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di Generazione Voglio Vivere

 

Dopo appena cinque giorni dall’entrata in vigore della legge sul biotestamento ecco il primo caso di applicazione della norma approvata il 14 dicembre scorso al Senato.

Si tratta della signora Patrizia Cocco, 49 anni, di Nuoro, da cinque anni in lotta con la Sla, alla quale è stata staccata la ventilazione meccanica che la teneva in vita.

Prima che l’attuale legge entrasse in vigore, per farsi “staccare la spina” era necessario trovare un medico concorde nel giudicare non più proporzionato il trattamento.

Adesso, invece, il medico è obbligato dalla legge a eseguire le volontà del paziente senza possibilità di appellarsi all’obiezione di coscienza.

Nella fattispecie di Nuoro, inoltre, siamo di fronte a un caso che va oltre quanto stabilito dalle “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”, per cui il paziente può chiedere l’interruzione di idratazione e nutrizione assistita, ma non della ventilazione assistita.

Ovviamente nessuno si straccerà le vesti. Se un paziente può rifiutare acqua e cibo, perché non può rifiutare anche di essere ventilato? 

E' la ratio della legge, niente di più semplice.

La legge provocherà una diffusione del fenomeno eutanasico e un’impennata dei suicidi nel nostro Paese?

A dispetto di quanto asserito dai promotori del biotestamento SI. Basta osservare quanto sta già accadendo altrove dove leggi simili sono in vigore da più tempo.

In Canada, dopo solo due anni dalla sua legalizzazione, i decessi per eutanasia – secondo le stime ufficiali – hanno raggiunto quota 1.982 per il solo anno 2016-2017.

In Olanda, si è ormai arrivati al 4 per cento dei decessi per eutanasia su tutte le morti (dati del 2016).

Sull’altro versante, poi, si registra già un aumento dei suicidi tout court.

Lo denunciava a suo tempo nel 2015 il Southern Medical Journal attraverso un articolo intitolato "Come la legalizzazione del suicidio assistito influisce sui tassi di suicidio? I tassi di suicidio non assistito in Oregon e a Washington dopo l'approvazione delle leggi sul suicidio assistito”.

Nonostante le affermazioni secondo cui le leggi sul suicidio assistito riducano gli altri suicidi o li sostituiscano, gli autori hanno raggiunto la preoccupante conclusione che è vero “piuttosto che l'introduzione del Pas (Suicidio assistito medico) sembra causare più morti autoinflitte di quante non ne inibisca”.

Dicevamo però dell’attacco all’obiezione di coscienza…

Ebbene, l’Associazione Luca Coscioni – grande promotrice del biotestamento – all’indomani dell’entrata in vigore della legge, non solo gioiva ma invocava denunce penali contro chi in coscienza rifiuterà di uccidere in nome delle nuove disposizioni.

Del resto, la deputata Donata Lenzi (PD) relatrice della legge, in una recente intervista al Quotidiano Sanità ha lasciato chiaro che un medico non può agire in contrasto alla nuova norma sulle DAT perché “in democrazia quella che prevale è la legge”.

Con tanti auguri alla coscienza del singolo individuo che d’ora in avanti dovrà adeguarsi coercitivamente alle direttive di Stato. Quasi fossimo in Cina.

Il 12 novembre del 1988, dunque trent'anni fa, Papa Giovanni Paolo II pronunziò un discorso ai partecipanti al 2° congresso internazionale di teologia morale ribadendo con forza gli insegnamenti contro la contraccezione artificiale contenuti nell'enciclica Humanae Vitae di Paolo VI della quale quest'anno cade il cinquantesimo anniversario della sua pubblicazione. Lo ripubblichiamo integralmente nell'attuale situazione di caos e incertezza insinuatisi tra i cattolici dopo che importanti esponenti del clero hanno a più riprese espresso la loro intenzione di "aggiornare" Humanae Vitae ovvero di legittimare l'uso dei contraccettivi.

