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Notizie


 
La pietra è stata messa al suo posto. Tutto sembra finito. È il momento in cui tutto comincia. È il radunarsi degli Apostoli. È il rinascere delle dedizioni, delle speranze.
 
La Pasqua si avvicina.
 
La Resurrezione rappresenta il trionfo eterno e definitivo di Nostro Signore Gesù Cristo, la sconfitta completa dei suoi avversari. È l’argomento massimo della nostra Fede.
 
San Paolo ha detto che, se Cristo non fosse risuscitato, la nostra Fede sarebbe vana. È proprio sul tale fatto soprannaturale che si fonda tutto l’edificio del nostro credo.
 
La grande gioia che produce in noi la Santa Pasqua, fa brillare ai nostri occhi, persino nella tristezza della situazione contemporanea, la certezza trionfale che Dio è il supremo Signore di tutte le cose, che Lui è il Dio della vita.
 
Che Egli ha vinto la morte e sconfitto il demonio, che è stato capace di diradare tutte le tenebre, e di trionfare nella maniera più brillante, proprio quando sembrava prospettarsi la più terribile, la più disperata delle sconfitte.
 
Per tutto ciò è vitale celebrare, fare memoria della Resurrezione.
 
Ed è per questo che da parte mia e dello staff di Generazione Voglio Vivere desidero farvi gli auguri più cari di una Santa Pasqua.
 
Nelle scorse settimane abbiamo avviato una raccolta fondi per il Centro Aiuto alla Vita Lomellino e fin qui abbiamo raccolto 2.200 euro. Il nostro obiettivo è però raggiungere i 3.000 entro mercoledì prossimo.
 
Non vorreste aiutarci a raggiungere la cifra che ci siamo prefissati? Spero che questi ultimi giorni possano fare la differenza.
 
Grazie al tuo contributo, tante mamme e i loro bambini, trascorreranno questa Pasqua in serenità e gioia.
 
Samuele Maniscalco
Responsabile Campagna Generazione Voglio Vivere
Mercoledì, 14 Marzo 2018 11:34

Framementi di Luce contro l'aborto

Molto volentieri riceviamo e pubblichiamo alcune poesie scritte da don Giuseppe Magrin che hanno per tema l'aborto. Ciascuna di esse è preceduta da una contestualizzazione per meglio apprenderne la genesi. Il messaggio suona forte e chiaro: la cosiddetta 'interruzione di gravidanza', voluta e non subita, è sempre l'omicidio di un essere innocente. Attraverso la poesia, don Magrin fa riscoprire a molti verità innegabili, Frammenti di Luce: non a caso l'intera raccolta di versi porta questo nome.
 

 
PERCHÉ NON SONO NATO CAGNOLINO?
 
Contestualizzazione: Padova 2004. Nell’estate precedente erano stati esposti in tutte le città d’Italia grandi “porsters” che dicevano: Abbandonare un cane in tempo di villeggiatura “per la legge è reato e per l’umanità una vergogna”. Pensando a tutta la trafila legale su aborti e manipolazioni genetiche varie, non potevo non reagire come uomo, innanzitutto, disgustato dell’insipienza di tanti millantatori, che parlano come fossero “persone d’alto livello scientifico”. Non si capisce perché gli “umani” non debbano essere rispettati almeno quanto i cani, fin dal concepimento. È il bambino abortito che parla ai genitori…
 
 
Mamma, papà
dal mondo dove vivo
ancora vi domando
perché m’avete spento
a nove settimane
dal mio concepimento…
 
Non volevo morire ancora prima
di nascere
e vi scuotevo le manine in germe
ed i piedini 
e urlavo il mio silenzio
inutilmente
né valse il ricordarvi
il primo bacio che vi deste in fronte.
 
Cattivi consiglieri 
v’hanno aiutato a condannarmi a morte
ed il chirurgo
mi raschiò via dal grembo
come si raschia il fondo d’un paiolo.
Ero forse una crosta 
in più 
rimasta al fondo dell’amore vostro?
 
Povera mia testina frantumata
e risucchiata come spazzatura
con tecnica e premura,
violenza rivestita
di bianchi camici
ed impunita.
Mamma, papà 
perché m’avete fatto e poi distrutto?
Ditemi il male che ho commesso, ditemi
che ho fatto a voi ed alla società?
 
