 
L'Immacolata rappresenta dunque l’intransigenza assoluta, sistematica, irriducibile, l’avversione completa e profonda ad ogni specie di errore o di male.
 
È quindi la condottiera naturale sotto il cui vessillo combattere la buona battaglia contro la cultura della morte. In primis contro l'aborto, essendo Ella Madre per eccellenza.
 
Se vogliamo perciò farla finita con l'odierna mattanza degli innocenti, dobbiamo innanzitutto rivolgere le nostre preghiere a Lei. 
 
Sotto l'Immacolata la nostra battaglia sarà vittoriosa. L'8 dicembre ricordiamoci di Lei.

di Francesco Mastromatteo


L’Africa è sovrappopolata e va aiutata dando accesso alla contraccezione ai 200 milioni di donne africane che nel 2017 non ce l’hanno ancora.

Questo in sintesi il messaggio emerso dalla conferenza internazionale tenutasi a Londra lo scorso 11 luglio, dove capi di stato e filantropi multimilionari come Bill Gates hanno fatto a gara per promuovere una raccolta di fondi destinata a finanziare la visione dominante tra le classi dirigenti dell’Occidente, per la quale gravidanze indesiderate e mancanza di pianificazione familiare sarebbero alla base della bomba demografica africana, a sua volta la causa dell’esodo migratorio.

Non a caso, nell’occasione sono stati deplorati i tagli decisi dall’amministrazione Trump alle organizzazioni non governative che includono l’aborto nei servizi offerti alle popolazioni locali.

Ma è proprio vero, come sostenuto per esempio dal presidente francese Macron e dal ministro danese per la cooperazione allo sviluppo Ulla Tornaes, che se la popolazione in Africa continuerà a crescere ai ritmi attuali, entro il 2050 gli abitanti del continente raddoppieranno, per cui sarebbe prioritario favorire la riduzione delle nascite?

In realtà, a guardare i dati reali dell’andamento demografico del Continente Nero, le cose stanno diversamente: le donne africane da tempo hanno smesso di generare 7-8 figli. Il tasso di fecondità è sceso sotto il 3% in Nord Africa e sotto il 5% in Africa subsahariana. Anche la densità di popolazione non è catastrofica come sembrerebbe: l’Africa ha 65 abitanti per miglio quadrato, la metà della media mondiale e molto meno rispetto, ad esempio, alle 203 persone per miglio quadrato dell’Asia. Gli africani non sono poveri perché fanno tanti figli: è vero semmai che a causa di tassi di mortalità infantile che si mantengono elevati, dovuti alla mancanza di sistemi di assistenza e previdenza sociale affidabili, per le famiglie africane la prole costituisce una garanzia di sopravvivenza.

A smentire la narrazione neomalthusiana degli occidentali sono gli africani stessi, che come ai tempi delle ingerenze di Obama sulla necessità di introdurre il matrimonio omosessuale negli ordinamenti giuridici dei loro stati, non esitano a denunciare apertamente quella che considerano una vera e propria forma di colonizzazione ideologica, come ha fatto la nigeriana Obianuju Ekeocha, ingegnere biomedico e fondatrice dell’associazione Culture of Life Africa, nata per difendere la sacralità della vita contro la cultura della morte. “La stragrande maggioranza degli africani – ha dichiarato – rifiuta l’aborto e con i pochi fondi a disposizione bisognerebbe migliorare la situazione alimentare, idrica, sanitaria e scolastica dei nostri paesi. Non è con i contraccettivi che usciremo dalla povertà”.

Concetti rilanciati dal professor Anthony Cole, presidente della Medical Ethics Alliance, per il quale sono condizioni mediche sviluppate ed ostetriche che sappiano fare il loro lavoro in condizioni igieniche sane e pulite i metodi per far uscire l’Africa dal sottosviluppo, mentre i milioni di dollari raccolti da governi e ong occidentali vengono spesso usati per sostenere governi corrotti e inefficienti.

“Sinceramente non capisco perché si senta la necessità di garantire alle donne africane il diritto all’aborto – ha ribadito laEkeocha durante un’intervistaalla Bbc - dato che nell’80% dei paesi africani l’aborto è illegale. Non perché non possono legalizzarlo - abbiamo parlamenti e governi in Africa - ma perché la stragrande maggioranza degli africani rifiuta l’aborto. Se la stragrande maggioranza degli africani non vuole l’aborto, non capisco perché l’Occidente dovrebbe spendere soldi per cercare di introdurlo. Quello che la gente vuole e chiede ogni giorno è cibo, acqua, servizi sanitari di base e scuole. Basta parlare con gli africani a casa loro per saperlo”.

La conduttrice australiana Yalda Hakim, presa in contropiede, ha preferito interrompere l’intervista: gli africani veri, evidentemente, non corrispondono troppo a quelli della propaganda ideologica

FONTERivista Voglio Vivere, N°50, Ottobre 2017

Lunedì, 30 Ottobre 2017 21:18

Charlie Gard: vittima di eutanasia di stato

di Federico Cenci

Avrebbe compiuto un anno di vita il 4 agosto scorso, il piccolo Charlie Gard. Ma la sua prima candelina non si è mai accesa, offuscata dalle tenebre dell’abbandono terapeutico e delle sentenze dei giudici.

