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Giovedì, 20 Ottobre 2022 13:26

Gli abortisti correggono il tiro: non dite più “My body, my choice”

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Sta succedendo qualcosa tra le fila della sinistra radicale in tema di aborto: una sorta di cambio di paradigma.

Le cocenti sconfitte subite oltreoceano la sta costringendo a cambiare strategia.

Adesso è ufficiale.

I media statunitensi ne hanno scritto nelle scorse settimane: Planned Parenthood e le femministe radicali stanno eliminando l'uso della parola "scelta" dal loro lessico.

Ora non diranno più “Il mio corpo, la mia scelta” ma un più goffo “Il mio corpo, la mia decisione”. È lo slogan che manifestanti liberal, tra cui le deputate del Partito Democratico Pramila Jayapal, Ilhan Omar e Ayanna Pressley hanno intonato l'11 maggio scorso mentre camminavano verso il Senato per chiedere "diritti" all'aborto.

La mossa è sorprendente, poiché la parola "scelta" è stata a lungo l'arma preferita dagli abortisti. Essa “trasmette l'idea confusa di ‘libertà’ casuale che piace a molte persone. Ma ora il problema è proprio questo. È troppo casuale” scrive dagli USA Jonh Horvat.

“I radicali sostengono che il termine ‘pro-choice’ (pro-scelta) suona troppo educato per inquadrare l'intera conversazione sull'aborto. In una conversazione informale, ‘scelta’ significa scegliere tra due alternative uguali (…). Essa insinua che le donne prendono decisioni insignificanti senza riflettere deliberatamente, banalizzando così sia la questione in sé stessa che le donne in generale”.

Per molti anni, la sinistra ha utilizzato questa parola per inquadrare il dibattito intorno al concetto di libertà della donna e non a quello di uccisione di una vita innocente.

Tuttavia, - è questa la tesi di fondo - invece di mobilitare gli attivisti radicali, il termine ha creato una classe di sostenitori morbidi che vedono l'aborto come una semplice opzione, e non come una causa critica da sostenere sempre e comunque.

Quindi, il termine deve essere scartato perché non aiuta più a far progredire la rivoluzione sessuale.

Si sbaglierebbe però chi pensasse che questo dibattito non sia arrivato anche in Italia.

Forse non siamo ancora ai livelli statunitensi, ma le premesse ci sono tutte.

Nelle frange più estreme della galassia femminista-abortista è infatti riscontrabile la stessa foga. Ci riferiamo in modo particolare all’associazione Luca Coscioni e al collettivo Non Una Di Meno.

La prima, alla vigilia del suo XIX Congresso, per bocca del suo Segretario, Filomena Gallo, e di Anna Pompili, ginecologa e consigliere generale della medesima realtà, nonché cofondatrice di AMICA (Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto), ha espresso la sua posizione affermando che:

“La legge 194 (…) non lascia spazio all’autodeterminazione. (…) l’Associazione Luca Coscioni rinnova il suo impegno per la piena applicazione della legge (…). Tuttavia, nel tempo ci si è resi conto che in alcune sue parti la stessa norma mostra criticità importanti, che minano lo stesso diritto alla salute.

(…) La paura di possibili peggioramenti ha sempre bloccato qualsiasi ipotesi di modifica del testo. (…) dal XIX congresso dell’Associazione Luca Coscioni prenderà le mosse un gruppo di lavoro che, oltre ad elaborare proposte di modifica della norma esistente, si occuperà della elaborazione di una proposta di legge alternativa alla 194. Una legge nuova, che possa finalmente intrecciare due diritti fondamentali, quello alla salute e quello all’autodeterminazione”.

Da parte sua, Non Una Di Meno dice di volere molto più di 194:

“Vogliamo quello che ci spetta, vogliamo diritti e garanzie, vogliamo molto più di 194. Vogliamo gli obiettori fuori dai consultori e ospedali pubblici. Vogliamo il diritto alla salute, al welfare e al reddito per l’autodeterminazione”.

Dunque, hanno deciso di alzare la posta.

E qui vediamo come sui principi non negoziabili, la differenza tra sinistra e destra è “da individuarsi tra chi vuole continuare a distruggere, la sinistra, e chi vuole conservare le macerie ma non direttamente ricostruire, la destra”.

Arrestare l’avanzata di questa onda nera, di questa onda di morte, è già di per sé molto auspicabile.

Ma non basterà.

I politici che siedono oggi al Parlamento italiano e che dicono di essere dalla parte del nascituro, debbono dimostrarlo anche nei fatti: se le femministe e gli abortisti radicali vogliono una legge ancora più permissivista, allora quelli debbono battersi per cancellazione della Legge 194, altrimenti rischieranno d’essere travolti dall’impeto dell’avversario.

 

 

Samuele Maniscalco
Responsabile Campagna Generazione Voglio Vivere

 

Letto 247 volte Ultima modifica il Mercoledì, 19 Ottobre 2022 13:34

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