Embrione appena
ero già vita umana irreversibile
benché invisibile
ero persona come nonno e nonna,
come la sorellina 
e il fratellino
che ride e v’accarezza 
dal suo lettino.
 
Non ero né ammalato né deforme
né questo basta per rifiutarmi amore;
e quando percepii che il mio destino
era segnato
non vi chiedevo
che d’ospitarmi in grembo
per nove mesi e d’essere adottato
dove la vita è attesa come un sogno.
 
Avrei veduto anch’io un pò d’azzurro
le nuvole e gli uccelli
in libertà
i pulcini che seguono
la chioccia
dolce, sollecita
ed i gattini 
che allattano alla mamma
mentre pulisce
i loro corpiccini.
 
Ora per voi non sono
che l’ombra errante
d’una coscienza infranta,
ormai smarrita!
Ma che vuol dire aborto terapeutico
disagio psicologico
fecondazione omologa, eterologa
od assistita
ed embrione
manipolato per guarire gli altri?
 
Mamma, perché
l’abbandonare un cane nell’estate
per la legge è reato
e per l’umanità
una vergogna
ed espellere un feto di tre mesi
o un embrione appena concepito
non è reato 
e per l’umanità non è vergogna?
 
Legge sinistra che proteggi i cani
e uccidi i feti
e gli embrioni umani
legge ammantata
di scientificità
che ci rifiuta d’essere persone,
per te non siamo che un oggetto freddo
di sperimentazione
semplice materiale farmaceutico!
 
Cuori omicidi siete
e tali rimanete
voi, genitori miei,
che dall’eterno attendo
e guarderò negli occhi
con lacrime d’amore e compassione
voi
e chi propose e chi firmò la legge
chi vi protegge
gente perbene col sorriso in volto
che preferisce ai bimbi i cagnolini.
 
 
 
CHE BRIVIDO QUEI RESTI
 
Contestualizzazione: Roma. 2009.03.31. Per quanto si potessero trovare giustificazioni pietose per l’aborto, il grido delle Sessantottine: “La pancia è mia”, nelle dimostrazioni di piazza appoggiate da diversi movimenti politici, faceva  rabbrividire. E fa rabbrividire anche oggi  chi … lavorando in cliniche ospedaliere, deve “sbrigare via”  ciò che ne “resta”… di quei corpicini. “Sono brividi, solo brividi che provo” - mi diceva un “addetto” di un Ospedale – e non mi  è possibile un’incoscienza che rimuova l’assurdità di ciò che quotidianamente vedo fare dal grembo materno al deposito rifiuti”… In verità, anche noi, non del tutto bestie, solamente passando vicino a una clinica dove si pratica l’aborto, ci sentiamo schiantati quanto quei feti… D’istinto ci verrebbe  la voglia di “vendicare” altrettanto drasticamente, chi non “ha avuto voce”... E non capiamo che perfino un Presidente della Repubblica, tutore dei diritti dei cittadini, non si pronunci, avallando una “mattanza” quotidiana di esseri umani. Né si dica che si diventa persone al terzo mese dal concepimento o, addirittura,  al momento della nascita... Reattivamente, stanno sorgendo in Italia, Aggregazioni filantropiche  che una volta al mese s’interessano almeno della sepoltura dei feti abortiti “convertendo” l’ingiustizia umana in una giustizia meno disumana…. I credenti di qualsiasi fede, si affidano  ai “tempi lunghi” di una Giustizia divina, che è capace di “scuotere come un terremoto” chi, paladino dei diritti umani, non si muove a “difesa della vita fin dal concepimento” .
 
 
Che brivido quei resti dentro un freezer 
i tanti corpicini di abortiti
rinchiusi alla rinfusa e abbandonati, 
nell’Isolato in fondo all’Ospedale!
 
Suasivamente condannati a morte 
e maciullati, giacciono ora là
quasi tossiche scorie d’una pancia 
come rifiuti senza una discarica !
 
Progresso atroce delle leggi umane
che fa d’un assassinio un pio diritto
e del massacratore un impunito,
e nega ai feti un fiore ed una tomba.
 
Ad ogni mese anonimi filantropi
vanno e con deferenza li compongono
offrendo una preghiera e li depongono
nel grembo meno acre di madreterra.
 

