Pornografia a 13 anni: quando lo smartphone diventa una trappola
Marco ha tredici anni. Guarda pornografia sullo smartphone di notte, poi anche al mattino. Dorme poco, peggiora a scuola, diventa irritabile e arriva a non riuscire più ad alzarsi dal letto per andare in classe perché non riesce a staccarsi dai video. È la storia raccontata il 13 agosto 2026 dal neuropsichiatra infantile Stefano Vicari sul Corriere della Sera: un caso emblematico di ciò che può accadere quando un ragazzo incontra contenuti sessuali espliciti e resta solo davanti allo schermo.
QUANDO LA CURIOSITÀ DIVENTA COMPULSIONE
Marco incontra il primo video quasi per caso, attraverso un link condiviso in una chat. All’inizio guarda pochi secondi. Poi torna a cercarlo. Impara a cancellare la cronologia, usa il telefono quando i genitori dormono, abbassa la luminosità dello schermo. A un certo punto confessa: «È come se il telefono mi chiamasse. E io ci casco sempre».
Il passaggio decisivo avviene quando la pornografia comincia a interferire con la vita reale: sonno, studio, rapporti familiari, frequenza scolastica. Vicari sottolinea che un tredicenne non possiede ancora gli strumenti emotivi e cognitivi necessari per gestire da solo un accesso illimitato a contenuti sessuali espliciti, soprattutto quando questi vengono consumati in solitudine.
Non è quindi sufficiente liquidare tutto come semplice curiosità adolescenziale. Quando il comportamento diventa ripetitivo, incontrollabile e continua nonostante le conseguenze negative, il problema assume i caratteri di un uso problematico o compulsivo.
UN’INTERA GENERAZIONE ESPOSTA
Il caso di Marco non è isolato. In un rapporto del marzo 2025, la Heritage Foundation ha ricordato che circa l’80% dei ragazzi tra 12 e 17 anni si è imbattuto nella pornografia online e oltre la metà la ricerca volontariamente. Il rapporto sostiene per questo la necessità di sistemi reali di verifica dell’età per impedire ai minori l’accesso ai siti pornografici.
Il problema è aggravato dallo smartphone. Non occorre più cercare una rivista o entrare in un luogo riservato agli adulti: basta un telefono custodito nella propria camera.
Nel giugno 2025 Tempi, riprendendo anche le riflessioni dello psicologo Jonathan Haidt, ha parlato apertamente del trauma prodotto su una parte della Generazione Z da un accesso alla pornografia avvenuto spesso prima delle prime esperienze sentimentali e talvolta già nell’infanzia.
NON È EDUCAZIONE SESSUALE
Qui si trova uno dei punti più importanti sollevati dallo stesso Vicari: se famiglia e adulti non educano, lo farà lo schermo.
Ma la pornografia insegna una visione della sessualità opposta alla relazione personale: prestazione invece di dono, consumo invece di rispetto, eccitazione immediata invece di gradualità e responsabilità.
Il National Catholic Register ha raccolto nel febbraio 2025 l’allarme di Clare Morell, studiosa delle conseguenze della tecnologia sui minori, secondo la quale stiamo rischiando una vera «crisi generazionale»: bambini cresciuti con la pornografia potrebbero incontrare sempre maggiori difficoltà nel costruire relazioni reali, matrimonio e famiglia. Morell sottolinea inoltre che i normali parental control spesso non bastano, perché applicazioni e browser interni moltiplicano le porte d’accesso ai contenuti espliciti.
LE LEGGI DEVONO AIUTARE I GENITORI
La responsabilità educativa resta anzitutto della famiglia, ma sarebbe ingiusto pretendere che padri e madri combattano da soli contro piattaforme globali accessibili ventiquattr’ore su ventiquattro.
In Italia il Decreto Caivano ha introdotto il divieto per i minori di accedere ai contenuti pornografici e l’obbligo per siti e piattaforme di verificare la maggiore età. AGCOM ha stabilito le modalità tecniche e, nel marzo 2026, ha adottato i primi ordini di blocco nei confronti di siti inadempienti.
Il percorso resta tuttavia accidentato. Nel febbraio 2026 Pro Vita & Famiglia ha denunciato le difficoltà nell’applicazione concreta delle norme dopo una decisione del TAR relativa a Pornhub, insistendo sulla necessità che la verifica dell’età non rimanga soltanto sulla carta.
PROTEGGERE SENZA UMILIARE
La risposta, però, non può ridursi alla tecnologia. Nel caso di Marco, la terapia comincia quando gli adulti smettono di limitarsi alla punizione e cominciano ad aiutarlo: telefono fuori dalla camera durante la notte, filtri, orari, niente accesso solitario e illimitato, ma soprattutto un rapporto nel quale il ragazzo possa parlare senza essere schiacciato dalla vergogna.
È una distinzione essenziale anche dal punto di vista cristiano: condannare con chiarezza la pornografia non significa condannare il ragazzo che ne è rimasto intrappolato.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che la pornografia «lede gravemente la dignità» delle persone e ricorda espressamente che le autorità civili hanno il dovere di contrastarne la diffusione.
La storia di Marco ci mette allora davanti a una responsabilità precisa. Non possiamo consegnare uno smartphone a un bambino e comportarci come se gli avessimo consegnato soltanto un telefono. Dietro quello schermo può entrare un’industria capace di educare il desiderio prima della famiglia, della scuola e perfino della coscienza. Difendere i minori significa restituire ai genitori il diritto e gli strumenti per arrivare prima.