***

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI PARTECIPANTI 
AL II CONGRESSO INTERNAZIONALE DI TEOLOGIA MORALE

Sabato, 12 novembre 1988

Con viva gioia rivolgo il mio saluto a voi, illustri docenti, e a voi tutti che avete preso parte al Congresso Internazionale di Teologia Morale, giunto ormai alla sua conclusione. Il mio saluto si estende al signor Cardinale Hans Hermann Groër, Arcivescovo di Vienna, e ai rappresentanti dei Cavalieri di Colombo, i quali col loro generoso contributo hanno reso possibile la celebrazione del congresso.

Una parola di compiacimento va pure all’Istituto di studi su Matrimonio e Famiglia della Pontificia Università Lateranense e al Centro Accademico Romano della Santa Croce, che l’hanno promosso e realizzato.

Il tema che vi ha impegnato in questi giorni, cari fratelli, stimolando la vostra approfondita riflessione, è stata l’enciclica Humanae Vitae con la complessa rete di problemi che ad essa si ricollegano.

Come sapete, nei giorni scorsi si è svolto un convegno, a cura del Pontificio Consiglio per la Famiglia, al quale hanno preso parte, in rappresentanza delle conferenze episcopali di tutto il mondo, i Vescovi responsabili, della pastorale familiare nelle rispettive nazioni. Questa non casuale coincidenza mi offre subito l’opportunità di sottolineare l’importanza della collaborazione tra i pastori e i teologi e, più in generale, tra i pastori e il mondo della scienza, al fine di assicurare un sostegno efficace e adeguato agli sposi impegnati a realizzare nella loro vita il progetto divino sul matrimonio.

È a tutti noto l’esplicito invito che nell’enciclica Humanae Vitae è rivolto agli uomini di scienza, e in special modo agli scienziati cattolici, perché mediante i loro studi contribuiscano a chiarire sempre più a fondo le diverse condizioni che favoriscono una onesta regolazione della procreazione umana (cf. Pauli VI Humanae Vitae, 24). Tale invito ho rinnovato anch’io in diverse circostanze, giacché sono convinto che l’impegno interdisciplinare sia indispensabile per un approccio adeguato alla complessa problematica che attiene a questo delicato settore.

2. La seconda opportunità, che mi si offre, è di dare atto dei confortanti risultati già raggiunti ai molti studiosi che, nel corso di questi anni, hanno fatto progredire la ricerca in questa materia. Grazie anche al loro apporto è stato possibile mettere in luce la ricchezza di verità, ed anzi il valore illuminante e quasi profetico, dell’enciclica paolina, verso la quale volgono l’attenzione con crescente interesse persone delle più diverse estrazioni culturali.

Accenni di ripensamento è possibile cogliere anche in quei settori del mondo cattolico, che furono inizialmente un po’ critici nei confronti dell’importante documento. Il progresso nella riflessione biblica e antropologica ha consentito, infatti, di meglio chiarirne presupposti e significati.

In particolare, deve essere ricordata la testimonianza offerta dai Vescovi nel Sinodo del 1980: essi “nell’unità della fede col successore di Pietro” scrivevano di tenere fermamente “ciò che nel Concilio Vaticano II (cf. Gaudium et Spes, 50) e, in seguito, nell’enciclica Humanae Vitae viene proposto e, in particolare, che l’amore coniugale deve essere pienamente umano, esclusivo e aperto alla vita” (Pauli VI Humanae Vitae, 11 et cf. 9 et 12) (Synodi Episc. 1980 “Propositio 22”).

Tale testimonianza raccolsi poi io stesso nell’esortazione post-sinodale Familiaris Consortio, riproponendo, nel più ampio contesto della vocazione e della missione della famiglia, la prospettiva antropologica e morale della Humanae Vitae nonché la conseguente norma etica che se ne deve trarre per la vita degli sposi.

3. Non si tratta, infatti, di una dottrina inventata dall’uomo: essa è stata inscritta dalla mano creatrice di Dio nella stessa natura delta persona umana ed è stata da lui confermata nella rivelazione. Metterla in discussione, pertanto, equivale a rifiutare a Dio stesso l’obbedienza della nostra intelligenza. Equivale a preferire il lume della nostra ragione alla luce della divina sapienza, cadendo così nell’oscurità dell’errore e finendo per intaccare altri fondamentali capisaldi della dottrina cristiana.

