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Giovedì, 23 Giugno 2022 14:35

L’eutanasia è la rinuncia ad amare. Dopo Fabio, adesso Federico!

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L’eutanasia è sempre una sconfitta. È la rinuncia ad amare.

È quello che ho pensato leggendo della morte di Federico Carboni.

Dopo Fabio Ridolfi, 46enne marchigiano tetraplegico allettato da 18 anni, che appellandosi alla legge del 2017 ha optato per la revoca dei sostegni vitali e la sedazione profonda, pochi giorni fa è toccato a Federico, anche lui marchigiano e tetraplegico da 12.

Questa volta, però, si è trattato del primo caso legalizzato di suicidio medicalmente assistito.

È stato lui stesso a premere il tasto per azionare l’apparecchio e far arrivare nelle vene il farmaco mortale.

«Non nego che mi dispiace congedarmi dalla vita» aveva detto Federico, «sarei falso e bugiardo se dicessi il contrario perché la vita è fantastica e ne abbiamo una sola. Ma purtroppo è andata così e io sono allo stremo sia mentale che fisico».

Il Corriere della Sera ha scritto che la sua era una «non-vita».

Marco Cappato, che con l’Associazione Coscioni si è battuto per ottenergli il suicido, ha approfittato di questa macabra “vittoria” per lanciare la palla ancora più avanti e dire che l’attuale legge sul fine vita ferma al Senato è già inutile, perché superata dai fatti.

Il testo all’esame, ad esempio, esclude i pazienti che non sono tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitali, come la respirazione e l’alimentazione artificiali.

Dopo appena 5 anni dalla famigerata legge sulle DAT, voluta dal governo Gentiloni e votata con convinzione da PD , M5S e LeU, l’Italia ha infine raggiunto anche in questo campo quell’alto “grado” di civiltà, caro a chi utilizza l’argomentazione della disponibilità della vita come un mantra, pur senza avere ancora una legge in materia….

È bastata appena la sentenza n. 242/2019 della Corte Costituzionale (altra vittoria di Cappato&company) che sancisce la non punibilità per chi aiuta altri a suicidarsi.

Ma anche in questo caso, siamo già andati oltre.

L’ha spiegato bene il magistrato Alfredo Mantovano il quale, dopo aver ricordato che in quella sentenza discutibile la Corte aveva fissato quattro condizioni, nota come sia falso che l’epilogo della vicenda di Federico ne costituisca l’applicazione.

Infatti, «chiamato dal Tribunale di Ancona a verificare la sussistenza delle condizioni previste dalla Consulta, a proposito del requisito della sofferenza intollerabile», il Comitato etico regionale delle Marche «riferiva di un ‘elemento soggettivo di difficile interpretazione’, di difficoltà nel ‘rilevare lo stato di non ulteriore sopportabilità di una sofferenza psichica’, e di ‘indisponibilità del soggetto ad accedere ad una terapia antidolorifica integrativa’».

Il contrasto «con la sentenza 242 – continua Mantovano - sta nell’aver omesso la terapia del dolore – che per la Corte è pregiudiziale rispetto a qualsiasi trattamento di fine vita, - e nell’aver ancorato la sofferenza intollerabile a un dato psicologico, difficilmente interpretabile».

Prevale ormai la tendenza sempre più diffusa di allargare le maglie della platea di chi possa accedere all’eutanasia: non più soltanto chi si trova a uno stadio terminale, ma anche chi soffre per gravi patologie, l’anziano non autosufficiente o il disabile.

Generazione Voglio Vivere aveva previsto fin troppo facilmente e con molto anticipo questa deriva. Già nel 2016 avevamo lanciato l’allarme con la pubblicazione dell’opuscolo Eutanasia e Suicidio Assistito – Il volto dietro la maschera, aggiornato e ristampato di recente.

Adesso, alla legge in discussione al Senato, che andrebbe semplicemente cestinata, bisognerebbe preferire misure che si prendano carico della sofferenza e offrano risposte concrete. Come la reale messa in pratica della legge sulle cure palliative, del 2010, che pur esistendo non è mai stata veramente implementata.

Soprattutto, però, bisognerebbe ricreare quelle condizioni sociali per una rinascita della carità in quanto virtù. E ricordare anche che la stragrande maggioranza degli italiani affetti da gravi disabilità lotta per vivere e non per morire.

Come ricorda il prof. Tommaso Scandroglio, «sono circa quattromila le famiglie che assistono figli, mogli e mariti nelle stesse condizioni di Eluana Englaro e a nessuna di queste famiglie passa per la testa di staccare la spina. Parimenti è da dirsi per disabili gravi come Federico o Dj Fabo o Piergiorgio Welby.

(…) Ma basta trovare una famiglia o un paziente di diverso avviso, o facilmente influenzabile, gestirlo massmediaticamente in modo efficace ed ecco che questo caso pietoso ha la meglio sul silenzio operoso di quattromila famiglie e di migliaia di persone disabili».

È purtroppo esattamente così.

Cosa fare allora?

È necessario ripartire dalle fondamenta del vivere comune e, sulla base di queste, spingere per una legislazione che sia a misura d’uomo e non contro l’uomo.

Non è impossibile. Ci vorrà del tempo, ma alla fine la costanza dei buoni e il vero volto necrotizzante di questa cultura del nulla apriranno gli occhi e il cuore della maggioranza, che allora deciderà di schierarsi dalla parte della vera giustizia.

 

 

Samuele Maniscalco
Responsabile Campagna Generazione Voglio Vivere

 

Letto 384 volte Ultima modifica il Martedì, 21 Giugno 2022 14:41

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