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Tre anni fa, Generazione Voglio Vivere pose alla Dott.ssa Cinzia Baccaglini, esperta nell'affrontare le conseguenze dell’aborto sulla donna, 50 domande e risposte sul post aborto. Ne nacque un opuscolo pratico, oggi molto diffuso per la sua chiarezza e sinteticità. L’aborto uccide una vita nascente e innocente, quella del bambino nel grembo materno ed è “un crimine che non può mai essere giustificato”, come insegnava Papa Giovanni Paolo II.

Con conseguenze fisiche e psicologiche per una donna gravi e drammatiche. Oggi, giunti alla ristampa della 1° edizione, è tempo di bilanci. Per questo motivo abbiamo contattato l’autrice per rivolgerle alcune domande inerenti il libretto ma anche per avere qualche parare autorevole sull'attualità. Non ultimo, per complimentarci con la recente nomina a Presidente del Comitato Verità e Vita. Chiunque fosse interessato a ricevere “50 Domande e Risposte sul Post Aborto” ci contatti allo 02 92113153 o scriva una e-mail a info@generazionevogliovivere.it

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Dottoressa Baccaglini, nel 2015 Generazione Voglio Vivere pubblicava il suo opuscolo “50 Domande e Risposte sul Post Aborto”. Da allora, migliaia di italiani hanno potuto farsi un’idea più concreta dei rischi psichici per la donna che abortisce e per quanti sono coinvolti a più livelli con una simile scelta. Quest’anno siamo arrivati alla seconda edizione dopo una prima di 20.000 esemplari. Quale bilancio dare – a distanza di tre anni – alla luce di questo successo?

Il bilancio è sicuramente positivo. La formula domanda-risposta sulla tematica del post aborto è stata molto apprezzata poiché divulgativa, diretta, chiara. Certo, in questo nostro tempo pieno di informazione, la più varia ed avariata, è bene sempre leggere, approfondire, conoscere per avere consapevolezza, motivo per il quale ritengo l’opuscolo un primo passo.

È stato usato molto da insegnanti e sacerdoti, soprattutto per i giovani, ed è stato apprezzato da donne e uomini che erano stati coinvolti dalle tematiche del post aborto - nelle quali si sono riconosciuti - e hanno potuto fare un cammino verso la verità di ciò che era loro accaduto.

Molte le email di apprezzamento anche da parte di Vescovi e di persone competenti. Ciò, per evidenziare ancora di più come il tema del post aborto (se correttamente e scientificamente impostato) debba ancora essere conosciuto poiché è tuttora il tabù dei tabù.

Non so quante donne, soltanto leggendo cosa succede dopo, non abbiano abortito, di qualcuna ne ho contezza. Sono rimasta veramente sorpresa dal successo della versione in lingua francese. Penso che si debba continuare a proporre questo argomento, non tanto e solo per le persone coinvolte, ma per un sempre più efficace riconoscimento del volto umano del concepito.

L’aborto, non è un segreto, è sempre esistito. A suo avviso, in che cosa l’età moderna si differenzia da tutte le altre per il modo in cui si rapporta a questo fenomeno?

È vero, l’aborto è sempre esistito. Ma anche i furti e gli omicidi. Questo però non significa che sia cosa buona solo perché normato da una legge civile. Penso che il punto di questo obnubilamento della coscienza dipenda proprio da questi ragionamenti: “è sempre esistito ed esisterà sempre”, “c’è una legge che lo permette , quindi…”, etc.

Penso che questa epoca di individualismo, di narcisismo permeante, abbia trasformato l’aborto in una pratica comune di come sbarazzarsi di chi è reso alla stregua di un oggetto, che non ha certi standard, che si vede ma non si vede col cuore, che è figlio ma che non si sente o non può essere sentito, visto e riconosciuto come tale per molte motivazioni soggettive, relazionali, sociali.

Apparentemente, le vicende di Charlie Gard e di Alfie Evans non avrebbero nulla a che vedere con il tema della nostra intervista. Non pensa, invece, che l’uccisione deliberata di bimbi malati trovi la sua radice nella legalizzazione dell’aborto?

