La “dolce morte” che ferisce anche chi cura

La “dolce morte” che ferisce anche chi cura

Il suicidio assistito non colpisce soltanto chi decide di morire. Secondo una nuova meta-analisi internazionale pubblicata sulla rivista scientifica tedesca Ethik in der Medizin, anche medici, infermieri e operatori sanitari coinvolti in queste pratiche riportano gravi conseguenze psicologiche e morali. Lo studio, rilanciato da UCCR Online, ha analizzato 25 ricerche internazionali e descrive un fenomeno sempre più diffuso: professionisti della sanità che sviluppano stress morale, depressione e persino il desiderio di abbandonare la professione dopo aver partecipato a procedure di morte assistita.

IL PREZZO NASCOSTO DELL’EUTANASIA

Nel dibattito pubblico sul suicidio assistito, l’attenzione si concentra quasi sempre sul paziente. Ma la ricerca tedesca mostra che esiste un’altra categoria di vittime silenziose: coloro che sono chiamati ad accompagnare concretamente la morte.

Gli operatori sanitari intervistati parlano di «senso di colpa», «angoscia», «impotenza» e «paura». Alcuni riferiscono perfino reazioni fisiche immediate, come nausea, tachicardia o sensazione di soffocamento. Il problema emerge soprattutto quando infermieri e medici si sentono obbligati a collaborare contro la propria coscienza professionale.

Il termine utilizzato dai ricercatori è “moral distress”: il disagio interiore che nasce quando si compiono azioni percepite come incompatibili con la propria vocazione di cura.

Ed è qui che cade una delle principali narrazioni dei sostenitori dell’eutanasia: quella secondo cui aiutare qualcuno a morire sarebbe un gesto medico “neutro”, privo di conseguenze sugli altri.

MEDICI SEMPRE PIÙ CONTRARI

I numeri citati nello studio sono eloquenti. Una ricerca della Società Tedesca di Medicina Palliativa mostra che l’82% dei professionisti consultati non desidera partecipare a suicidi assistiti. Anche nel Regno Unito — come riportato da UCCR richiamando altri studi internazionali — circa l’80% dei medici si dichiara contrario all’eutanasia e al suicidio assistito.

Si tratta di dati raramente presenti nel dibattito mediatico, dove spesso il suicidio assistito viene presentato come una semplice estensione dei “diritti individuali”.

Ma una società può davvero parlare di libertà quando chiede ai propri medici di trasformarsi da custodi della vita a collaboratori della morte?

La questione è ancora più delicata perché il personale sanitario teme spesso isolamento professionale o discriminazioni se sceglie l’obiezione di coscienza. Alcuni infermieri raccontano di sentirsi giudicati dai colleghi per il semplice fatto di non voler partecipare a queste pratiche.

DALLA CURA ALLA SOPPRESSIONE

Le implicazioni culturali sono enormi. Quando l’atto di provocare la morte entra stabilmente nella pratica sanitaria, cambia inevitabilmente anche il significato stesso della medicina.

Non si tratta più soltanto di alleviare il dolore o accompagnare il malato: si introduce l’idea che, in determinate condizioni, eliminare il paziente possa diventare una soluzione accettabile.

Ed è proprio questo slittamento che molti medici denunciano.

Non esiste un “diritto” a pretendere che lo Stato o la classe medica collaborino alla propria morte. Una società autenticamente umana protegge chi soffre e sostiene chi cura, non trasforma ospedali e reparti in luoghi dove la soppressione della vita diventa una procedura sanitaria tra le altre.

I dati emersi dallo studio tedesco mostrano infatti che il suicidio assistito produce ferite profonde non solo nel paziente, ma anche in chi è chiamato a eseguirlo.

Nel frattempo, perfino in Francia — dove il dibattito legislativo è avanzato — la commissione Affari Sociali del Senato ha eliminato dalla proposta di legge l’espressione “diritto al suicidio assistito”, sostituendola con criteri molto più restrittivi legati al pericolo di vita imminente. Un segnale che mostra quanto il tema resti controverso anche nei Paesi più orientati alla liberalizzazione.

UNA SOCIETÀ CHE CHIEDE DI UCCIDERE

Dietro la retorica della “morte dignitosa” emerge allora una domanda molto più profonda: che cosa accade a una società quando chiede ai suoi medici non solo di curare, ma anche di uccidere?

La medicina nasce per custodire la vita fragile, non per decretarne il valore. E quando perfino chi dovrebbe praticare il suicidio assistito ne esce devastato psicologicamente, forse il problema non riguarda soltanto la legge, ma l’idea stessa di uomo che stiamo costruendo.

 

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