Francia, l’eutanasia diventa un diritto: i vescovi denunciano una «grave frattura»
Il 15 luglio 2026 l’Assemblea Nazionale francese ha approvato un testo che riconosce il diritto a ottenere una sostanza letale: il paziente potrà assumerla da solo oppure farsela somministrare da un medico o da un infermiere. Le cure palliative non costituiscono un passaggio obbligatorio e l’obiezione di coscienza non protegge tutti i professionisti e le strutture coinvolte. I vescovi francesi hanno definito il voto una «grave frattura» nella storia del Paese.
UN DIRITTO A DARSI O FARSI DARE LA MORTE
Secondo l’analisi pubblicata dalla Nuova Bussola Quotidiana, la norma non si limita a depenalizzare il suicidio assistito, ma configura un vero diritto soggettivo. L’articolo 2 prevede che la persona possa utilizzare autonomamente la sostanza letale oppure, quando non sia fisicamente in grado di farlo, riceverla direttamente da un medico o da un infermiere.
La distinzione è decisiva: la Francia legalizza non soltanto l’aiuto al suicidio, ma anche l’eutanasia. Possono presentare domanda i maggiorenni capaci di esprimere una volontà libera e consapevole, cittadini francesi o residenti stabili, affetti da una patologia irreversibile e da una condizione grave e incurabile, insieme a una sofferenza fisica giudicata insopportabile.
Il medico scelto dal paziente dovrà riunire un comitato multiprofessionale e pronunciarsi entro quindici giorni. La procedura potrà avvenire in ospedale oppure a casa. Le cure palliative, tuttavia, restano facoltative: la persona potrà rifiutare anche trattamenti capaci di alleviare il dolore e chiedere comunque la morte procurata.
L’OBIEZIONE DI COSCIENZA È SOLO PARZIALE
La clausola di coscienza tutela medici e infermieri, ma non tutti coloro che partecipano alla procedura. I farmacisti dovranno preparare o custodire la sostanza letale; i responsabili delle strutture sanitarie non potranno impedire che venga somministrata nei loro locali. Persino il medico obiettore sarà tenuto a indicare professionisti disponibili.
L’articolo pubblicato sul sito di Comunione e Liberazione, riprendendo il comunicato episcopale e un’intervista al vescovo Mathieu Rougé, mette in luce il problema delle istituzioni cattoliche: ospedali e case di cura il cui statuto etico esclude eutanasia e suicidio assistito rischiano di essere obbligati a ospitarli. Non è minacciata soltanto la coscienza individuale, ma la libertà di comunità nate precisamente per curare senza provocare la morte.
LA CHIESA FRANCESE PARLA CON CHIAREZZA
La risposta della Conferenza episcopale francese è stata immediata. Nel comunicato firmato dal cardinale Jean-Marc Aveline e dai due vicepresidenti, i vescovi affermano che i deputati hanno introdotto nella legge «la possibilità di provocare la morte», rompendo con la tradizione della cura orientata ad alleviare la sofferenza e accompagnare ogni persona fino al termine naturale della vita.
I presuli avvertono che cambierà il rapporto della società con la vulnerabilità, la vecchiaia, la disabilità e la malattia. Potrà deteriorarsi la fiducia tra pazienti, familiari e operatori sanitari. A pagare il prezzo più alto potrebbero essere i poveri: un anziano in condizioni precarie, temendo di diventare un peso per figli e nipoti, potrebbe sentirsi spinto a chiedere di morire.
Questa è la conseguenza più concreta per ogni famiglia. Quando la morte assistita diventa un diritto e una prestazione sanitaria, la libertà del malato rischia di essere condizionata dalla solitudine, dai costi dell’assistenza, dalla paura di gravare sugli altri o dalla carenza di cure palliative. Una possibilità presentata come individuale può trasformarsi in una silenziosa aspettativa sociale.
«LA STORIA NON È FINITA»
La Chiesa francese non considera conclusa la battaglia. «La storia non è finita», ha ricordato monsignor Rougé, riferendosi alle vie legali ancora aperte. I vescovi hanno annunciato un rinnovato impegno insieme a famiglie, sanitari, volontari, associazioni e cappellani, chiedendo alle strutture cattoliche di rimanere fedeli ai principi etici fondamentali.
In un secondo articolo della Nuova Bussola Quotidiana, Stefano Fontana osserva che questa fermezza costituisce una lezione anche per l’Italia. L’autore contrappone la condanna netta dei vescovi francesi alla linea più prudente adottata dalla Conferenza episcopale italiana nel dibattito sul suicidio assistito, ricordando la nota del 19 febbraio 2025, che non si opponeva alla discussione parlamentare di una legge entro i criteri indicati dalla Corte costituzionale.
Quando è in gioco il principio secondo cui nessuno può trasformare la morte intenzionalmente provocata in una cura, la chiarezza non è estremismo: è responsabilità. Le leggi educano la coscienza collettiva, e ciò che oggi viene presentato come eccezione può diventare domani una pressione sui fragili.
Nel solco del Magistero cattolico, la risposta alla sofferenza non è eliminare chi soffre, ma accompagnarlo con cure, presenza e amore fino alla morte naturale. La Francia ha oltrepassato una soglia gravissima. Ora spetta ai cristiani e a ogni uomo di buona volontà testimoniare che la grandezza di una società si misura da come protegge i più vulnerabili, non da quanto facilmente consente loro di morire.