L’eutanasia entra nelle Regioni: dalla Campania al Canada, il confine continua a spostarsi

L’eutanasia entra nelle Regioni: dalla Campania al Canada, il confine continua a spostarsi

La Campania potrebbe presto aprire ufficialmente al suicidio assistito. Il 23 maggio, come riportato dal Corriere del Mezzogiorno, cinque consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle hanno presentato una proposta di legge per regolamentare l’«assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito». La notizia arriva mentre dal Canada emergono casi sempre più inquietanti di eutanasia concessa a persone vulnerabili, malati psichici e cittadini incontrati da un medico poche ore prima della morte. Un quadro che mostra come ciò che viene presentato come “diritto eccezionale” finisca rapidamente per diventare pratica ordinaria.

LA CAMPANIA APRE AL SUICIDIO ASSISTITO

Secondo quanto riportato dal Corriere del Mezzogiorno, la proposta campana prevede la creazione di una «Commissione multidisciplinare permanente» incaricata di verificare i requisiti per accedere al suicidio medicalmente assistito e di definire le modalità operative della procedura.

Il promotore principale è il vicepresidente del Consiglio regionale campano, Luca Trapanese, che parla apertamente di una legge destinata ad avere «un’adesione larga e trasversale». L’obiettivo dichiarato è calendarizzare il testo entro l’estate.

Il dato forse più impressionante è quello economico: nella relazione tecnico-finanziaria allegata alla proposta, il costo complessivo della procedura viene stimato in appena 10 mila euro. La verifica dei requisiti costerebbe 2.500 euro, mentre la fase attuativa 7.500.

Dietro il testo c’è l’influenza diretta dell’associazione Luca Coscioni e della proposta “Liberi Subito”, già adottata in altre Regioni italiane come Toscana e Sardegna. La strategia è chiara: trasformare progressivamente il suicidio assistito da eccezione giuridica a servizio sanitario regionale.

DAL “CASO LIMITE” ALLA NORMALITÀ

È sempre così che avviene. All’inizio si parla di situazioni rarissime, di persone in condizioni estreme, di scelte drammatiche presentate come inevitabili. Poi, poco alla volta, i criteri si allargano.

Il Canada rappresenta oggi il laboratorio più avanzato di questa deriva. Come denunciato da La Nuova Bussola Quotidiana, il governo canadese continua a spingere per l’estensione dell’eutanasia anche ai malati mentali. Per favorire questo cambiamento culturale, vengono utilizzati personaggi famosi e campagne mediatiche capaci di normalizzare l’idea della morte procurata come soluzione alla sofferenza psicologica.

Nel frattempo, i casi concreti diventano sempre più estremi.

Secondo quanto riportato da LifeNews, un medico canadese avrebbe incontrato un uomo in un bar per un semplice caffè e, appena due ore dopo, ne avrebbe autorizzato e praticato l’eutanasia. L’episodio ha suscitato scandalo persino in Canada, tanto che il medico è stato successivamente posto sotto supervisione professionale.

Ma il punto centrale è un altro: il sistema aveva comunque consentito che una persona potesse essere accompagnata alla morte dopo un incontro rapidissimo, senza un vero percorso umano di sostegno, cura o vicinanza.

Quando una società accetta che la morte diventi risposta “terapeutica”, il confine continua inevitabilmente a spostarsi.

LA LOGICA CHE CAMBIA LA MEDICINA

Il rischio più grave non riguarda solo le singole leggi regionali, ma la trasformazione culturale della medicina.

Per secoli il compito del medico è stato quello di curare, alleviare, accompagnare. Con eutanasia e suicidio assistito, invece, il medico diventa progressivamente colui che valuta quando una vita possa essere considerata “non più degna” di essere vissuta.

Ed è significativo che, nella proposta campana, tutto venga descritto soprattutto come procedura organizzativa: commissioni, verifiche, tempi, modalità operative, costi contenuti.

La morte entra così nella burocrazia sanitaria ordinaria.

Intanto, nei Paesi dove eutanasia e suicidio assistito sono stati legalizzati da anni, aumentano i casi legati alla solitudine, alla depressione, alla povertà, alla disabilità e al disagio psicologico. Persone fragili che, invece di ricevere cure palliative, sostegno umano e aiuto concreto, finiscono per sentirsi un peso.

È questo il vero cambiamento antropologico: la sofferenza non viene più condivisa e accompagnata, ma eliminata insieme alla persona che la vive.

UNA SOCIETÀ CHE SMETTE DI PROTEGGERE

La questione non riguarda soltanto la libertà individuale. Riguarda il tipo di civiltà che stiamo costruendo.

Una società autenticamente umana protegge i più fragili anche quando soffrono, anche quando costano, anche quando hanno paura. Quando invece la soluzione proposta diventa la morte, il rischio è che il criterio dell’efficienza prenda lentamente il posto della dignità umana.

Giovanni Paolo II parlava di una «cultura della morte» capace di presentarsi come compassione. Oggi quelle parole sembrano sempre meno teoriche. Perché quando il suicidio assistito entra nelle Regioni come semplice pratica sanitaria, il passo successivo rischia di essere sempre lo stesso: allargare ancora il confine di chi può essere considerato “meglio morto che curato”.

 

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