Resta collegato

Notizie

Notizie (1196)

Tre anni fa, Generazione Voglio Vivere pose alla Dott.ssa Cinzia Baccaglini, esperta nell'affrontare le conseguenze dell’aborto sulla donna, 50 domande e risposte sul post aborto. Ne nacque un opuscolo pratico, oggi molto diffuso per la sua chiarezza e sinteticità. L’aborto uccide una vita nascente e innocente, quella del bambino nel grembo materno ed è “un crimine che non può mai essere giustificato”, come insegnava Papa Giovanni Paolo II.

Con conseguenze fisiche e psicologiche per una donna gravi e drammatiche. Oggi, giunti alla ristampa della 1° edizione, è tempo di bilanci. Per questo motivo abbiamo contattato l’autrice per rivolgerle alcune domande inerenti il libretto ma anche per avere qualche parare autorevole sull'attualità. Non ultimo, per complimentarci con la recente nomina a Presidente del Comitato Verità e Vita. Chiunque fosse interessato a ricevere “50 Domande e Risposte sul Post Aborto” ci contatti allo 02 92113153 o scriva una e-mail a info@generazionevogliovivere.it

***

Dottoressa Baccaglini, nel 2015 Generazione Voglio Vivere pubblicava il suo opuscolo “50 Domande e Risposte sul Post Aborto”. Da allora, migliaia di italiani hanno potuto farsi un’idea più concreta dei rischi psichici per la donna che abortisce e per quanti sono coinvolti a più livelli con una simile scelta. Quest’anno siamo arrivati alla seconda edizione dopo una prima di 20.000 esemplari. Quale bilancio dare – a distanza di tre anni – alla luce di questo successo?

Il bilancio è sicuramente positivo. La formula domanda-risposta sulla tematica del post aborto è stata molto apprezzata poiché divulgativa, diretta, chiara. Certo, in questo nostro tempo pieno di informazione, la più varia ed avariata, è bene sempre leggere, approfondire, conoscere per avere consapevolezza, motivo per il quale ritengo l’opuscolo un primo passo.

È stato usato molto da insegnanti e sacerdoti, soprattutto per i giovani, ed è stato apprezzato da donne e uomini che erano stati coinvolti dalle tematiche del post aborto - nelle quali si sono riconosciuti - e hanno potuto fare un cammino verso la verità di ciò che era loro accaduto.

Molte le email di apprezzamento anche da parte di Vescovi e di persone competenti. Ciò, per evidenziare ancora di più come il tema del post aborto (se correttamente e scientificamente impostato) debba ancora essere conosciuto poiché è tuttora il tabù dei tabù.

Non so quante donne, soltanto leggendo cosa succede dopo, non abbiano abortito, di qualcuna ne ho contezza. Sono rimasta veramente sorpresa dal successo della versione in lingua francese. Penso che si debba continuare a proporre questo argomento, non tanto e solo per le persone coinvolte, ma per un sempre più efficace riconoscimento del volto umano del concepito.

L’aborto, non è un segreto, è sempre esistito. A suo avviso, in che cosa l’età moderna si differenzia da tutte le altre per il modo in cui si rapporta a questo fenomeno?

È vero, l’aborto è sempre esistito. Ma anche i furti e gli omicidi. Questo però non significa che sia cosa buona solo perché normato da una legge civile. Penso che il punto di questo obnubilamento della coscienza dipenda proprio da questi ragionamenti: “è sempre esistito ed esisterà sempre”, “c’è una legge che lo permette , quindi…”, etc.

Penso che questa epoca di individualismo, di narcisismo permeante, abbia trasformato l’aborto in una pratica comune di come sbarazzarsi di chi è reso alla stregua di un oggetto, che non ha certi standard, che si vede ma non si vede col cuore, che è figlio ma che non si sente o non può essere sentito, visto e riconosciuto come tale per molte motivazioni soggettive, relazionali, sociali.

Apparentemente, le vicende di Charlie Gard e di Alfie Evans non avrebbero nulla a che vedere con il tema della nostra intervista. Non pensa, invece, che l’uccisione deliberata di bimbi malati trovi la sua radice nella legalizzazione dell’aborto?

Come ho già avuto modo di dire, la mala pianta dell’aborto porta ad assuefarsi all’idea che si possa uccidere il bimbo, più o meno piccolo, più o meno sano, nel ventre materno, e sempre rispetto a quel concetto puramente astratto di “best interest” usato anche per Charlie, Isaiah, Alfie.

Non possiamo negare che, da chi abortisce con le pillole (persone delle quali non sappiamo quasi nulla, tranne che per la RU486) a chi decide di farlo dopo un’ecografia al primo trimestre, dall’aborto selettivo di embrioni e bimbi nel secondo trimestre per qualche “anomalia” all’aborto “post quasi nascita” di moda in America, dall’aborto post vero e proprio fino all’uccisione selettiva dei piccoli attraverso sostanze mortali o togliendo loro i sostegni vitali, sia in atto un’escalation.

In altre parole, io adulto, genitore, medico, giudice, decido che tu (concepito, feto, neonato) non hai i requisiti minimi di non so quale scala (se ne sono inventate tante), come se la dignità della persona umana dipendesse dalle sue capacità, funzioni, etc.

