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COMUNICATO STAMPA 13/3/17

«Siamo fortemente preoccupati per la sorte di tante persone, tra cui numerosi bambini, con disabilità gravissima accolte nelle nostre case famiglia. Si tratta di persone che non possono esprimere in autonomia la loro volontà a causa del loro handicap. Con questa proposta di legge, il rappresentante legale del minore o della persona incapace potrebbe interrompere qualsiasi tipo di cura, anche l'idratazione e l'alimentazione, staccando la Peg o la Tracheo usati da molti di loro per vivere».

Con queste parole Giovanni Paolo Ramonda, Presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, interviene in merito alla discussione nell'Aula della Camera dei Deputati sul disegno di legge sul testamento biologico. Continua Ramonda: «Questa legge, se approvata, aprirebbe ad una forma di eutanasia omissiva. Inoltre l'assenza della possibilità di ricorrere all'obiezione di coscienza per un medico porta il paese ad una deriva di tipo totalitario».

«Le persone con disabilità gravissima che accogliamo hanno voglia di partecipare, di andare sulle alte vette, di vedere il mare, di incontrare un sorriso. Desiderano avere qualcuno che si giochi la vita con loro. La sofferenza - conclude Ramonda — non è data dall'handicap o dalla malattia, ma dalla solitudine che si crea a causa di queste condizioni».

La Comunità di don Benzi ha pubblicato sul proprio sito un documento relativo al disegno di legge in discussione.

 

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La Bolivia potrebbe modificare la legislazione vigente sull’aborto, già ampiamente libertaria, consentendo anche alle madri in difficoltà economiche o in situazione di estrema povertà di accedere all'aborto.

Oltre a queste due, la proposta - attualmente al vaglio del Parlamento – legalizzerebbe la possibilità di abortire entro le prime otto settimane di gravidanza anche per le gestanti minorenni e in qualsiasi fase della gestazione per i seguenti casi: rischio di vita, prevenzione integrale della propria salute, malformazione del feto, se la gravidanza è il risultato di stupro o di un incesto e quando si tratti di  una bambina o una adolescente.

Unico requisito quello di riempiere un formulario che registri il consenso e le ragione della decisione di abortire, senza la necessità di nessun altra procedure o tramite.

Sempre secondo questa iniziativa, il medico non potrà negarsi a praticare l’aborto e sarà obbligato a mantenere il segreto professionale.

Un delirio totale che metterebbe a rischio l’esistenza di migliaia di bambini e renderebbe la vita nel grembo materno ancora più pericolosa di quanto non lo sia oggi.

Tratto da http://www.latercera.com/noticia/bolivia-propone-legalizar-aborto-caso-pobreza/  

 
Lo scorso 16 febbraio il Parlamento francese ha approvato la legge che estende il reato di “ostacolo all’interruzione volontaria di gravidanza” a quei siti web che «deliberatamente ingannino, intimidiscano e/o esercitino pressioni psicologiche o morali per scoraggiare il ricorso all’aborto».
 
In pratica questo significa che d’ora in poi, in un Paese dove avvengono oltre 200 mila aborti l’anno, quanti saranno giudicati responsabili di diffondere «affermazioni o indicazioni tali da indurre intenzionalmente in errore, con scopo dissuasivo, sulle caratteristiche o le conseguenze mediche dell’interruzione volontaria di gravidanza», potrà incorrere in una pena massima di 2 anni di prigione e 30mila euro di multa. 
 
È del tutto evidente che questo sarà l’escamotage usato dalle autorità francesi per mettere il bavaglio a tutte le associazioni pro-life e per soffocare ogni forma di dissenso contro la cultura abortista. Basterà una semplice osservazione per finire nel mirino delle autorità.
 
Come hanno notato in molti, siamo di fronte ad un vero e proprio reato di opinione tanto più pericoloso quanto più la sua formulazione è vaga ed estensibile. Per questo motivo ci si deve ormai chiedere cosa sarà perseguibile e cosa no. La testimonianza su un sito internet di una donna che ha abortito sarà da considerare un fatto criminale? Annunciare e poi tenere un convegno pubblico in cui si spiega chiaramente che l’aborto è l’omicidio di un bambino indifeso e innocente è da ritenersi una forma di violenza contro le donne? Parlare della sindrome post-aborto o del diritto alla vita, il cui inizio e la cui intrinseca dignità cominciano dal concepimento, diverrà un discorso d’odio?
 