Bisogna al riguardo ricordare che l’insieme delle verità, affidate al ministero della predicazione della Chiesa, costituisce un tutto unitario, quasi una sorta di sinfonia, nella quale ogni verità si integra armoniosamente con le altre. I venti anni trascorsi hanno dimostrato, al contrario, quest’intima consonanza: l’esitazione o il dubbio circa la norma morale, insegnata nella Humanae Vitae, ha coinvolto anche altre fondamentali verità di ragione e di fede. So che questo fatto è stato oggetto di attenta considerazione durante il vostro congresso, e su di esso vorrei ora attirare la vostra attenzione.

4. Come insegna il Concilio Vaticano II, “nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge, che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire . . . L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro il suo cuore; obbedire è la dignità stessa dell’uomo e secondo questa egli sarà giudicato” (Gaudium et Spes, 16).

Durante questi anni, a seguito della contestazione della Humanae Vitae, è stata messa in discussione la stessa dottrina cristiana della coscienza morale, accettando l’idea di coscienza creatrice della norma morale. In tal modo è stato radicalmente spezzato quel vincolo di obbedienza alla santa volontà del Creatore, in cui consiste la stessa dignità dell’uomo. La coscienza, infatti, è il “luogo” in cui l’uomo viene illuminato da una luce che non gli deriva dalla sua ragione creata e sempre fallibile, ma dalla sapienza stessa del Verbo, nel quale tutto è stato creato. “La coscienza” - scrive ancora mirabilmente il Vaticano II - “è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria” (Gaudium et Spes, 16).

Da ciò scaturiscono alcune conseguenze, che mette conto di sottolineare.

Poiché il Magistero della Chiesa è stato istituito da Cristo Signore per illuminare la coscienza, richiamarsi a questa coscienza precisamente per contestare la verità di quanto è insegnato dal Magistero comporta il rifiuto della concezione cattolica sia di Magistero che di coscienza morale. Parlare di dignità intangibile della coscienza senza ulteriori specificazioni, espone al rischio di gravi errori. Ben diversa, infatti è la situazione in cui versa la persona che, dopo aver messo in atto tutti i mezzi a sua disposizione nella ricerca della verità, incorre in errore e quella invece di chi, o per mera acquiescenza alla opinione della maggioranza spesso intenzionalmente creata dai poteri del mondo, o per negligenza, poco si cura di scoprire la verità. È il limpido insegnamento del Vaticano II a ricordarcelo: “Tuttavia succede non di rado che la coscienza sia erronea per ignoranza invincibile, senza che per questo essa perda la sua dignità. Ma ciò non si può dire quando l’uomo poco si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all’abitudine del peccato” (Gaudium et Spes, 16).

Tra i mezzi che l’amore redentivo di Cristo ha predisposto al fine di evitare questo pericolo di errore, si colloca il Magistero della Chiesa: in suo nome, esso possiede una vera e propria autorità di insegnamento. Non si può, pertanto, dire che un fedele ha messo in atto una diligente ricerca del vero, se non tiene conto di ciò che il Magistero insegna; se, equiparandolo a qualsiasi altra fonte di conoscenza, egli se ne costituisce giudice; se, nel dubbio, insegue piuttosto la propria opinione o quella di teologi, preferendola all’insegnamento certo del Magistero.

Il parlare ancora, in questa situazione, di dignità della coscienza senza aggiungere altro, non risponde a quanto è insegnato dal Vaticano II e da tutta la Tradizione della Chiesa.

5. Strettamente connesso col tema della coscienza morale è il tema della forza vincolante propria della norma morale, insegnata dalla Humanae Vitae.

Paolo VI, qualificando l’atto contraccettivo come intrinsecamente illecito, ha inteso insegnare che la norma morale è tale da non ammettere eccezioni: nessuna circostanza personale o sociale ha mai potuto, può e potrà rendere in se stesso ordinato un tale atto. L’esistenza di norme particolari in ordine all’agire intra-mondano dell’uomo, dotate di una tale forza obbligante da escludere sempre e comunque la possibilità di eccezioni, è un insegnamento costante della Tradizione e del Magistero della Chiesa che non può essere messo in discussione dal teologo cattolico.