(Da:   Giuseppe Magrin,  Frammenti di Luce    Ed. Elledici-Velar , 2005)

di Samuele Maniscalco

Un altro inquietante salto nel buio è stato compiuto negli esperimenti di ingegneria genetica: la produzione di embrioni di pecora contenenti cellule umane.

La raccapricciante notizia arriva dal meeting annuale della American association for the advancement of science tenutosi in Texas.

Pablo Juan Ross, del Dipartimento di scienze animali dell’Università della California di Davis, ha presentato i dati preliminari di una ricerca nella quale sono stati prodotti embrioni ibridi interspecie, inclusi quelli di pecora con cellule staminali pluripotenti umane.

L’obiettivo dichiarato - di quelli che in teoria dovrebbe “giustificare” aberrazioni del genere – è la produzione all’interno degli animali di organi da trapiantare. Nel caso concreto, un pancreas per pazienti diabetici.

Dunque, meno di un mese dopo la clonazione di due macachi e meno di un anno dopo la realizzazione di un embrione ibrido uomo-maiale (per mano dello stesso gruppo di scienziati) arriva adesso l’embrione di pecora con cellule umane.

Nel caso dell’ibrido uomo-maiale le cellule umane erano una su 100.000. In quello uomo-pecora siamo già scesi a una cellula umana su 10.000...

L’embrione è stato lasciato crescere per 28 giorni, di cui 21 nell’utero dell’animale.

È evidente che tutto ciò pone e porrà sempre di più delle enormi questioni morali sulla liceità di questi esperimenti, anche perché la proporzione di cellule umane utilizzate non farà che aumentare.

L’ha confermato lo stesso Pablo Ross:

«Le cellule umane si sono riprodotte, anche se per arrivare alla possibilità di ottenere un intero organo servirebbe un rapporto di una cellula umana ogni 100 di animale» 

E qui arriviamo al punto: per capire se la ricerca può dare risultati è ovvio che ci si spingerà fino a far nascere la creatura così assemblata, qualunque cosa essa sia.

La comunità scientifica non si rende conto dell’impressionante precipizio verso cui ci stiamo pericolosamente approssimando?

Interrogato a tal riguardo Alessandro Nanni Costa, responsabile del Centro nazionale trapianti, afferma:

«Come si fa a essere certi che nell’animale crescerà l’organo desiderato e con le caratteristiche necessarie? E le cellule umane inserite nell’embrione ovino dove vanno a posizionarsi? Non risultano tecniche di controllo sulla loro destinazione, tali almeno da evitare che entrino a far parte ad esempio del sistema nervoso della pecora» 

Tutto ciò suscita gravissime preoccupazioni antropologiche ed etiche che in molti però non vogliono vedere.

Quando nel 1818 Mary Shelley pubblicò il romanzo Frankenstein, o il moderno Prometeo non poteva di certo prevedere che esattamente 200 anni dopo l’umanità sarebbe caduta così in basso svilendo la sua stessa natura mischiandola con quella di un animale.

O forse l’aveva previsto e proprio per questo aveva lanciato un grido di allarme rimasto purtroppo inascoltato.

di Generazione Voglio Vivere

 

Dopo appena cinque giorni dall’entrata in vigore della legge sul biotestamento ecco il primo caso di applicazione della norma approvata il 14 dicembre scorso al Senato.

Si tratta della signora Patrizia Cocco, 49 anni, di Nuoro, da cinque anni in lotta con la Sla, alla quale è stata staccata la ventilazione meccanica che la teneva in vita.

Prima che l’attuale legge entrasse in vigore, per farsi “staccare la spina” era necessario trovare un medico concorde nel giudicare non più proporzionato il trattamento.

Adesso, invece, il medico è obbligato dalla legge a eseguire le volontà del paziente senza possibilità di appellarsi all’obiezione di coscienza.

Nella fattispecie di Nuoro, inoltre, siamo di fronte a un caso che va oltre quanto stabilito dalle “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”, per cui il paziente può chiedere l’interruzione di idratazione e nutrizione assistita, ma non della ventilazione assistita.

Ovviamente nessuno si straccerà le vesti. Se un paziente può rifiutare acqua e cibo, perché non può rifiutare anche di essere ventilato? 

E' la ratio della legge, niente di più semplice.

La legge provocherà una diffusione del fenomeno eutanasico e un’impennata dei suicidi nel nostro Paese?

