Lo sport è verità! E la verità ha due identità: maschile e femminile

Lo sport è verità! E la verità ha due identità: maschile e femminile

Era il giorno della gara, il fioretto era pronto, le maschere abbassate. Ma Stephanie Turner ha scelto di alzarsi in piedi... inginocchiandosi. 

Non per arrendersi, ma per gridare – con un gesto silenzioso ma potentissimo – che la verità biologica conta. Che nello sport, come nella vita, l’identità sessuale non è un’opinione.

Stephanie non ha voltato le spalle all'avversario, l'atleta transgender Redmond Sullivan. Ha guardato in faccia un sistema che pretende di cancellare le differenze, e ha detto NO.

“No, non gareggerò contro un uomo in un torneo femminile.” Chiaro, limpido, coraggioso. È stata squalificata! Ma ha vinto qualcosa di molto più importante: la dignità, la coerenza, l’onore di difendere lo sport femminile.

Le regole della Federazione parlano di inclusione. Ma quando l'inclusione calpesta la verità, diventa imposizione.

Quando un uomo può dichiararsi donna e gareggiare contro vere atlete, non è progresso. È prevaricazione. Non è parità. È inganno!

Turner ha parlato per tutte quelle donne che vengono zittite, ignorate, messe in un angolo in nome di un’ideologia che rifiuta i limiti della realtà.

Ha alzato la testa per dire che la categoria femminile esiste per tutelare le donne, non per cedere il passo a chi biologicamente rimane uomo, nonostante l’identità percepita.

Lo sport non può permettersi ambiguità. Lo sport è competizione leale, è rispetto dei corpi, è riconoscimento delle differenze.

E uomo e donna sono, restano, e devono restare due categorie distinte!

 

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