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Mercoledì, 22 Novembre 2017 22:07

Il buon senso nell'affaire Cappato

di Samuele Maniscalco


Due settimane fa ha avuto inizio il processo a carico di Marco Cappato per aver aiutato Dj Fabo a raggiungere la Svizzera dove ottenne il suicidio assistito.

Per la procura l'imputato avrebbe semplicemente aiutato una persona ad esercitare il diritto (sic!) di morire con dignità, ma per Cappato è arrivata l'imputazione coatta imposta dal gip Luigi Gargiulo, il quale ha sostenuto che il reato non consente scappatoie.

Proprio Cappato, autodenunciandosi, parlò di aiuto al suicidio e anche se non indusse personalmente la morte, rafforzò «la volontà suicidaria» di Fabiano Antoniani, prospettando una «dolce morte» a un uomo cieco e paraplegico.

Cappato, inoltre, non si limitò ad accompagnarlo ma organizzò il viaggio e lo preparò anche mostrando i depliant della struttura svizzera specializzata in suicidi assistiti. Un’aggravante che ha portato il processo davanti alla Corte d’Assise che, in poco più di mezz’ora, ha fissato al 4 e al 13 dicembre le prossime udienze.

Se fossimo un Paese normale dovremmo attenderci una sentenza normale ovvero una condanna.

A giudici della Corte di Assisi, un criterio di giudizio l’ha già dato la Cassazione con la sentenza 3147 del 1998 in cui si legge: «È sufficiente che l’agente abbia posto in essere, volontariamente e consapevolmente, un qualsiasi comportamento che abbia reso più agevole la realizzazione del suicidio».

È quanto ha fatto Cappato? Sembra proprio di sì.

Affermare il contrario significherebbe aprire una voragine. Il risultato, allora, potrebbe essere una sentenza che metta il Parlamento con le spalle al muro, il quale si sentirebbe “costretto” a votare la legge sul testamento biologico (le DAT) che una volta di più si confermerebbe vero grimaldello legislativo per legalizzare in Italia l'omicidio del consenziente, un reato ad oggi punibile con la reclusione da sei ai quindici anni.

La sentenza definitiva potrebbe arrivare poco prima di Natale.

Chiediamo dunque al Bambin Gesù di illuminare le menti e i cuori dei giudici. Con la sua venuta, il Signore rafforzò nel cuore dell'uomo sentimenti di vera compassione verso il suo prossimo e ribadì con forza il Comandamento “Non uccidere”.

di Samuele Maniscalco

La percentuale dei suicidi tra le donne che hanno abortito è sei volte superiore alla norma.

Uno studio esauriente realizzato dalla britannica Society for the Protection of Unborn Children (Società per la Protezione del Concepito), ha evidenziato i gravi rischi per la salute fisica e mentale che corrono le donne  che si sottopongono a un aborto: tra questi l'incremento della probabilità che si suicidino.

Lo studio conferma ampiamente quanto denunciato da Generazione Voglio Vivere tramite l'opuscolo “50 domande e risposte sul Post Aborto”, scritto insieme alla Dott.ssa Cinzia Baccaglini, tra le massime esperte in Italia in materia.

La ricerca, guidata dal Dr. Gregory Pike, medico australiano dell'Adelaide Centre for Bioethics and Culture, raccoglie lavori scientifici realizzati a livello mondiale e si intitola «L'aborto e la salute delle donne».

Tra i risultati dello studio del Dr. Pike possiamo leggere che «il suicidio è circa sei volte superiore per chi abortisce rispetto a chi porta avanti la gravidanza». Le donne che hanno abortito sono esposte a un "dolore significativo" fino a tre anni dopo l'aborto, così come a un aumento del 30% del rischio di depressione, un rischio del 25% di aumento dell'ansia e un'alta probabilità di soffrire di disturbo post-traumatico da stress nelle gravidanze successive.

 Nel presentare lo studio il 27 ottobre di quest'anno, l'esperta Antonia Tully ha criticato il fatto che «la lobby e l'industria dell'aborto, che ricavano milioni di sterline dal contribuente per la realizzazione di aborti finanziati dallo Stato, non sembrano interessati all'impatto sulle donne».

