Abrosessualità: quando l’identità diventa instabilità permanente

Abrosessualità: quando l’identità diventa instabilità permanente

L’ultima frontiera del linguaggio LGBT si chiama abrosessualità: secondo la definizione riportata da La Nuova Bussola Quotidiana, indica una persona il cui orientamento sessuale cambia nel tempo, passando per esempio dall’eterosessualità all’omosessualità, poi alla bisessualità o alla pansessualità. Non si tratta più soltanto di moltiplicare le identità, ma di rendere instabile perfino il loro significato.

UNA NUOVA ETICHETTA PER UN’IDENTITÀ CHE CAMBIA

È il nuovo vocabolario della fluidità: non descrive la realtà, la rende sempre più instabile.

L’abrosessuale è «colui che transita nel tempo in differenti orientamenti sessuali». Per il sito LGBT PinkNews, l’abrosessualità è una condizione in cui una persona prova «diversi livelli di attrazione sessuale o romantica verso persone e generi diversi nel corso della vita».

Il punto decisivo è questo: l’abrosessualità non indica semplicemente attrazione verso più persone o più “generi”, come nel caso della bisessualità o della pansessualità. Indica piuttosto un orientamento che muta. Oggi una persona può definirsi eterosessuale, domani omosessuale, poi asessuale, bisessuale o pansessuale.

IL DOGMA DELLA FLUIDITÀ

Il dato più importante, però, non è la singola parola. È la logica che la produce. Se l’identità sessuale viene sganciata dal corpo, dalla natura e dalla differenza originaria tra uomo e donna, allora tutto diventa negoziabile: il sesso, il genere, l’attrazione, l’orientamento, persino la durata dell’orientamento stesso.

È ciò che La Nuova Bussola Quotidiana definisce la «conclusione logica» di uno dei dogmi dell’ideologia LGBT: la fluidità dell’identità sessuale e dell’orientamento sessuale. Una volta accettata la premessa secondo cui l’attrazione non avrebbe più una struttura stabile, diventa difficile rifiutare le sue conseguenze estreme.

Non sorprende, allora, che il linguaggio si allarghi senza sosta.

DALLE PAROLE ALL’EDUCAZIONE

Il problema, per le famiglie, non è accademico. Non siamo davanti a una curiosità linguistica per addetti ai lavori: questo lessico viene ormai normalizzato da organizzazioni internazionali, glossari educativi e materiali rivolti ai giovani.

Il Trevor Project, organizzazione LGBT molto attiva sugli adolescenti, afferma in un suo documento che l’orientamento è comunemente definito come un insieme di attrazioni emotive, romantiche e sessuali, e richiama ricerche secondo cui esso può collocarsi su un continuum e cambiare nel tempo. GLAAD Media, nel proprio glossario, include tra gli orientamenti sessuali anche categorie come queer e asessuale, accanto a eterosessuale, gay, lesbica e bisessuale. 

Ecco il passaggio culturale decisivo: ciò che un tempo sarebbe stato interpretato come fase di crescita, incertezza, fragilità o ricerca di sé, oggi rischia di essere immediatamente trasformato in identità. Non si accompagna più il ragazzo a maturare; lo si invita a nominare ogni oscillazione, a fissarla in un’etichetta, a presentarla come parte costitutiva di sé.

IL RISCHIO PER I PIÙ GIOVANI

Per un adulto, l’ennesima sigla può sembrare una curiosità linguistica. Per un adolescente fragile, invece, può diventare una gabbia. In una stagione della vita segnata da cambiamenti corporei, emotivi e affettivi, dire a un ragazzo che ogni variazione del desiderio corrisponde a una nuova identità significa aumentare la confusione, non ridurla.

La famiglia, in questa prospettiva, viene marginalizzata. Il padre e la madre, che dovrebbero essere i primi educatori, vengono spesso presentati come ostacoli da superare se non si adeguano al vocabolario fluido imposto dall’ideologia dominante. Ma la libertà educativa dei genitori non può essere sacrificata sull’altare di un lessico che cambia più rapidamente della maturità dei figli.

La visione cristiana della persona, al contrario, parte da un dato semplice e profondissimo: l’essere umano non è un esperimento linguistico. È creato maschio e femmina, chiamato all’amore, alla verità, alla responsabilità. La fragilità va accolta, mai derisa; ma accogliere non significa confermare ogni confusione come se fosse una nuova identità.

LA POSTA IN GIOCO

L’abrosessualità non è solo una parola bizzarra. È il sintomo di una cultura che non sa più distinguere tra desiderio e identità, tra emozione e verità, tra accompagnamento e resa educativa.

Quando tutto diventa fluido, anche la persona rischia di dissolversi. Difendere la famiglia, il corpo e la differenza sessuale non significa mancare di compassione: significa ricordare che nessuno può crescere davvero se gli viene detto che non esiste più nulla di stabile su cui fondare la propria vita.

E proprio per offrire una risposta concreta a questa confusione culturale, Generazione Voglio Vivere ha promosso la diffusione del libro Teoria Gender: come difendere i nostri figli. Uno strumento semplice, chiaro e documentato per capire che cosa si nasconde dietro il linguaggio della fluidità e per difendere, con argomenti solidi, il diritto dei bambini a crescere nella verità sul corpo, sulla famiglia e sulla differenza tra uomo e donna.

Davanti a questa deriva, non basta sorridere dell’ennesima sigla. Occorre tornare a dire con chiarezza che i figli non sono cavie linguistiche e che la famiglia ha il dovere di custodire la verità sull’uomo, sul corpo e sull’amore.

 

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