E ciò anche quando è il soggetto stesso a chiederlo così come è accaduto negli ultimi fatti di cronaca italiana.

La cosa più sconvolgente è l’utilizzo di una sorta di strana affermazione di una propria conoscenza del bene altrui proiettata e di uno strumento, un “sofferenzometro” - o il suo contrario per la felicità - della vita degli altri che è utilizzato sempre al futuro, anche per giustificare l’aborto.

Pensare che la sofferenza, certamente non cercata o procurata, faccia parte integrante della vita e che abbia un senso e significato è la scommessa sui grandi temi dell’inizio e fine vita.

Sinceramente mi sono anche chiesta come mai ci sia stata una giusta e sacrosanta mobilitazione per questi bimbi ma contemporaneamente non ci si sia accorti che la legge sulle DAT italiana, in caso di conflitto tra medici e genitori, prevede esattamente la stessa cosa.

In un recente articolo su The Catholic Thing, David Warren ha scritto: “Senza criteri netti e assoluti sulle questioni della vita e della morte, siamo tutti pronti per le camere a gas”. Lei è d’accordo con questa affermazione o le sembra esagerata?

Sono d’accordo per ciò che riguarda i criteri che devono essere chiari, netti, assoluti in termini di definizioni e ragionamenti ma mi spaventa il fatto che essi non siano agganciati al trascendente che c’è nell’uomo e a quell’elevatezza intrinseca alla persona umana.

Se è così, verranno sempre mercanteggiati, convenzionalmente decisi dalla maggioranza, dal più forte o da chi ne ha in qualche modo interesse. L’altra sottolineatura è che non mi piace parlare di vita o di morte necessariamente come categorie astratte. Noi abbiamo davanti quella persona e per quella persona dobbiamo fare i conti del maggior bene possibile per aiutarla, accompagnarla e difenderla.

Recentemente, lei è stata nominata presidente del Comitato Verità e Vita, andando così a ricoprire una carica che fu dell’indimenticabile e combattivo Mario Palmaro. Quali progetti intende mettere in campo e quale pensa sia l’eredità più profonda lasciata al mondo pro vita italiano da Mario?

L’eredità di Mario in tanti campi del sapere è molto ampia ma penso in particolare al suo dono di chiarezza, al rendere semplice i concetti ai più anche con l’ausilio della sua ironia, senza nulla togliere alla profondità degli argomenti e alla sua capacità di vedere oltre ciò che stava accadendo dando anche linee profetiche di intervento.

La mia lunga amicizia con Mario non deve però far dimenticare che lui è stato uno dei fondatori e primo Presidente del Comitato Verità e Vita (ce ne sono stati altri 2 dopo di lui e prima di me) ma che il Comitato è fatto da molte persone che, come lui, hanno sempre integralmente difeso la vita con la penna, con la preghiera e con le azioni, anche se con caratteristiche diverse e non con la sua genialità.

Per quanto riguarda quindi i progetti, essi sono in semplice continuità con quello che sono gli scopi statutari del Comitato Verità e Vita: denuncia integrale delle leggi ingiuste (in questi anni abbiamo denunciato molte volte cose che puntualmente si sono poi realizzate), formazione sempre più approfondita per tutti ma in particolare per i giovani e ognuno agendo nel suo campo proprio: in una frase, “per la vita senza compromessi”.

Ritengo più che mai urgente che attorno alla Verità sulla Vita ci sia un’unità sempre più forte di tutti i prolife nonostante le diversità delle sigle associative.

(Maria Virginia Di Mauro – Voglio Vivere n°52, Giugno 2018)

di Federico Cenci

Quarant’anni e sentirli tutti. È proprio il caso di dirlo a proposito della legge 194 del 1978 che ha introdotto l’aborto nell’ordinamento giuridico italiano. I bambini mai nati a causa di questa legge, infatti, sono quasi sei milioni. Un numero che si avvicina alla somma della popolazione residente nelle prime quattro città più popolose del Belpaese.

Un “diritto”, così lo chiamano i suoi sostenitori. Una tragedia, per le vite spezzate e per i rimorsi di coscienza provocati alle madri e anche ai padri: questa è la realtà dei fatti. Fondata, peraltro, sulle menzogne propagandate dagli esponenti del Partito Radicale durante l’acceso dibattito che fece da cornice all’approvazione della norma.

La legge 194 è strettamente legata a un altro evento catastrofico che colpì l’Italia negli anni Settanta: il disastro di Seveso. Il 10 luglio 1976 lo scoppio di un reattore in un’industria chimica della Bassa Brianza causò la dispersione nell’aria di diossina, sostanza tossica che contaminò tutto il territorio.

L’incidente fu la spinta emotiva all’approvazione di una legge per legalizzare l’aborto. Quattro neodeputati radicali, tra i quali Marco Pannella ed Emma

Bonino, si fecero interpreti in Parlamento di una legge speciale sull’aborto per le donne esposte a diossina, in quanto il feto avrebbe riportato gravi malformazioni.