 «La realtà è che l'impatto è angosciante e orrendo per molte donne».

Aver legalizzato anche in Italia l'uccisione del concepito nel grembo materno, ha creato un danno enorme alle relazioni umani e ha prodotto la distruzione più profonda del tessuto sociale.

L'aborto debilita i vincoli del matrimonio, perché quanto più numerosi sono i figli, tanto più i vincoli affettivi e morali tra i genitori si irrobustiscono. E la famiglia è la cellula base della società: se si debilita questa l'altra si sfalderà lentamente, aprendo le porte a un mondo individualista e egoista.

 

di Federico Catani

Truffe a danno dei contribuenti in nome del “diritto” all’aborto.

È quanto accade nei Paesi Bassi, dove recentemente alcune testate, come il Nederlands Dagblad e il De Volkskrant,hanno smascherato le frodi di cui si sarebbe macchiata CASA, organizzazione responsabile di circa la metà degli aborti olandesi. Le cliniche di questa associazione avrebbero rubato allo Stato circa 15milioni di euro negli ultimi dieci anni.

In pratica, secondo i summenzionati giornali, CASA avrebbe dichiarato, tra l’altro, spese per clienti non esistenti e per servizi che non fornisce in modo da ottenere lauti rimborsi dall’erario statale. In ultima istanza, soldi sottratti ai cittadini con le tasse.

L’ex direttore di CASA, Bert van Herk, sembrerebbe uno dei massimi responsabili della truffa. Nonostante ciò, quando lasciò l’incarico, ottenne una lauta buonuscita di 500mila euro. Da notare, peraltro, che van Herk è membro del consiglio direttivo della International Planned Parenthood Federation, la più grande organizzazione abortista del mondo, che specialmente negli ultimi anni è salita agli onori della cronaca per il turpe mercimonio di organi e parti del corpo dei bambini uccisi con l’aborto.

Ma in Olanda non sono solo le cliniche CASA ad aver commesso frodi fiscali negli ultimi anni. Secondo Nederlands Dagblad, anche la clinica abortista Bloemenhovekliniek, nella città di Heemstede, avrebbe truffato lo Stato (e dunque tutti i contribuenti) per una cifra di circa 800mila euro. Ed è assai sorprendente sapere che l’attuale direttrice, Thea Schippers, nel 2016 è stata premiata dal Ministero della Sanità per l’aiuto che presta alle donne in difficoltà. Detto in altri termini, ha ricevuto questo riconoscimento statale per uccidere bambini innocenti prima della nascita.

Come ha dichiarato Kees van Helden, responsabile dell'organizzazione pro-life olandese Schreeuw om Leven, «le donne che affrontano una gravidanza indesiderata spesso sono davvero in difficoltà. Il motivo più frequente per abortire nei Paesi Bassi è la precarietà finanziaria. Ma se lo Stato non offre un’alternativa all’uccisione dei bambini non ancora nati, allora siamo tutti moralmente falliti».

Ed è vero. Un Paese che uccide i suoi figli è un Pese fallito, destinato a scomparire e ad essere invaso da chi invece i figli li fa e li usa magari come mezzo di conquista. L’islamizzazione dell’Olanda, sempre più massiccia, è un chiaro segnale di questo processo.

Nei Paesi Bassi si effettuano 31mila aborti all’anno. 31mila vite innocenti spezzate in quello che dovrebbe essere il luogo più sicuro, il grembo della mamma. 31mila bambini che ogni anno vengono letteralmente fatti a pezzi ed aspirati perché indesiderati. Bambini che, come ricorda il pro-life van Helden, sono uccisi alla 19ª o 20ª settimana di gravidanza, quando «già misurano 22 centimetri di altezza e pesano circa 250 grammi e possono sentire, calciare, succhiare il pollice». Eppure per gli abortisti sono equiparabili a tumori indesiderati e da rimuovere.

