Suicidio assistito in Lombardia: quando lo Stato organizza la morte

Suicidio assistito in Lombardia: quando lo Stato organizza la morte

Per la prima volta in Lombardia, il Servizio sanitario regionale ha organizzato integralmente un suicidio assistito: personale sanitario, farmaco, strumentazione, modalità di autosomministrazione e luogo. Domenico Zuccarella, 59 anni, affetto da sclerosi multipla progressiva, è morto il 25 agosto. Non è soltanto un nuovo caso italiano di suicidio assistito. È un precedente destinato a pesare: lo stesso percorso viene infatti presentato dai suoi promotori come un modello da consolidare e rendere stabile.

IN LOMBARDIA LA MORTE DIVENTA UN “PERCORSO” SANITARIO

Secondo quanto riportato dalla Newsletter di Corriere Milano del 26 agosto, Zuccarella era malato dal 2009 e riusciva ormai a muovere soltanto tre dita della mano sinistra. Aveva presentato la richiesta all’ASST Ovest Milanese l’8 novembre 2025. Tra la domanda e la morte sono trascorsi 290 giorni, contro i 145 previsti 

dalle linee guida regionali del 13 maggio 2026.

Dopo solleciti, diffide e un ricorso d’urgenza, il procedimento è arrivato alla fase finale. Si tratta della quarta persona in Lombardia ad avere accesso alla morte volontaria, ma della prima per la quale il servizio sanitario regionale ha preso in carico l’intera attuazione.

È proprio questo il punto decisivo. Filomena Gallo e Marco Cappato, dell’Associazione Luca Coscioni, hanno dichiarato che oggi in Lombardia esiste un «percorso concretamente tracciato», dalla verifica della richiesta fino alla presa in carico della procedura, dell’assistenza e del luogo. E chiedono che la legge regionale “Liberi subito” renda questo meccanismo ancora più stabile.

Il precedente, dunque, non viene considerato un’eccezione dolorosa da circoscrivere. Viene indicato esplicitamente come una strada da rendere più facile da percorrere anche per altri.

NEL REGNO UNITO IL MEDICO ACCOMPAGNA CHI SMETTE DI MANGIARE E BERE

Che cosa accade quando il principio secondo cui la medicina può cooperare alla morte viene progressivamente normalizzato?

LifeNews ha riportato il 21 agosto le nuove indicazioni della British Medical Association (BMA) sul cosiddetto VSED, Voluntarily Stopping Eating and Drinking: la decisione volontaria di interrompere alimentazione e idratazione per accelerare la propria morte. La stessa BMA precisa che non è necessario essere malati o terminali per compiere questa scelta e stabilisce che, verificata la capacità decisionale, l’assenza di coercizione e di disturbi mentali all’origine della decisione, il medico abbia il dovere professionale di garantire cure palliative e sollievo dai sintomi durante il percorso.

È prevista un’obiezione di coscienza limitata, ma il medico obiettore deve assicurare il trasferimento dell’assistenza a un collega disposto a proseguirla. La medicina non è più chiamata soltanto a curare e accompagnare il malato che sta morendo: viene coinvolta nell’assistenza a una persona che ha scelto di provocare la propria morte attraverso la privazione volontaria di cibo e acqua.

IN CANADA SI DISCUTE DI PRELEVARE GLI ORGANI PRIMA DELLA MORTE

Il passo successivo appare ancora più inquietante.

Come riferisce il blog di Sabino Paciolla, un articolo pubblicato nel luglio 2026 sul prestigioso New England Journal of Medicine ha messo in discussione la cosiddetta “dead donor rule”, la regola secondo cui gli organi vitali possono essere prelevati soltanto dopo che il donatore è stato dichiarato morto.

La proposta esaminata dagli autori Carter Winberg, Ian Ball e Robert Truog parte dall’eutanasia volontaria canadese: invece di somministrare prima i farmaci letali, attendere l’arresto cardiaco e poi procedere al prelievo, il paziente consenziente potrebbe essere sedato e morire direttamente attraverso il prelievo degli organi vitali. Lo scopo sarebbe preservare meglio gli organi destinati al trapianto. Il New England Journal of Medicine sintetizza il problema parlando apertamente della possibilità della «death by organ donation».

I numeri riportati aiutano a comprendere quanto rapidamente possa allargarsi un sistema una volta introdotto: in Canada i decessi attraverso il programma MAiD sarebbero passati da 1.018 nel 2016 a circa 16.500 nel 2025, oltre il 5% dei decessi nazionali. Tra il 2019 e il 2021 si sarebbero inoltre registrati 136 casi di donazione di organi successiva all’eutanasia.

Prima si legalizza la morte procurata. Poi la si organizza. Infine, si comincia a discutere come renderla più utile, più efficiente e perfino funzionale al reperimento degli organi.

QUANDO LE GARANZIE NON BASTANO PIÙ

Un altro episodio riportato il 7 agosto da LifeNews impone prudenza. Nel 2021 Anthony “TJ” Hoover II, ricoverato in Kentucky dopo un’overdose, era stato avviato al percorso di donazione degli organi. Durante la procedura mostrò però segni di vita. Il prelievo fu fermato e Hoover sopravvisse. Il caso ha contribuito all’approvazione, nel 2026, di una legge statale che impone una pausa obbligatoria quando emergano dubbi sulle condizioni del potenziale donatore. 

Va precisato: quello di Hoover non era un caso di eutanasia o suicidio assistito. Proprio per questo è significativo. Mostra quanto sia indispensabile mantenere una barriera assolutamente chiara tra la persona viva, che deve essere protetta fino all’ultimo istante, e il corpo dal quale possono eventualmente essere prelevati organi.

L’ITALIA HA GIÀ IMBOCCATO IL PENDIO

L’Italia non è ancora il Canada e la Lombardia non è il Regno Unito. Ma sarebbe altrettanto sbagliato rassicurarsi pensando che quanto avviene all’estero non ci riguardi.

Il passaggio compiuto in Lombardia è qualitativo: il servizio sanitario non si è limitato a verificare determinate condizioni, ma ha organizzato concretamente la procedura destinata a provocare la morte, fornendo personale, farmaco, apparecchiature e luogo. E chi ha promosso il caso chiede ora una legge che renda quel percorso stabile e più rapidamente accessibile.

È così che il pendio diventa reale. Non perché domani l’Italia adotterà automaticamente ogni pratica canadese o britannica, ma perché, una volta accettato il principio che provocare intenzionalmente la morte possa rientrare tra i compiti della sanità, i confini successivi diventano inevitabilmente oggetto di nuove rivendicazioni, nuove interpretazioni e nuovi allargamenti.

La lezione che arriva dall’estero è già davanti ai nostri occhi. Per il Magistero cattolico la sofferenza non cancella mai la dignità della persona e la morte procurata non può trasformarsi in cura. La vera domanda, dunque, non è fin dove arriveremo: è se avremo ancora il coraggio di fermarci prima che l’eccezione diventi sistema.

 

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