Eutanasia senza limiti: numeri record e nuove frontiere in Occidente

Eutanasia senza limiti: numeri record e nuove frontiere in Occidente

Nel 2025 nei Paesi Bassi sono state registrate 10.341 morti per eutanasia, pari al 6% di tutti i decessi, mentre nello stesso periodo in Oregon il suicidio assistito ha raggiunto quasi l’1% delle morti totali. In Canada si discute di estenderlo anche ai malati mentali entro il 2027. Non sono episodi isolati: sono segnali di una trasformazione profonda che attraversa l’Occidente.

NUMERI CHE CAMBIANO LA REALTÀ

Come riporta LifeNews citando il Netherlands Times, nei Paesi Bassi nel 2025 si è superata la soglia dei 10.000 casi di eutanasia, con un aumento del 3,8% rispetto all’anno precedente. Tra questi, 499 persone affette da demenza e 174 con disturbi mentali.

Non solo. Uno studio citato nello stesso articolo suggerisce che i numeri reali potrebbero essere ancora più alti: fino al 22% dei casi non verrebbe registrato, e studi precedenti indicano anche episodi di eutanasia senza richiesta o consenso.

Negli Stati Uniti, il fenomeno segue una traiettoria simile. Nel 2025, secondo un rapporto ufficiale, in Oregon sono state registrate almeno 400 morti per suicidio assistito — circa l’1% di tutti i decessi — ma il numero reale potrebbe essere più alto, come già avvenuto negli anni precedenti, fino a circa 450 casi. Ancora più significativo è il dato cumulativo: 3.691 persone hanno posto fine alla propria vita con questa procedura dal 1998.

E il trend continua a crescere: nel 2025 sono state rilasciate 637 prescrizioni per farmaci letali, in aumento rispetto agli anni precedenti.

LE RAGIONI DIETRO LA SCELTA

Uno degli aspetti più sorprendenti emerge dalle motivazioni dichiarate. In Oregon, quasi il 40% delle persone ha indicato la paura di essere un peso per gli altri, mentre l’89% ha citato la perdita di autonomia e della qualità della vita.

Il dolore fisico, invece, non è tra le cause principali.

E ancora più inquietante è il dato sui controlli: solo 2 pazienti su centinaia sono stati sottoposti a valutazione psichiatrica. In molti casi, inoltre, non è nemmeno noto come sia avvenuta la morte o se ci siano state complicazioni.

NUOVE FRONTIERE: DALLA MALATTIA ALLA SOLITUDINE

Il dibattito si sta ora spostando oltre. In Canada, come riportato dal National Post, l’accademica Jocelyn Downie ha chiesto al Parlamento di autorizzare l’eutanasia anche per le sole malattie mentali entro marzo 2027, affermando: «Se ci saranno ritardi o esclusioni, le persone moriranno per suicidio».

Un’affermazione che ribalta il problema: non più prevenire il suicidio, ma offrirne una forma legalizzata.

In Svizzera, secondo Swissinfo, si sta andando ancora oltre: nel Cantone di Lucerna il suicidio assistito sarà introdotto anche negli ospedali e nelle case di riposo, dopo un voto parlamentare di 81 a 27. Una scelta che, secondo gli osservatori, rischia di normalizzare definitivamente questa pratica come atto medico.

E nel Regno Unito, nonostante uno stop parlamentare, i sostenitori stanno preparando un nuovo disegno di legge, con l’obiettivo di riproporlo già nella prossima sessione.

UNA DINAMICA CHE SI RIPETE

C’è un filo comune che lega questi dati. Ogni volta che il suicidio assistito viene legalizzato, inizialmente appare come un’eccezione. Poi, progressivamente, si amplia.

Prima i malati terminali.

Poi i non terminali.

Poi le persone con disagio psicologico.

Infine, si arriva a contesti ordinari: ospedali, case di riposo, vita quotidiana.

E i numeri lo confermano. In Canada, dopo la legalizzazione, i casi di eutanasia sono cresciuti fino a oltre 16.000 nel 2024 (Health Canada report), con ulteriori aumenti stimati negli anni successivi.

Allo stesso tempo, i dati mostrano che il suicidio non diminuisce: tra il 2021 e il 2023 è aumentato di oltre il 20%.

LE IMPLICAZIONI PER LA SOCIETÀ

Questi sviluppi pongono una domanda decisiva: cosa accade quando la risposta alla sofferenza diventa l’eliminazione di chi soffre?

Quando quasi il 40% delle persone sceglie la morte perché si sente un peso, il problema non è la malattia, ma la solitudine e la mancanza di sostegno.

Quando i controlli sono minimi e i dati incompleti, si apre uno spazio concreto per abusi, pressioni e decisioni non pienamente libere.

Quando l’eutanasia entra negli ospedali e nelle strutture per anziani, cambia il significato stesso della medicina: non più solo cura, ma anche possibilità di provocare la morte.

UNA DOMANDA CHE RESTA APERTA

Di fronte a questi numeri e a queste scelte, la questione non è più teorica. È concreta, culturale, morale.

Se una società arriva a considerare la morte una soluzione alla fragilità, chi proteggerà i più deboli quando si sentiranno di troppo?

 

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