Se a tutto questo orrore aggiungiamo le truffe da parte delle cliniche responsabili di tali omicidi, allora davvero sorge una domanda, valida anche per noi italiani: perché l’aborto deve essere finanziato dallo Stato? Perché le tasse dei cittadini debbono finire nelle tasche di questi centri che somministrano la morte? Perché il denaro dei contribuenti non viene usato per sostenere le famiglie e la natalità? Pagare chi uccide i bambini e fa credere alle donne che è un loro sacrosanto diritto disfarsi di una vita umana, non solo è criminale, ma suicida. A maggior ragione se, come nei Paesi Bassi, addirittura gli abortisti truccano i conti e frodano la collettività. 

FONTEhttps://www.ftm.nl/artikelen/abortuszorg-in-gevaar-door-malaise-bij-casa-klinieken?share=1

a cura di Federico Catani

 

 

Nel mese di settembre il Senato ha iniziato ad esaminare il disegno di legge sulle DAT (Disposizioni Anticipate di Trattamento), ovvero sul testamento biologico già approvato dalla Camera lo scorso aprile. In pratica si tratta della legalizzazione dell’eutanasia in Italia. E poiché la propaganda della “cultura della morte” usa casi estremi di sofferenza per promuovere la soppressione dei malati - spacciandola oltretutto per libertà di scelta – è il caso di ascoltare la testimonianza di Sara Virgilio, che all’età di 20 anni è andata in coma a seguito di un incidente e poi si è risvegliata.

Sara, puoi raccontare brevemente la tua esperienza di coma?

Per quanto mi riguarda ho soltanto alcuni frammenti di ricordo. Chiaramente durante il coma non si ha sempre la percezione di ciò che avviene, però ricordo bene mia mamma che parlava e il fatto di non sentire alcun dolore. Posso però dire che chi vive tale condizione, negli sprazzi di lucidità, vuole essere considerato persona: volevo uscire da quello stato e far capire agli altri che c’ero. Io mi sentivo viva. 

E ad un certo punto ti sei svegliata. I medici lo avevano previsto?

Assolutamente no. Non solo ero in coma, ma avevo, tra le altre cose, un’emorragia polmonare, una cerebrale e tutte le costole rotte. I medici non avevano dato quasi nessuna speranza ai miei. Ma io mi sono trovata ad avere una forza che forse non avrei immaginato, una straordinaria voglia di vivere. E dopo il risveglio, il percorso di riabilitazione è stato lungo e tribolato.

Quello è stato il momento in cui ho iniziato ad avvertire il dolore. Inizialmente non mi alzavo dal letto e potevo muovere solo la testa, poi sono stata sulla sedia a rotelle e ho recuperato lentamente l’uso della parola. Ovviamente i dolori che sentivo in tutte le parti lese erano spesso lancinanti, insopportabili, e i momenti di sconforto non son mancati. Eppure non ho mai chiesto di morire. 

È per la tua esperienza quindi che ti opponi alle DAT?

Certo, perché se prima dell’incidente avessi sottoscritto un testamento biologico, a quest’ora sarei già morta e non potrei raccontare la mia storia. Da sani è normale pensare che non si potrebbe resistere ad una situazione di coma o infermità. Ma trovarcisi, sebbene sia un’esperienza percepita in maniera diversa da persona a persona, è un’altra cosa. Com’è possibile prevedere il modo in cui si reagirà in determinate situazioni mentre si è in piena salute? Il testamento biologico non lascerebbe spazio al ripensamento. 

E cosa risponderesti a chi ti dicesse che oggi parli così solo perché sei guarita?

Prima di tutto va detto che il malato si deprime e chiede di morire quando è lasciato solo. Se invece sente la vicinanza e le cure degli altri, ha la forza di non mollare. Poi voglio sottolineare che quando sono uscita dalla condizione di coma non sapevo affatto se sarei mai tornata a camminare, a parlare e comunque a condurre la mia vita di prima. Inoltre io non sono guarita. Certo, cammino, parlo, ma nel tempo ho avuto altre patologie importanti, senza alcun legame con l’incidente avuto, che mi hanno messo e tuttora mi stanno mettendo a dura prova. Alcuni mi chiedono se ho mai pensato, visto tutto quanto mi è capitato, che fosse stato meglio non nascere.

