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Giovedì, 02 Giugno 2022 12:52

Eutanasia per “eco-ansia”!

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La deriva eutanasica può inghiottire una persona per il semplice fatto di essere povera o di essere scoraggiata a causa del cambiamento climatico.

Del resto, lo abbiamo sempre sostenuto: una volta che si approva una legge mortifera prendendo a pretesto un caso specifico, quella stessa legge finisce per estendersi a macchia d’olio.

Quanto sta avvenendo in Canada è eloquente.

Lo scorso 30 aprile il giornale “The Spectator” ha pubblicato un articolo dal titolo “Why is Canada euthanasing the poor?”, ovvero “Perché il Canada sta uccidendo i poveri con l’eutanasia?”.

Nel 2016 il Parlamento canadese ha approvato una legge sull’eutanasia, riservata a coloro che soffrono di una malattia terminale la cui morte è “ragionevolmente prevedibile”.

Tuttavia nel 2021 lo stesso Parlamento ha abrogato sia il requisito del “ragionevolmente prevedibile” sia il requisito che la malattia debba essere “terminale”.

È stato dunque decretato che si possa richiedere di morire laddove ci si trovi in condizioni di malattia o disabilità che “non possono essere alleviate in modo accettabile”.

Ebbene, da quando è stata cambiata la legge, la situazione è decisamente sfuggita di mano. “The Spectator” ha citato una serie di casi di persone che hanno fatto ricorso all’eutanasia semplicemente perché vessate dai debiti o dalla povertà.

C’è un aspetto agghiacciate che emerge dall’articolo di “The Spectator”: la nuova legge ha dato ossigeno alle casse dello Stato. Infatti, uccidere un malato anziché assisterlo con le cure mediche costituisce un notevole risparmio.

Siamo dinnanzi a un utilitarismo osceno. Che scivola talvolta nella follia ideologica.

È il caso di un uomo, un cittadino 68enne di Vancouver, che ha presentato domanda di suicidio assistito pur non essendo malato terminale. L’uomo, come riporta “Vice”, non è costretto al letto: vuole morire a causa di un’ansia indotta dal cambiamento climatico.

Nel 2017 un medico gli ha diagnosticato un’ansia ambientale clinica e una depressione correlata alla biosfera. Tanto basterebbe, secondo lui.

L’uomo canadese ha presentato domanda la prima volta nel febbraio 2021, ma è stata respinta. Però non si è arreso. Tutto ruota intorno a un fattore: se il Canada riconoscerà la sua “eco-ansia” come una malattia mentale, aumenteranno molto le possibilità che la domanda venga accettata.

Andrebbe letta e conosciuto, allora, la storia di Alessandro Pivetta, raccolta nel libro del giornalista Fabio Cavallari “E adesso parlo io” (ed. Lindau).

Dopo uno schianto in automobile, Alessandro Pivetta, ha vissuto per quattordici anni in stato vegetativo prima di morire, 34enne, nel gennaio 2020.

Ex calciatore, Pivetta ha passato questi quattordici anni tutt’altro che rifiutando la vita. Come scrive Tommaso Scandroglio su “La Nuova Bussola Quotidiana”, il libro di Cavallari offre al lettore “un senso di vertigine per un’esistenza fisicamente impassibile e, secondo molti, impossibile da vivere, ma che ha raggiunto vette, non sappiamo se di santità, ma certamente di umanità a tutto tondo”.

“In breve, al termine della lettura di questo diario di bordo - scrive ancora Scandroglio -, è il lettore a sentirsi in stato vegetativo, inchiodato nel proprio immobilismo fatto di luoghi comuni sulla disabilità e sui limiti dell’affetto umano”.

La storia di Alessandro Pivetta, dunque, offre una narrazione agli antipodi dai luoghi comuni. Agli antipodi dalla deriva che, inevitabilmente, si compie nei Paesi in cui l’eutanasia viene approvata: si inizia con casi limiti, si prosegue aprendo l’eutanasia a tutti, minori inclusi.

Caro sostenitore, vuoi che anche l’Italia diventi uno Stato assassino?

Attualmente è in discussione un disegno di legge, il ddl Bazoli, che rischia di sdoganare una volta per tutte l’eutanasia nel nostro Paese.

Aiutaci a combattere. L’eutanasia non deve passare.

 

 

Samuele Maniscalco
Responsabile Campagna Generazione Voglio Vivere

 

Letto 988 volte Ultima modifica il Martedì, 31 Maggio 2022 13:01

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