Contraccettivi ormonali, l’Aifa avverte: dietro la pillola rischi troppo spesso taciuti

Contraccettivi ormonali, l’Aifa avverte: dietro la pillola rischi troppo spesso taciuti

L’Agenzia Italiana del Farmaco ha comunicato nuove misure di sicurezza per i contraccettivi contenenti desogestrel ed etonogestrel, sulla base delle raccomandazioni adottate a livello europeo dal Comitato per la valutazione dei rischi per la farmacovigilanza (PRAC) dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA). Dopo un utilizzo prolungato è stato rilevato un aumento, piccolo ma reale, del rischio di meningioma. La stima europea è di un caso aggiuntivo ogni 67.300 utilizzatrici. I medicinali non devono essere utilizzati nelle donne con meningioma presente o pregresso e, se il tumore viene diagnosticato durante l’assunzione, il trattamento deve essere interrotto. È quanto riportato anche dal Corriere della Sera il 7 agosto 2026.

UN RISCHIO CHE NON PUÒ ESSERE LIQUIDATO COME IRRILEVANTE

Il meningioma è un tumore che nasce dalle membrane che rivestono cervello e midollo spinale. Nella maggior parte dei casi è benigno e cresce lentamente, ma può provocare cefalee persistenti, disturbi visivi, crisi epilettiche, problemi di equilibrio e altri disturbi neurologici.

Nel commentare la nota Aifa, Nicola Colacurci, past president della Società italiana di ginecologia e ostetricia, ha invitato a evitare «allarmismi». Ma proprio questo linguaggio pone una domanda: perché, quando emergono nuovi rischi collegati alla contraccezione ormonale, la prima preoccupazione sembra spesso quella di rassicurare?

Il dato dell’Aifa è certamente circoscritto e il rischio assoluto rimane basso. Ma basso non significa inesistente. Tanto più quando si parla di sostanze assunte da donne sane allo scopo di alterare artificialmente la fertilità.

L’Aifa ha ritenuto necessario modificare le informazioni dei medicinali, introdurre nuove controindicazioni e includere il meningioma tra gli effetti indesiderati. Non siamo dunque davanti a una suggestione o a una campagna ideologica, ma a un dato sanitario riconosciuto dalle autorità regolatorie.

IL RISCHIO AUMENTA CON L’USO PROLUNGATO

Le nuove misure sono arrivate dopo la valutazione del PRAC, che ha esaminato anche i risultati di un vasto studio epidemiologico francese pubblicato sul British Medical Journal. La ricerca ha coinvolto 92.301 donne.

Per il desogestrel da 75 microgrammi non è emerso un incremento significativo nei periodi più brevi di esposizione, mentre l’associazione con il meningioma diventava più evidente con l’utilizzo prolungato, in particolare oltre i cinque anni.

Tra cinque e sette anni di utilizzo l’odds ratio risultava pari a 1,51; oltre i sette anni saliva a 2,09. I ricercatori hanno inoltre osservato che l’aumento non risultava più evidente dopo un periodo sufficientemente lungo dalla sospensione.

Il punto, dunque, non è sostenere che ogni donna che utilizza questi prodotti svilupperà un tumore: sarebbe falso. Il punto è un altro. Ancora una volta emerge che intervenire farmacologicamente per sopprimere o modificare la fertilità non è un gesto biologicamente neutro.

NON È IL PRIMO SEGNALE

Il problema non riguarda soltanto il meningioma.

Come aveva ricordato La Nuova Bussola Quotidiana commentando uno studio dell’Università di Oxford pubblicato su PLOS Medicine, una vasta analisi su donne sotto i cinquant’anni aveva rilevato, tra le utilizzatrici attuali o recenti di diversi contraccettivi ormonali, un aumento relativo del rischio di carcinoma mammario nell’ordine del 20-30%.

Lo studio comprendeva quasi 10 mila donne con diagnosi di tumore al seno e oltre 18 mila donne utilizzate come gruppo di controllo. Il rischio assoluto variava notevolmente in funzione dell’età: secondo le stime degli autori, cinque anni di utilizzo potevano tradursi in circa 8 casi aggiuntivi ogni 100 mila utilizzatrici che iniziavano tra i 16 e i 20 anni, fino a circa 265 casi aggiuntivi ogni 100 mila tra chi iniziava tra i 35 e i 39 anni.

