Crolla l’identità gender tra i giovani americani. È l’inizio di una nuova consapevolezza?

Crolla l’identità gender tra i giovani americani. È l’inizio di una nuova consapevolezza?

Di fronte ai numeri, prima ancora che alle ideologie, qualcosa sta cambiando davvero.

Negli Stati Uniti — per anni laboratorio culturale e politico dell’identità di genere — sta emergendo una nuova tendenza, fatta di dati, esperienze concrete e scelte che parlano più forte di qualsiasi slogan.

I numeri sono chiari!

Secondo il Cooperative Election Study (CES), uno dei più ampi e affidabili programmi di ricerca sociale al mondo, tra il 2020 e il 2024 la percentuale di giovani americani tra i 18 e i 22 anni che si dichiarano transgender è crollata dall’8,6% al 3,2%.

Un calo di oltre 5 punti percentuali, accompagnato da una diminuzione ancora più marcata dell’identificazione non binaria, che si è più che dimezzata tra il 2023 e il 2024. Non un’oscillazione casuale, ma una tendenza costante, anno dopo anno.

E il dato forse più significativo è che questo arretramento non riguarda solo i più giovani.

Anche tra le persone nate negli anni Settanta e Ottanta l’identificazione transgender è diminuita drasticamente: dall’1,6% allo 0,3% tra i nati negli anni ’70, e dal 4,8% allo 0,9% tra i nati a fine anni ’80.

Segno che non si tratta di una semplice “fase adolescenziale”, ma di un ripensamento più ampio e profondo.

Dietro questi numeri ci sono storie reali.

Sempre più visibili sono i detransitioners: persone che, dopo aver intrapreso percorsi di transizione medica o chirurgica, decidono di tornare alla propria identità biologica.

Le stime scientifiche parlano di percentuali tra il 2% e l’8%, ma figure come Walt Heyer — uno dei volti più noti del fenomeno — parlano di numeri ben più alti, fino al 20%.

E sappiamo che solo il 24% di chi interrompe o annulla la transizione informa effettivamente i medici: gli altri spariscono dalle statistiche, spesso isolati o bullizzati dalla stessa comunità che li aveva sostenuti.

Nemmeno il mondo dei media, tradizionalmente allineato all’agenda gender, sembra più così sicuro della strada intrapresa.

Il rapporto Glaad – Where We Are on TV mostra che, nella stagione televisiva più recente, solo 4 dei 33 personaggi transgender presenti appartengono a serie che verranno rinnovate. Il resto è legato a produzioni cancellate o destinate a chiudere.

Un segnale piccolo, forse, ma simbolicamente potentissimo.

E poi c’è il caso Bud Light. Nel 2023 l’azienda scelse di affidare una campagna pubblicitaria all’attivista transgender Dylan Mulvaney.

Il risultato? Un boicottaggio di massa e una perdita di oltre 4,5 miliardi di dollari di capitalizzazione in Borsa.

Un messaggio chiarissimo: la distanza tra narrazione ideologica e sentire comune è diventata troppo grande. Ed è in questo momento storico che il nostro impegno conta davvero!

Per questo, ti invitiamo a sostenere, con una donazione, la nostra grande campagna di sensibilizzazione online.

Il tuo contributo servirà a rompere il silenzio, diffondere dati che spesso vengono nascosti, e permettere a genitori, educatori e cittadini di farsi un’idea informata. È un atto di difesa della verità e del futuro dei nostri figli!

E l’Italia? Non è affatto immune. Anche da noi il quadro è confuso, disomogeneo, segnato da decisioni giudiziarie e sanitarie che procedono in ordine sparso.

Il caso del Tribunale di La Spezia è emblematico: l’autorizzazione alla riattribuzione del sesso anagrafico per un ragazzo di 13 anni, avviato al percorso già a 9 anni, con l’uso della triptorelina, un farmaco che blocca lo sviluppo puberale.

Tutto questo mentre, nello stesso ospedale Careggi di Firenze, la prescrizione del farmaco veniva temporaneamente sospesa per irregolarità e mancato rispetto delle raccomandazioni AIFA.

È in risposta a situazioni come queste che nasce il disegno di legge 2575, promosso dai ministri Roccella e Schillaci, che introduce registri delle terapie, comitati etici e criteri più stringenti per la somministrazione di farmaci ai minori.

Non uno stop ideologico, ma una richiesta di prudenza.

La stessa prudenza che Paesi tutt’altro che “oscurantisti” hanno già adottato: dalla Svezia al Regno Unito, fino al Brasile, che ha alzato a 18 anni l’età minima per questi trattamenti.

Nel frattempo, nelle scuole italiane si diffonde la carriera alias, che consente il cambio di nome in base a una semplice autodichiarazione, senza alcun percorso clinico o psicologico strutturato.

Un’ulteriore dimostrazione di quanto il confine tra ascolto e incoraggiamento ideologico sia diventato pericolosamente sottile.

Per questo, è fondamentale agire ora! Aiutaci, con la tua migliore offerta, a potenziare la nostra vasta campagna di sensibilizzazione online, per proteggere i minori e dare voce a chi oggi viene ignorato.

Insieme, possiamo riaffermare un principio semplice ma essenziale: il benessere dei nostri figli vale più di qualsiasi moda culturale.

 

Dona