A dispetto di quanto asserito dai promotori del biotestamento SI. Basta osservare quanto sta già accadendo altrove dove leggi simili sono in vigore da più tempo.

In Canada, dopo solo due anni dalla sua legalizzazione, i decessi per eutanasia – secondo le stime ufficiali – hanno raggiunto quota 1.982 per il solo anno 2016-2017.

In Olanda, si è ormai arrivati al 4 per cento dei decessi per eutanasia su tutte le morti (dati del 2016).

Sull’altro versante, poi, si registra già un aumento dei suicidi tout court.

Lo denunciava a suo tempo nel 2015 il Southern Medical Journal attraverso un articolo intitolato "Come la legalizzazione del suicidio assistito influisce sui tassi di suicidio? I tassi di suicidio non assistito in Oregon e a Washington dopo l'approvazione delle leggi sul suicidio assistito”.

Nonostante le affermazioni secondo cui le leggi sul suicidio assistito riducano gli altri suicidi o li sostituiscano, gli autori hanno raggiunto la preoccupante conclusione che è vero “piuttosto che l'introduzione del Pas (Suicidio assistito medico) sembra causare più morti autoinflitte di quante non ne inibisca”.

Dicevamo però dell’attacco all’obiezione di coscienza…

Ebbene, l’Associazione Luca Coscioni – grande promotrice del biotestamento – all’indomani dell’entrata in vigore della legge, non solo gioiva ma invocava denunce penali contro chi in coscienza rifiuterà di uccidere in nome delle nuove disposizioni.

Del resto, la deputata Donata Lenzi (PD) relatrice della legge, in una recente intervista al Quotidiano Sanità ha lasciato chiaro che un medico non può agire in contrasto alla nuova norma sulle DAT perché “in democrazia quella che prevale è la legge”.

Con tanti auguri alla coscienza del singolo individuo che d’ora in avanti dovrà adeguarsi coercitivamente alle direttive di Stato. Quasi fossimo in Cina.

Il 12 novembre del 1988, dunque trent'anni fa, Papa Giovanni Paolo II pronunziò un discorso ai partecipanti al 2° congresso internazionale di teologia morale ribadendo con forza gli insegnamenti contro la contraccezione artificiale contenuti nell'enciclica Humanae Vitae di Paolo VI della quale quest'anno cade il cinquantesimo anniversario della sua pubblicazione. Lo ripubblichiamo integralmente nell'attuale situazione di caos e incertezza insinuatisi tra i cattolici dopo che importanti esponenti del clero hanno a più riprese espresso la loro intenzione di "aggiornare" Humanae Vitae ovvero di legittimare l'uso dei contraccettivi.

***

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PARTECIPANTI 
AL II CONGRESSO INTERNAZIONALE DI TEOLOGIA MORALE

Sabato, 12 novembre 1988

Con viva gioia rivolgo il mio saluto a voi, illustri docenti, e a voi tutti che avete preso parte al Congresso Internazionale di Teologia Morale, giunto ormai alla sua conclusione. Il mio saluto si estende al signor Cardinale Hans Hermann Groër, Arcivescovo di Vienna, e ai rappresentanti dei Cavalieri di Colombo, i quali col loro generoso contributo hanno reso possibile la celebrazione del congresso.

Una parola di compiacimento va pure all’Istituto di studi su Matrimonio e Famiglia della Pontificia Università Lateranense e al Centro Accademico Romano della Santa Croce, che l’hanno promosso e realizzato.

Il tema che vi ha impegnato in questi giorni, cari fratelli, stimolando la vostra approfondita riflessione, è stata l’enciclica Humanae Vitae con la complessa rete di problemi che ad essa si ricollegano.

Come sapete, nei giorni scorsi si è svolto un convegno, a cura del Pontificio Consiglio per la Famiglia, al quale hanno preso parte, in rappresentanza delle conferenze episcopali di tutto il mondo, i Vescovi responsabili, della pastorale familiare nelle rispettive nazioni. Questa non casuale coincidenza mi offre subito l’opportunità di sottolineare l’importanza della collaborazione tra i pastori e i teologi e, più in generale, tra i pastori e il mondo della scienza, al fine di assicurare un sostegno efficace e adeguato agli sposi impegnati a realizzare nella loro vita il progetto divino sul matrimonio.

