Bambini «trans»: New York paga 8,9 milioni, in Italia chi indaga diventa «transfobo»

Bambini «trans»: New York paga 8,9 milioni, in Italia chi indaga diventa «transfobo»

Otto milioni e novecentomila dollari: tanto vale l'accordo firmato dal sindaco di New York, Zohran Mamdani, perché dal 2027 al 2029 pazienti minorenni ricevano bloccanti della pubertà e ormoni in vista del «cambio» di sesso, sfidando il divieto federale. Lo riporta La Nuova Bussola Quotidiana.

In Italia, intanto, un'inchiesta appena uscita mette sotto accusa i protocolli farmacologici proposti ai bambini. Chi li propone non parla di castrazione. Parla di cura.

UN CONTRATTO DI FORNITURA

Di solito un contratto di fornitura parla di carta, arredi, pasti per le mense: la prosa più grigia della vita pubblica.

A New York, questa volta, la merce è un'altra. Gli accordi, di cui ha dato notizia il New York Post, legano il Comune a Callen-Lorde e alla Nonprofit Organization for Philanthropic Initiatives. Pagheranno la prescrizione di bloccanti della pubertà e di ormoni ai minori per i quali siano ritenuti «medicalmente necessari in base agli standard di cura vigenti».

La Bussola sottolinea il punto giuridico: esiste un divieto federale, voluto da Trump, e il Comune lo scavalca. Lo fa contando sull'impunità e sul favore di media, social e big tech.

Ma il lettore guardi le parole, prima delle cifre. Nel testo non c'è nulla che spaventi: si parla di servizi, di standard, di necessità. I cambiamenti più profondi raramente si annunciano. Avanzano piano, senza clamore, e creano un clima in cui ciò che ieri pareva impensabile oggi suona tecnico, e domani ovvio.

La burocrazia è il loro veicolo ideale: chi legge mai un capitolato d'appalto? E se quegli standard cambiassero domani, la necessità medica cambierebbe con loro?

LA GRAN BRETAGNA FRENA, L'ITALIA TIRA DRITTO

La risposta arriva da Oltremanica. In Gran Bretagna, il Paese che ha fatto da apripista ai bloccanti della pubertà, un rapporto ufficiale ha convinto da tempo i medici a fare marcia indietro. Lo ricorda Lucetta Scaraffia in un editoriale del 6 ottobre su La Stampa.

In Italia, invece, la pratica sopravvive e viene ormai difesa come un diritto.

L'editoriale rende merito ad Alessandra Arachi, giornalista del Corriere della Sera. Il suo libro, Bimbi trans. Piccoli corpi, grandi bugie (Rubbettino), è in libreria dal 25 settembre. Come racconta l'associazione GenerAzioneD, l'autrice non argomenta per opinioni: ha raccolto documenti e atti ufficiali.

Ne esce un allarme sui percorsi proposti alle famiglie di bambini con disforia di genere. E una smentita, con i dati, dell'argomento che piega le resistenze dei genitori: il presunto rischio di suicidio, che l'associazione considera un ricatto emotivo.

Qui sta il punto decisivo. Il turbamento di un bambino, che spetterebbe anzitutto ai genitori accompagnare, diventa materia che solo lo specialista può capire e trattare. E se padre e madre esitano, basta evocare la paura più grande per chiudere la discussione.

Chi decide, a quel punto, non è più la famiglia. È il protocollo.

IL PREZZO DI UNA DOMANDA

Arachi non è un'attivista, né ha mai mostrato pregiudizi verso la comunità LGBT. Eppure, da quando ha cominciato a fare domande sulla triptorelina, le è stata appiccicata l'etichetta di transfobica e omofoba.

Attivisti con cui lavorava da anni hanno preso a diffidare di lei; qualcuno l'ha attaccata apertamente.

In quarta di copertina, lei stessa mostra la contraddizione. Quando si propone la castrazione chimica per gli stupratori, si protesta in nome della democrazia. Quando la si propone ai bambini, scrive, essa «non solo diventa magicamente espressione della democrazia. Ma addirittura tutela dei loro diritti».

Perché una domanda scatena tanta ostilità? Sant'Agostino lo spiegava nel decimo libro delle Confessioni: gli uomini amano la verità quando li illumina, la odiano quando li mette davanti a ciò che sono. Chi si è affezionato a un errore vuole che sia vero. E non perdona chi glielo mostra.

Il lettore avrà colto l'ironia. Una cultura che si vanta di accogliere ogni opinione esclude con durezza chi ha una certezza da proporre. La sua tolleranza vale per chi la pensa allo stesso modo. Per gli altri c'è un'etichetta.

CHE COSA RIGUARDA OGNI FAMIGLIA

GenerAzioneD, che riunisce genitori di ragazzi con disforia di genere, denuncia da anni i limiti dell'assistenza sanitaria italiana. Oggi ringrazia Arachi: il suo libro incrina il silenzio e la superficialità che circondano questi percorsi.

Per una famiglia qualunque, la lezione è concreta. Un figlio può attraversare un tempo di confusione. Davanti a lui rischia di trovare una strada già tracciata, un linguaggio rassicurante, una paura usata come argomento. A New York, dal 2027, la pagherà anche il contribuente.

Fare domande non è un'offesa. È il primo dovere di un padre e di una madre. L'autrice ne parlerà il 15 ottobre a Bologna, all'incontro Disforia di genere nei minori dell'Accademia delle Scienze dell'Istituto di Bologna, con iscrizione dalla pagina ufficiale.

A New York si è firmato un contratto di fornitura. Ma l'infanzia non si compra a lotti, e la crescita di un bambino non si sospende con una firma. Chi oggi fa domande non è nemico dei piccoli: è il primo a difenderli. Preghiamo perché non resti solo.

 

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