Suicidio assistito: quando il medico diventa un esecutore

Suicidio assistito: quando il medico diventa un esecutore

Oltre 270 medici italiani hanno firmato un appello contro il suicidio assistito, mentre in Europa e in Nord America avanzano leggi e prassi che trasformano la morte procurata in prestazione sanitaria. La petizione collegata all’appello riportava 13.255 firme verificate al momento della consultazione. Non è una disputa teorica: riguarda il futuro del rapporto tra medico, paziente, famiglia e società.

IL GRIDO DEI MEDICI ITALIANI

Secondo quanto riportato da La Nuova Bussola Quotidiana, la lettera aperta nasce dall’iniziativa di un gruppo di medici di diverse specializzazioni, in riferimento al dibattito parlamentare sul fine vita e alle dichiarazioni di alcuni presidenti di Ordini dei medici. Il punto centrale è semplice e decisivo: la medicina nasce per curare, non per eliminare il paziente sofferente.

La frase più forte dell’appello, pubblicato su Change.org, va al cuore della questione: «si studia anni per cercare di curare al meglio il paziente, non per eliminarlo». Da qui la conseguenza: il suicidio medicalmente assistito viene definito «deontologicamente non accettabile». Non si tratta soltanto di una posizione religiosa. È una difesa della natura stessa della professione medica.

I firmatari ricordano anche che in Italia il paziente può già rifiutare cure ritenute eccessivamente gravose. Ma questo diritto, scrivono, deve accompagnarsi alla certezza di non essere abbandonati, attraverso cure palliative adeguate e una presa in carico del malato e della sua famiglia. Qui si vede la vera alternativa: non anticipare la morte, ma aumentare la prossimità.

Il problema, dunque, non è solo giuridico. È culturale. Quando una legge introduce il suicidio come diritto, anche con le migliori garanzie formali, afferma implicitamente che in certe condizioni la soluzione alla sofferenza è la fine della vita. E quando questa logica entra nella medicina, il malato fragile può cominciare a sentirsi un peso.

LA LEZIONE INGLESE: NON È UNA CURA

La vicenda britannica conferma che persino dentro la classe medica cresce il disagio. LifeNews ha ripreso la notizia secondo cui la British Medical Association (BMA) ha affermato che la cosiddetta “morte assistita” non è un trattamento medico. Right To Life UK, commentando la decisione della BMA, ha sottolineato che l’associazione dei medici britannici ha chiesto che ogni eventuale legge specifichi questo punto e non alteri i principi fondamentali del servizio sanitario.

La stessa BMA, nella propria posizione ufficiale, chiede un modello “opt-in”: nessun medico dovrebbe essere obbligato a partecipare, né a valutare la capacità del paziente, né a stimarne l’aspettativa di vita per stabilire l’accesso alla procedura. Chiede inoltre che l’eventuale servizio sia separato dai percorsi ordinari di cura e che non sottragga risorse a medicina generale, salute mentale e cure palliative.

È un passaggio enorme. Anche chi non si oppone per principio alla legalizzazione è costretto ad ammettere che uccidere o aiutare a morire non appartiene alla medicina ordinaria. Se non è una cura, perché dovrebbe essere trattata come una prestazione sanitaria? E se il medico può rifiutarsi per qualunque ragione, perché lo Stato dovrebbe chiedergli di entrare in un territorio che contraddice la vocazione della sua professione?

PAESI BASSI: LA NORMALIZZAZIONE CHE PREME SUI MEDICI

I Paesi Bassi mostrano cosa accade quando l’eutanasia diventa parte del paesaggio sociale. LifeNews ha rilanciato l’allarme sui medici olandesi che si sentono sempre più sotto pressione nelle richieste di eutanasia. NL Times, riportando una ricerca di Radboudumc, UMC Utrecht e Amsterdam UMC, ha spiegato che nel 2025 i comitati regionali di controllo avevano ricevuto oltre 10.000 segnalazioni di eutanasia, pari a circa il 6% di tutti i decessi; nel 1999 erano circa 2.000.

Il dato più inquietante non è solo quantitativo. La ricercatrice Els van Wijngaarden osserva che la legge non è cambiata, ma è cambiata la sua applicazione. Alla fine degli anni Novanta il cancro rappresentava circa il 90% dei casi; oggi è circa la metà. Crescono invece i casi collegati a demenza e disturbi mentali. È il classico piano inclinato: ciò che nasce come eccezione estrema diventa gradualmente una possibilità ordinaria.