Io rispondo sempre che se non fossi nata, sarei stata il nulla. E invece sono in un progetto. Quindi oggi, nonostante non stia bene, continuo ad essere convintamente contraria all’eutanasia. E questo anche perché sono profondamente credente. Io so che la vita è un dono che mi è stato dato e né io né i medici ne siamo i padroni. Con questa consapevolezza, nonostante tutti i miei difetti e limiti, nei momenti più difficili ho offerto il mio dolore e tutte le mie sofferenze a Dio, affinché se ne servisse in base ai suoi disegni. Accettare la croce non allevia il dolore, ma aiuta a sopportarlo. Se alla sofferenza si dà un significato, è possibile resistere. 

 

FONTE: Rivista Voglio Vivere, N°50, Ottobre 2017

 
 
Samuele Maniscalco
 
Lo scorso 28 settembre, ‘Giornata Mondiale per l’accesso all’aborto sicuro e legale’,  le femministe sono scese in piazza un po’ in tutta la penisola per attaccare l’obiezione di coscienza dei medici italiani, che impedirebbe la corretta attuazione della Legge 194 sull’aborto, e per chiedere che la pillola abortiva Ru486 venga distribuita anche nei consultori familiari in regime ambulatoriale, dunque al di fuori degli ospedali.
 
Le manifestazioni, a dire il vero, non hanno visto una partecipazione massiccia del popolo italiano ma sono state mediaticamente rilanciate dai grandi giornali che, su questi tempi politicamente corretti, non perdono mai l’occasione di schierarsi dalla parte dei più forti.
 
Le richieste delle manifestanti si scontrano però contro i dati allarmanti relativi all’utilizzo della pillola abortiva così come ricordato dal quotidiano La Verità nel pezzo ‘La lobby delle industrie dei farmaci dietro i cortei per l’aborto libero’ (29 settembre 2017).
 
Finora, “la comunità scientifica ha confermato la morte di 29 donne a seguito di aborto con pillola Ru486” alle quali andrebbero aggiunte “altre 12 persone decedute a seguito dell’uso del farmaco per fini diversi”.
 
Secondo l'autorevole New England journal of medicine la mortalità in seguito ad aborto chimico è 10 volte superiore a quella chirurgica.
 
Persino una biologa di fama internazionale come la Dott.ssa Renate Klein, femminista e laica, “sostiene da anni che chi a cuore la salute delle donne non può appoggiare in buona fede l’aborto chimico”.
 
Insomma, un brutto affare per la salute di milioni di persone che ha però un suo retroscena legato agli elevati introiti che le industrie farmaceutiche ne ricaverebbero una volta autorizzato l’uso della Ru486 in ambulatorio. 
 
Ogni singola pillola abortiva costa infatti, al Servizio sanitario nazionale, 850 euro, dovendo importarla dalla Francia dove viene prodotta dalla Exelgyn di Clermont Montferrand che la commercializza in 30 paesi.
 
Nel caso specifico, il quotidiano La Verità ha evidenziato come uno tra i maggiori sponsor della Fiapac, l’associazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione, sia proprio la Exelgyn
 
E “della Fiapac è vicepresidente la Dott.ssa Mirella Parachini, ginecologa del San Filippo Neri di Roma che risulta tra i fondatori dell’associazione Luca Coscioni” che proprio il 28 settembre scorso ha promosso una “petizione per rendere più semplice e «democratico» l’accesso alla Ru486”.
 
In sé, “nulla di illecito, significa però esiste una corrispondenza tra i vari attori di questa campagna”. 
 
Insomma, a parte possibili guadagni stratosferici delle multinazionali farmaceutiche, di “sicuro”, in questa ‘Giornata Mondiale per l’aborto’ appena celebrata, non c’è nulla. 
 
 
Soprattutto vorremmo consigliare loro di smetterla di chiamare il concepito un grumo di cellule. Egli è uno di noi e come tale va rispettato e tutelato.
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