Ancora una volta la liberté di cui la Repubblica francese a parole si vanta viene calpestata. La viscontessa Marie-Jeanne Roland de la Platière, che aveva appoggiato la Rivoluzione del 1789 per poi finire ghigliottinata dai giacobini durante l’epoca del Terrore, lo disse chiaramente, prima di andare al patibolo: «Oh Libertà, quanti delitti si commettono in tuo nome!». 
 
Proprio così. In nome di una presunta libertà di scelta, alle donne viene tolta finanche la libertà di poter scegliere con cognizione di causa. Anche a costo della loro salute. Per non parlare della vita dei bambini.
 
Federico Catani

Esiste purtroppo un filo rosso, rosso come il sangue versato da milioni di persone innocenti, che lega il secolo scorso – il secolo dei totalitarismi atei e massificanti – al nostro.

Oggi come ieri, viene messo continuamente in discussione il valore ontologico della vita stessa, creando categorie sempre più specifiche dentro le quali inserire i deboli, gli indesiderati, i depressi, le persone malate etc.. per poterle fisicamente eliminare con o senza il loro consenso.

Era il 1941 quando a Berlino, in pieno regime nazionalsocialista, si proiettava nei cinema della capitale il film dal titolo Ich klage an (Io accuso), il quale non era “che una spudorata esaltazione dell'eutanasia: l'accusato in questione è un medico prima restio alla eutanasia ma più tardi convinto da un collega e da un bene elaborato episodio dell’ opportunità sociale di simili omicidi1. Prodotto in collaborazione con il ministero della propaganda, fu presentato in concorso alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia e aveva in realtà l'obiettivo di supportare il programma Aktion T4 (noto anche come programma eutanasia), che sarebbe stato propedeutico al piano di sterminio degli ebrei dell’Europa orientale.

A oltre settanta anni di distanza, la nostra Camera dei Deputati inizierà invece a discutere una legge sul biotestamento che inevitabilmente aprirà la porta alla cosiddetta “dolce” morte che di dolce non ha proprio nulla.

Complice anche l’azione di Marco Cappato che ha usato la situazione di dolore di Fabiano Antoniani, l’ex “dj Fabo”, per impressionare l’opinione pubblica ed esercitare così forti pressioni sulle istituzioni al fine di ottenere subito una legge in tal senso.

Anche in questo caso i mass-media hanno messo in campo una forte propaganda per raccontare ed esaltare il suicidio in Svizzera di Fabo, descritto come un atto giusto che gli avrebbe conferito nuovamente quella dignità persa, a loro dire, tanti anni fa.

La verità è che Fabiano è morto e non ha riacquisito alcuna dignità non esistendo più la sua persona.

Dicevamo però di una sapiente propaganda messa in moto al fine di convincere gli italiani della necessità di legiferare subito in materia.

Ora, come sappiamo ‘dj Fabo’ è morto lunedì 27 febbraio. Una data non casuale: è lo stesso giorno in cui era stato calendarizzato dalla conferenza dei capigruppo della Camera dei Deputati, l’inizio della discussione del disegno di legge sulle direttive anticipate e sul consenso informato (il Ddl sul biotestamento). Possibile che una morte che richiede – secondo quanto riporta la stessa Dignitas sul suo sito2 – un iter di diverse settimane, sia avvenuta proprio in questa data? O forse c’è qualcosa in più? Tutto ciò potrebbe rispondere ad un disegno politico?

Ci sono diverse persone, malate da anni o che da tempo si fanno carico di parenti in situazioni difficilissime, che nei giorni scorsi avrebbero voluto gridare a Fabiano che la vita vale la pena. Ma la stampa non gli ha dato la risonanza riservata all’ex dj.

Ovviamente i maggiori quotidiani hanno dipinto l’Italia come il fanalino di coda rispetto a tutti quei paesi che hanno già adottato leggi “civili” al passo con i tempi. Tra questi possiamo prendere  amò di esempio l’Ontario.

È piuttosto istruttivo leggere infatti quanto riportato da Le Journal de Montréal e dal The National Post sulla situazione attuale.

Lì, il suicidio assistito è legale da otto mesi ma suscita malessere tra i medici. Ventiquattro di loro hanno chiesto di ritirare il proprio nome in modo permanente dalla lista dei professionisti disposti a praticarla3. «Un’altra trentina si è dichiarata indisponibile», esprimendo la necessità di un «periodo di riflessione».