Si tocca qui un punto centrale della dottrina cristiana riguardante Dio e l’uomo. A ben guardare ciò che è messo in questione, rifiutando quell’insegnamento, è l’idea stessa della santità di Dio. Predestinandoci ad essere santi e immacolati al suo cospetto, egli ci ha creati “in Cristo Gesù per le opere buone che . . . ha predisposto perché noi le praticassimo” (Ef 2, 10): quelle norme morali sono semplicemente l’esigenza, dalla quale nessuna circostanza storica può dispensare, della santità di Dio che si partecipa in concreto, non già in astratto, alla singola persona umana.

Non solo, ma quella negazione rende vana la croce di Cristo (cf. 1 Cor 1, 17). Incarnandosi, il Verbo è entrato pienamente nella nostra quotidiana esistenza, che si articola in atti umani concreti; morendo per i nostri peccati, egli ci ha ri-creati nella santità originaria, che deve esprimersi nella nostra quotidiana attività intra-mondana.

Ed ancora: quella negazione implica, come logica conseguenza, che non esiste alcuna verità dell’uomo sottratta al flusso del divenire storico. La vanificazione del mistero di Dio, come sempre, finisce nella vanificazione del mistero dell’uomo, ed il non riconoscimento dei diritti di Dio, come sempre, finisce nella negazione della dignità dell’uomo.

6. Il Signore ci dona di celebrare questo anniversario perché ciascuno esamini se stesso davanti a lui, al fine di impegnarsi in futuro - secondo la propria responsabilità ecclesiale - a difendere e ad approfondire la verità etica insegnata nell’Humanae Vitae.

La responsabilità che grava su di voi in questo campo, cari docenti di teologia morale, è grande. Chi può misurare l’influsso che il vostro insegnamento esercita sia nella formazione della coscienza dei fedeli sia nella formazione dei futuri pastori della Chiesa? Nel corso di questi venti anni non sono, purtroppo, mancate da parte di un certo numero di docenti forme di aperto dissenso nei confronti di quanto ha insegnato Paolo VI nella sua enciclica.

Questa ricorrenza anniversaria può offrire lo spunto per un coraggioso ripensamento delle ragioni che hanno portato quegli studiosi ad assumere tali posizioni. Allora si scoprirà probabilmente che alla radice dell’“opposizione” all’Humanae Vitae c’è un’erronea o, almeno, un’insufficiente comprensione dei fondamenti stessi su cui poggia la teologia morale. L’accettazione acritica dei postulati propri di alcuni orientamenti filosofici e l’“utilizzazione” unilaterale dei dati offerti dalla scienza possono aver condotto fuori strada, nonostante le buone intenzioni, alcuni interpreti del documento pontificio. È necessario da parte di tutti uno sforzo generoso per meglio chiarire i principi fondamentali della teologia morale, avendo cura - come ha raccomandato il Concilio - di far sì che “la sua esposizione scientifica, maggiormente fondata sulla Sacra Scrittura, illustri l’altezza della vocazione dei fedeli in Cristo e il loro obbligo di apportare frutto nella carità per la vita del mondo” (Optatam Totius, 16).

7. In questo impegno un notevole impulso può venire dal Pontificio Istituto per studi su matrimonio e famiglia, il cui scopo è appunto di mettere “sempre più in luce con metodo scientifico la verità del matrimonio e della famiglia” e di offrire la possibilità a laici, religiosi e sacerdoti di “conseguire in questo ambito una formazione scientifica sia filosofico-teologica sia nelle scienze umane”, che li renda idonei ad operare in modo efficace a servizio della pastorale familiare (cf. Magnum Matrimonii, 3).

Se si vuole tuttavia che la problematica morale connessa con la Humanae Vitae e con la Familiaris Consortio trovi il suo giusto posto in quell’importante settore del lavoro e della missione della Chiesa che è la pastorale familiare e susciti la risposta responsabile degli stessi laici quali protagonisti di un’azione ecclesiale che li riguarda tanto da vicino, è necessario che istituti come questo si moltiplichino nei vari Paesi: solo così sarà possibile far progredire l’approfondimento dottrinale della verità e predisporre le iniziative di ordine pastorale in modo adeguato alle esigenze emergenti nei diversi ambienti culturali ed umani.

