La pediatria italiana imbocca la strada del gender

La pediatria italiana imbocca la strada del gender

In Europa il dibattito sulla “medicina di genere” per i minori sta cambiando tono. Dopo anni di slogan sull’affermazione immediata dell’identità percepita, l’Inghilterra ha scelto la prudenza: il Servizio Sanitario Nazionale inglese (NHS England)  ha fermato la prescrizione ordinaria dei bloccanti della pubertà agli under 18 per la scarsità di evidenze su sicurezza, rischi, benefici ed esiti, mentre il governo britannico ha reso indefinito il divieto fuori da condizioni rigidamente controllate. 

E proprio mentre cresce la richiesta di cautela, la Società Italiana di Pediatria e l’Associazione Culturale Pediatri presentano Oltre lo sguardo, una guida pratica su «varianza di genere, orientamenti sessuali e omogenitorialità» per un ambulatorio pediatrico «accogliente». Il problema non è il rispetto dovuto a ogni bambino. Il problema è che, sotto il linguaggio della cura, entra nell’ambulatorio una precisa antropologia: l’identità sessuata non come dato da custodire, ma come spettro da accompagnare.

IL CONTESTO INTERNAZIONALE IMPONE PRUDENZA

La prudenza non è una fissazione ideologica. Nel Regno Unito, dopo la Cass Review — la revisione indipendente commissionata da NHS England sui servizi di identità di genere per minori — la sanità pubblica inglese ha avviato una profonda riorganizzazione dell’assistenza rivolta a bambini e adolescenti con disagio legato all’identità di genere. Nello stesso piano di attuazione, NHS England scrive che non si sa abbastanza su chi possa beneficiare degli interventi medici e che, qualora siano ritenuti opportuni, devono rientrare in un programma di ricerca accuratamente costruito.

La House of Commons Library, aggiornando il quadro al marzo 2026, ricorda che nel 2024 il NHS ha interrotto la prescrizione ordinaria dei bloccanti della pubertà ai minori, che nel dicembre 2024 è stato introdotto un divieto indefinito anche per le prescrizioni private, e che nel 2026 è stata avviata una consultazione per fermare la prescrizione ordinaria degli ormoni “gender-affirming” a tutti i bambini e giovani.

Questo è il contesto. E rende ancora più grave la scelta italiana: invece di chiedere più prove, più cautela, più centralità della famiglia, la guida SIP-ACP sembra normalizzare il linguaggio dell’identità fluida fin dentro la pediatria di base.

LA GUIDA CHE CAMBIA IL RUOLO DEL PEDIATRA

La guida afferma che l’identità di genere non va concepita «in modo binario», ma come «uno spettro»; parla di cisgender, transgender, agender e bigender; definisce la varianza di genere nell’infanzia non come patologia, ma come «possibile evoluzione dello sviluppo identitario». Qui il pediatra non viene più presentato soltanto come medico del bambino, ma come figura chiamata a intervenire su linguaggio, scuola, famiglia, moduli, pronomi, reti associative e “spazi sicuri”.

Il decalogo finale chiede al pediatra di usare nomi e pronomi elettivi, riconoscere famiglie omogenitoriali, adottare una modulistica neutra e sostenere il coming out. La checklist dell’ambulatorio “accogliente” propone perfino vetrofanie o poster con logo arcobaleno, libri per bambini sulle famiglie omogenitoriali e la diversità di genere, bagni neutri, cartelle con sesso M/F/I, genere maschile/femminile/non binario/agender e nome d’elezione. Per i moduli si suggerisce di sostituire «padre/madre» con «genitore/genitore».

È davvero solo accoglienza? O è la trasformazione dello studio pediatrico in un luogo di rieducazione antropologica?

BAMBINI, SESSUALITÀ E IDENTITÀ FLUIDA

Uno dei passaggi più delicati riguarda l’età. La guida sostiene che la prima attrazione tende a manifestarsi tra i 9 e i 12 anni e che la letteratura suggerisce di iniziare a porre domande sull’orientamento tra i 10 e i 13 anni, usando il termine «cotta». Per la fascia 14-17 anni viene invece considerata più appropriata l’espressione «attrazione affettivo-sessuale».

