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di Redazione


Cosa accadrà ai minori se le DAT (Dichiarazioni anticipate di Trattamento) verranno approvata?
 
Riprendendo l’ultimo Comunicato Stampa del Comitato Verità e Vita leggiamo che il testo dell'art. 2 (Minori e incapaci) recita: «Il consenso informato (…) è espresso dai genitori esercenti la responsabilità genitoriale o dal tutore o dall’amministratore di sostegno, tenuto conto della volontà della persona minore di età o legalmente incapace o sottoposta ad amministrazione di sostegno». 
 
Questo significa - fa notare giustamente il Comitato – che “il minore o l'incapace (se potranno: ma ovviamente non potranno farlo né i neonati né le persone in stato di incoscienza) potranno esprimere la loro volontà rispetto alle scelte terapeutiche, ma saranno genitori, tutori ed amministratori di sostegno a manifestare il consenso informato, l'unico ad essere efficace dal punto di vista giuridico, quello sulla base del quale potranno essere iniziate o interrotte terapie”.
 
La lettura dell'art. 1 dimostra inoltre che genitori del minore, tutore o amministratore di sostegno potranno adottare qualsiasi decisione, in quanto avranno:
 
a) la possibilità di rifiutare o accettare qualsiasi accertamento diagnostico; 
 
b) la possibilità di rifiutare o accettare qualsiasi trattamento sanitario o anche singoli atti del trattamento stesso; 
 
c) la possibilità di revocare il consenso in precedenza prestato con conseguente diritto all'interruzione del trattamento.
 
In sintesi tutto ciò significa che “le decisioni di genitori, tutori e amministratori di sostegno saranno insindacabili: i medici non potranno rifiutarsi di interrompere i trattamenti sanitari, anche salvavita, né intraprendere nuovi trattamenti sanitari contro o senza la loro volontà: il comma 7 dell'art. 1 stabilisce che «il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente» e, quindi, quanto a minori, interdetti o sottoposti ad amministrazione di sostegno, a quella espressa da genitori, tutori ed amministratori”.
 
Non essendo inoltre prevista alcuna possibilità di ricorso all'Autorità Giudiziaria i medici dovranno soltanto dare attuazione alle decisioni prese da quei soggetti.
 
Vogliamo davvero essere una nazione che uccide i bambini?! Non faremo nulla per fermare questa barbarie?
 
 
Non possiamo più tacere!
 
L’inizio della discussione alla Camera dei Deputati del disegno di legge sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT), meglio note come Testamento Biologico e previsto inizialmente per il giorno 30, ha ottenuto una proroga di tre settimane per poter dare alla Commissione Affari Sociali il tempo necessario di discutere i 280 emendamenti presentati al testo unificato.
 
Già da alcuni giorni Generazione Voglio Vivere aveva lanciato una petizione per dire No a questa iniziativa che calpesta la dignità del malato. Il numero di firme sinora raccolto ci ha mostrato l'interesse generale delle persone a non essere lasciate all'oscuro su di un tema così importante. Non dobbiamo però abbassare la guardia.
 
Dietro le rassicuranti espressioni "consenso informato" e "Dichiarazioni Anticipate di Trattamento" si nasconde una esplicita e brutale legalizzazione dell'eutanasia delle persone deboli e malate, anche senza o contro il loro consenso.
 
Se questo disegno di legge dovesse passare:
 
- il tutore potrà far morire il soggetto incosciente negandogli, oltre che le terapie, anche il cibo e l'acqua;
 
- sarà possibile determinare la morte di neonati prematuri o disabili o affetti da malformazioni impedendo ogni trattamento intensivo neonatale;
 
- anziani in stato di demenza, soggetti incapaci o privi di coscienza potranno rimanere senza le terapie necessarie per mancanza di consenso, così da giungere alla morte.
 
Proprio in questi giorni, a dimostrazione del fatto che non stiamo diffondendo inutili allarmismi, la commissione di controllo per l’eutanasia, in Olanda, ha trasferito per la prima volta in 16 anni un caso ai giudici per violazione della legge. I revisori hanno riconosciuto che una donna affetta da demenza in stato avanzato, che aveva fatto intendere in modo chiaro di non volere l’iniezione letale ma di volere vivere, è stata ugualmente uccisa.
 
Nonostante siano stati accertati questi fatti però, la commissione ha chiesto alla procura di non accusare né condannare il medico per omicidio...
 