Quaranta gestanti della zona, terrorizzate da questa ipotesi, decisero di abortire. Tuttavia, a seguito di esami clinici e da un’indagine di una Commissione d’inchiesta parlamentare, emerse che nessun feto presentava malformazioni riconducibili alla diossina.

La scienza e i fatti risultano però impotenti dinanzi alla violenza della propaganda mediatica. Lo testimonia anche l’altra grande menzogna su cui fecero leva socialisti e radicali per promuovere la legge sull’aborto: legalizzare le interruzioni di gravidanza volontarie sarebbe servito ad impedire gli aborti clandestini, stimati da costoro in circa un milione l’anno.

Ma il numero appare assai lontano dalla realtà. Antonio Socci nel 2008 impugnò una calcolatrice e dimostrò che, se si ipotizza un milione di aborti clandestini l’anno, tutte le donne italiane tra i 15 e i 49 anni avrebbero praticato nella loro vita almeno 2,8 aborti procurati clandestini.

E se davvero la richiesta di sottoporsi all’aborto era così alta, non si spiega come mai, dopo il 1978, i dati ufficiali sugli aborti legali e gratuiti, praticati da medici in strutture sanitarie, oscillano intorno ai 130mila l’anno: un numero nettamente inferiore a quel milione di aborti clandestini agitati dai radicali.

Eppure in quegli anni la verità era alla mercé della propaganda.

Altre cifre creative furono quelle diffuse sulle donne morte in Italia a causa dell’aborto clandestino: i sostenitori della legge dicevano che fossero venticinquemila. Dall’Annuario Statistico di quegli anni risulta, tuttavia, che le donne in età fertile decedute per complicazioni da parto o gravidanza oscillavano tra le trecento e cinquecentocinquanta. Tra queste, è facile supporre che le vittime di aborti clandestini fossero qualche decina l’anno.

Una tragedia certo, ma non un’emergenza nazionale. La vera emergenza dell’Italia odierna, piuttosto, è la terribile crisi delle nascite. Nel 2016 si è registrato il record negativo di 474mila nuovi nati. E le vite spezzate nel grembo materno contribuiscono a rendere più rigido l’inverno demografico.

Uno stillicidio di vite nascenti che è sì diminuito negli ultimi anni, ma va considerato che le statistiche non tengono conto degli effetti delle pillole abortive, la cui vendita è decollata da quando l’Agenzia italiana del farmaco, nel 2015, ha reso questo prodotto vendibile senza ricetta medica: si stima che in un anno le vendite siano aumentate del 686%.

Il lavoro da fare, per contrastare questa deriva, è culturale prima ancora che politico. Risalire la china è impervio, ma non impossibile. Una luce di speranza brilla negli occhi dei tanti giovani che da otto anni a questa parte animano la Marcia per la Vita.

La loro battaglia per la vita si svolge lontano dalla ribalta mediatica, ma vicino al cuore delle donne e alla verità sull’uomo. Altro che le menzogne della propaganda abortista.

FONTE: Voglio Vivere Anno XVII, n°1 - Marzo 2018

Martedì, 15 Maggio 2018 08:55

La Marcia, Alfie e le nostre DAT

di Samuele Maniscalco

Sabato 19 maggio 2018 Roma ospiterà l’VIII edizione della Marcia nazionale per la vita. Il ritrovo è a piazza della Repubblica (ore 14.30) e sfilerà poi fino a piazza Venezia.

Quest’anno l’evento assume un’importanza capitale: si svolgerà infatti a 40 anni dalla promulgazione della legge 194 sull’aborto e a pochi giorni dalla morte del piccolo Alfie Evans, ucciso dall’applicazione di un disumano protocollo sanitario e dalle decisioni scellerate di alcuni giudici.

Ma quanto è lontana dall’Italia Liverpool?

Il Comitato Verità e Vita, nei giorni scorsi, ha pubblicato una nota in merito che mi auguro possa avere un’ampia diffusione (qui la versione integrale).

Riassumendo in breve la vicenda di Alfie Evans, “un bambino con bassa ‘qualità di vita’ [che] scandalizza, deve essere eliminato, anche se non soffre ed è amorevolmente accudito dai genitori”, il Comitato fa opportunamente notare come in Italia “La legge sul consenso informato e sulle DAT (…) permette che ai minori e agli incapaci vengano negate le terapie salvavita sulla base della semplice decisione dei genitori o dei rappresentanti legali (questi ultimi nominati dai giudici): tra queste ‘terapie’ la legge inserisce anche i sostegni vitali”.

“Se il medico è d'accordo sulla decisione di far morire l'incapace, non ha bisogno di nessuna autorizzazione per procedere ed è garantito dalla legge di essere ‘esente da responsabilità civile o penale’. Se il medico non è d'accordo? Il Giudice tutelare deciderà della vita o della morte dell'incapace ‘nel pieno rispetto della sua dignità’”.

La parola chiave è ‘dignità’, la stessa utilizzata per giustificare l’uccisione del piccolo Alfie. La stessa già utilizzata in Italia per Eluana Englaro.

“Ma la nostra società, il nostro legislatore e i nostri giudici sanno riconoscere la dignità di ogni uomo?”

Purtroppo crediamo di conoscere la risposta.

