Culle vuote, assegni inutili e smartphone: l’inverno demografico avanza
In Italia ci sono 348.753 figli beneficiari dell’assegno unico in meno rispetto a due anni fa. Negli Stati Uniti, intanto, il tasso di fecondità è sceso a 1,6 figli per donna, ben sotto la soglia di sostituzione. Due Paesi diversi, due dati diversi, un’unica domanda: che cosa accade a una civiltà quando smette di desiderare i bambini?
IL SEGNALE ITALIANO: MENO FIGLI, MENO ASSEGNI
Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera del 20 giugno 2026, sulla base degli ultimi dati dell’Osservatorio sull’Assegno Unico Universale dell’Inps analizzati dal Sole 24 Ore, il numero dei figli beneficiari dell’assegno unico è diminuito del 3,6% negli ultimi due anni.
A marzo 2026 risultavano 348.753 beneficiari in meno rispetto allo stesso mese del 2024. Se si confronta il numero medio di assegni erogati nel primo trimestre 2026 con quello del primo trimestre 2024, il calo è di 254 mila unità.
Il dato è impressionante perché riguarda uno strumento nato proprio per sostenere le famiglie con figli. L’importo medio mensile dell’assegno è aumentato, passando da 147 euro nel 2022 a 173 euro nel 2025, con una rivalutazione dell’1,4% riconosciuta dall’Inps a gennaio 2026. Eppure i beneficiari calano.
La conclusione è semplice e drammatica: non basta aumentare un sussidio se, a monte, nascono sempre meno bambini.
QUANDO IL FIGLIO DIVENTA UN’OPZIONE TRA LE ALTRE
Il Corriere cita anche Alessandra Minello, ricercatrice e docente di Demografia internazionale e Statistica sociale all’Università di Padova, autrice del saggio “Senza figli. Scelte, vincoli e conseguenze della denatalità”. La studiosa osserva che, per un numero crescente di giovani donne, non avere figli è ormai «una scelta più che una rinuncia».
La frase decisiva è questa: «Ora stiamo entrando in una generazione che sceglie, non solo per motivi economici, di realizzare sé stessa in modi altri».
Qui il problema non è più soltanto economico. È culturale, spirituale, antropologico. Una società può anche stanziare fondi, rivalutare assegni, correggere importi in base all’Isee. Ma se il figlio non è più percepito come un bene, se la maternità e la paternità diventano ostacoli alla “realizzazione di sé”, allora la crisi demografica diventa il sintomo di una crisi più profonda.
L’inverno demografico nasce quando la vita non è più accolta come dono, ma pesata come costo.
L’AMERICA E IL 2007: L’ANNO DELLO SMARTPHONE
Lo stesso gelo attraversa anche gli Stati Uniti. Secondo un articolo pubblicato da LifeNews, i dati diffusi dal CDC ad aprile mostrano che il tasso di natalità americano ha raggiunto un nuovo minimo storico: 53,1 nascite ogni 1.000 donne.
La fecondità statunitense, dopo essere rimasta relativamente stabile per decenni intorno a due figli per donna, ha ricominciato a scendere in modo netto dal 2007. Oggi è arrivata a 1,6, ben al di sotto del livello necessario per mantenere stabile la popolazione, stimato in 2,1 figli per donna.
Il 2007 non è una data qualunque: è l’anno del lancio dell’iPhone.
L’economista Caitlin Myers, del Middlebury College, ha studiato le aree degli Stati Uniti in cui la copertura a banda larga di AT&T rendeva disponibile l’accesso all’iPhone nei primi anni della sua diffusione. Il risultato è forte: l’accesso all’iPhone avrebbe ridotto le nascite del 4,5-8% tra le ragazze di 15-19 anni e del 3,2-6,6% tra le giovani donne di 20-24 anni.
Secondo la ricerca, la diffusione dell’iPhone spiegherebbe il 33-52% del calo del tasso generale di fecondità tra le donne dai 15 ai 44 anni.
MENO INCONTRI, PIÙ SOLITUDINE
Il crollo della fecondità viene collegato alla trasformazione dei comportamenti sociali: meno interazioni di persona, più consumo di pornografia, minore frequenza dei rapporti sessuali.
Un altro studio, pubblicato da due economisti dell’Università di Cincinnati, osserva che quando un numero sufficiente di adolescenti è al telefono, è lì che si sposta la rete dei coetanei: di conseguenza, il tempo trascorso insieme di persona cala bruscamente.
La tecnologia, dunque, non incide soltanto sul tempo libero. Cambia il modo di conoscersi, di desiderare, di amare, di costruire legami. E una società in cui i corpi non si incontrano, le famiglie non si formano, i figli non arrivano.
Lyman Stone, senior fellow e direttore della Pronatalism Initiative presso l’Institute for Family Studies, intervistato dal Washington Stand, invita a non attribuire tutto ad Apple, ma riconosce il punto centrale: «La rivoluzione digitale ha indubbiamente rimodellato la vita familiare americana in modi che hanno ridotto i tassi di matrimonio e di natalità».
LA RADICE È LA STESSA
Italia e Stati Uniti mostrano due volti della stessa crisi. In Italia, il calo dei bambini si vede perfino nelle statistiche dell’assegno unico. In America, il crollo della natalità si intreccia con la rivoluzione digitale e con una vita sempre più mediata dagli schermi.
Da una parte lo Stato prova a intervenire con sussidi. Dall’altra gli studi misurano l’impatto di smartphone, pornografia, social media e isolamento. Ma la radice è comune: la famiglia non è più al centro della vita sociale.
Per questo la risposta non può essere soltanto fiscale. Certo: servono case, lavoro stabile, aiuti concreti. Ma serve soprattutto ricostruire una cultura in cui il matrimonio, la maternità, la paternità e l’apertura alla vita tornino a essere riconosciuti come beni, non come limiti.
Una civiltà che non genera più figli non sta semplicemente “cambiando modello sociale”. Sta consumando il proprio futuro.