Soprattutto occorre che l’insegnamento della teologia morale nei seminari e negli istituti di formazione sia conforme alle direttive del Magistero, così che da essi escano ministri di Dio, i quali “parlino uno stesso linguaggio” (Pauli VI Humanae Vitae, 28), non sminuendo “in nulla la salutare dottrina di Cristo” (Pauli VI Humanae Vitae, 29).

È qui chiamato in causa il senso di responsabilità dei docenti, i quali devono essere i primi a dare ai loro alunni l’esempio di “un leale ossequio, interno ed esterno, al Magistero della Chiesa” (Pauli VI Humanae Vitae, 28).

8. Vedendo tanti giovani studenti - sacerdoti e non - presenti a questo incontro, voglio concludere rivolgendo anche a loro un particolare saluto.

Uno dei profondi conoscitori del cuore umano, sant’Agostino, scrisse: “Questa è la nostra libertà: sottometterci alla verità” (S. Augustini “De Libero Arbitrio”, 2, 13, 37). Cercate sempre la verità: venerate la verità scoperta; ubbidite alla verità. Non c’è gioia al di fuori di questa ricerca, di questa venerazione, di questa ubbidienza.

In tale mirabile avventura del vostro spirito, la Chiesa non vi è di ostacolo: al contrario, vi è di aiuto. Allontanandovi dal suo Magistero, vi esporrete alla vanità dell’errore e alla schiavitù delle opinioni: apparentemente forti, ma in realtà fragili, poiché solo la verità del Signore rimane in eterno.

Nell’invocare la divina assistenza sulla vostra nobile fatica di ricercatori della verità e di suoi apostoli, imparto a tutti di cuore la mia benedizione.

FONTE: Vatican.va

di Samuele Maniscalco
 
 
Lo scorso venerdì 400.000 persone hanno sfilato a Washington DC, lungo il National Mall, fino al Campidoglio (sede del Congresso degli Stati Uniti d’America).
 
Erano i manifestanti della Marcia per la Vita, evento inaugurato nel 1973 in risposta alla sentenza Roe vs. Wade che legalizzò negli USA l’aborto. Per la prima volta, a prender parte a questa manifestazione, anche un ospite di eccezione apparso in video dalla Casa Bianca: il presidente Donald Trump.
 
«Sotto la mia Amministrazione difenderemo sempre il diritto alla vita», ha dichiarato Trump.
 
Uno dei primissimi atti di questo presidente, un anno fa, fu la firma del bando ai finanziamenti americani per le ONG che praticano o promuovono l’aborto nel mondo. A questo seguì la proibizione di erogare fondi pubblici per l’aborto negli Stati Uniti.
 
Questa settimana Trump ha inoltre creato un nuovo ufficio per «la libertà di coscienza e religiosa» per proteggere medici, infermieri e altri lavoratori del settore sanitario contrari a praticare aborti oppure a operazioni per il cambio di sesso.
 
E recentemente ha dichiarato il 22 gennaio «Giornata nazionale della sacralità della vita».
 
«Voi amate la vostra famiglia, amate il prossimo, amate la nazione, amate ogni bambino, nato e nascituro, perché credete che ogni vita sia sacra, ogni bambino è un prezioso dono di Dio. Noi sappiamo che la vita è il miracolo più grande. Lo vediamo negli occhi di ogni nuova madre che culla il suo meraviglioso, innocente, glorioso neonato nelle sue braccia amorose. (...) Io voglio ringraziare ogni persona qui, oggi, e in tutto il nostro paese che lavora con passione e con devozione infaticabile per permettere ad ogni genitore di godere di tutto l’aiuto necessario per scegliere la vita».
 
Fare previsioni sul futuro dell’amministrazione Trump non è facile, ma nel campo della difesa della vita non si può ignorare il grande impatto benefico che il suo operato sta avendo negli USA e di riflesso nel mondo intero.
 
Quando gli americani iniziarono a marciare contro l’aborto, tutte queste vittorie erano ancora lontane. Ma da allora non hanno mai smesso di crederci. E i risultati oggi sono sotto gli occhi di tutti.
 
Non dovremmo forse seguire il loro esempio?
 