La stessa ricerca segnala che tagli, carenza di personale nelle cure terminali e agli anziani, e difficoltà nella salute mentale possono rafforzare o incoraggiare le richieste di eutanasia. Non significa che ogni richiesta nasca da abbandono, ma il dubbio è sufficiente per allarmare una società civile: quando il sistema sanitario è stanco, povero di personale e incapace di accompagnare, la morte rischia di apparire come scorciatoia.

Ancora più grave è la pressione sui medici. I pazienti e i familiari, riferisce NL Times, accettano sempre meno il rifiuto di una richiesta. L’eutanasia viene percepita come un modo “normale” di morire, quasi un diritto automatico. Ma la morte procurata non è un servizio standard: è un atto irreversibile, moralmente pesante, che cambia il medico e cambia il malato.

CANADA: DIECI ANNI DI DISCESA

Il Canada è oggi l’esempio più drammatico. In un articolo del 2 luglio 2026, Alex Schadenber – direttore di Euthanasia Prevention Coalition – ha denunciato il sistema canadese come fuori controllo, riprendendo anche un commento di Lorne Gunter sulla crescita della MAiD, la “Medical Assistance in Dying”. I dati ufficiali del Ministero federale della Salute canadese confermano che nel solo 2024 16.499 persone hanno ricevuto la morte medicalmente assistita; dal 2016 alla fine del 2024 i casi complessivi sono stati 76.475.

Nel 2024 la MAiD ha rappresentato il 5,1% di tutti i decessi in Canada. Tradotto: circa una morte su venti. Una pratica presentata come eccezione compassionevole è diventata una componente stabile del sistema sanitario. Il lessico resta dolce, burocratico, quasi anestetico. Ma dietro le formule si trova sempre lo stesso fatto: un essere umano fragile viene aiutato a morire invece che sostenuto fino alla fine naturale.

Questa è la grande lezione canadese per l’Italia. Non basta scrivere una legge “garantista”. Le garanzie cambiano, le interpretazioni si allargano, la mentalità sociale si abitua. Prima si parla di casi estremi. Poi di sofferenze non terminali. Poi di solitudine, disabilità, depressione, fragilità economica. Quando il principio della indisponibilità della vita cade, tutto il resto diventa materia di procedura.

FRANCIA: LA MORTE COME DIRITTO DI STATO

La Francia è il fronte europeo più vicino. La Nuova Bussola Quotidiana ha riferito che il 30 giugno 2026 l’Assemblea Nazionale ha approvato il testo sull’eutanasia con 295 voti favorevoli e 232 contrari, rinviandolo al Senato. Il giornale ha ricordato anche la mobilitazione della Chiesa francese, con una novena di preghiera per la vita promossa in vista del voto.

Dopo quell’articolo, il calendario parlamentare è andato avanti. Il Senato francese, il 7 luglio 2026, ha respinto il testo per la terza volta approvando una questione preliminare con 169 voti contro 164 e 11 astensioni; ma proprio questo passaggio consegna ora l’ultima parola all’Assemblea Nazionale, con voto finale previsto per il 15 luglio.

Il vicepresidente della Conferenza episcopale francese, monsignor Vincent Jordy, ha parlato di «cambiamento antropologico». È una definizione precisa: non cambia solo una norma, cambia il modo in cui una nazione guarda la debolezza, la dipendenza, la vecchiaia, la morte. Il vescovo di Nanterre, Matthieu Rougé, ha denunciato il rischio di un «paradigma tecnocratico totalizzante», in cui l’efficienza dello Stato prevale sulla coscienza e sulla libertà.

LA POSTA IN GIOCO PER L’ITALIA

L’Italia deve guardare questi esempi senza ingenuità. I medici italiani che hanno firmato l’appello non stanno difendendo un privilegio corporativo. Stanno difendendo il malato. Perché il malato non ha bisogno di sapere che lo Stato può organizzare la sua morte; ha bisogno di sapere che nessuno lo lascerà solo quando sarà debole, dipendente, depresso o spaventato.

Una società aperta alla vita non misura la dignità dalla salute, dall’autonomia o dalla produttività. La riconosce anche quando il corpo decade, quando la mente vacilla, quando la persona non può più restituire nulla. È qui che si vede la civiltà. Ed è qui che la fede cattolica parla con chiarezza: la vita umana non è proprietà dello Stato, del medico, della famiglia o del paziente stesso, ma dono indisponibile da custodire fino alla morte naturale.

La domanda finale è semplice: vogliamo un sistema sanitario che dica al malato «ti aiuto a vivere fino alla fine» oppure uno Stato che, davanti alla sofferenza, offra come risposta una procedura per morire? Da questa scelta dipende non solo il futuro della medicina, ma il volto morale della nostra società.

 

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