Un fatto orribile che si ripeterà nei nostri ospedali se non fermeremo oggi stesso questa legge omicida.
 
Il fulcro della proposta è sempre lo stesso: rendere possibile la morte procurata di tutti i soggetti "imperfetti" o "inutili" alla società, se non addirittura "costosi" per la società e per i loro familiari. Una possibilità che riguarda tutti noi che, prima o dopo, avremo a che fare con malattie serie o l'età avanzata.
 
La proposta non garantisce la libertà effettiva e un'informazione adeguata per chi firmerà questi fogli che potranno trasformarsi in vere e proprie condanne a morte. Un risultato che sarà ottenuto con la garanzia per i medici di non avere nessuna conseguenza, né civile né penale.
 
Contro questa proposta occorre una presa di posizione dura e senza compromessi.

Firma la petizione per dire «NO» al Testamento Biologico!

Giovedì, 06 Ottobre 2016 17:03

Obiezione fiscale: oggi l'appello

Si è tenuto oggi presso la Commissione Tributaria Regionale di Bologna l'udienza di appello del ricorso presentato da Andrea Mazzi, obiettore di coscienza alle spese militari ed abortive, riguardo una cartella esattoriale ricevuta per non avere versato nel 2006 50 Euro di imposta Irpef.

Mazzi appartiene alla Comunità Papa Giovanni XXIII ed ha scelto la strada dell'obiezione fiscale «per non finanziare – dice – la morte di altri miei simili con i miei soldi».

La cifra di 50 euro l'ha poi versata all'Ufficio Nazionale per il Servizio Civile, e alla Comunità Papa Giovanni XXIII di cui fa parte, inquanto «realtà che concretamente promuovono la pace e la vita».

Questa scelta l'ha già pagata di persona, arrivando ad essere privato dell'automobile per 9 mesi nel 2008. 

«Ritengo che pagare le tasse sia un dovere - continua Mazzi - ma non posso accettare che i miei soldi siano usati per mantenere in piedi dei sistemi oppressivi, che privano della vita tanti miei concittadini e portano guerra e distruzione in tante parti del mondo».

Le obiezioni alle spese militari e abortive sono – sostengono i promotori di questa forma di obiezione di coscienza della Comunità Papa Giovanni – profondamente legate tra loro: esercito, armi, aborto e fecondazione artificiale sono gli unici ambiti in cui i contribuenti finanziano la distruzione di vite umane. 

Giovanni Ramonda, Responsabile generale della Comunità, ne sostiene la scelta:  «Occorre che le istituzioni concedano il diritto all'opzione fiscale alle spese militari. Carichi di armi oggi partono da porti ed aeroporti italiani ed alimentano conflitti in tutto il mondo, in palese violazione della legge 185/90; non possiamo continuare a piangere sulle vittime di queste violenze senza fare scelte concrete per mettere fine a tutto questo. In modo analogo, mentre il nostro paese lentamente si spegne per il declino demografico, continuiamo a destinare risorse a sopprimere giovani vite anziché accoglierle e prendercene cura. Ogni giorno 270 bambine e bambini vengono abortiti con i soldi delle nostre tasse. Sempre con l'opzione fiscale può essere possibile per chi lo desidera sostenere direttamente le maternità anziché gli aborti».

Nell'udienza di oggi in particolare la Commissione si è interrogata sulla richiesta di annullamento della sentenza di primo grado, sfavorevole all'obiettore.  La sentenza arriverà entro un mese.

Ha dichiarato all'uscita Mazzi: «l'Avvocato Michela Trivellato che mi ha seguito ha riscontrato una grande attenzione da parte dei giudici; i miracoli possono sempre avvenire», ma ha aggiunto: «Qualora la mia richiesta di appello venisse respinta farò ricorso alla Corte di Giustizia Europea, per chiedere che venga riconosciuto il primato della coscienza dell'individuo, anche in campo fiscale».

 

Marco Tassinari

FONTE: Comunità Papa Giovanni XXIII

 
Si è tenuta questa mattina presso la Sala Nassiriya di Palazzo Madama, a Roma, una conferenza stampa di denuncia e condanna dell’utero in affitto che per la prima volta ha visto la partecipazione di politici di partiti differenti.
 