Il caso del bambino inglese è balzato agli onori delle cronache internazionali nel giugno scorso, suscitando un ampio e acceso dibattito intorno ai temi del diritto alla vita e dell’eutanasia.

Nell’ottobre 2016 al piccolo di appena due mesi, nato sano, viene diagnosticata una forma di sindrome da deplezione del dna mitocondriale, malattiararissima che provocaprogressivo indebolimentomuscolare e danni cerebrali.

Charlie viene ricoverato al Great Ormond Street Hospital di Londra, centro pediatrico. Qui i medici lo attaccano a dei macchinari che gli consentono di respirare ed assorbire sostanze nutritive, inoltre lo sottopongono alle terapie previste dal protocollo sanitario che non portano a risultati positivi.

I genitori, Connie e Chris, tentano allora il tutto per tutto e si danno a un’estenuante ricerca su internet per trovare una cura a loro figlio. Si imbattono in una terapia sperimentale disponibile negli Stati Uniti. Un barlume di speranza, subito però soffocato dai medici del Gosh.

Questi ultimi, infatti, negano l’autorizzazione necessaria ai genitori per trasferire il piccolo in un altro ospedale. Per i camici bianchi inglesi, essendo Charlie “inguaribile”, il suo “miglior interesse” è l’eutanasia.

La coppia decide allora di portare il caso in tribunale.

Anche i magistrati, tuttavia, siallineano ai medici. In tre mesi,da aprile a giugno, collezionanouna ridda di sentenze negative,nelle corti britanniche e anchenella Corte europea dei dirittiumani.

È a questo punto che il “caso Charlie” travalica i confini britannici e solleva una mobilitazione internazionale.

Veglie di preghiera, manifestazioni, raccolte di firme smuovono le coscienze di grandi personalità. Il presidente Donald Trump offre la cittadinanza statunitense al piccolo per consentirgli di essere curato con la terapia sperimentale oltreoceano, mentre Papa Francesco esprime vicinanza ai genitori del piccolo.

Fa seguito alle parole del Pontefice l’intervento dell’ospedale vaticano Bambino Gesù, che decide di aprire un canale di dialogo con il Gosh e con la mamma di Charlie per sondare un’alternativa all’eutanasia. Il nosocomio romano fa da collante a un gruppo internazionale di medici, che prepara un documento in grado di mettere in luce nuove evidenze scientifiche sulla possibilità di cura di forme patologiche analoghe.

Il testo viene fatto recapitare ai vertici del Gosh, che lo analizzano e decidono di riaprire la questione passando ancora la palla alla Corte Suprema. Il destino di Charlie torna dunque a dipendere da quanto deciso nelle aule di tribunale.

Nel corso del nuovo processo - nel quale interviene anche il medico statunitense che offre una possibile cura – avviene tuttavia l’inopinato: i genitori del bambino abbandonano la battaglia legale e rimettono tutto nelle mani dei medici del Gosh, già pronti a staccare le spine che tengono in vita Charlie. È così che il 28 luglio - in una clinica privata poiché viene impedito di far morire il piccolo a casa - a Charlie Gard vengono sfilati i tubi dal naso che gli permettevano di vivere.

È lecito sospettare che il piccolo sia stato vittima di abbandono terapeutico. Al Gosh non si è nemmeno provato a curare Charlie, forse perché la sua vita debilitata è ritenuta da quei medici indegna di essere vissuta. I trattamenti proposti negli Stati Uniti, provati su bambini con patologie diverse ma simili, potevano essere utili, come ha dimostrato anche il documento firmato dal Bambino Gesù.

Piuttosto, si è preferito sbarazzarsi della questione staccando le spine. Un atto, quello dei medici, che ha cagionato direttamente e intenzionalmente la morte del bambino. Ecco perché è eutanasia, decisa per giunta da un ospedale pubblico: eutanasia di Stato.

FONTERivista Voglio Vivere, N°50, Ottobre 2017

di Federico Catani


Cinquant’anni fa, il 25 luglio 1968, papa Paolo VI pubblicava l’enciclica Humanae vitae.

Con quel documento, il Sommo Pontefice ribadiva che ogni atto matrimoniale deve necessariamente rimanere aperto alla trasmissione della vita, evitando perciò ogni azione che ostacoli il raggiungimento del suo fine intrinseco e primario, ovvero il concepimento.

In pratica, oltre a ricordare il significato unitivo e procreativo del matrimonio, Paolo VI riaffermava ciò che la Chiesa, sin dalle origini, ha sempre insegnato e predicato, ovvero che «è esclusa ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione. (…) È quindi errore pensare che un atto coniugale, reso volutamente infecondo, e perciò intrinsecamente non onesto, possa essere coonestato dall’insieme di una vita coniugale feconda». 

