Aspettava l'oncologo, le è arrivato l'opuscolo dell'eutanasia: la falsa pietà del Canada
In Canada Kristin Logan, malata di cancro ovarico al quarto stadio, aspettava la prima telefonata degli oncologi; le è arrivato invece, per posta, un opuscolo sull'eutanasia. Lo racconta LifeNews il 1° ottobre. Per avere la diagnosi aveva atteso nove mesi. Si è fatta curare negli Stati Uniti ed è ancora viva. Non è un caso isolato: secondo il governo canadese, nel 2024 sono morte per eutanasia 16.499 persone, una ogni venti decessi.
UNA BUSTA AL POSTO DI UNA TELEFONATA
Immagini il lettore una donna che tiene il telefono a portata di mano, in attesa dell'oncologia. Suona invece il postino. Nella busta non c'è un appuntamento: c'è la spiegazione di come chiedere di morire.
«Non avevo ancora visto un oncologo quando mi è arrivato quell'opuscolo», ha raccontato Logan in un'intervista televisiva. Tre anni fa le davano meno di due anni di vita.
Secondo un'altra ricostruzione, pubblicata da LifeNews il 22 settembre, i medici canadesi le avrebbero indicato il suicidio assistito come unica strada. Il marito Donovan l'ha portata a Seattle, dove è stata operata e curata con la chemioterapia. «Vi sembra una persona pronta a morire, Canada?», ha chiesto lui.
Chi ha spedito quella busta era probabilmente convinto di compiere un gesto di pietà. È qui che conviene fermarsi.
LA PRIMA PAROLA DEL MEDICO
All'inizio del 2025 Miriam Lancaster, 84 anni, arriva al pronto soccorso del Vancouver General Hospital con l'osso sacro fratturato. Come riferisce il Christian Institute, la prima cosa che una giovane dottoressa le propone è l'eutanasia. «Io non volevo morire!», ricorda lei. Solo dopo il suo rifiuto si parla di riabilitazione. Sei settimane più tardi accompagna la figlia all'altare.
Brigitte Stegemann, nonna cristiana di 83 anni malata di cancro allo stomaco, l'eutanasia l'aveva già rifiutata. Secondo il racconto della nipote a Fox News, la casa di riposo di Cannifton, in Ontario, ha organizzato la valutazione mentre la nipote era in viaggio. Al colloquio l'anziana sbagliava le risposte sui propri familiari.
Il medico evitava le parole morte e morire, e le prometteva: «Le daremo una medicina, si sentirà in pace». Due giorni prima, piangendo, Brigitte disse di aver commesso un errore. Il 10 luglio è morta per iniezione: secondo la nipote, non aprì gli occhi, non annuì, non disse nulla. La famiglia si è rivolta al coroner, al garante dei pazienti e alla polizia.
QUANDO IL DOLORE DIVENTA L'UNICO MALE
Una busta al posto della visita, una proposta di morte al posto della diagnosi, una medicina che uccide. Che cosa lega questi episodi?
Una mentalità: al mondo esisterebbe un solo vero male, il dolore. Ne discende che tutto ciò che lo toglie è buono, e chi esita passa per crudele. Portata fino in fondo, la logica arriva all'assurdo: la cura più rapida del dolore è eliminare chi soffre. E poiché anche la verità fa male, si smette di chiamare la morte con il suo nome.
Anche il governo canadese, che parla di criteri rigorosi e definisce l'eutanasia un servizio sanitario, precisa che se un malato di cancro la riceve, sul certificato di morte la causa resta il cancro. Il cancro, del resto, è citato in quasi due casi su tre. Dal 2016 i morti sono 76.475.
La Chiesa insegna un'altra gerarchia. Il male più grande non è la sofferenza, ma il peccato; il bene più grande non è la salute, ma fare la volontà di Dio. Alleviare il dolore è un dovere di carità. Ma toglierlo a qualunque prezzo, anche al prezzo della vita, non è pietà.
Nessun padre risparmierebbe al figlio una terapia dolorosa per non vederlo soffrire. Chi offre la morte al posto della cura non è più compassionevole: ha smesso di curare.
UN PESO PER LA FAMIGLIA?
Un dato del rapporto canadese riguarda ogni famiglia. Quasi la metà di chi ha ricevuto l'eutanasia nel 2024 diceva di sentirsi un peso per i familiari, gli amici o chi lo assisteva: il 48,4% tra i malati vicini alla morte, il 50,3% tra gli altri.
Qui la falsa pietà mostra il suo volto più insidioso. Non ordina al malato di morire. Gli lascia intendere che sarebbe un atto di generosità.
La storia di Kristin è finita bene perché un marito ha rifiutato la risposta più comoda. Quella di Brigitte è precipitata nei giorni in cui la nipote che se ne prendeva cura era lontana. Spesso l'aiuto che Dio manda a chi soffre ha il volto di una persona vicina.
Esserci, fare domande, pretendere che la morte sia chiamata con il suo nome: oggi è il primo dovere di un coniuge, di un figlio, di un nipote. E ripetere a chi soffre che non è un peso, ma una persona amata.
Nell'orto degli Ulivi Gesù chiese al Padre di allontanare il calice «se è possibile». Non chiese di evitarlo a ogni costo, e ricevette la forza di berlo. In quel «se» c'è tutta la distanza tra una mano che accompagna e un opuscolo nella cassetta delle lettere. Preghiamo per Kristin, per Miriam, per l'anima di Brigitte.