Come ho già avuto modo di dire, la mala pianta dell’aborto porta ad assuefarsi all’idea che si possa uccidere il bimbo, più o meno piccolo, più o meno sano, nel ventre materno, e sempre rispetto a quel concetto puramente astratto di “best interest” usato anche per Charlie, Isaiah, Alfie.

Non possiamo negare che, da chi abortisce con le pillole (persone delle quali non sappiamo quasi nulla, tranne che per la RU486) a chi decide di farlo dopo un’ecografia al primo trimestre, dall’aborto selettivo di embrioni e bimbi nel secondo trimestre per qualche “anomalia” all’aborto “post quasi nascita” di moda in America, dall’aborto post vero e proprio fino all’uccisione selettiva dei piccoli attraverso sostanze mortali o togliendo loro i sostegni vitali, sia in atto un’escalation.

In altre parole, io adulto, genitore, medico, giudice, decido che tu (concepito, feto, neonato) non hai i requisiti minimi di non so quale scala (se ne sono inventate tante), come se la dignità della persona umana dipendesse dalle sue capacità, funzioni, etc.

E ciò anche quando è il soggetto stesso a chiederlo così come è accaduto negli ultimi fatti di cronaca italiana.

La cosa più sconvolgente è l’utilizzo di una sorta di strana affermazione di una propria conoscenza del bene altrui proiettata e di uno strumento, un “sofferenzometro” - o il suo contrario per la felicità - della vita degli altri che è utilizzato sempre al futuro, anche per giustificare l’aborto.

Pensare che la sofferenza, certamente non cercata o procurata, faccia parte integrante della vita e che abbia un senso e significato è la scommessa sui grandi temi dell’inizio e fine vita.

Sinceramente mi sono anche chiesta come mai ci sia stata una giusta e sacrosanta mobilitazione per questi bimbi ma contemporaneamente non ci si sia accorti che la legge sulle DAT italiana, in caso di conflitto tra medici e genitori, prevede esattamente la stessa cosa.

In un recente articolo su The Catholic Thing, David Warren ha scritto: “Senza criteri netti e assoluti sulle questioni della vita e della morte, siamo tutti pronti per le camere a gas”. Lei è d’accordo con questa affermazione o le sembra esagerata?

Sono d’accordo per ciò che riguarda i criteri che devono essere chiari, netti, assoluti in termini di definizioni e ragionamenti ma mi spaventa il fatto che essi non siano agganciati al trascendente che c’è nell’uomo e a quell’elevatezza intrinseca alla persona umana.

Se è così, verranno sempre mercanteggiati, convenzionalmente decisi dalla maggioranza, dal più forte o da chi ne ha in qualche modo interesse. L’altra sottolineatura è che non mi piace parlare di vita o di morte necessariamente come categorie astratte. Noi abbiamo davanti quella persona e per quella persona dobbiamo fare i conti del maggior bene possibile per aiutarla, accompagnarla e difenderla.

Recentemente, lei è stata nominata presidente del Comitato Verità e Vita, andando così a ricoprire una carica che fu dell’indimenticabile e combattivo Mario Palmaro. Quali progetti intende mettere in campo e quale pensa sia l’eredità più profonda lasciata al mondo pro vita italiano da Mario?

L’eredità di Mario in tanti campi del sapere è molto ampia ma penso in particolare al suo dono di chiarezza, al rendere semplice i concetti ai più anche con l’ausilio della sua ironia, senza nulla togliere alla profondità degli argomenti e alla sua capacità di vedere oltre ciò che stava accadendo dando anche linee profetiche di intervento.

La mia lunga amicizia con Mario non deve però far dimenticare che lui è stato uno dei fondatori e primo Presidente del Comitato Verità e Vita (ce ne sono stati altri 2 dopo di lui e prima di me) ma che il Comitato è fatto da molte persone che, come lui, hanno sempre integralmente difeso la vita con la penna, con la preghiera e con le azioni, anche se con caratteristiche diverse e non con la sua genialità.

Per quanto riguarda quindi i progetti, essi sono in semplice continuità con quello che sono gli scopi statutari del Comitato Verità e Vita: denuncia integrale delle leggi ingiuste (in questi anni abbiamo denunciato molte volte cose che puntualmente si sono poi realizzate), formazione sempre più approfondita per tutti ma in particolare per i giovani e ognuno agendo nel suo campo proprio: in una frase, “per la vita senza compromessi”.

