Colpo di scena in Francia: bocciato il cuore della legge sul fine vita! E l’Italia?
In Francia qualcosa si è incrinato!
E quando si incrina una narrazione che sembrava inevitabile, quando cade l’idea che “non ci sia alternativa”, allora si apre uno spiraglio di verità.
Il cosiddetto diritto all’aiuto a morire sembrava ormai una formalità: una legge approvata a larga maggioranza dall’Assemblea nazionale, sostenuta dal Governo e dal presidente Emmanuel Macron, presentata come una conquista di civiltà.
E invece, al Senato, è accaduto l’imprevisto.
È stato bocciato l’articolo 4, il cuore della legge, quello che definiva le condizioni concrete per accedere all’eutanasia e al suicidio assistito.
Senza quell’articolo, il provvedimento perde il suo impianto operativo: non esiste più una procedura chiara per dare la morte come atto medico.
Questo è un vero passo indietro politico e culturale. Il testo, così com’è, non può essere applicato e ora dovrà tornare all’Assemblea nazionale per una nuova lettura, oppure essere profondamente riscritto.
La corsa verso l’eutanasia si è fermata, e si è fermata perché il nodo etico è venuto allo scoperto: non si può legalizzare la morte senza prima garantire davvero la cura.
Non è stato un incidente parlamentare. È stato il frutto di una resistenza reale, culturale e sociale.
Una resistenza che ha posto una domanda tanto semplice quanto devastante per i sostenitori della legge: come si può offrire la morte quando migliaia di persone non hanno accesso alle cure palliative?
Una contraddizione che ha incrinato il consenso e smascherato la fragilità di una legge costruita più su slogan che su una reale tutela della persona.
In quei giorni, la voce dei vescovi francesi si è alzata con chiarezza e coraggio: «Non ci si prende cura della vita dando la morte».
Una denuncia netta della deriva culturale che trasforma l’uccidere in cura, la morte in soluzione, la fragilità in colpa.
E non è stata una voce isolata: migliaia di persone sono scese in piazza alla Marcia per la Vita a Parigi, contestando apertamente questa legge e mostrando che una parte viva della società francese non accetta la resa alla cultura della morte.
È in questo contesto che vogliamo fermarci un attimo, perché ciò che è accaduto in Francia ci riguarda tutti. Ed è proprio ora che serve un gesto concreto!
Per questo, se non l’hai ancora fatto, ti invitiamo a sottoscrivere subito la petizione “Fermiamo la cultura della morte! Difendiamo la Vita!”, promossa da Generazione Voglio Vivere.
Firmare oggi significa rafforzare questo passo indietro, impedire che venga cancellato nel silenzio, dire con forza che una società giusta non elimina chi soffre, ma si prende cura di lui.
Ma non basta! Perché una battaglia culturale si vince quando il messaggio si propaga e prende forza.
Per questo, ti chiediamo anche di aiutarci a potenziare la nostra grande campagna di sensibilizzazione online, per diffondere questo messaggio al maggior numero possibile di persone che, come noi, hanno a cuore la difesa della vita. Possiamo contare sul tuo aiuto?
Guardiamo ora all’Italia.
Perché ciò che è accaduto in Francia non è lontano da noi. È uno specchio e ci riguarda da vicino.
Nel nostro Paese non esiste una legge che legalizzi eutanasia o suicidio assistito, ma il terreno si sta muovendo pericolosamente.
A piccoli passi, a colpi di sentenze, di delibere regionali, di casi simbolo amplificati dai media, si sta cercando di normalizzare l’idea che dare la morte possa diventare una risposta “accettabile” alla sofferenza.
E intanto cresce una disuguaglianza intollerabile: da una parte si discute di suicidio assistito, dall’altra le cure palliative – già previste dalla legge – non sono garantite a tutti, applicate in modo frammentato, con enormi differenze territoriali.
In questo contesto, le parole del card. Matteo Zuppi colpiscono come un pugno nello stomaco, perché vanno al cuore del problema: «La dignità umana non si misura sulla sua efficienza né sulla sua utilità».
E ancora: «La vita ha un valore, sempre, nonostante la malattia, la fragilità, il limite».
Parole che smascherano l’inganno di fondo: quando una società offre la morte come soluzione, non sta ampliando la libertà, sta certificando la propria incapacità di prendersi cura.
Il rischio è enorme: persone fragili, malate, anziane potrebbero convincersi di “togliere il disturbo”, di farsi da parte per non gravare sugli altri.
È così che la “scelta individuale” diventa un peso morale scaricato sulle spalle di chi già soffre. La vera alternativa esiste ed è chiara: si chiama cura, non morte.