Un numero abbastanza importante da essere notato dall’Associazione Canadese dei Medici.

Questi medici avendo «aiutato i pazienti a mettere fine» alle loro vite avrebbero subito «uno stress emotivo» o il «timore di sentirsi perseguitati». In definitiva «hanno trovato l’esperienza troppo difficile per poter dare nuovamente questa assistenza», descrivendo l’atto in sé come «troppo doloroso»4.

Come si vede stiamo parlando del “civilissimo” Canada che evidentemente può essere al passo con i tempi quanto vuole ma non riuscirà mai a cancellare dalla natura dell’uomo l’assoluta certezza che qualsiasi forma di eutanasia non è altro che un omicidio.

Con tutto ciò, i difensori di questa pratica continuano purtroppo ad avanzare in Europa. Nelle loro dichiarazioni più spinte arrivano a teorizzare che la società debba liberarsi dal peso rappresentato dai disabili e dagli anziani dipendenti.

Quando però il diritto alla vita di un solo essere umano innocente non è più garantito, la vita di tutti viene messa a rischio. Basta essere incluso nella categoria sbagliata.

È ciò che inevitabilmente è accaduto in Belgio dove nel 2012 diversi medici e scienziati hanno firmato un articolo nel quale si affermava: «Depenalizzando l’eutanasia, il Belgio ha aperto un vaso di Pandora. Come previsto, una volta tolto il divieto, si cammina rapidamente verso una banalizzazione dell’eutanasia. Dieci anni dopo (…), l’esperienza dimostra che una società che sostiene l’eutanasia rompe i legami di solidarietà, fiducia e sincera compassione che sono alla base del “vivere insieme”, arrivando ad auto-distruggersi»5.

Lex creat mores (la legge crea costume): ogni legge crea una mentalità e ha un profondo impatto sul tessuto sociale e sulla vita di chi è a favore e di chi è contrario. Il permesso statale di togliere la vita equivale a consacrare una visione ben precisa, e di parte, della persona umana, veicolando valori sociali, morali e culturali che di necessità influenzano tutti. Se venisse approvato in Italia il biotestamento, verrebbe iscritta nella legge una visione antropologica ben precisa, imponendola a tutti i cittadini.

L’ha sintetizzato molto bene, alcuni anni fa, il bioeticista americano Daniel Sulmasy: «Una volta che l’eutanasia sarà legalizzata, la norma si ribalterà e la domanda da porre alla persona vulnerabile diventerà: perché non ti sei ancora suicidata?»6.

Il progetto di legge sulle disposizioni anticipate di trattamento che verrà discusso alla Camera dei Deputati ha un obbiettivo preciso: favorire ed anticipare quanto prima la morte delle persone "inutili" alla società, soprattutto quelle prive di coscienza e gli anziani in stato di demenza.

L’articolo 2 permetterà ad esempio ai tutori degli interdetti o agli amministratori di sostegno di negare il consenso a nuove terapie per gli assistiti: ma il progetto di legge considera terapia anche la nutrizione e l'idratazione artificiale, cosicché, come avvenne per Eluana, i tutori potranno determinare la morte per fame e per sete dei loro assistiti7.                     

Ci auguriamo che il Palmento non approvi mai una simile legge omicida e al contempo abbia il coraggio di affermare che la vita di ogni uomo è sempre e comunque intangibile. Lo Stato deve invece assicurare sempre le cure mediche a tutti i suoi cittadini per tutelare il loro diritto alla salute e l’assistenza necessaria nei casi di grande invalidità.

Generazione Voglio Vivere

 

NOTE

  1. Actes et documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale, Vol. V. p 195. Rapporto diplomatico indirizzato alla Segreteria di Stato di Sua Santità, redatto il 10 Settembre 1941 dal Nunzio Apostolico monsignor Cesare Orsenigo.
  2. «Per ogni singolo caso, un viaggio di questo genere, il colloquio con un medico, la redazione di una ricetta e il suicidio assistito è preceduto da un iter Dignitas che normalmente richiede fino a tre mesi, ma che può durare anche più a lungo. Solo dopo questa procedura preparatoria, entro tre o quattro settimane, potrà aver luogo il suicidio assistito».
  3. I medici iscritti a questa lista in data 17 febbraio 2017 erano 137.
  4. Fin de vie, Synthèse de presse bioéthique, 28 febbraio 2017.
  5. Dix ans d’euthanasie : un heureux anniversaire?, 13 giugno 2012 http://bit.ly/2mqe4Wq
  6. «Controllare la vita? È un illusione...». Intervista a Daniel Sulmasy, Tracce N.7, Luglio/Agosto 2013 http://bit.ly/2mHSZrD
  7. Contro la legalizzazione dell'eutanasia: nessun compromesso!. Comitato Verità e Vita, Comunicato Stampa 2 marzo 2017

