Utrecht: sputati, accerchiati, minacciati

Utrecht: sputati, accerchiati, minacciati

Dopo le tappe dell'Aia e di Amsterdam, la campagna pro-vita è arrivata a Utrecht. I volontari della TFP Student Action – Europe si sono fermati prima davanti alla stazione centrale, poi all'università. Qui la contestazione è stata più dura e meglio organizzata che altrove.

Un collettivo femminista aveva chiamato a raccolta i propri seguaci sui social. In pochi minuti i giovani si sono trovati accerchiati da una folla urlante, tra cartelli volgari, gesti osceni e insulti. La polizia è dovuta intervenire più di una volta.

Eppure, sullo stesso marciapiede, accadeva anche altro: dialoghi seri, persone che cambiavano idea, un sostegno del tutto inatteso. È questo doppio volto della giornata che merita di essere letto in profondità.

«UN INSULTO NON È UN ARGOMENTO»

Un uomo insultava ripetutamente uno dei volontari. Quando il ragazzo gli ha fatto notare, con calma, che un insulto non è un argomento, l'uomo gli ha sputato addosso. Poco dopo un altro passante ha minacciato: «Se non ci fosse la polizia, ti spaccherei i denti».

Una donna che si presentava come medico ha agitato un pomodoro davanti al volto di un volontario, chiedendogli se lo volesse in faccia. Poi ha cominciato a filmarlo. Ha smesso di colpo quando lui ha spiegato alla telecamera che stava difendendo il più fondamentale dei diritti: quello alla vita.

Sono episodi che dicono una cosa precisa. L'avversione alla vita nascente, in moltissimi casi, non nasce anzitutto da un ragionamento. Nasce prima e più in basso, in una disposizione dell'animo che non tollera alcun limite.

Le grandi trasformazioni di una società non cominciano dalle idee. Cominciano dalle tendenze disordinate del cuore umano. Solo dopo vengono le dottrine che le giustificano, e infine le leggi e i costumi che le impongono a tutti.

L'aborto ha seguito esattamente questo cammino. All'origine c’è chi non vuole riconoscere sopra di sé alcuna legge, nemmeno quella iscritta nel proprio corpo. Accanto c’è chi cerca il piacere sciolto da ogni responsabilità. Poi arrivano gli slogan: "il corpo è mio", "è una scelta". Infine la legge, che trasforma un delitto in un diritto.

Per questo, quando si pone qualcuno davanti alla verità esposta con serenità, la risposta non è sempre un controargomento. A volte è uno sputo. Il ragionamento ha toccato un nervo che sta sotto le idee: ha toccato la tendenza. E la tendenza ferita non discute, aggredisce.

BANDIERE DIVERSE, UN'UNICA DIREZIONE

Attorno ai volontari sventolavano bandiere arcobaleno e vessilli di altre cause militanti. Sigle e battaglie apparentemente lontane fra loro si ritrovavano unite nello stesso cerchio, contro chi difendeva il bambino non ancora nato.

Non è un caso. Femminismo radicale, ideologia di genere, dissoluzione della famiglia naturale, aborto, eutanasia: non sono lotte separate. Sono tappe di un unico processo che da secoli avanza contro l'ordine cristiano della società.

Oggi aggredisce la natura stessa dell'uomo e della donna, la maternità, la vita. Cambiano le bandiere, non cambia la direzione.

IL PROFESSORE E IL BIDONE

C'è un dettaglio che vale da solo un trattato. All'Università di Utrecht, dove il collettivo aveva diramato un vero e proprio "allarme antiabortista", fra i contestatori c'era anche un professore. Ai volontari ha spiegato che battere le pentole su un bidone è un modo civile di esprimere la propria opinione.

L'università è nata come casa del logos: della parola ragionata, della disputa ordinata, della ricerca della verità. Vederla ridotta a teatro di tamburi improvvisati, urla e gesti osceni non è solo una questione di maleducazione.

È il sintomo di una fase nuova e più profonda del processo. Non si attacca più soltanto la fede o la morale, ma la ragione stessa. Al posto del confronto, il rumore. Al posto della civiltà, il ritorno al branco e alla tribù.

