Quando l’eutanasia scopre il suo inganno
Nei Paesi Bassi, una giovane donna di 22 anni era arrivata fino al letto preparato per la sua eutanasia: bara pronta, abito scelto, funerale organizzato. Ma davanti alla siringa ha pianto e ha detto no. Poi lo ha fatto una seconda volta. Secondo quanto raccontato dal sito UCCR (Unione Cristiani Cattolici Razionali), la storia di Zoë mostra ciò che la propaganda eutanasica nasconde: spesso il desiderio di morire è un grido d’aiuto non ascoltato.
LA MORTE ERA GIÀ STATA ORGANIZZATA
Il caso è stato raccontato in origine dal Guardian, che ha seguito Zoë per mesi, proteggendone l’identità. Il 19 giugno 2023 la giovane, segnata da traumi infantili gravissimi, era stata autorizzata a morire per eutanasia. Aveva trascorso le ultime settimane in un hospice, aveva salutato i suoi cari, aveva scelto la musica per il funerale e persino l’abito bianco da indossare nel momento finale.
Poi il medico le ha spiegato per l’ultima volta la procedura: una prima iniezione per anestetizzare la vena, una seconda per fermare il respiro. La domanda finale, prevista dalla procedura, era semplice: «Sei sicura?». A quel punto Zoë è scoppiata a piangere. La morte, presentata per anni come liberazione, davanti al suo volto concreto è diventata paura, vertigine, rifiuto. Poco dopo ha scritto ai suoi contatti che aveva cambiato idea all’ultimo minuto e che non sarebbe morta quel giorno.
IL DRAMMA DEL DOLORE PSICHICO
Il punto più inquietante è che Zoë non era malata terminale. La sua richiesta nasceva da una sofferenza psichica profonda, legata ad abusi subiti nell’infanzia e a un disturbo post-traumatico complesso. Per anni aveva ricevuto diagnosi diverse, terapie, farmaci, trattamenti, senza che il nodo più profondo del trauma venisse davvero affrontato.
Nei Paesi Bassi, la sofferenza mentale può diventare motivo sufficiente per ottenere l’eutanasia. Il Guardian ricorda che nel 2023 138 persone sono morte per eutanasia a causa di sofferenza psichica e che 22 di loro avevano meno di 30 anni. Non siamo più davanti al caso estremo del malato terminale, ma davanti a giovani feriti, depressi, traumatizzati, ai quali lo Stato può arrivare a dire: la tua vita può finire qui.
IL SISTEMA CHE NORMALIZZA LA RESA
La vicenda di Zoë non è isolata. Secondo Christian Daily International, sulla base dei dati dei Regional Euthanasia Review Committees, nel 2024 nei Paesi Bassi sono stati registrati 9.958 casi di eutanasia, pari al 5,8% di tutti i decessi. I casi legati a disturbi psicologici sono saliti a 219, contro i 138 dell’anno precedente.
È una crescita che dovrebbe far tremare i polsi. Quando la morte assistita entra nel linguaggio ordinario della medicina, il confine si sposta. Prima si parla di casi estremi. Poi di sofferenze non terminali. Poi di disturbi psichiatrici. Poi di persone giovani, fragili, sole, convinte di essere un peso.
LifeSiteNews ha richiamato il caso di Zoraya ter Beek, giovane donna olandese senza malattia fisica terminale, segnata da depressione, autismo e disturbi psichiatrici, la cui vicenda è diventata simbolo del nuovo volto dell’eutanasia: non più soltanto la fine anticipata di una vita biologicamente al termine, ma la risposta letale a una sofferenza interiore dichiarata incurabile.
QUANDO LA CURA ARRIVA, LA MORTE ARRETRA
La seconda svolta nella vita di Zoë è arrivata quando ha ripreso un percorso terapeutico più mirato. Dopo essere rientrata nel procedimento per ottenere di nuovo l’eutanasia, ha iniziato a lavorare più seriamente sui traumi. Un terapeuta è rimasto accanto a lei. Non l’ha liquidata come un caso perso. Non ha trasformato il suo dolore in una sentenza di morte. Ha continuato a esserci.
Ed è lì che qualcosa è cambiato. Zoë ha sospeso nuovamente il processo eutanasico. Non perché la sofferenza fosse magicamente sparita, ma perché nella sua vita era rientrata una possibilità. Un portavoce dell’Expertisecentrum Euthanasie ha ammesso al Guardian un dato impressionante: circa il 40% dei pazienti che chiedono l’eutanasia per sofferenza mentale finisce per ritirare la richiesta.
Questo numero dovrebbe essere scolpito nel dibattito pubblico. Se una quota così alta di persone cambia idea, come si può presentare la richiesta di morte come espressione limpida, stabile e definitiva della libertà individuale? Quante persone, se accompagnate meglio, curate meglio, amate meglio, non chiederebbero più di morire?
LA TESTIMONIANZA CHE SMONTA LA PROPAGANDA
Oggi Zoë non vive una favola. Continua a lottare. Ma la morte non occupa più tutto l’orizzonte. Ha ripreso contatti familiari, ha cercato una vita più normale, ha pensato agli studi, al servizio, al futuro. UCCR riporta una sua frase che vale più di molti discorsi: «Poiché sono stata così vicino alla morte, considero la vita qualcosa di prezioso».
Persino in un intervento pubblicato dal Guardian, alcuni psichiatri hanno avvertito che consentire l’eutanasia per sofferenza mentale crea un conflitto devastante tra la prevenzione del suicidio e una politica che, di fatto, può trasformarsi in promozione del suicidio assistito. Il medico dovrebbe custodire la speranza, non certificare la disperazione come destino.
È qui che la posizione pro-life mostra tutta la sua ragionevolezza. Difendere la vita non significa negare il dolore. Significa rifiutare che il dolore diventi il criterio con cui si decide chi merita ancora di vivere. Significa dire a chi soffre: tu non sei il tuo trauma, non sei la tua diagnosi, non sei il tuo momento peggiore.
Una società veramente umana non prepara la bara a una ragazza ferita. Le prepara una casa, una terapia, una comunità, una presenza fedele. La Chiesa lo ricorda da sempre: la vita è un dono indisponibile, anche quando è fragile, ferita, apparentemente insopportabile. E proprio quando una persona chiede di morire, la nostra risposta non può essere una siringa. Deve essere: resta, ti accompagniamo.