È a tutti noto l’esplicito invito che nell’enciclica Humanae Vitae è rivolto agli uomini di scienza, e in special modo agli scienziati cattolici, perché mediante i loro studi contribuiscano a chiarire sempre più a fondo le diverse condizioni che favoriscono una onesta regolazione della procreazione umana (cf. Pauli VI Humanae Vitae, 24). Tale invito ho rinnovato anch’io in diverse circostanze, giacché sono convinto che l’impegno interdisciplinare sia indispensabile per un approccio adeguato alla complessa problematica che attiene a questo delicato settore.

2. La seconda opportunità, che mi si offre, è di dare atto dei confortanti risultati già raggiunti ai molti studiosi che, nel corso di questi anni, hanno fatto progredire la ricerca in questa materia. Grazie anche al loro apporto è stato possibile mettere in luce la ricchezza di verità, ed anzi il valore illuminante e quasi profetico, dell’enciclica paolina, verso la quale volgono l’attenzione con crescente interesse persone delle più diverse estrazioni culturali.

Accenni di ripensamento è possibile cogliere anche in quei settori del mondo cattolico, che furono inizialmente un po’ critici nei confronti dell’importante documento. Il progresso nella riflessione biblica e antropologica ha consentito, infatti, di meglio chiarirne presupposti e significati.

In particolare, deve essere ricordata la testimonianza offerta dai Vescovi nel Sinodo del 1980: essi “nell’unità della fede col successore di Pietro” scrivevano di tenere fermamente “ciò che nel Concilio Vaticano II (cf. Gaudium et Spes, 50) e, in seguito, nell’enciclica Humanae Vitae viene proposto e, in particolare, che l’amore coniugale deve essere pienamente umano, esclusivo e aperto alla vita” (Pauli VI Humanae Vitae, 11 et cf. 9 et 12) (Synodi Episc. 1980 “Propositio 22”).

Tale testimonianza raccolsi poi io stesso nell’esortazione post-sinodale Familiaris Consortio, riproponendo, nel più ampio contesto della vocazione e della missione della famiglia, la prospettiva antropologica e morale della Humanae Vitae nonché la conseguente norma etica che se ne deve trarre per la vita degli sposi.

3. Non si tratta, infatti, di una dottrina inventata dall’uomo: essa è stata inscritta dalla mano creatrice di Dio nella stessa natura delta persona umana ed è stata da lui confermata nella rivelazione. Metterla in discussione, pertanto, equivale a rifiutare a Dio stesso l’obbedienza della nostra intelligenza. Equivale a preferire il lume della nostra ragione alla luce della divina sapienza, cadendo così nell’oscurità dell’errore e finendo per intaccare altri fondamentali capisaldi della dottrina cristiana.

Bisogna al riguardo ricordare che l’insieme delle verità, affidate al ministero della predicazione della Chiesa, costituisce un tutto unitario, quasi una sorta di sinfonia, nella quale ogni verità si integra armoniosamente con le altre. I venti anni trascorsi hanno dimostrato, al contrario, quest’intima consonanza: l’esitazione o il dubbio circa la norma morale, insegnata nella Humanae Vitae, ha coinvolto anche altre fondamentali verità di ragione e di fede. So che questo fatto è stato oggetto di attenta considerazione durante il vostro congresso, e su di esso vorrei ora attirare la vostra attenzione.

4. Come insegna il Concilio Vaticano II, “nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge, che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire . . . L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro il suo cuore; obbedire è la dignità stessa dell’uomo e secondo questa egli sarà giudicato” (Gaudium et Spes, 16).

Durante questi anni, a seguito della contestazione della Humanae Vitae, è stata messa in discussione la stessa dottrina cristiana della coscienza morale, accettando l’idea di coscienza creatrice della norma morale. In tal modo è stato radicalmente spezzato quel vincolo di obbedienza alla santa volontà del Creatore, in cui consiste la stessa dignità dell’uomo. La coscienza, infatti, è il “luogo” in cui l’uomo viene illuminato da una luce che non gli deriva dalla sua ragione creata e sempre fallibile, ma dalla sapienza stessa del Verbo, nel quale tutto è stato creato. “La coscienza” - scrive ancora mirabilmente il Vaticano II - “è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria” (Gaudium et Spes, 16).