QUANDO LA MASCHERA CADE

La sovversione dei costumi ha un bisogno vitale: presentarsi con un volto rassicurante. Avanza con parole morbide come "diritti", "libertà", "autodeterminazione", e conquista le persone di buona volontà quasi senza che se ne accorgano. La sua forza non è la violenza, ma l'apparenza di essere ragionevole, moderna, inevitabile.

A Utrecht quella maschera è caduta, e l'effetto è stato l'opposto di quello sperato. Vedendo la folla urlante, molti passanti si sono incuriositi proprio del messaggio che si voleva soffocare. Più persone hanno accettato un volantino; alcune hanno chiesto di saperne di più, perché non volevano essere confuse con chi insultava e intimidiva.

Una ragazza di circa diciotto anni, dopo una lunga discussione di gruppo, è tornata da sola dai volontari per confidare un'esperienza personale. Ha detto che quel confronto le aveva dato molto su cui riflettere, e che non voleva far parte di chi aggrediva.

È una legge che si ripete. Quando la cultura della morte mostra il suo vero volto, perde la gente comune: quella che non milita in alcun campo, ma conserva un senso istintivo della decenza e della misura.

IL SOSTEGNO SILENZIOSO DIETRO LE URLA

Utrecht ha smentito anche una seconda illusione: quella dell'unanimità. Una piazza che urla dà l'impressione che nessuno stia dalla parte del bambino non nato. È proprio l'impressione che il processo di secolarizzazione coltiva con più cura: far credere che la partita sia chiusa, che opporsi sia inutile, che la storia vada in una sola direzione.

Ma davanti a un supermercato vicino alla stazione, un uomo si è avvicinato ai volontari. Ha detto che il loro lavoro era bello e coraggioso, e ha lasciato un'offerta in contanti. Poi ha raggiunto un altro volontario, ha parlato a lungo con lui e ha donato una seconda volta.

E ci sono state le conversioni. Due persone, dopo un dialogo pacato, hanno ringraziato i giovani: si erano convinte che l'aborto è un male grave. Altri due ragazzi hanno ascoltato con attenzione, e uno ha riconosciuto che l'aborto sopprime una vita umana.

Nulla, dunque, è irreversibile. Dietro il frastuono esiste un'opinione silenziosa e sana, che aspetta soltanto qualcuno con il coraggio di dire ad alta voce ciò che essa pensa sottovoce.

LA FORZA DELLA CALMA

A Utrecht il contrasto era evidente a chiunque passasse. Da una parte megafoni, insulti, gesti volgari. Dall'altra giovani composti, che rispondevano con argomenti e restavano sereni anche sotto gli sputi.

Questo contrasto non è un dettaglio di stile. La verità non si difende solo con i ragionamenti, ma anche con il modo in cui la si porta: con dignità, compostezza, fermezza senza odio. Chi vede accanto l'ordine e il disordine, la serenità e la furia, è portato quasi d'istinto ad ammirare l'uno e a provare ripugnanza per l'altro. E l'ammirazione apre alla verità più di molte parole.

Il nemico più insidioso di chi difende la vita, del resto, non è la piazza ostile. È la paura di esporsi, il timore del giudizio altrui, il desiderio di non sembrare "fuori dal tempo". I volontari della TFP Student Action – Europe hanno vinto questa paura. Ed è stata proprio la loro presenza visibile, pubblica, senza compromessi, a muovere le coscienze.

E IN ITALIA?

Ciò che è accaduto in Olanda non riguarda solo l'Olanda. Anche da noi chi difende la vita nelle piazze, nelle scuole e negli atenei conosce le contestazioni, i manifesti strappati, l'accusa di oscurantismo. E anche da noi esiste una maggioranza silenziosa che non si riconosce in quella furia.

Generazione Voglio Vivere esiste per dare voce a chi non ce l'ha, il bambino nel grembo di sua madre. E per offrire a quella maggioranza silenziosa la possibilità di non restare spettatrice. Ogni volta che qualcuno ha il coraggio di parlare, qualcun altro trova il coraggio di ascoltare.

Condividi questo articolo con familiari e amici: la verità sulla vita nascente circola solo se qualcuno la fa circolare. E se vuoi che la voce di chi non può ancora parlare continui a farsi sentire, sostieni Generazione Voglio Vivere richiedendo il libro 50 Domande e Risposte sull’Aborto.

👉 RICHIEDI ADESSO LA TUA COPIA

 

Dona