
Woke Disney: quando l’ideologia uccide anche le fiabe!
L’ideologia gender e la cultura woke stanno travolgendo tutto ciò che per secoli ha dato ordine e significato alle nostre vite: la famiglia, la verità biologica, l’educazione, l’arte, la storia.
Quando un presidente degli Stati Uniti d’America si vede costretto a emettere un ordine esecutivo intitolato “Ripristinare la verità e la sanità mentale nella storia americana”, capiamo fino a che punto siamo arrivati.
Perché oggi, dire che esistono due sessi, che una fiaba ha un significato simbolico antico, o che una cultura ha radici storiche precise, è diventato un atto rivoluzionario.
La realtà non si piega all’ideologia. I bambini non sono cavie. La storia non è una lavagna da cancellare!
Il caso del remake woke di Biancaneve è emblematico, quasi paradigmatico. La Disney ha preso un classico intramontabile, una fiaba che parlava di amore, di invidia materna, di crescita e di sacrificio – e lo ha svuotato, snaturato, stravolto.
Biancaneve non è più la giovane che, salvata dall’amore e dal bene, risorge a nuova vita. Ora è una ragazza che "non ha bisogno di essere salvata da nessun principe", ma che si autoproclama leader in un discorso finale sull’empowerment femminile. Il principe, da figura nobile e coraggiosa, diventa quasi un simbolo da abbattere. Il bacio, gesto romantico e fiabesco, viene giudicato “non consensuale”.
Non basta! Il casting è stato trasformato in un manifesto ideologico: Biancaneve diventa colombiana, i sette nani non sono più interpretati da attori affetti da nanismo, ma sostituiti con creature generate al computer per “non offendere nessuno”.
Peccato che proprio quegli attori abbiano denunciato la Disney per averli privati di una legittima opportunità di lavoro. Il risultato? Un pasticcio culturalmente sterile, artisticamente vuoto, e commercialmente fallimentare.
Ma chi ha chiesto tutto questo? Non certo le famiglie. Non i bambini. Non i milioni di spettatori che desideravano semplicemente ritrovare la magia di una fiaba.
La verità è che queste operazioni non nascono da un bisogno culturale reale, ma da un’agenda ideologica che impone una nuova ortodossia.
E chi osa sollevare una voce critica, viene subito etichettato come retrogrado, razzista o peggio. Ma ormai anche a sinistra c’è chi inizia a vedere il fallimento di questa deriva identitaria: persino Bernie Sanders e Gavin Newsom hanno denunciato gli eccessi del wokismo.
E se la rivolta contro questa follia parte dalle famiglie cinesi della Chinatown di San Francisco, significa che la misura è colma. Ora basta. È tempo di dire NO!
- No all’indottrinamento nei programmi scolastici.
- No alla cancellazione dei simboli tradizionali.
- No alla confusione deliberata tra maschile e femminile.
- No all’uso delle fiabe e dei cartoni animati come strumenti di propaganda.
Difendere ciò che è vero e ciò che è giusto non è un gesto nostalgico: è un atto di coraggio. E oggi, serve più che mai!