La Consulta boccia la legge sul fine vita, ma il pendio resta scivoloso!
Ci sono leggi che non cambiano solo le regole, ma cambiano il cuore di una società: quella sul fine vita è una di queste.
La legge regionale toscana è nata dentro una strategia nazionale, promossa dall’Associazione Luca Coscioni, per forzare la mano al Parlamento e rendere il suicidio assistito una prassi “normale”, amministrata, rapida, quasi burocratica.
Ma la Corte Costituzionale fortunatamente è intervenuta: ha dichiarato illegittime molte parti della legge, ha smascherato gli eccessi più pericolosi, ha bloccato l’idea che le Regioni possano trasformarsi in laboratori di morte.
Ma non ha cancellato tutto. E questo deve preoccuparci profondamente!
Perché, diciamolo con chiarezza: qui non è in gioco un diritto, ma la tenuta morale della nostra società.
Una società che dice a un malato, a un disabile, a un anziano fragile: “Se soffri troppo, la soluzione è sparire” è una società che ha già smesso di amare, di accompagnare, di curare davvero.
La stessa Corte ha denunciato come incostituzionali alcune derive gravissime:
– la possibilità che un delegato chieda la morte al posto del paziente;
– l’imposizione di tempi rapidi e perentori per “rispondere” alla richiesta di suicidio;
– il coinvolgimento pieno delle strutture sanitarie nell’esecuzione del suicidio assistito, trasformandolo di fatto in una prestazione del servizio pubblico.
Eppure, resta un impianto che normalizza l’idea che lo Stato possa “assistere” una persona mentre si toglie la vita.
Questo è il pendio scivoloso: oggi eccezione, domani opzione, dopodomani soluzione consigliata.
Lo dicono le stesse sentenze, quando ammettono che quei principi sono “suscettibili di modificazioni”.
Noi non possiamo accettarlo! Non possiamo accettare che la risposta alla sofferenza sia la morte invece delle cure palliative, che la vita fragile venga percepita come un problema da eliminare.
È per questo che oggi ti chiediamo di compiere un gesto concreto e responsabile: nel cuore di questa battaglia culturale e civile, ti invitiamo a sottoscrivere subito la petizione “Fermiamo la cultura della morte! Difendiamo la Vita!”, promossa da Generazione Voglio Vivere.
Firmare significa dire NO a una deriva disumana e SI’ a una società che cura, accompagna, protegge ogni vita, soprattutto quando è più fragile.
Ma non basta una firma! Il silenzio oggi diventa complicità.
Per questo, ti chiediamo anche di sostenere la nostra grande campagna di sensibilizzazione online. Possiamo contare sul tuo aiuto?
È attraverso la voce di ciascuno di noi che possiamo rompere la narrazione ingannevole dell’eutanasia “come atto di civiltà” e restituire dignità alla verità: la vita vale sempre!
La legge toscana non è un caso isolato: è il segno di un cambiamento culturale profondo, che parla di diritti ma dimentica i doveri verso chi soffre davvero.
Lo rivela anche il linguaggio usato: tempi rapidi, procedure, prestazioni. Parole fredde, burocratiche, che cercano di normalizzare ciò che non lo è: la morte come risposta alla fragilità.
Non lo diciamo solo noi!
La stessa Corte Costituzionale ha avvertito del rischio di una “minor tutela della vita delle persone più deboli e vulnerabili, che potrebbero essere indotte a farsi anzitempo da parte”.
È una frase durissima, che smaschera l’illusione dell’autodeterminazione assoluta: spesso, dietro la richiesta di morire, ci sono solitudine, pressione, paura di essere un peso.
Quando lo Stato “organizza” il suicidio assistito, il servizio sanitario perde la sua identità: da luogo di cura diventa ambiguo, diviso tra assistere e accompagnare alla morte.
Non a caso la Corte ha richiamato l’importanza dell’alleanza terapeutica e delle cure palliative, troppo spesso solo evocate. Perché quando le cure palliative sono reali e accompagnate da vicinanza umana, la richiesta di morire diminuisce.
Non per costrizione, ma perché nessuno viene più lasciato solo.
Difendere la vita fragile oggi significa difendere l’umanità di tutti, domani.