Bologna, annullato il convegno sui bloccanti della pubertà: chi ha paura dei dati?

Bologna, annullato il convegno sui bloccanti della pubertà: chi ha paura dei dati?

A Bologna un convegno sui farmaci che bloccano la pubertà nei bambini è stato cancellato 24 ore prima dell'inizio. Chi si è presentato comunque, racconta il Corriere di Bologna, ha trovato un portone chiuso, pentole sbattute e un coro: «Fuori i transfobici dall'università».

L'incontro era previsto il 15 ottobre all'Accademia delle Scienze. Il presidente, Giuseppe Sassatelli, lo ha annullato per «mancanza di contraddittorio». Ufficialmente, nessuno ha preso posizione. In realtà, ha vinto chi faceva più rumore.

IL PRETESTO DEL CONTRADDITTORIO

Il convegno si intitolava «Disforia di genere nei minori. Evidenze scientifiche, scelte di cura e diritti». Martedì il coordinamento studentesco Link annuncia un presidio contro il seminario e «la mancanza di contraddittorio». Il giorno dopo, il convegno salta.

«Di fronte a un argomento complesso non si è trovato un contraddittorio e quindi abbiamo deciso di annullare l'evento», spiega Sassatelli, che esclude ogni legame con la protesta.

Eppure quel contraddittorio, scrive lo stesso Corriere di Bologna, Alessandra 

Arachi lo aveva cercato. La giornalista del Corriere della Sera, autrice del libro-inchiesta «Bimbi trans, piccoli corpi grandi bugie», aveva contattato Roberta Parigiani, presidente di un movimento di persone trans, Alessandro Zan, Vittorio Lingiardi e altri. «Tutti hanno declinato l'invito». Anche Stefano Greco, di Link, invitato tra i relatori: «Non mi ha mai richiamata».

Link, al Resto del Carlino, replica che il confronto sarebbe stato cercato solo dopo il clamore sui social. Arachi, alla Tgr Emilia-Romagna, aggiunge una data: «Zan aveva accettato poi declinato, e il presidente dell'Accademia lo sapeva dal 28 settembre. Poteva annullarlo dal 28 settembre?»

Se basta un rifiuto per far saltare un convegno, chi vuole far tacere un tema ha la chiave in tasca: gli basta non presentarsi. La prudenza di chi annulla non è neutrale. Cerca la quiete, evita lo scontro e intanto consegna la vittoria a una parte sola. Chi rinuncia a scegliere ha già scelto.

PENTOLE CONTRO DOMANDE

Davanti al portone chiuso di via Zamboni, la locandina porta la scritta «Evento annullato per motivi organizzativi». Ad attendere Arachi, decine di studenti dei collettivi, armati di pentole e chiavi, le gridano di andarsene. Lei, con i docenti Marco Del Giudice e Assunta Morresi, resta circa un'ora a cercare un confronto. Invano.

Il volantino di Link spiega: «Le persone trans, minori e no, esistono. Scendiamo nelle piazze per dimostrare che vogliamo scegliere per noi stessi». Ma il convegno parlava di bambini. E un bambino non sceglie da solo: accanto a lui ci sono i genitori.

«Io non sono transfobica», rivendica Arachi, «e credo nel diritto di protesta, ma penso anche che loro abbiano frainteso il mio libro». Con i legali valuta di denunciare Sassatelli per abuso di potere.

CHE COSA NON SI DOVEVA ASCOLTARE

Il libro di Arachi, uscito per Rubbettino, nasce da due anni di inchiesta in «quel cunicolo buio che è l'universo buio dei bambini che si dicono trans», come lo chiama l'autrice. Secondo quanto riporta Libero presentandolo, i centri pubblici che seguono questi minori erano otto nel 2018 e sono diventati diciannove. La triptorelina si assume per cinque anni, «con danni anche irreversibili», a 175 euro a fiala. L'Aifa prevede percorsi psicoterapici, psichiatrici o psicologici: «Non sono obbligatori, ma necessari per avere il rimborso».

Arachi racconta di essere stata ripresa da una psicologa e da un'endocrinologa «per aver osato chiamare “bambino” un bambino di undici anni». E smonta la rassicurazione che spinge tanti genitori spaventati ad affidarsi ai centri: che il farmaco riduca il rischio di suicidio. «Ma questa non è la verità», scrive.

«Nel libro dimostro con documenti e studi scientifici che l'uso della triptorelina è stato autorizzato in maniera incongrua», spiega Arachi, «e quello che mi preme è informare genitori e famiglie».

Proprio ciò che in America è mancato. Come ricostruisce GenerAzioneD, nel 2015 i National Institutes of Health hanno finanziato con circa 9,7 milioni di dollari il più grande studio americano sui bloccanti: 95 ragazzi in quattro ospedali pediatrici, seguiti mentre assumevano il farmaco. I ricercatori si aspettavano, dopo due anni di bloccanti, meno depressione, ansia e pensieri suicidi e più stima del proprio corpo.

I dati, però, non escono. Nel 2024 la responsabile, Johanna Olson-Kennedy, riconosce al New York Times che i risultati non confermano i benefici attesi e spiega: «Non voglio che il nostro lavoro venga usato come un'arma». Il preprint arriva il 16 maggio 2025, non ancora revisionato: in 24 mesi nessun cambiamento statisticamente significativo su depressione e salute emotiva.

Il rapporto finale, di fine agosto 2026, segnala inoltre in chi iniziava i bloccanti una 

densità ossea già inferiore alla media, da sorvegliare mentre lo scheletro si forma. La fertilità resta una questione aperta.

Ecco il nodo. La scienza vive di coerenza: segue i dati fino all'ultima conclusione, anche quando dispiace. Fermarsi a metà per paura di ciò che si troverà non è prudenza: è rinuncia. A Bologna non si è voluta porre la domanda; in America la risposta c'era ed è finita in un cassetto. È lo stesso rifiuto. Come conclude GenerAzioneD: «La risposta, se vogliamo continuare a chiamarla scienza, dovrebbe essere molto semplice».

CHE COSA RESTA AI GENITORI

A decidere restano i genitori, con una sola voce nelle orecchie. In gioco ci sono corpi che crescono, ossa che si formano, una fertilità che nessuno sa garantire. Arachi si dice «contro la triptorelina, un farmaco che nei bimbi crea soltanto danni e nessun benessere».

Ogni padre e ogni madre ha diritto di ascoltare tutte le voci prima di affidare un figlio a un farmaco. Chi chiude i portoni toglie loro proprio questo diritto.

Il portone di via Zamboni, prima o poi, si riaprirà. La domanda che si voleva soffocare resta lì: che cosa stiamo facendo ai corpi dei bambini? Non chiede rumore, chiede coraggio. Il coraggio di guardare i dati fino in fondo, senza barattare la salute di un figlio con la quiete di un'aula. Preghiamo perché nessun genitore resti senza risposta.

 

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