Bambole “trans” per bambini: il gender ora entra nel gioco

Bambole “trans” per bambini: il gender ora entra nel gioco

Bambole “terapeutiche” per bambini dai 4 ai 10 anni, pensate per clinici ed educatori che lavorano con minori “trans e genero diverso”: è l’ultima frontiera dell’ideologia gender. Il caso, rilanciato in Italia da Il Timone, riguarda il progetto MyGender Dolls, collegato all’ambiente accademico della University of Minnesota e destinato al lancio nel 2026. Non più solo scuola, linguaggio o moduli amministrativi: ora l’identità di genere entra direttamente nel gioco infantile.

IL GIOCO DIVENTA TERAPIA DI GENERE

Sul sito ufficiale di MyGender Dolls il messaggio è esplicito: «We make gender fun!», cioè «rendiamo il genere divertente». Le bambole vengono presentate come un approccio terapeutico basato sul gioco, destinato a bambini “gender diverse” dai 4 ai 10 anni e costruito su pratiche cliniche “gender-affirming”. Il sito aggiunge che il progetto partirà nel 2026 ed è pensato per terapeuti, consulenti scolastici, educatori, pediatri e professionisti sanitari.

The College Fix, testata conservatrice americana, ha ricostruito il caso spiegando che il progetto nasce nell’orbita dell’Eli Coleman Institute for Sexual and Gender Health della University of Minnesota. Secondo la testata, una precedente pagina universitaria poi rimossa descriveva le bambole come figure in stile “paper dolls”, con corpi diversi per età, forma e colore della pelle, abbinate alla possibilità di scegliere organi genitali interni ed esterni, abiti e accessori per “visualizzare” anatomia e genere.

Nella pratica, si propone a bambini piccolissimi l’idea che il corpo sia materiale narrativo, modificabile simbolicamente secondo una percezione soggettiva. È il passaggio dal gioco libero all’educazione ideologica.

NON È UN CASO ISOLATO

Alpha News, altra testata conservatrice del Minnesota, aveva già denunciato nel dicembre 2024 che l’università cercava bambini tra i 5 e i 10 anni per partecipare ad attività di gruppo legate a MyGender Dolls, con compensi alle famiglie fino a 60 dollari. Nello stesso articolo veniva citato il progetto come strumento per aiutare i bambini a parlare di “genere e corpi”, anche attraverso la combinazione di genitali e organi interni.

La logica è sempre la stessa: prima si introduce il linguaggio della “rappresentazione”, poi quello dell’“inclusione”, infine quello della “terapia”. Così ciò che un tempo sarebbe stato considerato confusione da accompagnare con prudenza diventa identità da confermare. E chi chiede cautela viene accusato di discriminazione.

In Italia la stessa traiettoria si vede nella guida “Oltre lo sguardo”, presentata dalla Società Italiana di Pediatria e dall’Associazione Culturale Pediatri come primo documento pediatrico italiano dedicato all’identità di genere, all’orientamento affettivo e sessuale e alle “nuove configurazioni familiari”. Nel comunicato ufficiale si afferma che il documento offre strumenti non solo ai pediatri, ma anche a genitori, insegnanti ed educatori.

Avvenire, pur non partendo da una prospettiva militante anti-gender, ha riconosciuto che la guida contiene «passaggi a tratti sconcertanti». In particolare ha contestato la formula secondo cui alla nascita il sesso verrebbe “assegnato” in base ai genitali esterni, ricordando che il sesso non viene assegnato da nessuno, ma è determinato dalla realtà biologica.

LA PEDIATRIA RISCHIA DI DIVENTARE MILITANZA

Pro Vita & Famiglia ha denunciato che, dopo la smentita dell’Istituto Superiore di Sanità circa una presunta presentazione della guida presso la sede dell’ISS, SIP e ACP avrebbero eliminato dai propri siti riferimenti a quell’appuntamento. La stessa associazione ha contestato raccomandazioni come l’esposizione di materiali LGBT negli ambulatori, l’eliminazione dei termini “padre” e “madre” dalle cartelle cliniche e la possibilità di registrare bambini come “agender” o “non-binari”.

È qui che il tema diventa concreto per le famiglie italiane. Non parliamo più di dibattiti universitari americani o di mode culturali importate. Parliamo di ambulatori pediatrici, scuole primarie, moduli, libri consigliati, colloqui con minori e materiali educativi. Il rischio è che il genitore venga progressivamente spostato ai margini, mentre altri adulti definiscono l’identità del figlio in nome dell’inclusione.

La Nuova Bussola Quotidiana ha segnalato un altro tassello: il progetto “Storie spaziali per Maschi del Futuro – Scuola Edition”, promosso da Fondazione Libellula, viene presentato come percorso contro gli stereotipi di genere nella scuola primaria. Secondo la stessa fonte, la sperimentazione dovrebbe raggiungere 12.500 bambine e bambini, 5.000 docenti e oltre 50.000 familiari.

LA RISPOSTA È FORMARE LE FAMIGLIE

Di fronte a questa avanzata, non basta indignarsi. Occorre dare ai genitori strumenti chiari, semplici e documentati per riconoscere l’ideologia gender quando entra nei libri scolastici, nei progetti educativi, negli ambulatori pediatrici e perfino nei giochi destinati ai più piccoli.

Per questo Generazione Voglio Vivere ha preparato il libro “Teoria Gender: come difendere i nostri figli”, pensato per aiutare mamme, papà, nonni, educatori e sacerdoti a capire che cosa sta accadendo e come reagire con fermezza, carità e senso di responsabilità.

Sostenere la stampa e la diffusione di questo libro significa aiutare tante famiglie a non restare sole davanti a un linguaggio sempre più confuso e aggressivo. Significa portare nelle case, nelle parrocchie e nei gruppi pro-life uno strumento concreto per difendere l’innocenza dei bambini e il diritto dei genitori a educare i propri figli.

La Chiesa insegna che l’essere umano è unità di corpo e anima, non una volontà astratta che può reinventarsi contro la realtà ricevuta. Quando si propone a un bambino di quattro anni che il corpo sia un materiale da riassemblare simbolicamente, non si sta liberando la sua fantasia: si sta orientando la sua coscienza. E proprio per questo oggi la battaglia culturale passa anche da un libro messo nelle mani giuste.

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