Asili di Roma, corsi “gender” obbligatori: famiglie in rivolta

Asili di Roma, corsi “gender” obbligatori: famiglie in rivolta

Nei nidi comunali di Roma, bambini tra 0 e 6 anni sono coinvolti in corsi obbligatori per la “decostruzione degli stereotipi di genere”, con libri come “Jean ha due papà” e “Mi piace Spiderman… E allora?”. Il progetto, promosso dalla giunta guidata da Roberto Gualtieri, ha suscitato proteste tra genitori e un’interrogazione ufficiale di Fratelli d’Italia, che denuncia contenuti ritenuti non adeguati all’età e una possibile deriva ideologica nell’educazione dei più piccoli.

LIBRI E CORSI NEI NIDI COMUNALI

Secondo quanto riportato da Il Giornale, nei nidi e nelle scuole dell’infanzia della Capitale sono stati introdotti materiali didattici legati all’identità di genere, tra cui “Piccolo uovo”, “Nei panni di Zaff” e “Mi piace Spiderman… E allora?”. 

I corsi, promossi dall’associazione “Scosse”, risultano obbligatori per i formatori e mirano esplicitamente a «decostruire gli stereotipi di genere» già nella fascia 0-6 anni. 

Il consigliere capitolino Federico Rocca, presidente della Commissione Trasparenza, ha presentato un’interrogazione chiedendo chiarimenti su materiali, formatori e criteri di selezione. In particolare, ha evidenziato come alcuni libri siano considerati da pedagogisti e psicologi «non pienamente adeguati» all’età dei bambini

Il progetto si inserisce in bandi pubblici che, secondo quanto emerso, prevedono circa 600mila euro di finanziamenti destinati a iniziative su discriminazione, orientamento sessuale e identità di genere nelle scuole. 

EDUCAZIONE O INDIRIZZO IDEOLOGICO?

Il percorso educativo proposto dall’associazione “Scosse” non si limita alla lettura di favole, ma include moduli formativi per insegnanti e collaborazioni con realtà come Famiglie Arcobaleno e la rete “Educare alle differenze”. 

Nel materiale formativo, l’identità di genere viene descritta come «possibilità di identificarsi secondo un sesso… a entrambi, a nessuno», introducendo concetti complessi già nella prima infanzia. 

Questo approccio ha sollevato dubbi non solo sul piano educativo, ma anche su quello politico e culturale. Secondo alcune segnalazioni raccolte tra le famiglie, le educatrici avrebbero presentato tali contenuti come obbligatori, invitando al contempo a prestare attenzione ai genitori critici, in particolare quelli definiti “cattolico-conservatori”. 

FAMIGLIA E LIBERTÀ EDUCATIVA

Le conseguenze di queste iniziative toccano direttamente le famiglie. Come sottolineato da Rocca, «l’educazione non è stata derogata dai genitori alle scuole», richiamando il principio della responsabilità primaria dei genitori nell’educazione dei figli. 

Il tema centrale diventa quindi la libertà educativa: fino a che punto la scuola può introdurre contenuti sensibili senza un consenso esplicito dei genitori?

Il disegno di legge sul consenso informato promosso dal ministro Valditara potrebbe cambiare il quadro, imponendo alle scuole l’obbligo di informare preventivamente le famiglie su attività sensibili. 

Nel frattempo, cresce la preoccupazione per l’età dei destinatari: bambini di pochi anni esposti a temi complessi, che secondo diversi osservatori richiederebbero – come minimo – maggiore prudenza pedagogica.

DENUNCE E POSIZIONI A CONFRONTO

Le critiche non arrivano solo dalla politica. Alcuni genitori parlano apertamente di un clima di pressione culturale nelle scuole, denunciando una limitazione della libertà di espressione e di educazione. 

Dal fronte politico, Chiara Iannarelli ha dichiarato che «associazioni militanti… colonizzano le scuole italiane», evidenziando un problema sistemico e non episodico. 

Dall’altra parte, il Comune di Roma continua a difendere i progetti come strumenti di inclusione e crescita relazionale, sostenendo che non rientrano nell’ambito dell’educazione sessuale ma in quello educativo generale.

Quando l’educazione dei più piccoli diventa terreno di scontro ideologico, la domanda non può essere evitata: chi decide davvero cosa è giusto insegnare ai bambini? 

In gioco non c’è solo un metodo didattico, ma il diritto fondamentale delle famiglie di essere protagoniste dell’educazione dei propri figli.

 

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