Sabato 19 maggio marceremo per ricordare agli italiani che per arrestare la china disumana imboccata dal nostro Paese ognuno deve fare la propria parte.

E quando scrivo ‘tutti’ intendo esattamente “la nostra società, il nostro legislatore e i nostri giudici”.

Altrimenti non andremo da nessuna parte.

Samuele Maniscalco

 

Alfie è stato ucciso, non possono esserci equivoci.

A pochi giorni di distanza dalla dipartita del piccolo bimbo inglese, nato il 9 maggio 2016 a Liverpool da Thomas e Kate James, non posso smettere di pensare a lui e a tutte le sofferenze che l’ospedale e i tribunali gli hanno inflitto.

Non riesco a smettere di pensare ai suoi genitori, ai quali hanno praticamente sequestrato il figlioletto affetto da una malattia di cui non si è riusciti a stabilire una diagnosi e che si è voluto far morire per asfissia perché la sua vita è stata ritenuta inutile.

Ma inutile per chi? E da chi?!

Non certo per i suoi genitori e per le migliaia di persone che per diversi mesi hanno manifestato in suo favore.

Kate, il giorno dopo la morte del figlio, ha postato su Facebook una straziante poesia dedicata al suo bambino e scritta da un suo sostenitore:

"Mamma non piangere, perché ora io devo andare a dormire. (…) Hai lottato per me ovunque. Nei tribunali, dalla regina, dal papa. (…) Un ultimo messaggio per il mio esercito. Tenetevi stretti i vostri cari, perché il tempo di nessuno è scontato. Ora devo dirvi addio".

Tenetevi stretti i vostri cari, perché il tempo di nessuno è scontato….

Quante verità in così poche parole! Parole di verità soprattutto per la società eugenetica di oggi, quella delle persone perfette, dove Alfie doveva morire per un imperativo categorico immorale frutto della dittatura del relativismo etico.

Vale la pena ricordare, en passant, che Anthony Hayden, il giudice dell’Alta Corte che ha decretato la morte di Alfie, è un membro eminente del Bar Lesbian and Gay Group (“BLAGG”) e co-autore di un manuale sui bambini e le famiglie omosessuali.

Un uomo, dunque, che vive per far trionfare nel mondo quel relativismo etico che tutto permette – a prima vista – eccetto il dissenso di chi conserva ancora il buon senso, l’amore per ciò che è Giusto e Buono.

Tempo fa, avremmo dovuto capire che la legalizzazione dell’aborto avrebbe inevitabilmente portato a questo. Una volta appiccato l’incendio, nulla sarebbe rimasto in piedi.

Su The Catholic Thing, commentando la vicenda del piccolo bimbo inglese, il giornalista David Warren ha scritto: “Senza criteri netti e assoluti sulle questioni della vita e della morte, siamo tutti pronti per le camere a gas. (…) Quando si abroga il principio della dignità intrinseca della vita umana - di ogni vita umana, non solo di alcune - tutto diviene possibile. (…) Quando vengono adottate politiche contra naturam, è necessario ricorrere alla forza. Coloro che difendono il vecchio ordine devono essere silenziati, per paura che possano organizzarsi. Per quelli che io chiamo i “liberal del dopo aborto”, opporsi non è più una questione di libertà di espressione. È un atto di ribellione contro la loro Dittatura del Relativismo”.

La battaglia per la Vita continua ma, dopo Alfie, il giudizio e il castigo di Dio incombono su tutti noi.

 

di Diego Torre

 

Circa 3000 persone hanno attraversato sabato 14 aprile il centro di Palermo partecipando alla Marcia per la Vita e la Famiglia.

L’evento, giunto al suo 8° anno, intende ricordare il valore della persona umana e la centralità della sua prima naturale appendice: la famiglia. Hanno aderito ad esso 71 associazioni, e aggregazioni sociali di varia natura: religiosa, laica o culturale, raccolte nel Forum “Vita, Famiglia, Educazione”.

I partecipanti si sono concentrati a Piazza Crispi, dove il vicario episcopale don Calogero D’Ugo ha dato lettura del messaggio di incoraggiamento dell’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, a cui sono seguiti quelli di altri vescovi e pastori evangelici, nonchè quello di Massimo Gandolfini, organizzatore dei Family Day nazionali e di Virgina Coda Nunziante, presidente della marcia nazionale per la vita. Don Fortunato Di Noto dell’Associazione Meter, da anni impegnato contro la pedofilia, impossibilitato a presenziare quale testimonial perché bloccato sull’autostrada Palermo-Catania, ha trasmesso anche lui un messaggio. Di seguito il pastore Elia Cascio della chiesa “Parola della Grazia”, ha richiamato il valore fondante della famiglia alla luce della Sacra Scrittura e della legge naturale.

Gli organizzatori della marcia hanno infine evidenziato le emergenze disattese dell’istituto familiare, soprattutto ai politici presenti: l’ Assessore regionale alla Cultura Roberto Lagalla e Raoul Russo in rappresentanza dell’assessore al Turismo Sandro Pappalardo. E poi gli onorevoli Carolina Varchi, Alessandro Aricò, Vincenzo Figuccia, Alessandro Pagano e l’assessore comunale Giuseppe Mattina.