Ritengo più che mai urgente che attorno alla Verità sulla Vita ci sia un’unità sempre più forte di tutti i prolife nonostante le diversità delle sigle associative.

(Maria Virginia Di Mauro – Voglio Vivere n°52, Giugno 2018)

di Federico Cenci

Quarant’anni e sentirli tutti. È proprio il caso di dirlo a proposito della legge 194 del 1978 che ha introdotto l’aborto nell’ordinamento giuridico italiano. I bambini mai nati a causa di questa legge, infatti, sono quasi sei milioni. Un numero che si avvicina alla somma della popolazione residente nelle prime quattro città più popolose del Belpaese.

Un “diritto”, così lo chiamano i suoi sostenitori. Una tragedia, per le vite spezzate e per i rimorsi di coscienza provocati alle madri e anche ai padri: questa è la realtà dei fatti. Fondata, peraltro, sulle menzogne propagandate dagli esponenti del Partito Radicale durante l’acceso dibattito che fece da cornice all’approvazione della norma.

La legge 194 è strettamente legata a un altro evento catastrofico che colpì l’Italia negli anni Settanta: il disastro di Seveso. Il 10 luglio 1976 lo scoppio di un reattore in un’industria chimica della Bassa Brianza causò la dispersione nell’aria di diossina, sostanza tossica che contaminò tutto il territorio.

L’incidente fu la spinta emotiva all’approvazione di una legge per legalizzare l’aborto. Quattro neodeputati radicali, tra i quali Marco Pannella ed Emma

Bonino, si fecero interpreti in Parlamento di una legge speciale sull’aborto per le donne esposte a diossina, in quanto il feto avrebbe riportato gravi malformazioni.

Quaranta gestanti della zona, terrorizzate da questa ipotesi, decisero di abortire. Tuttavia, a seguito di esami clinici e da un’indagine di una Commissione d’inchiesta parlamentare, emerse che nessun feto presentava malformazioni riconducibili alla diossina.

La scienza e i fatti risultano però impotenti dinanzi alla violenza della propaganda mediatica. Lo testimonia anche l’altra grande menzogna su cui fecero leva socialisti e radicali per promuovere la legge sull’aborto: legalizzare le interruzioni di gravidanza volontarie sarebbe servito ad impedire gli aborti clandestini, stimati da costoro in circa un milione l’anno.

Ma il numero appare assai lontano dalla realtà. Antonio Socci nel 2008 impugnò una calcolatrice e dimostrò che, se si ipotizza un milione di aborti clandestini l’anno, tutte le donne italiane tra i 15 e i 49 anni avrebbero praticato nella loro vita almeno 2,8 aborti procurati clandestini.

E se davvero la richiesta di sottoporsi all’aborto era così alta, non si spiega come mai, dopo il 1978, i dati ufficiali sugli aborti legali e gratuiti, praticati da medici in strutture sanitarie, oscillano intorno ai 130mila l’anno: un numero nettamente inferiore a quel milione di aborti clandestini agitati dai radicali.

Eppure in quegli anni la verità era alla mercé della propaganda.

Altre cifre creative furono quelle diffuse sulle donne morte in Italia a causa dell’aborto clandestino: i sostenitori della legge dicevano che fossero venticinquemila. Dall’Annuario Statistico di quegli anni risulta, tuttavia, che le donne in età fertile decedute per complicazioni da parto o gravidanza oscillavano tra le trecento e cinquecentocinquanta. Tra queste, è facile supporre che le vittime di aborti clandestini fossero qualche decina l’anno.

Una tragedia certo, ma non un’emergenza nazionale. La vera emergenza dell’Italia odierna, piuttosto, è la terribile crisi delle nascite. Nel 2016 si è registrato il record negativo di 474mila nuovi nati. E le vite spezzate nel grembo materno contribuiscono a rendere più rigido l’inverno demografico.

Uno stillicidio di vite nascenti che è sì diminuito negli ultimi anni, ma va considerato che le statistiche non tengono conto degli effetti delle pillole abortive, la cui vendita è decollata da quando l’Agenzia italiana del farmaco, nel 2015, ha reso questo prodotto vendibile senza ricetta medica: si stima che in un anno le vendite siano aumentate del 686%.