L’incontro è stato promosso dall’Associazione ProVita Onlus, rappresentata dal presidente Toni Brandi che ha lanciato contestualmente una raccolta firme per presentare alle autorità competenti una petizione affinché si faccia valere nel concreto la legge penale (art.12, comma 6, l. 40/2004) vigente che punisce l’utero in affitto nel nostro Paese. Una contraddizione tutta italiana per cui - fermo restando il giudizio negativo su tutta la Legge 40 - uno Stato sovrano come l’Italia non vuole o non è in grado di applicare fino in fondo le leggi che il suo stesso parlamento ha votato.
 
Per l’abolizione e la repressione del turpe mercimonio di donne e bambini, hanno espresso le loro opinioni le Senatrici Maria Rizzotti (FI), Laura Bianconi (NCD), Donatella Mattesini (PD). Sono intervenuti anche la giornalista Monica Sargentini del Corriere della Sera e il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio.
 
ProVita e le inchieste dei media hanno denunciato da tempo le agenzie straniere che guadagnano milioni di dollari promuovendo la pratica dell’utero in affitto, ma le agenzie straniere, che si approfittano dell’inerzia dei magistrati e delle autorità, vengono senza ritegno a cercare clienti in Italia, che per loro  rappresenta  un mercato in crescita: già nel 2004, il direttore Tarquinio rilevava come tale crescita si attestava su livelli del 1000%.
 
All’interno della conferenza stampa è stato presentato anche il DVD “Breeder, donne di seconda categoria“, - qui un breve trailer - un documentario che raccoglie testimonianze reali di persone coinvolte nel vergognoso traffico dell’utero in affitto, di ciò che hanno subito, delle conseguenze psicofisiche che si sono verificate.
 
Per questo motivo è stata lanciata l’iniziativa #STOPuteroinaffitto, una grande campagna di sensibilizzazione attorno a questa pratica, che rende le donne schiave e i bambini merce.
 
Non possiamo rimanere indifferenti a guardare la diffusione in Italia di questa ignobile pratica senza fare nulla. Ognuno di noi è chiamato a dare il suo contributo: #STOPuteroinaffitto!
 
 
di Luigi Romagnolo
 
 
Il senato cileno potrebbe votare questa settimana un disegno di legge per legalizzare l’aborto in caso di violenza sessuale, malattie fetali o rischi per la salute della madre.
 
La proposta, appoggiata dal Presidente abortista Michelle Bachelet, ha impiegato un anno prima di giungere alla Camera per poi passare con una maggioranza di due terzi.
 
Dopo l’ok della Commissione , il disegno di legge attende ora di essere valutato  dal Comitato Costituzionale. Se approvato, sarà votato senza alcuna modifica al Senato dove la nuova coalizione di maggioranza della Bachelet detiene il pieno controllo.  
 
"Il disegno di legge è incostituzionale perché viola il diritto alla vita", ha detto Ernesto Silva dell’ Independent Democratic Union Party, come riportato da Human Life International. Nello stesso rapporto, Nicholas Moncke ha ggiunto: "Se adesso lo Stato rinnega il suo dovere di difendere la vita, non sarà in grado di difenderla più".
 
La Costituzione del 1980 garantisce "il diritto alla vita e all'integrità fisica e psicologica della persona” aggiungendo che "la legge protegge il nascituro".
Ma la Bachelet ha vinto la sua ultima elezione giurando di sostituire la Costituzione sancita dal dittatore Augusto Pinochet e di liberalizzare le leggi del paese in materia di omosessualità e aborto.
 
A spingere per il cambiamento sono i gruppi femministi e le agenzie pro-aborto non governative come la International Planned Parenthood Federation e Amnesty International, secondo le quali  "Il Cile non protegge la vita delle donne".
 
Questi gruppi affermano che ogni anno in Cile vengono eseguiti tra i 70.000 e i 120.000 aborti illegali, con oltre 30.000 ricoveri ospedalieri post-aborto, per poter dimostrare che gli aborti illegali non sono aborti sicuri.
 
Ma la salute e la mortalità materna del paese sono state attentamente studiate dai ricercatori dell'Università del Cile. I risultati indicano che la mortalità materna è scesa drasticamente durante il periodo di studio che ha preso in esame gli ultimi 50 anni e che il declino è continuato con la stessa velocità dopo che Pinochet ha reso l'aborto illegale nel 1989.
 
"Questa è una dichiarazione molto potente che mostra come i tassi di mortalità diminuiscono senza aver caabiato l'accesso all'aborto," ha detto il Dott. John Thorp della University of North Carolina, coautore dello studio.
 
di Redazione
 
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