Il corteo, preceduto da un nugolo di passeggini con neonati, corredato di slogan, canti, e striscioni, accompagnato da una allegra banda musicale, è infine partito per concludersi dinnanzi al Teatro Massimo, suscitando la curiosità dei numerosi passanti e turisti. Alla fine, i sacerdoti partecipanti hanno concelebrato una Santa Messa nella chiesa di S. Ignazio martire all’Olivella.

 

 

Conferenza stampa a Palazzo Madama sulla salute delle donne

 

Roma, 11 aprile 2018

«I suicidi sono +155%, +37% le depressioni, +230% l’utilizzo di sostanze illegali e psicofarmaci, nelle donne che hanno abortito e che soffrono gravi conseguenze anche sul piano psicologico, secondo una metanalisi inglese», ha dichiarato la senatrice della Lega, Raffaella Marin, psicologa, riportando dati sconvolgenti sugli effetti dell’aborto volontario sulle donne. In tempi di autodeterminazione e di consenso informato, le donne non vengono messe a conoscenza delle «gravi conseguenze dell'aborto sul piano fisico e psichico», annunciava la conferenza stampa che si è appena conclusa a Palazzo Madama. Organizzata da ProVita, ha potuto contare sulla partecipazione di numerosi parlamentari, in risposta all’invito della onlus di far conoscere la petizione per la salute delle donne, lanciata sul sito notizieprovita.it .

Lorenza Perfori, autrice del libretto Per la salute delle donne (edito da ProVita), ha ricordato come non ci sia «informazione per le donne: nei consultori e nemmeno a livello politico. Informazione non c’è nelle relazioni del ministero della Salute sull’applicazione della 194, se non in forma vaga incompleta e imprecisa». Perfori ha fatto un riassunto del contenuto dell’opuscolo, elencando alcune conseguenze fisiche dell’aborto sia chirurgico che medico.

La senatrice Isabella Rauti di Fratelli d’Italia ha sottolineato quanto sia importante sottoscrivere la petizione di ProVita «perché tocca un vulnus che non ha trovato soluzione dal 1978 ad oggi. Il grande assente del dibattito sull’aborto resta questo aspetto: i rischi dell’aborto per le donne. Una questione di enorme importanza». La senatrice Rauti ha ricordato: «Anni fa intervistai le prime donne che avevano fatto ricorso all’aborto: erano tutte molto provate. Vorrei che si parlasse di più di una legge che esiste, che permette il parto in anonimato e la adozione neonatale».

Nel suo intervento, la senatrice della Lega, Maria Saponara, ha dichiarato: «Leggendo l’opuscolo della Perfori, dico con sincerità che non ero a conoscenza di alcune conseguenze. A 40 anni dalla legge queste informazioni non sono state date. Mi assumo la responsabilità di agire in Senato, sostenendo l’iniziativa di ProVita affinché le donne siano informate».

La conferenza stampa era stata organizzata su iniziativa del senatore Simone Pillon, che ha introdotto e moderato l’incontro, subito commentando l’incresciosa censura della gigantografia di ProVita da parte del Comune di Roma: «Siamo stati favoriti dalla pubblicità fatta da quel gesto di violazione della libertà di espressione. Altri manifesti di ben altro contenuto vengono tollerati mentre quelli per la vita vengono censurati».

Sono intervenuti anche il senatore Massimiliano Romeo che ha ribadito: «Il mio impegno politico andrà nella direzione del sostegno della vita. Purtroppo, oggi i figli sono visti non come un dono ma come un limite per la propria personalità. Bisogna passare dalla cultura dell’io alla cultura del noi». Per il senatore Emanuele Pellegrini, «non si può restare in silenzio dopo la censura del manifesto di ProVita, che è espressione legittima e doverosa di un pensiero in difesa della vita». Toni Brandi, presidente di ProVita, è intervenuto commentando: «Trovo allucinante che in un Paese dove si parla costantemente di consenso informato e di autodeterminazione non si informino le donne. Se si prende il più innocuo farmaco, c’è il bugiardino che informa su tutto, ma se una donna vuole abortire non c’è alcuna informazione sulle conseguenze fisiche e psichiche».

Ultimata la raccolta delle firme, ProVita le presenterà al nuovo ministro della Salute «affinché garantisca che le donne vengano informate delle conseguenze dell’aborto volontario sulla loro salute fisica e psichica». È solo una delle tante iniziative che la onlus intende promuovere in difesa delle donne, della vita e dei bambini. Dopo la vergognosa rimozione del maxi manifesto a Roma, che scuoteva le coscienze ricordando che l’interruzione volontaria della gravidanza sopprime un essere vivente (non un grumo di cellule), l’immagine di quel bambino a 11 settimane (diventata virale sui social), sta facendo il giro di tutta Italia. Lo vogliono Comuni, scuole, associazioni, singoli cittadini. Una protesta che si moltiplica da più parti contro l’abuso di potere esercitato dall’amministrazione Raggi.

Sabato 14 aprile, a Roma ci sarà un sit in simbolico di attivisti romani di ProVita «per chiedere la libertà di espressione». Avrà luogo dalle 12 alle 13 in piazza Madonna di Loreto perché il Campidoglio non ha concesso l’autorizzazione alla protesta silenziosa, nemmeno nella piazzetta dell’Ara Coeli antistante la scalinata.

