Dai profitti alla dipendenza: il processo che smaschera i social. E riguarda tutti noi!
Quello che sta accadendo oggi non è lontano da noi.
È una questione concreta che entra nelle nostre case, nelle stanze dei nostri figli, nelle loro notti senza sonno, nei cambiamenti improvvisi di umore, nei silenzi che non sappiamo più interpretare.
Negli Stati Uniti, il 27 gennaio, è iniziato un processo civile destinato a fare storia: per la prima volta una giuria popolare è chiamata a stabilire se alcune delle piattaforme social più diffuse al mondo siano state consapevolmente progettate per creare dipendenza, in particolare nei bambini e negli adolescenti, e se questo abbia prodotto danni gravi e duraturi alla loro salute mentale.
Non è un processo ai contenuti “brutti” o “pericolosi”.
È qualcosa di più profondo: si giudica il design stesso delle piattaforme, quell’insieme di scelte invisibili – scorrimento infinito, autoplay, notifiche continue, raccomandazioni algoritmiche – pensate per catturare l’attenzione e trattenerla il più a lungo possibile.
Al centro di questo procedimento c’è la storia di K.G.M., una ragazza che ha iniziato a usare i social quando era poco più che una bambina e che oggi convive con ansia, depressione, disturbi del sonno e autolesionismo.
Ma il suo caso è diventato il simbolo di qualcosa di molto più grande.
Un’azione legale senza precedenti che coinvolge circa 1.600 querelanti, oltre 350 famiglie e 250 distretti scolastici, tutti accomunati dalla stessa accusa: aver visto i propri figli o studenti risucchiati in un sistema progettato per creare dipendenza.
TikTok e Snapchat hanno deciso di patteggiare, pagando una somma non resa pubblica. Meta e Google, invece – per Instagram, Facebook e YouTube – dovranno rispondere delle loro scelte direttamente in aula.
Tra i testimoni attesi figurano anche i vertici delle Big Tech, a partire da Mark Zuckerberg, segno della portata eccezionale di questo processo.
Il punto più inquietante è che, secondo l’accusa, questi danni erano noti.
Documenti interni mostrerebbero che dirigenti e manager erano consapevoli dei rischi, che ricercatori e dipendenti avevano segnalato gli effetti negativi su bambini e adolescenti, chiedendo di modificare o disattivare alcune funzionalità.
Eppure, quelle stesse funzionalità sono rimaste centrali perché fondamentali per aumentare il tempo trascorso online e, di conseguenza, i profitti pubblicitari.
È qui che nasce l’accusa più dura: aver messo il guadagno davanti al benessere dei minori.
Ed è proprio da questa consapevolezza che ti invitiamo a sostenere la nostra grande campagna di sensibilizzazione online, nata per informare e rompere il silenzio. Perché più persone conoscono questi fatti, più diventa difficile far finta di niente.
Sostenere e condividere questo messaggio significa amplificare una richiesta chiara: servono misure concrete, ora, per proteggere la salute dei nostri ragazzi. Possiamo contare sul tuo aiuto?
Non a caso, qualcosa nel mondo sta già cambiando. Alcuni Paesi hanno già deciso di intervenire in modo deciso.
L’Australia è stata il primo Paese al mondo a vietare l’accesso ai social ai minori di 16 anni. La Francia sta portando avanti una legge per vietarli sotto i 15 anni, sostenuta apertamente anche da ampie fasce dell’opinione pubblica.
Negli Stati Uniti, diversi Stati federali – come California, Texas e New York – hanno approvato o stanno discutendo leggi che limitano i feed algoritmici, vietano le notifiche notturne per i minori o impongono avvisi chiari sui rischi per la salute mentale.
Non sono scelte ideologiche, ma tentativi concreti di rimettere al centro il benessere dei minori, non l’engagement a ogni costo.
Le reazioni delle piattaforme seguono uno schema già visto: dichiarazioni pubbliche di attenzione e responsabilità, mentre nelle aule di tribunale si scarica il problema sui genitori o su fattori esterni.
È una strategia che ricorda molto da vicino un’altra grande battaglia del passato.
È una dinamica che ricorda da vicino quella dell’industria del tabacco: per anni si è negata la dipendenza, minimizzati i danni, nascosti i dati.
Solo quando i documenti interni emersero e i tribunali iniziarono a riconoscere una responsabilità diretta, si arrivò a risarcimenti, avvertenze obbligatorie e a un cambio profondo della percezione sociale.
Oggi ci troviamo davanti a una situazione simile: prodotti progettati per creare dipendenza, rischi noti, conseguenze gravi sulla salute pubblica, soprattutto dei più giovani.
La domanda non è più se intervenire, ma quando!
Per questo, aiutaci, con la tua migliore offerta, a potenziare la nostra vasta campagna di sensibilizzazione online: prendere posizione è il primo passo per creare una pressione reale su istituzioni e decisori politici.
Se altri Paesi hanno già iniziato a proteggere i loro ragazzi, anche l’Italia deve fare la sua parte. La salute dei nostri figli non può aspettare!
La vera domanda non è cosa faranno le piattaforme, ma cosa faremo noi: perché il futuro dei nostri figli non può essere lasciato in balia di un algoritmo.