Il gender entra a scuola, la libertà finisce sotto processo
In Spagna si prepara il carcere per chi aiuta una persona, anche consenziente, a uscire da una condizione omosessuale o transessuale; in Canada una scuola ha organizzato una “giornata dell’orgoglio” LGBT per bambini di appena quattro anni. Due notizie lontane, ma unite dallo stesso filo: l’ideologia gender entra nelle aule e nello stesso tempo restringe la libertà educativa, religiosa e professionale.
LA SPAGNA PUNISCE CHI OFFRE AIUTO
Secondo quanto riportato da La Nuova Bussola Quotidiana, il Congresso del Parlamento spagnolo ha approvato una proposta di legge contro le cosiddette “terapie di conversione”; perché il testo diventi legge, manca ancora l’approvazione del Senato. Il punto più grave è che la norma punisce anche quando la persona interessata ha dato il proprio consenso.
Il testo prevede «la reclusione da sei mesi a due anni» e una multa da «otto a ventiquattro mesi» per chi applichi o pratichi «atti, metodi, programmi, tecniche o procedure di avversione o conversione». In altre parole, non si colpisce soltanto un abuso, ma si rischia di colpire perfino la libertà di chiedere un aiuto psicologico o spirituale.
Pratiche simili erano già sanzionate in via amministrativa con ammende fino a 150mila euro. Ora, però, il salto è evidente: dalla multa si passa alla minaccia del carcere. E la formulazione del testo appare così ampia da poter coinvolgere non solo professionisti, ma anche genitori, sacerdoti, amici o conoscenti.
IL CONSENSO NON CONTA PIÙ
Il punto decisivo è questo: se una persona adulta chiede liberamente di essere aiutata a riconciliarsi con il proprio corpo, con la propria identità sessuale o con la visione cristiana dell’uomo, lo Stato potrebbe decidere che quella richiesta non è legittima.
È una contraddizione clamorosa. Da anni si ripete che tutto deve fondarsi sull’autodeterminazione. Ma quando l’autodeterminazione non va nella direzione dell’ideologia dominante, improvvisamente non basta più. La libertà viene invocata solo per affermare il gender, non per metterlo in discussione.
Per una società davvero libera, invece, il consenso personale, il diritto alla cura, la libertà religiosa e la libertà educativa non possono essere subordinati a un dogma politico. Nessuno deve essere umiliato o costretto. Ma nemmeno si può trasformare in reato il desiderio di cercare un cammino diverso.
IN CANADA IL PRIDE ARRIVA AI BAMBINI DI QUATTRO ANNI
Il secondo caso arriva dal Canada. Come riferisce LifeSiteNews, la RancheView School di Cochrane, in Alberta, ha organizzato l’8 giugno una “giornata dell’orgoglio” per gli alunni dalla scuola materna alla terza media. Tra i bambini coinvolti vi erano anche piccoli di appena quattro anni.
Agli studenti è stato chiesto di vestirsi con i colori dell’arcobaleno. Nella newsletter distribuita ai genitori comparivano anche attività come la realizzazione di «magliette del Gay Pride». Formalmente i genitori potevano scegliere di non far partecipare i figli, ma secondo David DeWolfe, che afferma che le sue nipoti frequentano la scuola, l’alternativa sarebbe stata lasciare i bambini esclusi dalle lezioni e seduti nel corridoio fino alla fine delle attività.
DeWolfe ha denunciato pubblicamente l’iniziativa, affermando che la scuola sarebbe «più interessata» a far celebrare l’omosessualità ai bambini che a insegnare loro a scrivere. Il suo giudizio è severo, ma la domanda resta inevitabile: che cosa c’entra il Pride con bambini di quattro anni?
LA FAMIGLIA VIENE MESSA AI MARGINI
Il caso canadese mostra un meccanismo ormai ricorrente: la scuola non si limita più a istruire, ma pretende di formare la coscienza morale e affettiva dei bambini secondo categorie ideologiche. Ai genitori resta, quando va bene, una possibilità di esclusione che però rischia di trasformare il figlio in un “diverso” dentro la classe.
Questo è il cuore del problema. La libertà educativa dei genitori non consiste nel poter togliere il bambino dal corridoio dell’ideologia. Consiste nel diritto primario di decidere che cosa sia conforme al bene, all’età e alla maturità del proprio figlio.
La scuola dovrebbe proteggere l’infanzia, non anticipare temi che i bambini non sono in grado di comprendere. A quattro anni un bambino ha bisogno di sicurezza, famiglia, gioco, linguaggio, cura, non di essere introdotto in simboli politici e rivendicazioni sessuali.
UN’UNICA DERIVA
Spagna e Canada sembrano due casi diversi. In realtà raccontano la stessa trasformazione culturale. Da una parte si porta il gender tra i bambini. Dall’altra si minaccia chi offre un aiuto alternativo a chi non vuole restare imprigionato in quelle categorie.
Prima si educano i piccoli a considerare l’identità come fluida. Poi si punisce chi, da adulto, volesse cercare un’altra strada. Così l’ideologia non si limita a proporre: occupa la scuola, orienta il linguaggio, condiziona le professioni, restringe il perimetro del dissenso.
Per questo Generazione Voglio Vivere ha lanciato la ristampa e la diffusione di 10.000 copie del libro Teoria Gender: come difendere i nostri figli: una guida chiara, documentata e accessibile per riconoscere l’ideologia gender quando entra nella scuola sotto parole rassicuranti come “inclusione” o “educazione affettiva”. Con una donazione è possibile sostenere la diffusione del libro e riceverne una copia a casa, contribuendo concretamente a mettere strumenti di difesa nelle mani delle famiglie.
Perché davanti a questa deriva, tacere non è prudenza: è resa. Difendere i bambini dalla colonizzazione ideologica, sostenere i genitori nella loro missione educativa e custodire la verità sull’uomo creato maschio e femmina non è una battaglia di parte, ma un dovere morale: quando l’infanzia viene piegata all’ideologia, è il futuro stesso della società a essere ferito.