 

Lo rende noto l’ufficio stampa di ProVita Onlus

http://www.notizieprovita.it 

 

Ufficio Stampa ProVita Onlus

Tel.: 3395419121; 3467786500; 3467786500

Mail: ufficiostampa@provitaonlus.org

@ProVita_Tweet


 
La pietra è stata messa al suo posto. Tutto sembra finito. È il momento in cui tutto comincia. È il radunarsi degli Apostoli. È il rinascere delle dedizioni, delle speranze.
 
La Pasqua si avvicina.
 
La Resurrezione rappresenta il trionfo eterno e definitivo di Nostro Signore Gesù Cristo, la sconfitta completa dei suoi avversari. È l’argomento massimo della nostra Fede.
 
San Paolo ha detto che, se Cristo non fosse risuscitato, la nostra Fede sarebbe vana. È proprio sul tale fatto soprannaturale che si fonda tutto l’edificio del nostro credo.
 
La grande gioia che produce in noi la Santa Pasqua, fa brillare ai nostri occhi, persino nella tristezza della situazione contemporanea, la certezza trionfale che Dio è il supremo Signore di tutte le cose, che Lui è il Dio della vita.
 
Che Egli ha vinto la morte e sconfitto il demonio, che è stato capace di diradare tutte le tenebre, e di trionfare nella maniera più brillante, proprio quando sembrava prospettarsi la più terribile, la più disperata delle sconfitte.
 
Per tutto ciò è vitale celebrare, fare memoria della Resurrezione.
 
Ed è per questo che da parte mia e dello staff di Generazione Voglio Vivere desidero farvi gli auguri più cari di una Santa Pasqua.
 
Nelle scorse settimane abbiamo avviato una raccolta fondi per il Centro Aiuto alla Vita Lomellino e fin qui abbiamo raccolto 2.200 euro. Il nostro obiettivo è però raggiungere i 3.000 entro mercoledì prossimo.
 
Non vorreste aiutarci a raggiungere la cifra che ci siamo prefissati? Spero che questi ultimi giorni possano fare la differenza.
 
Grazie al tuo contributo, tante mamme e i loro bambini, trascorreranno questa Pasqua in serenità e gioia.
 
Samuele Maniscalco
Responsabile Campagna Generazione Voglio Vivere
Mercoledì, 14 Marzo 2018 11:34

Framementi di Luce contro l'aborto

Molto volentieri riceviamo e pubblichiamo alcune poesie scritte da don Giuseppe Magrin che hanno per tema l'aborto. Ciascuna di esse è preceduta da una contestualizzazione per meglio apprenderne la genesi. Il messaggio suona forte e chiaro: la cosiddetta 'interruzione di gravidanza', voluta e non subita, è sempre l'omicidio di un essere innocente. Attraverso la poesia, don Magrin fa riscoprire a molti verità innegabili, Frammenti di Luce: non a caso l'intera raccolta di versi porta questo nome.
 

 
PERCHÉ NON SONO NATO CAGNOLINO?
 
Contestualizzazione: Padova 2004. Nell’estate precedente erano stati esposti in tutte le città d’Italia grandi “porsters” che dicevano: Abbandonare un cane in tempo di villeggiatura “per la legge è reato e per l’umanità una vergogna”. Pensando a tutta la trafila legale su aborti e manipolazioni genetiche varie, non potevo non reagire come uomo, innanzitutto, disgustato dell’insipienza di tanti millantatori, che parlano come fossero “persone d’alto livello scientifico”. Non si capisce perché gli “umani” non debbano essere rispettati almeno quanto i cani, fin dal concepimento. È il bambino abortito che parla ai genitori…
 
 
Mamma, papà
dal mondo dove vivo
ancora vi domando
perché m’avete spento
a nove settimane
dal mio concepimento…
 
Non volevo morire ancora prima
di nascere
e vi scuotevo le manine in germe
ed i piedini 
e urlavo il mio silenzio
inutilmente
né valse il ricordarvi
il primo bacio che vi deste in fronte.
 
Cattivi consiglieri 
v’hanno aiutato a condannarmi a morte
ed il chirurgo
mi raschiò via dal grembo
come si raschia il fondo d’un paiolo.
Ero forse una crosta 
in più 
rimasta al fondo dell’amore vostro?
 
Povera mia testina frantumata
e risucchiata come spazzatura
con tecnica e premura,
violenza rivestita
di bianchi camici
ed impunita.
Mamma, papà 
perché m’avete fatto e poi distrutto?
Ditemi il male che ho commesso, ditemi
che ho fatto a voi ed alla società?
 
Embrione appena
ero già vita umana irreversibile
benché invisibile
ero persona come nonno e nonna,
come la sorellina 
e il fratellino
che ride e v’accarezza 
dal suo lettino.
 
Non ero né ammalato né deforme
né questo basta per rifiutarmi amore;
e quando percepii che il mio destino
era segnato
non vi chiedevo
che d’ospitarmi in grembo
per nove mesi e d’essere adottato
dove la vita è attesa come un sogno.
 
