Aborto, il consenso europeo mostra le sue crepe

Aborto, il consenso europeo mostra le sue crepe

Nel Regno Unito solo il 46% degli uomini tra i 16 e i 34 anni ritiene che l’aborto debba essere legale in tutti o nella maggior parte dei casi. Il dato, emerso da un sondaggio Ipsos del 2025, incrina la narrazione secondo cui l’Europa sarebbe compatta e definitivamente pro-aborto. Se il “consenso” fosse davvero granitico, perché tante istituzioni corrono oggi a blindare l’aborto nelle leggi, nelle costituzioni e persino nelle carte europee?

IL CONSENSO CHE NON È PIÙ INTOCCABILE

In gran parte d’Europa l’aborto è legale, finanziato o comunque ampiamente accessibile, mentre i partiti politici che chiedono restrizioni sono pochi e spesso marginalizzati.

Secondo il Pew Research Center, nel 2024 la maggioranza degli intervistati in diversi Paesi europei dichiarava di ritenere l’aborto legale in tutti o nella maggior parte dei casi: il 56% in Polonia, il 74% in Spagna, l’80% in Italia, l’84% nel Regno Unito e in Germania, l’87% in Francia e il 95% in Svezia.

Eppure, proprio dietro questi numeri si nasconde il punto decisivo: il fronte abortista non si comporta come chi ha già vinto per sempre, ma come chi teme di poter perdere terreno.

Il caso britannico è emblematico. Ipsos ha rilevato che, pur con un sostegno generale all’aborto pari al 71% tra gli adulti britannici, tra i giovani uomini la percentuale scende a meno della metà. Non è ancora una maggioranza pro-life, ma è abbastanza per disturbare una cultura abituata a presentare l’aborto come un dogma civile indiscutibile.

LE LEGGI CHE TRADISCONO LA PAURA

La reazione europea alla sentenza Dobbs della Corte Suprema americana, che il 24 giugno 2022 ha cancellato la Roe v. Wade restituendo ai singoli Stati la facoltà di limitare o vietare l’aborto, è stata rivelatrice. Invece di liquidare il caso americano come irrilevante per l’Europa, molte istituzioni hanno accelerato nella direzione opposta: costituzionalizzare, finanziare, proteggere e rendere intoccabile l’aborto.

Nel marzo 2024 la Francia fu il primo Paese al mondo a inserire esplicitamente l’aborto nella Costituzione, con 780 voti favorevoli e 72 contrari. Poche settimane dopo, il Parlamento europeo approvò con 336 voti favorevoli, 163 contrari e 39 astensioni una risoluzione non vincolante per chiedere l’inserimento dell’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Questo non è il linguaggio tranquillo di chi possiede un consenso pacificato. È il linguaggio di chi vuole incidere nella pietra una scelta ideologica perché teme che, un giorno, possa essere rimessa in discussione.

Nel frattempo, diversi Paesi europei hanno ampliato l’accesso all’aborto o ridotto ostacoli procedurali. In parallelo, in Inghilterra, Galles, Scozia, Irlanda del Nord, Germania e Spagna si è diffusa la logica delle cosiddette “zone cuscinetto”, aree nelle quali la presenza pro-life vicino ai luoghi in cui si praticano aborti viene limitata o vietata.

La domanda è semplice: se l’aborto è davvero una conquista luminosa e condivisa, perché bisogna proteggere le cliniche anche dalla preghiera silenziosa e dalla semplice offerta di aiuto?

LA NUOVA ENERGIA PRO-LIFE

Un un elemento che inquieta apertamente il fronte abortista è la crescita di un attivismo pro-life giovane, visibile, organizzato e spesso ispirato anche dall’esperienza americana. Nel Regno Unito la BBC ha dedicato attenzione al fenomeno, segnalando la presenza di giovani che rifiutano la narrazione dominante sull’aborto e la nascita di realtà capaci di portare la battaglia nella piazza pubblica.

Tra i fattori c’è anche il ritorno di interesse per il cristianesimo, in particolare per il cattolicesimo, da parte di una parte della Generazione Z. Non si tratta ancora di una riconquista culturale compiuta, ma di un segnale: dopo anni di individualismo, solitudine e relativismo, molti giovani cercano radici, ordine, senso e verità.

È qui che la causa pro-life ritrova la sua forza più profonda. Non nasce da un calcolo politico, ma da una verità elementare: nel grembo materno non c’è un “diritto” da sopprimere, ma un figlio da proteggere.

L’Europa può moltiplicare formule giuridiche e slogan, ma non può cancellare la realtà biologica e morale del bambino concepito. Ogni aborto ha almeno due vittime: il figlio che perde la vita e la madre che viene lasciata sola davanti a una scelta presentata come liberazione, ma spesso vissuta come trauma.

IL PARADOSSO DELLA LIBERTÀ OBBLIGATORIA

Amnesty International, nel rapporto del 2025 “When rights aren’t real for all: the struggle for abortion access in Europe”, ha denunciato la presenza di gruppi “anti-diritti” sempre più organizzati e dotati di risorse, chiedendo ai governi europei di rimuovere gli ostacoli all’accesso all’aborto.

Anche l’iniziativa europea “My Voice, My Choice” va nella stessa direzione: trasformare l’aborto in un obiettivo politico transnazionale, sostenuto da strumenti europei e non più lasciato alle singole legislazioni nazionali. Nel 2026, secondo l’Associated Press, l’Unione Europea ha aperto alla possibilità di utilizzare fondi sociali europei per sostenere l’accesso all’aborto nei Paesi membri.

È il paradosso del nostro tempo: si invoca la libertà, ma si vuole ridurre al silenzio chi difende la vita; si parla di diritti, ma si nega il primo diritto, quello di nascere; si accusa il movimento pro-life di imporre una visione, mentre si cerca di imporre l’aborto come valore costituzionale europeo.

La verità è che la battaglia non è finita. Anzi, proprio l’agitazione del fronte abortista dimostra che qualcosa si muove. Una minoranza convinta, perseverante e radicata nella verità può cambiare la storia più di una maggioranza stanca, abituata a ripetere slogan.

La Chiesa lo ricorda da sempre: ogni vita umana è sacra dal concepimento alla morte naturale. L’Europa potrà anche scrivere l’aborto nelle sue leggi, ma non potrà mai trasformare l’eliminazione di un innocente in un bene. Il compito dei cristiani e degli uomini di buona volontà è non lasciare sola questa verità, soprattutto quando il potere pretende di dichiararla chiusa.

 

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