Eutanasia infantile: l’avvertimento olandese per l’Italia

Eutanasia infantile: l’avvertimento olandese per l’Italia

Secondo quanto riportato da Le Figaro il 23 giugno 2026, per la prima volta nei Paesi Bassi un medico ha posto fine alla vita di un bambino gravemente malato di meno di 12 anni. Non si conoscono età, sesso, patologia, famiglia né struttura sanitaria. Si sa però che il caso arriva dopo l’ampliamento normativo del 2024 e che il controllo delle autorità avviene solo dopo la morte.

IL BAMBINO DOPO LA LEGGE

Dal febbraio 2024, nei Paesi Bassi l’eutanasia può essere praticata anche sui minori tra uno e dodici anni affetti da malattie incurabili e sottoposti, secondo la legge, a sofferenze considerate intollerabili.

La formula è quella ormai nota: casi «eccezionali», criteri «rigorosi», numeri «limitati». Ma la realtà è che un bambino, incapace di esprimere una volontà paragonabile a quella di un adulto, è stato ucciso per decisione altrui.

Nel caso dei minori sotto i 12 anni, infatti, la procedura non si fonda su una richiesta autonoma del paziente. Sono i genitori a dover dare il consenso, insieme ai medici, i quali devono ritenere che non esista alcuna alternativa ragionevole per alleviare la sofferenza.

Qui sta il punto decisivo: il consenso personale, presentato per anni come pilastro dell’eutanasia, scompare proprio quando la vittima è più fragile.

IL CONTROLLO ARRIVA DOPO LA MORTE

Il governo olandese ha spiegato che il medico ha segnalato il caso alla commissione speciale incaricata di valutare queste procedure. La commissione ha esaminato la cartella clinica, ha ascoltato il medico e ha trasmesso il proprio parere alla procura, che dovrà stabilire se il sanitario abbia rispettato la legge.

Ma il controllo, nel sistema olandese, avviene a posteriori. Non prima. Dopo.

Alex Schadenberg, direttore esecutivo della Euthanasia Prevention Coalition, scrivendo su LifeNews.com, ha colto il nodo morale e giuridico della questione: se anche la Procura dovesse riscontrare irregolarità, «non avrà alcuna importanza, perché il bambino è già morto».

È questa la contraddizione che la propaganda eutanasica cerca spesso di nascondere. Una procedura può essere valutata, archiviata, contestata o approvata. Ma la vita soppressa non può essere restituita.

DAL CASO ECCEZIONALE ALLA NORMALITÀ

La normativa olandese viene presentata come limitata ai bambini gravemente malati, con morte considerata imminente. Al momento della sua adozione, l’esecutivo aveva parlato di un «piccolo gruppo» di cinque-dieci bambini sotto i 12 anni ogni anno, per i quali le cure palliative non sarebbero bastate.

Eppure l’esperienza olandese mostra che, quando lo Stato accetta il principio secondo cui alcune vite possono essere soppresse perché giudicate troppo sofferenti, il confine tende a spostarsi.

Nel 2024 i Paesi Bassi hanno registrato 9.958 casi di eutanasia, il 10% in più rispetto all’anno precedente. Si tratta del 5,8% dei 172.049 decessi del Paese. Numeri che non parlano più di eccezione, ma di sistema.

La domanda allora diventa inevitabile: se una società si abitua all’idea che la morte possa essere una risposta medica, chi resterà davvero al sicuro quando sarà debole, solo, dipendente o considerato un peso?

L’ITALIA SULLA STESSA PENDENZA

Come ha raccontato il Corriere Roma il 23 giugno 2026, proprio mentre l’Olanda mostra fino a dove può arrivare questa logica, la Corte costituzionale italiana è stata chiamata per l’ottava volta a pronunciarsi sul fine vita, in particolare sui «trattamenti di sostegno vitale».

L’udienza nasce dal procedimento legato alla morte di Paola, cittadina bolognese accompagnata nel 2023 in Svizzera per il suicidio assistito. La donna, secondo la ricostruzione, possedeva tutti i requisiti richiesti tranne uno: non dipendeva da macchinari o trattamenti salvavita in senso tradizionale, ma da assistenza continuativa.

È qui che si gioca la partita italiana. Non si tratta solo di un caso singolo. Si tratta di ridefinire i requisiti, allargare le maglie, spostare il limite.

Da una parte, tre malati sostenuti dall’Associazione Luca Coscioni chiedono che l’accesso al suicidio assistito non dipenda dal tipo di trattamento sanitario ricevuto. Dall’altra, otto pazienti con patologie irreversibili si oppongono all’allargamento dei requisiti.

La loro frase dovrebbe far riflettere tutto il Paese: «Non vogliamo avere una pistola sul tavolino, che potremmo usare quando saremo in difficoltà».

LA FALSA COMPASSIONE

Gli otto pazienti contrari hanno messo in luce il rischio più grave: l’aiuto al suicidio può diventare un modo alternativo per «liberarsi di persone che sono ritenute inutili dalla società».

È una frase dura, ma tremendamente concreta. Perché quando la morte diventa una prestazione disponibile, la libertà del malato può trasformarsi in pressione silenziosa: non pesare, non costare, non dipendere dagli altri.

La vera civiltà non mette la morte sul comodino del sofferente. Mette accanto a lui cure palliative, presenza familiare, assistenza, sollievo dal dolore, accompagnamento spirituale e umano.

Per Generazione Voglio Vivere, la lezione olandese è chiara: quando si apre la porta all’eutanasia, il criterio non resta fermo. Prima l’adulto capace. Poi il malato non terminale. Poi il minore. Poi il bambino che non può nemmeno parlare per sé.

L’Italia è ancora in tempo per fermarsi. Ma deve scegliere adesso se restare una società che cura i fragili o diventare una società che organizza la loro uscita di scena.

La vita innocente, malata, dipendente o sofferente non perde mai la sua dignità. Il Magistero cattolico lo ricorda con chiarezza: nessuna sofferenza autorizza a trasformare l’uccisione in cura. Una nazione si giudica da come accompagna i suoi più deboli, non da quanto rapidamente offre loro la morte.

 

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