Avrei veduto anch’io un pò d’azzurro
le nuvole e gli uccelli
in libertà
i pulcini che seguono
la chioccia
dolce, sollecita
ed i gattini 
che allattano alla mamma
mentre pulisce
i loro corpiccini.
 
Ora per voi non sono
che l’ombra errante
d’una coscienza infranta,
ormai smarrita!
Ma che vuol dire aborto terapeutico
disagio psicologico
fecondazione omologa, eterologa
od assistita
ed embrione
manipolato per guarire gli altri?
 
Mamma, perché
l’abbandonare un cane nell’estate
per la legge è reato
e per l’umanità
una vergogna
ed espellere un feto di tre mesi
o un embrione appena concepito
non è reato 
e per l’umanità non è vergogna?
 
Legge sinistra che proteggi i cani
e uccidi i feti
e gli embrioni umani
legge ammantata
di scientificità
che ci rifiuta d’essere persone,
per te non siamo che un oggetto freddo
di sperimentazione
semplice materiale farmaceutico!
 
Cuori omicidi siete
e tali rimanete
voi, genitori miei,
che dall’eterno attendo
e guarderò negli occhi
con lacrime d’amore e compassione
voi
e chi propose e chi firmò la legge
chi vi protegge
gente perbene col sorriso in volto
che preferisce ai bimbi i cagnolini.
 
 
 
CHE BRIVIDO QUEI RESTI
 
Contestualizzazione: Roma. 2009.03.31. Per quanto si potessero trovare giustificazioni pietose per l’aborto, il grido delle Sessantottine: “La pancia è mia”, nelle dimostrazioni di piazza appoggiate da diversi movimenti politici, faceva  rabbrividire. E fa rabbrividire anche oggi  chi … lavorando in cliniche ospedaliere, deve “sbrigare via”  ciò che ne “resta”… di quei corpicini. “Sono brividi, solo brividi che provo” - mi diceva un “addetto” di un Ospedale – e non mi  è possibile un’incoscienza che rimuova l’assurdità di ciò che quotidianamente vedo fare dal grembo materno al deposito rifiuti”… In verità, anche noi, non del tutto bestie, solamente passando vicino a una clinica dove si pratica l’aborto, ci sentiamo schiantati quanto quei feti… D’istinto ci verrebbe  la voglia di “vendicare” altrettanto drasticamente, chi non “ha avuto voce”... E non capiamo che perfino un Presidente della Repubblica, tutore dei diritti dei cittadini, non si pronunci, avallando una “mattanza” quotidiana di esseri umani. Né si dica che si diventa persone al terzo mese dal concepimento o, addirittura,  al momento della nascita... Reattivamente, stanno sorgendo in Italia, Aggregazioni filantropiche  che una volta al mese s’interessano almeno della sepoltura dei feti abortiti “convertendo” l’ingiustizia umana in una giustizia meno disumana…. I credenti di qualsiasi fede, si affidano  ai “tempi lunghi” di una Giustizia divina, che è capace di “scuotere come un terremoto” chi, paladino dei diritti umani, non si muove a “difesa della vita fin dal concepimento” .
 
 
Che brivido quei resti dentro un freezer 
i tanti corpicini di abortiti
rinchiusi alla rinfusa e abbandonati, 
nell’Isolato in fondo all’Ospedale!
 
Suasivamente condannati a morte 
e maciullati, giacciono ora là
quasi tossiche scorie d’una pancia 
come rifiuti senza una discarica !
 
Progresso atroce delle leggi umane
che fa d’un assassinio un pio diritto
e del massacratore un impunito,
e nega ai feti un fiore ed una tomba.
 
Ad ogni mese anonimi filantropi
vanno e con deferenza li compongono
offrendo una preghiera e li depongono
nel grembo meno acre di madreterra.
 

(Da:   Giuseppe Magrin,  Frammenti di Luce    Ed. Elledici-Velar , 2005)

di Samuele Maniscalco

Un altro inquietante salto nel buio è stato compiuto negli esperimenti di ingegneria genetica: la produzione di embrioni di pecora contenenti cellule umane.

La raccapricciante notizia arriva dal meeting annuale della American association for the advancement of science tenutosi in Texas.

Pablo Juan Ross, del Dipartimento di scienze animali dell’Università della California di Davis, ha presentato i dati preliminari di una ricerca nella quale sono stati prodotti embrioni ibridi interspecie, inclusi quelli di pecora con cellule staminali pluripotenti umane.

L’obiettivo dichiarato - di quelli che in teoria dovrebbe “giustificare” aberrazioni del genere – è la produzione all’interno degli animali di organi da trapiantare. Nel caso concreto, un pancreas per pazienti diabetici.

Dunque, meno di un mese dopo la clonazione di due macachi e meno di un anno dopo la realizzazione di un embrione ibrido uomo-maiale (per mano dello stesso gruppo di scienziati) arriva adesso l’embrione di pecora con cellule umane.

Nel caso dell’ibrido uomo-maiale le cellule umane erano una su 100.000. In quello uomo-pecora siamo già scesi a una cellula umana su 10.000...

L’embrione è stato lasciato crescere per 28 giorni, di cui 21 nell’utero dell’animale.

