Quando l’eutanasia arriva ai bambini
Nei Paesi Bassi un medico può decidere, insieme ai genitori, di porre fine alla vita di un bambino malato in fase terminale tra gli 1 e i 12 anni. Non è una formula polemica: è quanto spiega il sito ufficiale del governo olandese, parlando apertamente di «termination of life» per bambini in condizioni di sofferenza ritenuta insopportabile e senza prospettiva di miglioramento. Ed è qui che crolla la grande “promessa” dell’eutanasia: non più “autonomia”, ma giudizio altrui sul valore di una vita.
NON È PIÙ UNA SCELTA INDIVIDUALE
Secondo LifeNews, in un articolo firmato da Gordon Friesen il 20 maggio 2026, l’argomento classico dei sostenitori del suicidio assistito — la libera scelta del paziente — si dissolve quando si parla di neonati e bambini. Un neonato non può scegliere. Un bambino gravemente malato non è un adulto che rivendica un “diritto”. Eppure, la logica eutanasica avanza proprio lì dove l’autonomia è assente o fragile.
Friesen richiama il Protocollo di Groningen, il modello olandese nato per regolamentare l’eutanasia dei neonati gravemente malati. Il New England Journal of Medicine pubblicò nel 2005 un articolo di Eduard Verhagen e Pieter J.J. Sauer nel quale si parlava di 22 casi di eutanasia neonatale segnalati alle autorità olandesi nei sette anni precedenti. La soglia era già stata superata: non si trattava più di “lasciar morire”, ma di provocare intenzionalmente la morte.
IL CASO OLANDESE
Il governo olandese oggi presenta la soppressione della vita dei bambini da 1 a 12 anni come una procedura eccezionale, sottoposta a regole e verifiche. Ma il punto decisivo è un altro: la verifica arriva dopo. La vita del bambino è già stata spenta. La pagina ufficiale spiega che il medico deve seguire una procedura, che una commissione speciale valuta se abbia agito con la dovuta cura e che poi la questione può essere trasmessa alla Procura. Ma tutto questo avviene quando non c’è più nulla da riparare.
Alex Schadenberg, direttore esecutivo della Euthanasia Prevention Coalition, denunciava già nell’aprile 2023 che i Paesi Bassi stavano estendendo ai bambini sotto i 12 anni la logica del Protocollo di Groningen. Secondo quanto riportava, il ministro Ernst Kuipers prevedeva che le nuove linee guida potessero riguardare 5-10 bambini l’anno, nei casi in cui il «porre fine alla vita» venisse ritenuta l’unica opzione praticabile. Il linguaggio è tecnico, ma il contenuto è brutale: la morte diventa una prestazione sanitaria.
IL CANADA COME AVVERTIMENTO
Il Canada mostra quanto rapidamente una legge presentata come limitata possa allargarsi. Il Ministero federale della Sanità canadese, nel suo sesto rapporto annuale sull’Assistenza Medica alla Morte (Medical Assistance in Dying), ha registrato 16.499 morti per MAiD nel 2024, pari al 5,1% di tutti i decessi nel Paese. Dal 2019 al 2024 i casi sono passati da 5.461 a 16.499. Dal 2016 alla fine del 2024, il totale ufficiale ha raggiunto 76.475 persone.
ARPA Canada, organizzazione cristiana conservatrice, ha commentato quei dati ricordando un dettaglio spesso taciuto: nel 2024 tutte le morti MAiD sono state somministrate da medici o infermieri; non si è trattato di auto-somministrazione. Inoltre, secondo la sua lettura del rapporto, 732 persone sono state sottoposte a eutanasia nel cosiddetto “Track 2”, cioè senza che la morte naturale fosse ragionevolmente prevedibile.
La stessa Euthanasia Prevention Coalition ha ricordato che nel dibattito canadese è entrata anche l’ipotesi dei “mature minors”, i minori ritenuti capaci di decidere. Nel rapporto parlamentare canadese del 2023 sulla MAiD, la raccomandazione 19 prevedeva che, ove appropriato, i genitori o tutori venissero consultati, ma che la volontà del minore giudicato capace dovesse prevalere. In altre parole: la famiglia può essere ascoltata, ma non necessariamente decisiva.
LA PAROLA CHE CAMBIA TUTTO
Il cuore della questione è il linguaggio. “Aiuto medico a morire”, “fine vita”, “trattamento”, “cura”: parole morbide per nascondere un fatto durissimo. Quando l’atto medico non accompagna più la vita fragile, ma la elimina, la medicina cambia natura.
Non a caso la World Medical Association, nella dichiarazione adottata a Tbilisi nel 2019, ha ribadito la propria opposizione a eutanasia e suicidio medicalmente assistito, affermando che il massimo rispetto deve essere mantenuto per la vita umana. È una presa di posizione significativa, perché viene dal mondo medico, non da un’associazione religiosa.
La Chiesa cattolica, con la lettera Samaritanus bonus della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha detto la stessa cosa con maggiore chiarezza morale: l’eutanasia è «un atto intrinsecamente malvagio» in ogni situazione o circostanza. Non perché la sofferenza non conti, ma perché la risposta alla sofferenza non può essere l’eliminazione del sofferente.
IL PREZZO PER I PIÙ FRAGILI
Quando si accetta il principio secondo cui alcune vite possono essere soppresse perché troppo fragili, troppo malate, troppo dipendenti, il bersaglio non resta mai fermo. Oggi sono gli adulti terminali. Poi i malati non terminali. Poi i disabili. Poi i malati psichiatrici. Poi i minori. Poi i neonati.
Il punto non è negare la sofferenza. Il punto è rifiutare che il dolore diventi una sentenza di morte. Una società veramente umana non dice al bambino malato: “la tua vita non merita di essere vissuta”. Dice: “non sarai lasciato solo”. Qui si gioca la differenza tra civiltà della cura e cultura dello scarto.
Difendere i bambini dall’eutanasia significa difendere tutti. Perché quando il valore della vita dipende da una valutazione medica, economica o psicologica, nessuno è più davvero al sicuro. La vita innocente non si misura. Si custodisce. Dal concepimento alla morte naturale.