Suicidio assistito: il CNR costruisce la macchina della morte
Come informa La Nuova Bussola Quotidiana, una donna toscana di 55 anni, affetta da sclerosi multipla con tetraparesi spastica, ha ottenuto un dispositivo per togliersi la vita tramite comando oculare. Il macchinario è stato realizzato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche su ordine del Tribunale di Firenze, dopo due anni di iter giudiziario. È la prima volta che un ente pubblico scientifico costruisce uno strumento per il suicidio assistito, segnando un passaggio destinato a far discutere.
LA MACCHINA CHE DÀ LA MORTE
La vicenda riguarda una donna toscana immobilizzata dalla malattia e impossibilitata a compiere autonomamente qualsiasi gesto, compreso quello necessario ad attivare un dispositivo per il fine vita. Dopo la richiesta avanzata all’Asl e un lungo percorso giudiziario iniziato due anni fa, il Tribunale di Firenze ha disposto la realizzazione di un sistema che permettesse l’autosomministrazione del farmaco letale.
Il dispositivo, sviluppato dal CNR, consiste in una pompa infusionale collegata a un sistema di puntamento oculare, che consente alla donna di attivare l’iniezione endovenosa del farmaco semplicemente con lo sguardo. Una soluzione tecnica costruita appositamente, perché un apparecchio simile non esisteva.
Secondo quanto ricostruito, l’intervento del CNR è arrivato dopo che la Corte costituzionale, già nel luglio 2025, aveva dichiarato inammissibili le questioni sull’omicidio del consenziente, invitando però a trovare modalità tecniche che permettessero alla paziente di accedere al suicidio assistito senza l’intervento diretto di un medico.
IL CONFINE SOTTILE TRA AIUTO E MORTE
Il caso si inserisce nel solco aperto dalla sentenza sul caso Cappato e dalle successive decisioni della Consulta, che hanno progressivamente delimitato le condizioni in cui l’aiuto al suicidio non è punibile.
Qui emerge un nodo decisivo: la distinzione tra suicidio assistito e omicidio del consenziente. La Corte ha mantenuto formalmente il divieto di quest’ultimo, ma ha consentito il primo in determinate condizioni.
Per aggirare questo limite, si è arrivati a una soluzione tecnica: non è il medico a somministrare il farmaco, ma è la persona stessa ad attivarlo — anche se attraverso un dispositivo altamente sofisticato progettato dallo Stato.
Questo passaggio è però un “formalismo giuridico”, perché il risultato finale resta identico: la morte provocata intenzionalmente. Cambia solo il modo in cui viene eseguita.
LO STATO AL SERVIZIO DELLA MORTE?
Le conseguenze di questo caso sono profonde.
Da un lato si tratterebbe dell’apertura di una strada per altri pazienti.
Dall’altro lato, si apre un interrogativo inquietante: fino a che punto le istituzioni pubbliche possono spingersi nel facilitare la morte?
La realizzazione di un dispositivo ad hoc da parte di un ente pubblico segna un salto qualitativo. Non si tratta più solo di tollerare una pratica, ma di mettere competenze scientifiche e risorse pubbliche al servizio della sua attuazione.
Questa evoluzione potrebbe rendere sempre più sottile il confine tra suicidio assistito e omicidio del consenziente.
IL PUNTO DI NON RITORNO
Il caso di Firenze segna una soglia culturale prima ancora che giuridica.
Quando la ricerca scientifica viene chiamata a progettare strumenti per la morte, non siamo più davanti a una semplice risposta a un caso individuale, ma a un cambiamento di direzione della medicina e delle istituzioni.
La domanda, allora, diventa inevitabile: una società che organizza la morte come servizio può ancora dirsi pienamente al servizio della vita? Può dirsi, in definitiva, civile?