Eutanasia: due storie vere, orribilmente inquietanti

Eutanasia: due storie vere, orribilmente inquietanti

Abbiamo letto due notizie, che ci hanno lasciato davvero senza parole.

Si fa presto a dire eutanasia… La lobby, che la propone, parla di “libertà di scelta”, in realtà sappiamo bene che, alla fine, scegliere non sarà possibile.

Lo provano le due vicende, che stiamo per raccontarti. Val la pena conoscerle, prima di parlare pro o contro il suicidio assistito.

Ecco la prima. E guarda che si tratta di una storia vera, benché il suo svolgimento la faccia somigliare ad un film dell’orrore…

Ad un uomo di 71 anni residente in Australia, Tony Lewis, è stata diagnosticata una malattia dei motoneuroni. Si tratta di una patologia neurodegenerativa rara e progressiva.

Colpisce i nervi motori nel cervello e nel midollo spinale; alla lunga comporta paralisi muscolare, difficoltà motorie, respiratorie e di deglutizione.

Infatti, lui non riusciva più a mangiare od a parlare da solo ed aveva perso gran parte della sua capacità di movimento. Insomma, non era più autonomo.

Si è rivolto allora all’NDIS-National Disability Insurance Scheme, l’ente deputato a fornire sostegni, contributi anche economici e risorse alle persone con disabilità.

Niente da fare: aveva 71 anni, mentre l’età massima prevista per aderire a tale piano di interventi è di 65 anni.

Poteva accedere ad un altro programma, il «My Aged Care», che però gli avrebbe fornito solo un terzo dell’assistenza di cui avrebbe avuto bisogno.

Ha acconsentito comunque, così ha avuto diritto ad una visita a domicilio ed a quattro docce alla settimana. Dell’assistenza 24 ore su 24 doveva invece farsi carico la moglie di 65 anni.

Lei ha fatto molti sacrifici per curarlo, fisici ed economici. Per non fargli mancare nulla ha sforato spesso anche il budget mensile disponibile.

Tony ha capito tutto questo. E ne ha sofferto. Ha detto di non voler essere di peso a nessuno, di non voler diventare un «inutile pezzo di carne».

Così ha preso una decisione, quella estrema; farla finita! Non avrebbe mai scelto l’eutanasia, se non vi fosse stato costretto da un’assistenza sanitaria estremamente carente.

È stata proprio la consorte, che lo seguiva amorevolmente giorno e notte, a dirlo più volte: «Se avesse cure adeguate e sufficienti, sarebbe in grado di affrontare meglio la situazione». Ma niente.

Per questo Tony ha deciso di avviare la procedura per richiedere il suicidio assistito, benché sua moglie fosse contraria.

E guarda l’assurdo: questa procedura richiede, in media, un’attesa che varia da 9 giorni a qualche mese. Per una nuova valutazione della malattia, invece, sarebbero occorsi almeno sei mesi.

Anche altri australiani, affetti dalla stessa patologia, si sono ritrovati intrappolati in circostanze analoghe: tagliati fuori dai finanziamenti essenziali, non è stata loro offerta alcuna alternativa.

È questa la situazione, il corto circuito che si crea soprattutto nei Paesi in cui l’eutanasia è legalizzata. Altro che libertà di scelta!

Con che cuore io posso accettare che vi siano casi come quello di Tony? È anche per questo che dico “no” all’ideologia di morte, pronta ad entrare nelle nostre case, tra i nostri cari.

Dobbiamo assolutamente far sentire la nostra voce, per evitare che l’Italia possa presto diventare come l’Australia. Oggi possiamo farlo. Come?

Sottoscrivendo, se non lo hai ancora fatto, la petizione «No al suicidio assistito!», promossa da Generazione Voglio Vivere.

È indirizzata al ministro della Salute, Orazio Schillaci, affinché esprima in modo chiaro e deciso il “no” del governo di cui fa parte all’introduzione dell’eutanasia nel nostro Paese.

La posta in gioco è alta. Per questo ho deciso di sostenere tale petizione anche con una vasta campagna di sensibilizzazione tramite i social, che consentono di arrivare a tanti in poco tempo.

Arrivare, se non a tutti, almeno a tanti ha però un costo, di cui da solo non riuscirei a farmi carico. Per questo ho bisogno del tuo aiuto!

È urgente, perché… Ti racconto a questo punto la seconda storia vera, che mi è capitato di leggere. Questa vicenda ci porta in Canada.

Qui viveva una donna di 80 anni. Dopo un intervento per un bypass coronarico è andata incontro a serie complicazioni, che hanno fatto rapidamente peggiorare le sue condizioni generali.

Quando è stata dimessa dall’ospedale, le sono state assicurate le necessarie cure palliative ed è stata affidata alle cure del marito.

Con l’aggravarsi del quadro clinico, non son più bastate le infermiere dedite all’assistenza domiciliare ed anche il consorte ha iniziato ad avere serie difficoltà a seguirla.

Ad un certo punto, i familiari han detto che la donna avrebbe optato per l’eutanasia. È stato quindi contattato il «servizio di riferimento», che ha inviato un funzionario per valutare la situazione.

In quel momento lei ha cambiato idea, motivando la decisione sulla scorta dei suoi valori e della sua fede. Pertanto ha ritirato la richiesta, chiedendo piuttosto cure palliative ospedaliere.

L’assistenza in hospice non era però disponibile, così il marito ha richiesto una seconda valutazione urgente per poter accedere al “suicidio assistito”.

Questa volta l’anziana paziente è stata ritenuta idonea. Non è stato possibile verificare se l’interessata fosse d’accordo o se fossero state invece fatte coercizioni o pressioni indebite.

La macchina era ormai stata avviata e nulla ha potuto fermarla o ritardarla, nemmeno l’ipotesi di un nuovo incontro con la donna, visto che le sue condizioni cliniche si erano stabilizzate.

La situazione è stata definita «urgente» e per lei, che fosse consenziente o meno, non c’è più stato scampo. Nel corso della stessa giornata è stata uccisa.

I membri del Comitato di revisione dei casi di suicidio assistito dell’Ontario hanno sollevato serie preoccupazioni sulla gestione della vicenda, aggiunta all’elenco di «morti discutibili» già avvenute.

L’ex-premier dell’Alberta, Jason Kenney, ha parlato di un’«eutanasia contro la volontà» della donna, parificandola ad un «omicidio a sangue freddo». Ed ha aggiunto:

«Questo è il risultato inevitabile del regime distopico canadese di assistenza medica alla morte». Quando sollevò quest’ipotesi fu tacciato di “allarmismo”, ma i fatti gli hanno dato ragione.

«Il timore che la vita umana potesse venire desacralizzata è del tutto razionale». E purtroppo anche reale, benché assuma i connotati di un incubo orribile.

Questa donna non voleva morire. Eppure è stata costretta a subire l’eutanasia contro la sua stessa volontà. È questo il futuro che vogliamo per la nostra società?

Dobbiamo trasformare gli ospedali in mattatoi? Io dico di no! Credo che anche tu sia d’accordo con me, poiché più volte mi hai dimostrato di condividere gli stessi, comuni Ideali.

Occorre fermare la deriva, in cui sono precipitati i Paesi dove la “dolce morte” viene già praticata, dall’Australia al Canada.

La vita è un dono di Dio, non ne siamo noi i padroni.

 

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