Il lavoro da fare, per contrastare questa deriva, è culturale prima ancora che politico. Risalire la china è impervio, ma non impossibile. Una luce di speranza brilla negli occhi dei tanti giovani che da otto anni a questa parte animano la Marcia per la Vita.

La loro battaglia per la vita si svolge lontano dalla ribalta mediatica, ma vicino al cuore delle donne e alla verità sull’uomo. Altro che le menzogne della propaganda abortista.

FONTE: Voglio Vivere Anno XVII, n°1 - Marzo 2018

Martedì, 15 Maggio 2018 08:55

La Marcia, Alfie e le nostre DAT

di Samuele Maniscalco

Sabato 19 maggio 2018 Roma ospiterà l’VIII edizione della Marcia nazionale per la vita. Il ritrovo è a piazza della Repubblica (ore 14.30) e sfilerà poi fino a piazza Venezia.

Quest’anno l’evento assume un’importanza capitale: si svolgerà infatti a 40 anni dalla promulgazione della legge 194 sull’aborto e a pochi giorni dalla morte del piccolo Alfie Evans, ucciso dall’applicazione di un disumano protocollo sanitario e dalle decisioni scellerate di alcuni giudici.

Ma quanto è lontana dall’Italia Liverpool?

Il Comitato Verità e Vita, nei giorni scorsi, ha pubblicato una nota in merito che mi auguro possa avere un’ampia diffusione (qui la versione integrale).

Riassumendo in breve la vicenda di Alfie Evans, “un bambino con bassa ‘qualità di vita’ [che] scandalizza, deve essere eliminato, anche se non soffre ed è amorevolmente accudito dai genitori”, il Comitato fa opportunamente notare come in Italia “La legge sul consenso informato e sulle DAT (…) permette che ai minori e agli incapaci vengano negate le terapie salvavita sulla base della semplice decisione dei genitori o dei rappresentanti legali (questi ultimi nominati dai giudici): tra queste ‘terapie’ la legge inserisce anche i sostegni vitali”.

“Se il medico è d'accordo sulla decisione di far morire l'incapace, non ha bisogno di nessuna autorizzazione per procedere ed è garantito dalla legge di essere ‘esente da responsabilità civile o penale’. Se il medico non è d'accordo? Il Giudice tutelare deciderà della vita o della morte dell'incapace ‘nel pieno rispetto della sua dignità’”.

La parola chiave è ‘dignità’, la stessa utilizzata per giustificare l’uccisione del piccolo Alfie. La stessa già utilizzata in Italia per Eluana Englaro.

“Ma la nostra società, il nostro legislatore e i nostri giudici sanno riconoscere la dignità di ogni uomo?”

Purtroppo crediamo di conoscere la risposta.

Sabato 19 maggio marceremo per ricordare agli italiani che per arrestare la china disumana imboccata dal nostro Paese ognuno deve fare la propria parte.

E quando scrivo ‘tutti’ intendo esattamente “la nostra società, il nostro legislatore e i nostri giudici”.

Altrimenti non andremo da nessuna parte.

Samuele Maniscalco

 

Alfie è stato ucciso, non possono esserci equivoci.

A pochi giorni di distanza dalla dipartita del piccolo bimbo inglese, nato il 9 maggio 2016 a Liverpool da Thomas e Kate James, non posso smettere di pensare a lui e a tutte le sofferenze che l’ospedale e i tribunali gli hanno inflitto.

Non riesco a smettere di pensare ai suoi genitori, ai quali hanno praticamente sequestrato il figlioletto affetto da una malattia di cui non si è riusciti a stabilire una diagnosi e che si è voluto far morire per asfissia perché la sua vita è stata ritenuta inutile.

Ma inutile per chi? E da chi?!

Non certo per i suoi genitori e per le migliaia di persone che per diversi mesi hanno manifestato in suo favore.

Kate, il giorno dopo la morte del figlio, ha postato su Facebook una straziante poesia dedicata al suo bambino e scritta da un suo sostenitore:

"Mamma non piangere, perché ora io devo andare a dormire. (…) Hai lottato per me ovunque. Nei tribunali, dalla regina, dal papa. (…) Un ultimo messaggio per il mio esercito. Tenetevi stretti i vostri cari, perché il tempo di nessuno è scontato. Ora devo dirvi addio".