Sono numeri che non autorizzano quella rappresentazione culturale della contraccezione come semplice strumento di emancipazione, quasi fosse privo di conseguenze per l’organismo femminile.

PROGESTINICI E MENINGIOMA: I SEGNALI SI MOLTIPLICANO

Il desogestrel non è il primo progestinico sul quale si concentra l’attenzione degli studiosi.

Un altro studio pubblicato dal British Medical Journal nel 2024 aveva riscontrato un’associazione tra l’uso prolungato di alcuni progestinici e un aumento del rischio di meningioma intracranico, in particolare per medrogestone, medrossiprogesterone acetato e promegestone.

Nel giugno 2026 LifeSiteNews ha riferito delle azioni legali avviate in Scozia da almeno 40 donne che attribuiscono i propri meningiomi all’uso del contraccettivo iniettabile Depo-Provera, a base di medrossiprogesterone acetato. Negli Stati Uniti, secondo la stessa fonte, erano inoltre 1.752 i casi pendenti riuniti in un contenzioso multidistrettuale.

Le iniziative giudiziarie non costituiscono, da sole, una prova scientifica di causalità. Ma il loro moltiplicarsi, insieme agli studi epidemiologici e alle nuove avvertenze delle autorità sanitarie, mostra che la discussione sugli effetti a lungo termine della contraccezione ormonale è tutt’altro che chiusa.

IL PROBLEMA È ANCHE CULTURALE

Per Generazione Voglio Vivere il problema non comincia però con il meningioma e non finisce con esso.

La contraccezione è stata trasformata culturalmente in qualcosa di ordinario: un farmaco somministrato non per guarire una malattia, ma per impedire il normale funzionamento della fertilità. Ed è proprio questa normalizzazione che ha contribuito a separare sempre di più sessualità, matrimonio e apertura alla vita.

La stessa mentalità prepara il terreno culturale dell’aborto. Quando un figlio viene percepito anzitutto come qualcosa che deve poter essere programmato, evitato o escluso, la gravidanza inattesa rischia di essere considerata non più come l'arrivo di una nuova vita umana, ma come il fallimento di un sistema di controllo.

Contraccezione e aborto non sono la stessa cosa, naturalmente. Ma appartengono a una cultura che pretende di sottoporre la trasmissione della vita al dominio assoluto della volontà individuale.

PAOLO VI LO AVEVA PREVISTO

Nell’enciclica Humanae Vitae, Paolo VI non fondò il giudizio morale sulla contraccezione sui suoi possibili effetti collaterali. Il problema è più radicale: ogni atto coniugale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita, mentre è moralmente illecito rendere intenzionalmente infecondo l’atto sessuale.

Il Pontefice avvertì inoltre delle conseguenze che la diffusione della mentalità contraccettiva avrebbe potuto produrre nei rapporti tra uomo e donna, fino al rischio che l’uomo, abituandosi alle pratiche anticoncezionali, finisse per perdere il rispetto dovuto alla donna e per considerarla come «semplice strumento di godimento egoistico».

Parole pronunciate nel 1968 e spesso derise come espressione di una Chiesa incapace di comprendere la modernità. Eppure, a distanza di decenni, continuano a porre una domanda che nessuna nuova formulazione farmaceutica può cancellare.

La fertilità non è una patologia. È una facoltà naturale del corpo umano, legata alla possibilità straordinaria di generare una nuova vita.

La nota dell’Aifa non dimostra la dottrina della Chiesa, né potrebbe farlo. Ma ricorda una verità che la cultura contraccettiva preferisce spesso dimenticare: quando si interviene artificialmente su un corpo sano per impedirgli di essere fertile, non si sta compiendo un gesto senza conseguenze. E la prima forma di autentica libertà è poter conoscere tutta la verità, biologica e morale, prima che una pratica venga presentata come normale.

 

Dona