Oggi sono 4 mesi che ci separano dalla nostra Marcia, l’ottava edizione della "Marcia per la Vita" che si svolgerà a Roma il prossimo sabato 19 maggio 2018, a quarant’anni dalla legalizzazione dell’aborto, avvenuta con la legge 194 del 22 maggio 1978.
 
L’obiettivo è quello di vedere un giorno questa legge abrogata. Nel frattempo non dobbiamo perdere la speranza e lottare come se tutto dipendesse da noi, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio.
Giovedì, 18 Gennaio 2018 23:45

L'obiezione di coscienza negata

di Samuele Maniscalco

Mancano ormai pochi mesi alle elezioni nazionali e ben pochi dei politici eletti nella legislatura appena terminata si sono battuti in difesa del diritto alla vita.

L'ultimo banco di prova è stato concretamente l'approvazione della Legge sul biotestamento, la via italiana all'eutanasia.

Dopo la disfatta del 14 dicembre scorso, i cattolici dovranno adesso valutare molto attentamente chi votare il prossimo 4 marzo.

In questi giorni, oltre al danno si è aggiunta però anche la beffa.

Il Ministro della salute Lorenzin, 'accortasi' (sic!) che la norma sulle DAT non prevede il diritto all'obiezione di coscienza, ha assicurato che incontrerà i responsabili delle associazioni che hanno espresso il loro sgomento per questo vulnus legislativo.

La beffa comunque è maggiore se si pensa che molte delle associazioni che giustamente oggi si battono per vedersi riconoscere un diritto sacrosanto, ieri hanno combattuto poco o nulla contro la legge.

Chi chiede adesso l’obiezione di coscienza senza aver in precedenza lottato, fa pensare che a lui non interessi tanto che la legge sia giusta o ingiusta quanto che preveda la possibilità di obiettare.

Così ognuno potrà comportarsi in coscienza...verrebbe quasi da dire “potrà lavarsi la coscienza”!

Come ha ben sintetizzato Stefano Fontana in un articolo apparso sulla Nuova Bussola Quotidiana il 3 gennaio scorso I parlamentari cattolici che hanno votato questa legge hanno sbagliato. Come pure hanno sbagliato le associazioni cattoliche, come l’Unione dei Giuristi Cattolici, che hanno consigliato i parlamentari di votare sì alla legge”. 

“Se infatti ora si minaccia di fare obiezione di coscienza e si protesta perché la legge non la permette, vuol dire che la legge era ed è da considerarsi ingiusta. Se la legge sulle DAT fosse giusta e votabile anche da un cattolico, non si capirebbe questa richiesta di poter fare obiezione di coscienza”.

La richiesta in sé dell’obiezione di coscienza è doverosa. Non deve però passare l’idea che una legge sia buona se permette l’obiezione di coscienza.

Fontana continua: “La legge non è resa buona o cattiva dall’adesione o meno delle coscienze individuali. La legge è resa buona o cattiva dal fatto che rispetti o meno la legge morale naturale”.

Infine, ammesso e non concesso che l'obiezione di coscienza venisse riconosciuta da una circolare ministeriale, ci troveremmo comunque di fronte a della carta straccia, un atto amministrativo che non avrebbe forza di contrastare le norme di legge.

In caso di contenzioso qualsiasi giudice infatti applicherebbe la norma e non la circolare.

Sia ben chiaro però che l'obiezione di coscienza va fatta anche quando non è prevista dall'impianto normativo di una cattiva legge. Altrimenti saremmo di fronte – come direbbe lo scrittore Sciascia - a dei “quaquaraquà”.

Il riscatto morale e spirituale del mondo cattolico e dei giusti passa da qui: ergersi, rimanere in piedi dinnanzi a un mondo in rovina, ribadendo a parole e con i fatti ai potenti di turno “Non ti è lecito”.

Sabato, 23 Dicembre 2017 23:09

Auguri di un Santo Natale

Generazione Voglio Vivere desidera augurare a tutti voi un Santo Natale.

Queste festività possano essere un periodo propizio per ristorare le forze e da dedicare alle persone care, in modo particolare ai più piccini.

Anche il prossimo anno, con l'aiuto del Bambin Gesù, continueremo a batterci per difendere la sacralità della vita!

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