Da ciò scaturiscono alcune conseguenze, che mette conto di sottolineare.

Poiché il Magistero della Chiesa è stato istituito da Cristo Signore per illuminare la coscienza, richiamarsi a questa coscienza precisamente per contestare la verità di quanto è insegnato dal Magistero comporta il rifiuto della concezione cattolica sia di Magistero che di coscienza morale. Parlare di dignità intangibile della coscienza senza ulteriori specificazioni, espone al rischio di gravi errori. Ben diversa, infatti è la situazione in cui versa la persona che, dopo aver messo in atto tutti i mezzi a sua disposizione nella ricerca della verità, incorre in errore e quella invece di chi, o per mera acquiescenza alla opinione della maggioranza spesso intenzionalmente creata dai poteri del mondo, o per negligenza, poco si cura di scoprire la verità. È il limpido insegnamento del Vaticano II a ricordarcelo: “Tuttavia succede non di rado che la coscienza sia erronea per ignoranza invincibile, senza che per questo essa perda la sua dignità. Ma ciò non si può dire quando l’uomo poco si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all’abitudine del peccato” (Gaudium et Spes, 16).

Tra i mezzi che l’amore redentivo di Cristo ha predisposto al fine di evitare questo pericolo di errore, si colloca il Magistero della Chiesa: in suo nome, esso possiede una vera e propria autorità di insegnamento. Non si può, pertanto, dire che un fedele ha messo in atto una diligente ricerca del vero, se non tiene conto di ciò che il Magistero insegna; se, equiparandolo a qualsiasi altra fonte di conoscenza, egli se ne costituisce giudice; se, nel dubbio, insegue piuttosto la propria opinione o quella di teologi, preferendola all’insegnamento certo del Magistero.

Il parlare ancora, in questa situazione, di dignità della coscienza senza aggiungere altro, non risponde a quanto è insegnato dal Vaticano II e da tutta la Tradizione della Chiesa.

5. Strettamente connesso col tema della coscienza morale è il tema della forza vincolante propria della norma morale, insegnata dalla Humanae Vitae.

Paolo VI, qualificando l’atto contraccettivo come intrinsecamente illecito, ha inteso insegnare che la norma morale è tale da non ammettere eccezioni: nessuna circostanza personale o sociale ha mai potuto, può e potrà rendere in se stesso ordinato un tale atto. L’esistenza di norme particolari in ordine all’agire intra-mondano dell’uomo, dotate di una tale forza obbligante da escludere sempre e comunque la possibilità di eccezioni, è un insegnamento costante della Tradizione e del Magistero della Chiesa che non può essere messo in discussione dal teologo cattolico.

Si tocca qui un punto centrale della dottrina cristiana riguardante Dio e l’uomo. A ben guardare ciò che è messo in questione, rifiutando quell’insegnamento, è l’idea stessa della santità di Dio. Predestinandoci ad essere santi e immacolati al suo cospetto, egli ci ha creati “in Cristo Gesù per le opere buone che . . . ha predisposto perché noi le praticassimo” (Ef 2, 10): quelle norme morali sono semplicemente l’esigenza, dalla quale nessuna circostanza storica può dispensare, della santità di Dio che si partecipa in concreto, non già in astratto, alla singola persona umana.

Non solo, ma quella negazione rende vana la croce di Cristo (cf. 1 Cor 1, 17). Incarnandosi, il Verbo è entrato pienamente nella nostra quotidiana esistenza, che si articola in atti umani concreti; morendo per i nostri peccati, egli ci ha ri-creati nella santità originaria, che deve esprimersi nella nostra quotidiana attività intra-mondana.

Ed ancora: quella negazione implica, come logica conseguenza, che non esiste alcuna verità dell’uomo sottratta al flusso del divenire storico. La vanificazione del mistero di Dio, come sempre, finisce nella vanificazione del mistero dell’uomo, ed il non riconoscimento dei diritti di Dio, come sempre, finisce nella negazione della dignità dell’uomo.

6. Il Signore ci dona di celebrare questo anniversario perché ciascuno esamini se stesso davanti a lui, al fine di impegnarsi in futuro - secondo la propria responsabilità ecclesiale - a difendere e ad approfondire la verità etica insegnata nell’Humanae Vitae.