L’8 marzo, festa priva di fondamento storico in quanto dovrebbe commemorare 129 lavoratrici morte in un famigerato incendio newyorkese nel 1908, si verificò non l’8 ma il 25 marzo, con vittime di entrambi i sessi e, soprattutto, nel 1911, la “Giornata della donna” già istituita.

Per onorare a modo suo questa ricorrenza, Magistratura democratica (Md), la corrente di sinistra dell’Associazione Nazionale Magistrati, ha pensato bene di appoggiare esplicitamente i bandi pubblici riservati ai medici non obiettori di coscienza della Regione Lazio e definiti «iniqui» dall’ordine dei medici di Roma.

Tutto questo a poche ore di distanza dall’uscita dell’ultimo report dell’ Istat sugli “Indicatori demografici” nel nostro paese.

Mentre registriamo 608 mila decessi, nel 2016 le nascite hanno toccato un nuovo minimo storico: 474 mila unità, circa 12 mila in meno rispetto al 2015. La popolazione invecchia e quasi un quarto degli abitanti ha più di 65 anni.

Questi dati però non preoccupano i collettivi femministi che strumentalizzando ancora una volta la ricorrenza di oggi si sono strappati le vesti per ogni  “forma di sopraffazione patriarcale che va dallo “svuotamento” della legge 194 con un obiezione di coscienza che arriva a toccare punte dell’80 %, ad una quasi inesistente e valida informazione sui metodi contraccettivi d’emergenza (…). Ci batteremo (…) contro ogni tipo di attacco alla nostra libertà sessuale ed ai nostri diritti riproduttivi, per il pieno accesso alla Ru486 con ricorso a 63 giorni ed in day ospital”. [1]

Dunque, la piena realizzazione di una donna passerebbe anche e soprattutto attraverso l’uccisione del più debole.

A questa idea macabra che fa combaciare la propria libertà con la soppressione della libertà altrui, ovvero quella del bimbo che si porta in grembo, preferiamo volgere il nostro sguardo all’esempio di S. Gianna Beretta Molla (4 ottobre 1922 – 28 aprile 1962).

Donna meravigliosa amante della vita, sposa, madre, medico professionista esemplare, donò la propria vita per salvare quella di sua figlia e fu indicata da Giovanni Paolo II come modello di madre e sposa.

Alcuni giorni prima del parto, pur confidando nella Provvidenza, era pronta a donare la sua vita per salvare quella della sua creatura. “Mi disse esplicitamente” - ricorda il marito Pietro - “con tono fermo e al tempo stesso sereno, con uno sguardo profondo che non dimenticherò mai: Se dovete decidere fra me e il bimbo, nessuna esitazione: scegliete - e lo esigo - il bimbo. Salvate lui”.

Se proprio dobbiamo festeggiare l’8 marzo facciamolo conoscendo e facendo conoscere la storia di questa grande donna del nostro tempo attraverso il DVD “La Scelta di Amare”.

Richiedi il DVD "La scelta di Amare"!

Il film documenta, in modo toccante e commovente, la vita di Santa Gianna, attraverso interviste con il marito, i figli, la nipote, il fratello Don Giuseppe e la sorella Madre Virginia, le amiche, lettere e ricordi di famiglia.

“Il mondo cerca la gioia ma non la trova perchè lontano da Dio. Noi, compreso che la gioia viene da Gesù, con  Gesù nel cuore portiamo gioia. Egli sarà la forza che ci aiuta”. [2]

 

Newsletter Generazione Voglio Vivere del 08/03/2017

[1] Nota di #NonUnaDiMeno Reggio Calabria
[2] S. Gianna Beretta Molla. Quaderno dei ricordi durante i SS. Esercizi, 1944 - 1948

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