Ciò peraltro non esclude il lecito ricorso ai periodi infecondi, come l’enciclica sottolinea chiaramente.

Il divieto tassativo della contraccezione artificiale fa parte del Magistero ordinario ed immutabile della Chiesa, confermato lungo i secoli, e per ciò stesso gode del carisma dell’infallibilità. Eppure, in quegli anni di contestazione a tutti i livelli, Humanae vitae attirò su Paolo VI un’ondata impressionante di critiche e proteste, anche e forse soprattutto da gran parte dello stesso mondo cattolico.

Addirittura vescovi e cardinali dichiararono di non accettare il documento pontificio e si opposero radicalmente. L’impatto emotivo sul Papa fu talmente grande che da quel momento e sino alla morte non pubblicò più alcuna enciclica.

Anche oggi peraltro c’è chi sta tentando di cambiare e reinterpretare, in maniera del tutto abusiva, la dottrina sulla contraccezione. I fatti però hanno dato ragione a Paolo VI. Benedetto XVI nel 2008, in occasione dei quarant’anni della pubblicazione del documento, affermò che il suo contenuto “non solo manifesta immutata la sua verità, ma rivela anche la lungimiranza con la quale il problema venne affrontato”.

Effettivamente Humanae vitae è un testo profetico, oggi piùattuale che mai. Affrontacertamente un tema su cuiil mondo, ormai quasi tuttosecolarizzato e addiritturaanticristiano, non vuoleriflettere né discutere. 

Ai nostri giorni assistiamo sempre più alla pubblicizzazione dei metodi contraccettivi, presentati come rimedio indispensabile e sacrosanto per il sesso sicuro,oltre che come strumento per evitare la sovrappopolazione del pianeta.

Nessuno, in politica,a scuola, in famiglia e neppure in parrocchia si sognerebbe di vietare o di sollevare la benché minima critica alla pillola anticoncezionale o al preservativo. La mentalità contraccettiva si è impadronita dell’opinione pubblica: frutto della rivoluzione culturale e sessuale del 1968, proprio l’anno in cui uscì l’enciclica.

Ma la stessa scienza dimostra che il preservativo non preserva totalmente dalle malattie,perché incentivando il sesso irresponsabile e la promiscuità, non fa che aumentare il rischio, come fece notare anche Benedetto XVI.

Inoltre, pure la pillola non è innocua: reca gravi danni alla salute delle donne e peraltro non serve a ridurre il numero di aborti. Anzi, tanto più si ricorre alla contraccezione, tanto più aumentano le gravidanze giovanili, spesso indesiderate. 

Contraccezione e aborto, del resto, sono due frutti della medesima pianta edonista e ipersessualista, nata dalla rivendicazione di una libertà sessuale senza regole.

Quanto al rischio di “bomba demografica”, la realtà di tutti i giorni ci sta dimostrando che sul nostro pianeta c’è spazio per tutti e che caso mai nel mondo occidentale esiste il problema opposto: nascono sempre meno bambini e aumentano i morti.

Altro che sovrappopolazione: siamo all’inverno demografico! Se a tutto ciò aggiungiamo la distruzione delle famiglie e delle relazioni umane, incentrate su un’idea del sesso inteso come merce di scambio per fini egoistici, possiamo renderci conto meglio di quanto Paolo VI con l’Humanae vitae sia stato profetico.

Samuele Maniscalco
 
 
Se il buon giorno si vede dal mattino allora possiamo dire che il 2018 è iniziato male.
 
Come poter dire altrimenti quando soltanto poche settimane fa il Parlamento ha approvato il Biotestamento, ovvero la via italiana all'eutanasia?
 
Mentre scrivo, non so ancora se il Presidente Mattarella abbia firmato o meno la Legge sulle DAT. La mia speranza è che il nostro appello e quello di altre associazioni siano riusciti nel loro intento.
 
Ma se così non fosse, cosa fare? Dovremo certamente raddoppiare i nostri sforzi!
 
Nell'imminenza della ricorrenza dell'Epifania e con lo sguardo rivolto al panorama italiano, dobbiamo chiedere lo stesso coraggio che animò i Re Magi a mettersi in cammino da soli.
 
Dobbiamo avere il coraggio di proseguire la nostra battaglia anche dopo aver subito le sconfitte più pesanti.
 
Soli nel mondo pagano, ma in attesa della stella, in attesa dell’ora di Dio, quell’ora, per i Re Magi, fu consolatrice: fu il momento in cui nacque il Bambino Gesù.
 
Quell’ora, per noi, deve essere l’ora in cui riusciremo a convincere la maggioranza degli italiani che la vita è sacra, dal concepimento fino alla morta naturale.
 
Comunque vadano le cose, arriverà per tutti noi un momento molto preciso in cui una stella ci dirà che quell’ora tanto attesa è giunta.
Dobbiamo essere pronti per quell’ora, così come lo furono i Re Magi, modelli di fedeltà nei momenti di isolamento.
 
Che il 2018 sia l'anno che da tanto tempo attendiamo.
 
Tanti Auguri di una Santa Epifana.
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