Tenetevi stretti i vostri cari, perché il tempo di nessuno è scontato….

Quante verità in così poche parole! Parole di verità soprattutto per la società eugenetica di oggi, quella delle persone perfette, dove Alfie doveva morire per un imperativo categorico immorale frutto della dittatura del relativismo etico.

Vale la pena ricordare, en passant, che Anthony Hayden, il giudice dell’Alta Corte che ha decretato la morte di Alfie, è un membro eminente del Bar Lesbian and Gay Group (“BLAGG”) e co-autore di un manuale sui bambini e le famiglie omosessuali.

Un uomo, dunque, che vive per far trionfare nel mondo quel relativismo etico che tutto permette – a prima vista – eccetto il dissenso di chi conserva ancora il buon senso, l’amore per ciò che è Giusto e Buono.

Tempo fa, avremmo dovuto capire che la legalizzazione dell’aborto avrebbe inevitabilmente portato a questo. Una volta appiccato l’incendio, nulla sarebbe rimasto in piedi.

Su The Catholic Thing, commentando la vicenda del piccolo bimbo inglese, il giornalista David Warren ha scritto: “Senza criteri netti e assoluti sulle questioni della vita e della morte, siamo tutti pronti per le camere a gas. (…) Quando si abroga il principio della dignità intrinseca della vita umana - di ogni vita umana, non solo di alcune - tutto diviene possibile. (…) Quando vengono adottate politiche contra naturam, è necessario ricorrere alla forza. Coloro che difendono il vecchio ordine devono essere silenziati, per paura che possano organizzarsi. Per quelli che io chiamo i “liberal del dopo aborto”, opporsi non è più una questione di libertà di espressione. È un atto di ribellione contro la loro Dittatura del Relativismo”.

La battaglia per la Vita continua ma, dopo Alfie, il giudizio e il castigo di Dio incombono su tutti noi.

 

di Diego Torre

 

Circa 3000 persone hanno attraversato sabato 14 aprile il centro di Palermo partecipando alla Marcia per la Vita e la Famiglia.

L’evento, giunto al suo 8° anno, intende ricordare il valore della persona umana e la centralità della sua prima naturale appendice: la famiglia. Hanno aderito ad esso 71 associazioni, e aggregazioni sociali di varia natura: religiosa, laica o culturale, raccolte nel Forum “Vita, Famiglia, Educazione”.

I partecipanti si sono concentrati a Piazza Crispi, dove il vicario episcopale don Calogero D’Ugo ha dato lettura del messaggio di incoraggiamento dell’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, a cui sono seguiti quelli di altri vescovi e pastori evangelici, nonchè quello di Massimo Gandolfini, organizzatore dei Family Day nazionali e di Virgina Coda Nunziante, presidente della marcia nazionale per la vita. Don Fortunato Di Noto dell’Associazione Meter, da anni impegnato contro la pedofilia, impossibilitato a presenziare quale testimonial perché bloccato sull’autostrada Palermo-Catania, ha trasmesso anche lui un messaggio. Di seguito il pastore Elia Cascio della chiesa “Parola della Grazia”, ha richiamato il valore fondante della famiglia alla luce della Sacra Scrittura e della legge naturale.

Gli organizzatori della marcia hanno infine evidenziato le emergenze disattese dell’istituto familiare, soprattutto ai politici presenti: l’ Assessore regionale alla Cultura Roberto Lagalla e Raoul Russo in rappresentanza dell’assessore al Turismo Sandro Pappalardo. E poi gli onorevoli Carolina Varchi, Alessandro Aricò, Vincenzo Figuccia, Alessandro Pagano e l’assessore comunale Giuseppe Mattina.

Il corteo, preceduto da un nugolo di passeggini con neonati, corredato di slogan, canti, e striscioni, accompagnato da una allegra banda musicale, è infine partito per concludersi dinnanzi al Teatro Massimo, suscitando la curiosità dei numerosi passanti e turisti. Alla fine, i sacerdoti partecipanti hanno concelebrato una Santa Messa nella chiesa di S. Ignazio martire all’Olivella.

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