La stessa guida riporta che, in giovani oltre i 15 anni, il 62,7% dichiara attrazione verso l’altro genere, mentre il 33% riferisce attrazione non eterosessuale; aggiunge poi che fino al 38,5% degli adolescenti mostra fluttuazioni nel bersaglio della propria attrazione. Ma proprio questa fluidità dovrebbe invitare alla prudenza educativa, non alla codificazione precoce di categorie identitarie.

L’adolescenza è un’età di passaggi, domande, insicurezze, imitazioni, ferite e ricerca di approvazione. Ridurre tutto al vocabolario LGBTQIA+ significa rischiare di leggere ogni disagio attraverso una sola lente.

IL CASO DEL BAMBINO DI TRE ANNI

Il punto più impressionante è la storia di «Anna, 3 anni». La guida racconta di un bambino registrato come Alan che manifesta una «progressiva e coerente identificazione femminile», chiede di essere chiamato Anna, e i cui genitori domandano orientamento. Il pediatra fornisce riferimenti di centri specialistici, associazioni e materiali informativi. Quando poi emergono problemi a scuola, viene attivata una carriera alias per superare le difficoltà legate al nome anagrafico, al grembiule e ai bagni.

A tre anni un bambino sta appena imparando a nominare il mondo, il proprio corpo, la relazione con la madre e con il padre, il gioco, la differenza, il limite. Presentare come modello un percorso che coinvolge pediatra, scuola, alias, bagni e identità sociale è una scelta pesantissima.

La guida la chiama accoglienza. Ma per una visione cristiana dell’uomo, l’accoglienza autentica non conferma ogni percezione: custodisce la persona nella verità del suo corpo, della sua storia e della sua vocazione.

LE PAROLE DEL PRESIDENTE SIP

Secondo quanto riportato da la Repubblica il 26 giugno 2026, il presidente SIP Rino Agostiniani ha respinto le critiche parlando di «reazione sproporzionata». Ha poi dichiarato: «Non c’è alcun intento ideologico: si tratta semplicemente di una guida, come quelle che la società scientifica realizza su molti altri temi, per aiutare i pediatri ad accogliere e seguire al meglio bambini e famiglie».

È proprio questa difesa a rivelare il problema. Se una guida propone di superare padre e madre nella modulistica, di normalizzare identità non binarie, di introdurre pronomi elettivi, carriera alias e “spazi sicuri” arcobaleno negli studi medici, allora non siamo davanti a una semplice guida comunicativa. Siamo davanti a una visione dell’uomo.

Agostiniani aggiunge: «La realtà è cambiata: esistono famiglie con caratteristiche diverse, comprese quelle omogenitoriali, e il pediatra deve essere un punto di riferimento per tutti». Ma il medico non è chiamato ad adeguare la verità della persona alla pressione culturale del momento. È chiamato a curare, proteggere, accompagnare. Soprattutto quando davanti ha un minore.

LA FAMIGLIA NON PUÒ ESSERE SCAVALCATA

Il nodo finale è la libertà educativa dei genitori. La guida parla spesso di sostegno alle famiglie, ma il baricentro si sposta: ambulatorio, scuola, associazioni, centri specialistici e istituzioni diventano una rete che conferma l’identità dichiarata o percepita dal minore.

Quando la medicina assume il linguaggio del gender, il rischio è che padre e madre diventino ostacoli da “accompagnare” verso l’accettazione, non i primi responsabili dell’educazione dei figli. È una deriva silenziosa, ma concreta.

La pediatria dovrebbe essere il luogo della cura, non il laboratorio di una nuova antropologia. Ogni bambino merita rispetto, ascolto e protezione. Ma proprio per questo non può essere consegnato alle categorie mutevoli del gender: va aiutato a crescere nella realtà, nella sua identità ricevuta, nella verità del corpo e nella responsabilità amorevole della sua famiglia.

 

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