È evidente che tutto ciò pone e porrà sempre di più delle enormi questioni morali sulla liceità di questi esperimenti, anche perché la proporzione di cellule umane utilizzate non farà che aumentare.

L’ha confermato lo stesso Pablo Ross:

«Le cellule umane si sono riprodotte, anche se per arrivare alla possibilità di ottenere un intero organo servirebbe un rapporto di una cellula umana ogni 100 di animale» 

E qui arriviamo al punto: per capire se la ricerca può dare risultati è ovvio che ci si spingerà fino a far nascere la creatura così assemblata, qualunque cosa essa sia.

La comunità scientifica non si rende conto dell’impressionante precipizio verso cui ci stiamo pericolosamente approssimando?

Interrogato a tal riguardo Alessandro Nanni Costa, responsabile del Centro nazionale trapianti, afferma:

«Come si fa a essere certi che nell’animale crescerà l’organo desiderato e con le caratteristiche necessarie? E le cellule umane inserite nell’embrione ovino dove vanno a posizionarsi? Non risultano tecniche di controllo sulla loro destinazione, tali almeno da evitare che entrino a far parte ad esempio del sistema nervoso della pecora» 

Tutto ciò suscita gravissime preoccupazioni antropologiche ed etiche che in molti però non vogliono vedere.

Quando nel 1818 Mary Shelley pubblicò il romanzo Frankenstein, o il moderno Prometeo non poteva di certo prevedere che esattamente 200 anni dopo l’umanità sarebbe caduta così in basso svilendo la sua stessa natura mischiandola con quella di un animale.

O forse l’aveva previsto e proprio per questo aveva lanciato un grido di allarme rimasto purtroppo inascoltato.

di Generazione Voglio Vivere

 

Dopo appena cinque giorni dall’entrata in vigore della legge sul biotestamento ecco il primo caso di applicazione della norma approvata il 14 dicembre scorso al Senato.

Si tratta della signora Patrizia Cocco, 49 anni, di Nuoro, da cinque anni in lotta con la Sla, alla quale è stata staccata la ventilazione meccanica che la teneva in vita.

Prima che l’attuale legge entrasse in vigore, per farsi “staccare la spina” era necessario trovare un medico concorde nel giudicare non più proporzionato il trattamento.

Adesso, invece, il medico è obbligato dalla legge a eseguire le volontà del paziente senza possibilità di appellarsi all’obiezione di coscienza.

Nella fattispecie di Nuoro, inoltre, siamo di fronte a un caso che va oltre quanto stabilito dalle “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”, per cui il paziente può chiedere l’interruzione di idratazione e nutrizione assistita, ma non della ventilazione assistita.

Ovviamente nessuno si straccerà le vesti. Se un paziente può rifiutare acqua e cibo, perché non può rifiutare anche di essere ventilato? 

E' la ratio della legge, niente di più semplice.

La legge provocherà una diffusione del fenomeno eutanasico e un’impennata dei suicidi nel nostro Paese?

A dispetto di quanto asserito dai promotori del biotestamento SI. Basta osservare quanto sta già accadendo altrove dove leggi simili sono in vigore da più tempo.

In Canada, dopo solo due anni dalla sua legalizzazione, i decessi per eutanasia – secondo le stime ufficiali – hanno raggiunto quota 1.982 per il solo anno 2016-2017.

In Olanda, si è ormai arrivati al 4 per cento dei decessi per eutanasia su tutte le morti (dati del 2016).

Sull’altro versante, poi, si registra già un aumento dei suicidi tout court.

Lo denunciava a suo tempo nel 2015 il Southern Medical Journal attraverso un articolo intitolato "Come la legalizzazione del suicidio assistito influisce sui tassi di suicidio? I tassi di suicidio non assistito in Oregon e a Washington dopo l'approvazione delle leggi sul suicidio assistito”.

Nonostante le affermazioni secondo cui le leggi sul suicidio assistito riducano gli altri suicidi o li sostituiscano, gli autori hanno raggiunto la preoccupante conclusione che è vero “piuttosto che l'introduzione del Pas (Suicidio assistito medico) sembra causare più morti autoinflitte di quante non ne inibisca”.

Dicevamo però dell’attacco all’obiezione di coscienza…

Ebbene, l’Associazione Luca Coscioni – grande promotrice del biotestamento – all’indomani dell’entrata in vigore della legge, non solo gioiva ma invocava denunce penali contro chi in coscienza rifiuterà di uccidere in nome delle nuove disposizioni.

Del resto, la deputata Donata Lenzi (PD) relatrice della legge, in una recente intervista al Quotidiano Sanità ha lasciato chiaro che un medico non può agire in contrasto alla nuova norma sulle DAT perché “in democrazia quella che prevale è la legge”.

Con tanti auguri alla coscienza del singolo individuo che d’ora in avanti dovrà adeguarsi coercitivamente alle direttive di Stato. Quasi fossimo in Cina.

Pagina 1 di 86

Cerca

Ritrovaci su Facebook

Unisciti a noi!

Aiutaci a portare avanti la Campagna Voglio Vivere sostenendo le nostre iniziative a favore della vita!