La responsabilità che grava su di voi in questo campo, cari docenti di teologia morale, è grande. Chi può misurare l’influsso che il vostro insegnamento esercita sia nella formazione della coscienza dei fedeli sia nella formazione dei futuri pastori della Chiesa? Nel corso di questi venti anni non sono, purtroppo, mancate da parte di un certo numero di docenti forme di aperto dissenso nei confronti di quanto ha insegnato Paolo VI nella sua enciclica.

Questa ricorrenza anniversaria può offrire lo spunto per un coraggioso ripensamento delle ragioni che hanno portato quegli studiosi ad assumere tali posizioni. Allora si scoprirà probabilmente che alla radice dell’“opposizione” all’Humanae Vitae c’è un’erronea o, almeno, un’insufficiente comprensione dei fondamenti stessi su cui poggia la teologia morale. L’accettazione acritica dei postulati propri di alcuni orientamenti filosofici e l’“utilizzazione” unilaterale dei dati offerti dalla scienza possono aver condotto fuori strada, nonostante le buone intenzioni, alcuni interpreti del documento pontificio. È necessario da parte di tutti uno sforzo generoso per meglio chiarire i principi fondamentali della teologia morale, avendo cura - come ha raccomandato il Concilio - di far sì che “la sua esposizione scientifica, maggiormente fondata sulla Sacra Scrittura, illustri l’altezza della vocazione dei fedeli in Cristo e il loro obbligo di apportare frutto nella carità per la vita del mondo” (Optatam Totius, 16).

7. In questo impegno un notevole impulso può venire dal Pontificio Istituto per studi su matrimonio e famiglia, il cui scopo è appunto di mettere “sempre più in luce con metodo scientifico la verità del matrimonio e della famiglia” e di offrire la possibilità a laici, religiosi e sacerdoti di “conseguire in questo ambito una formazione scientifica sia filosofico-teologica sia nelle scienze umane”, che li renda idonei ad operare in modo efficace a servizio della pastorale familiare (cf. Magnum Matrimonii, 3).

Se si vuole tuttavia che la problematica morale connessa con la Humanae Vitae e con la Familiaris Consortio trovi il suo giusto posto in quell’importante settore del lavoro e della missione della Chiesa che è la pastorale familiare e susciti la risposta responsabile degli stessi laici quali protagonisti di un’azione ecclesiale che li riguarda tanto da vicino, è necessario che istituti come questo si moltiplichino nei vari Paesi: solo così sarà possibile far progredire l’approfondimento dottrinale della verità e predisporre le iniziative di ordine pastorale in modo adeguato alle esigenze emergenti nei diversi ambienti culturali ed umani.

Soprattutto occorre che l’insegnamento della teologia morale nei seminari e negli istituti di formazione sia conforme alle direttive del Magistero, così che da essi escano ministri di Dio, i quali “parlino uno stesso linguaggio” (Pauli VI Humanae Vitae, 28), non sminuendo “in nulla la salutare dottrina di Cristo” (Pauli VI Humanae Vitae, 29).

È qui chiamato in causa il senso di responsabilità dei docenti, i quali devono essere i primi a dare ai loro alunni l’esempio di “un leale ossequio, interno ed esterno, al Magistero della Chiesa” (Pauli VI Humanae Vitae, 28).

8. Vedendo tanti giovani studenti - sacerdoti e non - presenti a questo incontro, voglio concludere rivolgendo anche a loro un particolare saluto.

Uno dei profondi conoscitori del cuore umano, sant’Agostino, scrisse: “Questa è la nostra libertà: sottometterci alla verità” (S. Augustini “De Libero Arbitrio”, 2, 13, 37). Cercate sempre la verità: venerate la verità scoperta; ubbidite alla verità. Non c’è gioia al di fuori di questa ricerca, di questa venerazione, di questa ubbidienza.

In tale mirabile avventura del vostro spirito, la Chiesa non vi è di ostacolo: al contrario, vi è di aiuto. Allontanandovi dal suo Magistero, vi esporrete alla vanità dell’errore e alla schiavitù delle opinioni: apparentemente forti, ma in realtà fragili, poiché solo la verità del Signore rimane in eterno.

Nell’invocare la divina assistenza sulla vostra nobile fatica di ricercatori della verità e di suoi apostoli, imparto a tutti di cuore la mia benedizione.

FONTE: Vatican.va

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